“Ci sono uomini che sono troppo fragili per andare in frantumi. A questi appartengo anch’io” (Ludwig Wittgenstein, Movimenti del pensiero. Diari 1930-1932 / 1936-1937)

Dedicato alla cattiva scrittura
24 Feb 2017

L’altro giorno rispondevo a una ragazza che aveva inviato un pezzo da pubblicare qui su WNR. Dovevo scriverle che il pezzo non era adatto per writeandroll. Mi ero confrontato con Ray prima di risponderle. Era una valutazione stronza forse, ma era sincera. E qui la sincerità è il primo e unico comandamento. Poteva andar bene per gli inserti culturali di tante testate, ma non per WNR.

Però come si fa a scrivere una risposta del genere senza patire? Non lo so. E come si fa a scrivere quello che ho appena scritto senza passare per patetico o senza rischiare di essere giudicato come uno che si mette sul piedistallo e dice alle persone intorno: “Io sono buono, io soffro a mettermi nei panni di chi rifiuta e di chi deve leggere un rifiuto”. C’è una soluzione? Credo di sì, ma non sarà mai una soluzione adatta alle paranoie di tutti.
Non se ne esce.

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Ogni volta che penso a quello che vorrei che gli altri capissero di me, sto male. Ed è brutto dirlo, qui e adesso, dove la gran parte dei miei coetanei è brillante e se ne fotte di questi problemi, superando a destra le paranoie che mi divorano.
L’unica cosa a cui spesso mi aggrappo (quando ci riesco) è l’inizio di un discorso di David Foster Wallace (discorso che fece per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, il 21 maggio 2005).

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”.
È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole. Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.
Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

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Ho studiato filosofia per alcuni anni, ma non mi sono laureato in filosofia. Mi sono laureato in Linguistica. L’ho fatto per problemi di autostima, credo. Ricordo che quando studiavo Wittgenstein mi faceva male la testa. Non sempre, quasi sempre. Il mal di testa mi veniva quando cercavo di sentire in me la sua consapevolezza. Era un esercizio che avevo già provato a fare con le persone che conoscevo e che mi interessavano. Perché da qualche parte avevo letto che era un esercizio mentale da fare, se si aveva il desiderio di fare della narrativa valida. Allora mi dissi: “Dovrei provare con Wittgenstein”. Non ci vedevo nulla di assurdo e arrogante in tutto questo. Pensavo: “Se riesco a farlo con lui, vuol dire che non sono stupido, che posso parlare con tutti senza timore, che posso farmi accettare per come sono”, e che il mondo, in fondo in fondo, non vuole disadattati con la siringa al braccio, non ne ha nessun bisogno, e non ne ha bisogno nessuno.

Di Wallace me ne parlò una ragazza che conobbi a un master. Ricordo alcuni dettagli, ma se dovessi riportare l’intera conversazione, non potrei farlo. Non ci riuscirei, è passato tanto tempo. I dettagli che ricordo hanno a che fare con la commercializzazione pop del nome David Foster Wallace. Il sarcasmo, l’astio, la presa in giro per tutti coloro che riportavano le sue frasi senza aver letto nulla di lui. “Vedrai, farà la fine di Jim Morrison”, mi disse. Tipo:

