Non è una recensione, non parla del film, ma questa riflessione parte da Tommaso di Kim Rossi Stuart, un’opera imprescindibile per capire i quarantenni di oggi

L’intelligenza del maschio
31 Lug 2017

La prima volta che ho visto Tommaso era il 17 marzo di quest’anno. Lo scrivo con certezza perché ho riletto una mail che mi aveva inoltrato Banhoff, dove c’era la locandina di Tommaso in allegato e un commento scritto da Cesare, l’amico di Banhoff che gliel’aveva inviata il giorno prima; il commento – che mi aveva convinto a vedere il film la sera stessa – era questo: “Siamo tutti dei criceti del cazzo”.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Immagino che qualcuno abbia già letto recensioni sul film. Quelle che ho letto io fanno tutte cagare. Parlano di un film non troppo riuscito senza spiegarne il perché (ma fino a qui sticazzi), e non mancano di accostare Kim Rossi Stuart, da adesso in poi KRS, a Nanni Moretti, da adesso in poi NanniMoretti. Io credo che NanniMoretti non c’entri una sega; semmai, l’ironia di Tommaso potrebbe avere un debito esiguo con quella comicità introspettiva alla Troisi.

A Venezia, dove è stato presentato fuori concorso, qualcuno ha paragonato il personaggio di Tommaso a un cazzuto Prometeo che invece di sfidare gli dei in culo alla Luna sfida l’umano, cercando quell’Assoluto con cui alcuni filosofi ci ammorbano da troppo tempo. Forse il fattore scatenante di questa lettura non deriva dalla nevrosi in sé, ma dalla mènis che carica la molla di Tommaso, da quell’ira che è solo degli dei. Dopo l’incontro con Federica (Cristiana Capotondi), Tommaso si rende conto che la sua è una coazione a ripetere, che è un criceto sulla ruota, e a quel punto sbrocca al suo psicanalista barzotto che gli aveva consigliato di approfondire quell’incontro, oltre che di cercare il bambino che è dentro di lui.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Tommaso il nevrotico, Tommaso il maniaco, Tommaso lo stronzo. Un paio di settimane fa l’ho rivisto al Tuscia Film Fest. Mentre lo guardavo sul maxischermo in preda alla sua ossessione, incapace di scoparsele tutte o di ritrovare se stesso bambino (Tommaso 40enne è Tommi 13enne del primo film di KRS Anche libero va bene…), pensavo alle possibili pulsioni di morte dei quattro coglioni seduti accanto a me, quattro coglioni che stavano parlando a voce alta di despacito; pensavo al passato come chiave e al futuro come porta da aprire o, se volete, da chiavare; pensavo al doppio sguardo di Omero su Achille, a quella mènis che incombe di nuovo su Tommaso, ma stavolta come una colpa; pensavo a Dostoevskij, a quanto gli voglio bene (a Memorie dal sottosuolo: “Sono abbastanza istruito da non essere superstizioso, ma lo sono”), pensavo al disturbo ossessivo-compulsivo di chi ha vissuto una botta e una responsabilità troppo grande da piccolo, pensavo a me ragazzino e provavo più vergogna di adesso che lo sto scrivendo, nella consapevolezza che qualcuno di voi che non sa niente di me lo leggerà. E poi ancora alla colpa che uno spettatore passivo incolla addosso al personaggio, lo spettatore della strada che desidera la pace nel mondo ma col cazzo che ama il prossimo suo come se stesso, perché il prossimo è il maniaco che sta facendo con lui la fila in farmacia, quello che parla a voce alta in treno o mentre guarda un film al cinema. Per questo tifavo per Tommaso anche quando era lui lo stronzo, con sua madre, con le sue donne, con se stesso.

Ho cercato di salvarlo Tommaso, l’ho spinto tra le braccia chiuse e le gambe aperte di Sonia (Camilla Diana, strepitosa), un personaggio buzzurro ma erotico, sempliciotto ma lucido; è lei la vera eroina del film, anche se, con una ipotetica lente di distorsione/ingrandimento, potrei dire che è lei l’unico personaggio ipocrita egoista e volgare di tutto il film, consapevole di avere un culo commovente ma timorosa di essere zoccola fino in fondo, che preferisce la sicurezza del suo ragazzo cornuto alla libido; una scelta che lo spettatore passivo di cui sopra giudicherebbe “sana”, retaggio di una cultura contadina del cazzo. Tommaso la vuole per sgretolare le proprie sovrastrutture, per fermare la ruota, e la palpata tette e verga funziona. Sonia La Bona riesce dove lo Psicologo Mario fallisce. Lei ci gioca come la classica arrizzacazzi e poi lo molla, interrompendo la sua coazione a ripetere, la sua pulsione di morte.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Tommaso non ha una pretesa sociologica, eppure ho finito per pensare a quei saggi che hanno ripreso Freud in chiave marxista. E ho avuto quasi voglia di ascoltare Vaffanculo scemo quando mi sono ricordato che Marx, come quel renziano di Hegel, considera la Storia come un processo logico, in modo tale che i suoi stadi di sviluppo siano non meno certi delle proposizioni aritmetiche: è così che la fede e la speranza ci perculano nella dottrina marxista, e in qualsiasi volontà di potere invece che di potenza. Ho riaperto Eros e Civiltà per leggere il Marcuse più schilleriano, quello che vedeva nel gioco una possibilità per risolvere Il disagio della civiltà, disagio definito inevitabile da Freud (la civiltà, secondo Freud, si basa sulla repressione e sulla sublimazione degli istinti, delle tendenze erotiche, e procede in base a questa repressione, si nutre di essa, imponendoci sacrifici sempre maggiori: “La libertà non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura, e ha subito delle restrizioni con l’evolversi della civiltà”). Ho anche pensato agli scritti sulla mente del bambino di quella gran donna della Montessori, e per un attimo sono stato John Belushi: ho visto la luce in una chiesa piena di figa che ballava e cantava.

