Gian Maria Volonté è morto ventuno anni fa. Non è mai piaciuto all’establishment audiovisivo statale. Troppo contro, lui, Volonté, troppo anarchico. Con questo delirio di citazioni, poesie, sogni, sigarette, ideologie, lo celebriamo a colpi di mortaio e follia.

Volonté di Potenza
8 Dic 2015


Gian Maria Volonté è stato un uomo e un artista raro, soprattutto per la sua inclinazione innata di andare oltre la parte, oltre se stesso: vivere le tensioni in prima persona, non limitandosi a rappresentarle o interpretarle. Per lui, la scelta di fare un film non era mai un atto più o meno casuale: “Accetto un film o non lo accetto, in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è sempre politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti”. Rifiutò anche l’etichetta teatro politico, utile solo a infilare un determinato tipo di rappresentazione nel buco del culo dell’ignoto. Una lotta, quella contro le etichette e le barriere, che ha portato avanti per sostenere un modo di intendere il rapporto tra l’arte e la vita. Smembrando il potere, ci ha anche restituito una visione autentica di oltre trent’anni di storia italiana.

Nel giorno dell’anniversario della sua morte, mi sono chiuso in una stanza con film, sigarette e quant’altro, per ripercorrere l’intera opera di Volonté come il tentativo di superare se stesso e le sue inquietudini, unendo la sua vita e la sua arte in una cosa sola, e facendo di se stesso un capolavoro.

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Quarzo che pulsa dal fango. “Sono una parte di quella forza che desidera eternamente il male e opera eternamente il bene”. Sottolinea l’odore dell’uomo, sottolinea Céline e Artuad, ride di loro. L’odore della merda ci dà la giusta dimensione delle tensioni esistenziali.

Lui è lì, si muove sullo schermo con la postura del Presidente, è l’ultima scena, riordina il caos, ogni corpo è natura morta; lo spirito elementale si è fatto uomo, è l’immanenza “che tesse la veste vivente di Dio”. Il Presidente lo invoca in ginocchio, è dietro di lui: ultimo corpo, ultimo colpo, sangue. Todo modo para buscar la voluntad divina.

Il film Lo Sguardo di Ulisse è l’ultima azione sventrata dalla vita: l’ultimo atto. Poi basta, fine; la fine che arriva sul set. Ciak, si muore: “Che ne resti la memoria, era tutta la mia vita. E adesso, adesso, che senso potrebbe avere qualsiasi cosa, che senso può avere?”

“Qualcuno cammina? Senti? Cammina. Chiudiamo col catenaccio”. È Rogozin ne L’Idiota di Dostoevskij, ne fa ’68, squarcia il banale.

Millenovecentosessanta, Giulietta e Romeo, Carla Gravina, l’amore. Nient’altro, se non si vuole soffocare tra le lenzuola della tregua.

“Hai mai fatto l’amore con una vera meraviglia di donna? E quando fai l’amore con lei, senti una vera e bellissima passione almeno per quel momento dimentichi la paura della morte? Io penso che l’amore vero, autentico, crei una tregua dalla morte. La vigliaccheria deriva dal non amare o dall’amare male, che è la stessa cosa. E quando un uomo che è vero e coraggioso guarda la morte dritta in faccia come certi cacciatori di rinoceronti, o come Belmonte che è davvero coraggioso, è perché ama con sufficiente passione da fugare la morte dalla sua mente; finché lei non ritorna, come fa con tutti. E allora bisogna di nuovo rifar bene l’amore. Devi pensarci.”

 

E devi farlo subito, perché lui è già Caravaggio. La sua pittura: scomposizione, vivisezione e ricomposizione dello stato umano; emotività muscolare, pezzo di carne irrequieta. È la luce dei suoi dipinti schiacciata dalle intenzioni, dalle tensioni, dal fine. Poi non rimane che la fuga dalla morte; se fate silenzio potete ascoltarne le risa.