“Rosso di sera bel tempo si spera”
Jim Morrison

“Diventerà il nuovo idolo dei diari delle medie”.
Un paio di settimane dopo iniziai a leggere La scopa del sistema, scelsi quello perché aveva a che fare in qualche modo con Wittgenstein. Lessi anche Infinite Jest, ma a pezzetti, in modo disordinato e altalenante; quando qualcuno mi chiede di quel libro non dico mai di averlo letto, dico solo: “Sì, lo conosco”. Poi, oltre a un paio di saggi, arrivarono anche Brevi interviste con uomini schifosi e La ragazza dai capelli straniDi quest’ultimo ho un ricordo nitido, o forse dovrei dire che ho un ricordo meno distorto dal tempo trascorso fuori e dentro di me.
L’ultima cosa che ho letto su Wallace è il saggio di J.J. Sullivan. L’ho letto stamattina, anche se avevo mal di testa. Forse perché ieri sera mi sono addormentato cercando di comprendere la risposta della ragazza a cui avevo scritto che il pezzo non andava bene per WNR. Mi sono addormentato mentre sceglievo cosa pensare della sua risposta.
Stamattina è andata così: ho aperto Facebook per vedere le notifiche che mi erano arrivate, ma poi non le ho guardate: ho visto un post “pubblico” di Sarmi Zegetusa riguardante DFW e ci ho cliccato sopra. Era il saggio di J.J. Sullivan pubblicato nel maggio 2011 (GQ USA). Il saggio è un insieme di considerazioni sul romanzo incompiuto di DFW, Il Re Pallido. Romanzo che non ho letto e che immagino non leggerò mai, per vari motivi. Non per snobismo, ci mancherebbe. Nel saggio c’è questa parte che mi ha ricordato un altro pezzo su Wallace (ne scrivo sotto):

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La scelta di Wallace dell’Agenzia delle Entrate come ambientazione ha senso se consideriamo che stava cercando di fare qualcosa di teologico con questo romanzo, e il ”servizio”, come lo chiamano gli impiegati, offre delle opportune sfumature gesuitiche. Usa l’Agenzia delle Entrate come Borges usava la biblioteca e Kafka i palazzi della legge: come un’analogia del mondo. Insinua un legame tra lo spostamento sotterraneo della politica dell’Agenzia delle Entrate che si trasforma da un’agenzia che ha il compito di raccogliere le tasse (cioè mettere in atto la legge) ad un ente che cerca di massimizzare il profitto, o come Wallace spiega in una nota a margine lasciata sul manoscritto, “Il vero problema è se l’Agenzia delle Entrate debba essenzialmente essere un’entità aziendale o morale”. Attraverso sottili ammiccamenti (tirando in ballo oscure cause civili), Wallace collega la nozione che l’Agenzia delle Entrate stia diventando un’azienda, all’idea, introdotta nella vita americana alla fine del diciannovesimo secolo, che agli occhi della legge, una grande azienda sia la stessa cosa che un individuo, con gli stessi diritti. Wallace non è arrivato a completare tutta l’opera, ma ci basta per capire che una versione completa de Il re pallido avrebbe operato in una logica simbolica in cui, se Agenzia delle Entrate=grande azienda, e grande azienda=individuo, allora Agenzia delle Entrate=individuo. L’agenzia sarebbe diventata una metafora per tutta l’anima politica americana.

Ecco, questo passaggio mi ha fatto venire in mente un pezzo di Christian Raimo pubblicato su Rolling Stone nello stesso anno, 2011. Scrive Raimo:

Il nostro immaginario ha da sempre dato forma alle nostre peggiori paure infantili. I nostri genitori ci faranno a pezzi, ci regaleranno a un orco, ci abbandoneranno nel bosco. Chi sembra proteggerci, in realtà, ci farà violenza. La mia memoria di lettore è piena di scene del genere. Come quella all’inizio del più bel racconto degli ultimi vent’anni, Piccoli animali senza espressione di David Foster Wallace (contenuto nel suo libro La ragazza dai capelli strani, riedito da Minimum Fax dopo la morte dell’autore, ndr): due bambini vengono fatti scendere dalla macchina in mezzo a una strada deserta del Midwest, di fronte a loro c’è una mucca che li scruta, finché scende la notte.
Ma, a rifletterci un secondo, anche all’interno di questo scenario terribile di paure ancestrali, vive un elemento di solidità: l’adulto è ancora sempre per il bambino la Legge. Quello forte. Un dio che divora i figli come Crono appunto ma sempre un dio. Una legge che può diventare anche incomprensibile come un ordine, o minacciosa come una violenza improvvisa, ma che ha il suo fondamento in una gerarchia che mai sapremmo mettere in discussione. Del resto, non ci piace anche essere coccolati dai nostri genitori proprio perché sappiamo che invece potrebbero essere violenti, severi o indaffarati, e invece si dimostrano dolci e comprensivi?Quest’ordine simbolico ci preserva, da piccoli, da un vuoto di senso.