Tommaso è un’introspezione, è un quarantenne di oggi che mostra il marchio della madre, della famiglia tanto osannata dalla cultura democristiana. Tommaso è un uomo che si dimena su una graticola per fare da cavia al miglior Freud di Al di là del principio di piacere, con un linguaggio diretto che forse sarebbe piaciuto anche al dottor Groddeck, lo “psicoanalista selvaggio” (cito Groddeck stesso) de Il libro dell’Es, così ammaliante e paradossale da diffidare dalle teorie (f)rigide, e che mai avrebbe rinunciato alla sua ironia.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Tommaso è un film che può piacere o no, come qualsiasi opera, ma di sicuro è un film autentico: non è Caro Diario né Bianca, non è Vedo nudo, non è . Un film senza musica da riempimento, un film per certi versi celiniano, che non cerca di consolare o intrattenere. E allora guardatelo e fottetevene della critica accordata sui 440 Hz di Goebbels.

I rapporti, la ruota del criceto, l’eterno ritorno dell’uguale… c’è chi la vede come Rust Cohle (il post-nichilismo di Così parlò Zarathustra e le passate di pomodoro antinatalistiche di Thomas Ligotti): “Tutti incappiamo in quella che io chiamo la trappola della vita, questa profonda certezza che le cose saranno diverse, che ti trasferirai in un’altra città e conoscerai persone che ti saranno amiche per il resto della tua vita, e che ti innamorerai e sarai realizzato… Vaffanculo alla realizzazione, e alla risoluzione, che si inculino quei due cazzo di vasi vuoti che contengono questo mare di merda. La realizzazione non si raggiunge, non fino all’ultimo istante… e la risoluzione… no, no-no, niente finisce davvero. Quello che il predicatore vuole venderti è l’inganno ontologico, per cui c’è una luce alla fine del tunnel, come lo strizza-cervelli. Vedete, il predicatore vuole incoraggiare la tua capacità di illuderti, e poi ti dice che è una cazzo di virtù”. E c’è chi la vede come Erich Fromm (Avere o Essere come prima polaroid da far asciugare): “La domanda fondamentale è infatti: qual è lo scopo della vita? Diventare più umani o produrre di più? Questa è già la distinzione più importante di Marx tra Capitale e Lavoro. Lavoro è la vita, l’attività viva dell’uomo, Capitale è ciò che si è accumulato nel passato. L’opposizione tra Lavoro e Capitale non è in definitiva per Marx, come si intende comunemente, il problema dell’interesse di classe, ma l’opposizione tra la vita e le cose… chi deve determinare la vita? Il Capitale, le cose, ciò che è morto, accumulato, oppure il Lavoro, ciò che è vivo, umano? L’avere è il Lavoro accumulato, l’essere è l’attività umana. Certo, non un’attività semplicemente tale come portare delle pietre da un posto all’altro, questa non è l’attività umana. Essere significa essere vivo, interessato, vedere le cose, vedere l’uomo, ascoltare l’uomo, immedesimarsi nel prossimo, sentire se stessi, rendere la vita interessante, fare della vita qualcosa di bello”.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Abbiamo un solo compito: dare un senso. In un testo del marzo 1888, Nietzsche chiede all’essere umano di “costringere il suo caos a diventare forma; a diventare logico, semplice, univoco, matematica, legge. È questa qui la grande ambizione”. E la profezia di Zarathustra annuncerà, analogamente, la necessità di una cultura in grado di dare all’esistenza la sua legge: “Riesci a costringere le stelle a danzare intorno a te?”

La relazione perfetta è pura concettualizzazione: forse, per fermare la ruota del criceto, potrebbe essere sufficiente fermare noi stessi, (ri)leggere la Bibbia, Seneca, i Vangeli apocrifi, Il lupo della steppa, Desiderius Erasmus, DostoevskijNietzsche, Kafka, McCarthy, FaulknerCamus, Freud e scegliere. Scegliere tra l’Utopia o l’Assurdo, tra Avere o Essere. E se ci capita di sentirci come una fava moscia o una fica asciutta, ricordarsi di questa gomitata di Fromm: “Penso che si possa dire che l’uomo di Freud è un uomo senza amore. Nell’uomo di Freud l’amore non ha importanza, è sostituito dalla sessualità. Soltanto alla fine della sua vita, quando Freud parla di istinto di vita e di morte, l’amore appare come una forza biologica, e assume un ruolo nuovo, dando all’opera di Freud una svolta e, direi, da un punto di vista teorico, una nuova speranza: l’amore è inteso in un senso più vasto dell’amore genitale, dell’erotismo fisico, e cioè dell’espressione della sessualità fisiologica. L’amore non è soltanto un prodotto secondario della sessualità. L’amore esiste davvero”.

Tra i tanti, per chiudere questo pippone, mi piace ricordare l’unico scrittore e filosofo che, se me lo trovassi davanti, abbraccerei prima di ogni altra cosa: Albert Camus. Ricordarlo con due sue frasi: “la speranza equivale alla rassegnazione, e vivere non è rassegnarsi”; “la rivolta consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora”.

 

 

@polpoincanna

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