 

Tu, che le risa improvvide e lo scoppio

Fuggi del Baccanal che assorda l’aria,
E nella cameretta solitaria
Bevi tranquillo il filosofic’oppio;

Queste, che ad aureo volumetto accoppio
Rime, o Fernando, d’armonia sì varia,
Che la vezzosa innamorata Alaria
Piangendo meditò sul colle doppio;

Ricevi, amico: e se pietà conforme
Darle non sai, perdona a quella smania
Che di ragion la traviò dall’orme.

Non viene Amor per tenderti la pania,
Ma perché gode che in discrete forme
Uno Stoico gentil lo chiami insania.

 

 

Claudio Meldolesi disse, disse: “Era un umanesimo tenebroso quello che seguiva, una specie di sfida. Perché Gian Maria era una persona molto buona, però si era fatto come una corazza e sembrava respingere la gente. Era molto solitario. Quando si è interrotto il rapporto con Carla Gravina, ha perso un pochino di equilibrio”.

Cos’è l’equilibrio?

 

Banditi a Milano. Oltrepassare il confine, ancora e ancora. Trastevere e i propri soldi per gli spettacoli di strada; dipingere scritte rivoluzionarie sui muri di Roma; lui lui, non Pietro Cavallero. Qual è l’uomo? Qual è l’attore? Quello che abbandonò Metti una sera a cena. Perché “essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”. Non fu un abbandono, fu una molotov nel culo dei venduti; guarda come scoppia, senti che bel rumore. Fece Sotto il segno dello scorpione che non prometteva nulla; tranne che il silenzio della specie: Brecht, Godard. Quel primo piano che si porta via tutto: non c’è paura, non c’è ribellione, c’è solo malinconia, l’unica degna di esistere, quella della morte. Titoli di coda.

 

I Taviani brothers: “Gian Maria era un attore creatore”. Io, invece, posso solo ricordare. Ricordare quella lettura, sottolineare l’odore dell’uomo: la notte è calata, Faust è alla ricerca di un nuovo inizio, un cane nero lo ha seguito fin dentro lo studio. Faust apre il Nuovo Testamento, legge il prologo di Giovanni: “In principio era il Verbo”. Tenta di tradurlo, si sforza di trovare la forma definitiva; intuisce: il Principio non è la parola, non è il pensiero, è l’atto, l’azione nel suo potente divenire. Quella che smonta l’informazione, la storia: non può esserci informazione dei fatti, ma sui fatti. E lui lo sa Bene, Carmelo Bene. Preparazione maniacale dell’azione strappata via nel momento che si compie. Ecco fatto, l’atto. L’abbandono, la fine logica, la fine dell’attore, l’equilibrio di una riservatezza strafottente, l’equilibrio impossibile che diventa possibile; la fine dell’eros e l’inizio del porno. Lui, uno dei pochi capaci di mandare a kafkare la vita, la sua. E non è una battuta del cazzo. Non fa il Faust, è Faust. Ed è una immensa fatica.

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Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto; quella frase sputata in faccia al non cavallo, altro rumore proibito, perché il popolo adulto è minorenne: “Io per esempio voto socialista”. Arriva l’Oscar come miglior film straniero, lui se ne fotte: all’Oscar preferisce la tensione morale. Era un idealista puro, lui: per la fame ci sono le brioches, per la coscienza ci sono gli Uomini Contro. Retorica? Retorica un cazzo.

Francesco Rosi: “Questo anarcoide che vede il nemico nei comandi, dietro di lui, dietro le trincee… e allora ecco Volonté, quest’ufficiale socialista anarchico che a un certo punto dice, dice: ‘Basta basta basta!! Con questa guerra di morti di fame contro morti di fame, eccolo là il nemico, è alle spalle!’”.

 

Ricordo quel cane, quel cane nero che disturba: si gonfia in modo innaturale. Faust reagisce, ma il cane nero è ormai altro: è spirito che nega, che non accetta la nascita e la vita. Faust tenta di trattenerlo, non ci riesce. Mefistofele, però, torna, e gli propone di sperimentare la leggerezza: “Chi filosofa è come un animale che un folletto malvagio fa girare in tondo su un campo disseccato, mentre intorno bei pascoli verdeggiano”. Lo convince: se Faust godrà al punto tale di arrivare a dire all’attimo “sei così bello! Fermati!”, il diavolo prenderà la sua anima. “Eritis sicut Deus, scientes bonum et malum”. Lo senti il canto di Ulisse? L’inizio dell’umanesimo? La perversione dantesca della canoscenza?