American novelist David Foster Wallace (1962 - 2008), New York City, 2005. (Photo by Janette Beckman/Getty Images)

Prima di andare avanti, sento l’urgenza di dire che non ho intenzione di spiegare niente. Probabilmente, interrogando me stesso, non sarei in grado di farlo. Ho solo impressioni compatte di quello che ho letto, e mi basta.
A differenza di Raimo, lo scritto di Foster Wallace che mi connette al tema è il racconto che dà il titolo a quella raccolta: La ragazza dai capelli strani. In quel racconto, c’è un personaggio punk che non mostra nessun riferimento all’estetica punk, eppure è l’unico dei suoi amici ad essere autenticamente punk nel suo modo di sentire “tutto ciò che accade”; si chiama Cucciolo Rabbioso. Ma non è questo l’aspetto che mi porto dietro. Quello a cui penso spesso quando mi viene in mente quel racconto riguarda la motivazione che spinge Cucciolo Rabbioso ad essere Cucciolo Rabbioso: “Io e mia sorella eravamo nella stanza di mio fratello a giocare sulla sua scrivania e trovammo delle riviste nel cassetto più basso e le riviste, che erano erotiche, erano piene di uomini e donne impegnati in atti sessuali e ci mettemmo a leggere le riviste e ci trovammo davanti agli occhi figure di uomini che infilavano il pene dentro il buco fra le gambe delle donne e tanto gli uomini che le donne avevano l’aria molto felice e allora tolsi le mutande a mia sorella e mi tolsi anche le mie e misi il pene, che era molto eccitato per via delle riviste, dentro un buco che io e mia sorella avevamo trovato fra le sue gambe, che era la vagina, ma farsi mettere il mio pene nella vagina non rese mia sorella felice e quando lei chiamò mio padre e lui entrò nella stanza e ci vide impegnati in un atto sessuale mi porto giù nel suo laboratorio accanto alla nostra stanza dei giochi nello scantinato e mi bruciò il pene con il suo accendino d’oro dei marine degli Stati Uniti e dichiarò che se mi azzardavo a toccare un’altra volta la sua bambina mi avrebbe bruciato il pene con l’accendino d’oro fino a staccarmelo, e poi dovetti andare da un dott. e farmi dare una pomata per il pene bruciato, e fui infelice e mi sentii a terra. […] Gin Fizz sa che la cosa che mi renderebbe il risolutore di problemi di responsabilità civile delle aziende più felice nella storia del pianeta terra sarebbe uccidere mio padre e infatti ucciderò mio padre e farò il bagno nel suo sangue non appena mi sarà possibile senza magari essere colto in flagrante o scoperto colpevole della cosa, magari quando lui sarà in pensione e mia madre sarà debole, e Gin Fizz promette di aiutarmi e di uccidere anche il suo patrigno e mi fa i pompini e a volte mi permette di bruciarla”.

Dovrei far emergere il legame che nella mia testa tiene insieme il disagio nel rifiutare, l’ovvio e il suo valore, la filosofia del linguaggio, la scelta di cosa pensare, genitore-dio-Legge, la comprensione dell’Altro; ma per una volta vorrei pubblicare un pezzo volutamente sghembo, con le inferenze edipiche barra foucaultiane non chiarite, affogate dal contesto, con la coerenza e la razionalità delle interconnessioni lasciate di proposito in sottofondo, pronte ad implodere da un momento all’altro, nella mia testa e in quella di chissà chi altro. Ché spiegarle sarebbe un po’ come ridurle a una sfilata domenicale indossando il vestito buono. A volte non credo sia il caso di farlo. WNR è nato anche per questo: essere dediti alla cattiva scrittura non è una missione ma un bisogno, e così sia.

@polpoincanna

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