 

Sacco e Vanzetti, e il secchio nel pozzo è sempre più profondo. Giustizia; il significato e il significante si battono per lei. In quel monologo, in quel piano sequenza, una delle guardie alle sue spalle piange davvero. E stop. Bisogna rifarla ‘sta scena, e stavolta non piangere, perché si può morire felici. Perché l’alternativa è nera. L’alternativa è La classe operaria che va in paradiso: “Noi entriamo qui dentro di giorno quando è buio e usciamo di sera quando è buio, ma che vita è la nostra?”

“Sono una parte di quella forza che desidera eternamente il male e opera eternamente il bene”. Sottolinea l’odore dell’uomo, sottolinea Céline e Artuad, ride di loro. L’odore della merda ci dà la giusta dimensione delle tensioni esistenziali.

 

La semantica della parola disperato in Sbatti il mostro in prima pagina, il ghigno cazzone di Lucky Luciano, Giordano Bruno e la battuta “Tenete più paura voi” pronunciata sottovoce, che cambia la cifra stilistica; “Ti hanno usato”, “Io questo l’ho sempre saputo” ne Il sospetto, Il caso Mattei.

 

È il millenovecentosettantasette, suo fratello si suicida. Lui, teso, continua.

Continua con Io ho paura. E Cristo si è fermato ad Eboli: Carlo Levi, il politico, il medico, il pittore, lo scrittore; l’uomo. “Sai qui si arriva persino a capire perché questi giovani diventano fascisti”. “Morire in Africa come un eroe”. “Quindi secondo te vanno a far la guerra per disperazione”. “Certo, ma i più rimangono, e le loro passioni crescono, chiuse fra quattro pareti”.

 

Millenovecentottanta, il cancro, il rifugio in barca e la violenza della stampa.

L’incontro con Oreste Scalzone segna una fine. Non lo chiamano più per lavorare: è nel libro nero, bannato.

 

Il caso Moro, perché “Todo Modo era un’allegoria e i personaggi erano delle maschere”. Martinazzoli pianse, di nascosto, dopo la proiezione del film. Lui: “È impossibile ormai questo silenzio di piombo che si è stabilito da allora ad oggi rispetto non solo ai 55 giorni, ma rispetto ad un decennio, ad un epoca, ad un momento”.

Cronaca di una morte annunciata; un poeta insulso direbbe che è come ferirsi con le schegge di uno specchio mai rotto; direbbe che “è il sangue della memoria”. Io dico solo di sputarlo il sangue, che la poesia è idiozia; e voi, voi che apprezzate quei poeti, io spero che voi moriate senza capire quanto male fa il vostro entusiasmo, entusiasmo, entusiasmo.

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Rifiuta di recitare nel film Lamerica perché la parte di Fantastichini viene ridotta da Amelio. Fantastichini lo segue e “buonanotte”. Disse proprio così: buonanotte.

Lui ormai non lavora più in Italia. Nel millenovecentonovantatré è a Cuba per interpretare il tiranno Banderas, un vecchio dittatore pazzo figlio di puttana.

 

L’anno seguente è il direttore della cineteca di Sarajevo ne Lo sguardo di Ulisse. È l’ultima azione sventrata dalla vita: l’ultimo atto. Poi basta, fine; la fine che arriva sul set. Ciak, si muore: “Che ne resti la memoria, era tutta la mia vita. E adesso, adesso, che senso potrebbe avere qualsiasi cosa, che senso può avere?”. Non saprei; io non saprei.

Theo Angelopoulos lo ricorda così, la sera prima della morte: “Gian Maria era seduto in fondo all’autobus da solo. Beveva, cantava. Penso che abbia cantato tutte le canzoni che conosceva. […] Ma credo che ci fosse qualcosa che non era vera gioia. Sembrava come un addio”.

 

Tante voci dentro di sé, la complessità che non puoi ridurre, la follia autogestita perché anarchica nella sua natura. “Noi speriamo in un mondo che riesca a migliorare la qualità della vita di tutti: l’ambiente, la possibilità di conoscere, la possibilità di comunicare e di informare. E, soprattutto, la possibilità di eliminare tutto quello che è oggetto per distruggersi come le armi, le guerre, la pena capitale. Credo che già quello sarebbe un grande cambiamento”.

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Ma nessun cambiamento sarà mai possibile finché continueremo ad avere, consciamente o inconsciamente, una determinata idea di Stato, come spiegato in modo emblematico in questa scena di Cristo si è fermato ad Eboli; scena tagliata nella versione televisiva.

 

  • In un Paese di piccola borghesia come l’Italia, dove l’ideologia piccolo-borghese è andata contagiando anche le classi popolari cittadine, è probabile, purtroppo, che le istituzioni che seguiranno il fascismo, ma anche le più estreme apparentemente rivoluzionarie, o per evoluzione lenta o per opera di violenza, è probabile che finiranno per riprodurre le stesse ideologie piccolo-borghesi, perpetuando e magari peggiorando, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano. Io credo che senza una rivoluzione contadina non avremo mai una vera rivoluzione italiana e viceversa.

 

  • A me pare che voi dimentichiate che il problema meridionale non è altro che un caso particolare di oppressione capitalistica che senz’altro la dittatura del proletariato potrà risolvere.

 

Carlo Levi riflette, in silenzio: “sono tutti degli adoratori più o meno inconsapevoli dello Stato, lo Stato inteso come qualcosa di trascendente alle persone e alla vista del popolo. Tirannico o paternamente provvidenziale, dittatoriale o democratico, sempre unitario, centralizzato e lontano, soprattutto lontano. Di qui l’impossibilità tra questi politici e i contadini di intendere e di essere intesi”.

 

  • Insomma tu cosa ne pensi?

 

  • Ma io penso che comunque lo Stato come voi lo intendete è l’ostacolo fondamentale perché si possa fare qualsiasi cosa. Non può essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, perché quello che noi chiamiamo il problema meridionale, non è altro che il problema dello Stato. Fra qualsiasi tipo di Stato e l’antistatalismo dei contadini… ma ci sarà sempre un abisso, che si potrà colmare, forse, se si riuscirà a creare una forma di Stato di cui i contadini si sentano parte. Finché Roma governerà Matera, Matera sarà anarchica e disperata, e Roma disperata anche lei, e tirannica.

 

  • Ma quando tu parli di Stato caro Carlo, parli di qualsiasi Stato, fascista liberale comunista, come se sia la stessa cosa, ora mi pare che ci sia una certa differenza, altrimenti perché tanti di noi sono in galera, tu stesso sei stato al confine.

 

  • Proprio per questo dovremmo ripensare ai fondamenti stessi dell’idea di Stato, e a un concetto di individuo che ne sta alla base, e al tradizionale concetto di individuo giuridico e astratto, sostituire un nuovo concetto che esprima la realtà vivente. L’individuo non è un’entità chiusa, ma un rapporto, è il luogo di tutti i rapporti. L’individuo e Stato dovrebbero coincidere nella pratica quotidiana per poter esistere entrambi. E questo capovolgimento in politica, fra l’altro, è l’unica strada che ci potrebbe consentire di uscire dal giro vizioso di fascismo e antifascismo.

 

  • Questa è anarchia.

 

  • Vuoi dirci come sarà realizzabile in terra questa tua utopia?

 

  • Bisogna che ognuno conquisti la propria autonomia. Ma, un momento: l’autonomia del comune rurale non può esistere senza l’autonomia della fabbrica, della scuola, della città, di tutte le forme della vita sociale. Queste sono le cose che io pretendo di aver capito in un anno di vita sotterranea.

 

Io, invece, posso solo ricordare, girando con dispetto quelle pagine.

Lo spirito elementale della terra, forza immanente che “tesse la veste vivente di Dio”.

Colti da ispirazione lo invocate, ma non riuscite a reggerne la vista.

 

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Gian Maria Volonté, un attore contro, coi controcazzi.

@polpoincanna

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