Recensione di un libro? Ok. Di un disco? Ok. Di un film? Ok. Stavolta ci siamo spinti oltre e abbiamo recensito addirittura un inserto culturale fresco fresco: quello del quotidiano Il Giornale. Dal gusto sciapito. Foto: Banhoff

Controcultura de Il Giornale
11 Feb 2015

Come fare un inserto culturale senza sforzarsi troppo. Domenica scorsa è uscito Controcultura su Il Giornale: mi aspettavo di più, sinceramente. Chi lo ha pensato, coordinato, gestito non ha fatto altro che chiedere ai collaboratori del Giornale di produrre il compitino. Scrivimi il pezzo su questo qua, mandami un po’ di roba inedita, parliamo di arte, di musica, non tralasciamo nessun argomento e l’inserto è fatto. Risultato: insoddisfacente. E dire che i calibri grossi al Giornale non mancano: Gian Paolo Serino, Massimiliano Parente, Sgarbi, Feltri, Luca Beatrice: tutti giganti. Ma a leggere quelle dieci pagine si ha la sensazione che la cultura sia disperata, spiaggiata, nemmanco clandestina (magara!), ma involuta. Signori de Il Giornale, vi do una notizia: la cultura è vivissima, solo che voi che fate questi quotidiani non lo sapete, non la vedete, e non la vedete per una colpa chiara, netta, senza appello, e cioè questa: guardate ai vostri orticelli ormai rastrellati, e fuori non ci guardate, semplice. La curiosità ragazzi, dove l’avete seppellita? Dai, fatevi venire un’idea che non sia ognuno faccia il suo compitino. Restate a Bordo, almeno voi, Non abbandonate la Nave, non ora, ché già ci dobbiamo sorbire La Lettura e altre cose così, per favore. Lo dico con tutta la stima e l’affetto di cui sono capace.

Nel dettaglio. Si parte dalle lettere inedite trovate da Serino di un Gadda presomaledatutto, che parla di dieta, dei cretini bipedi che lo circondano, quindi di un Gadda che giustamente si sfoga, ma che ingiustamente ci viene propinato in tre lettere tre abbastanza insulse. Volete pubblicare Gadda inedito? Andateci giù e fateci una doppia, oppure quattro pagine, fate in modo che io lettore chiuda il vostro inserto pensando: ah, Gadda, finalmente ti conosco. Invece con quelle tre lettere tre non mi resta attaccato niente. È un’operazione culturale un po’ paracula, lasciatevelo dire.

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E poi ti trovi il pezzone sul genocidio armeno di 100 anni fa. Con tutto il rispetto per gli armeni, manco nelle più pallose autogestioni del Liceo

Si continua con il genocidio degli armeni di cento anni fa. Avete letto bene. Genocidio. Armeno. Di. 100. anni. fa. Ora, con tutto il rispetto per gli armeni, manco nelle più pallose autogestioni del Liceo o nelle più pesanti Riunioni di un Centro Sociale. Eddai, eddai, EDDAI. Ma il top è a pagina 3 dell’inserto: la solita spataffiata pipponara sull’egemonia culturale presunta tale della sinistra. Scritta da Veneziani, of course. Ancora? Ancora. Ma che davero? Davero. Non diventatemi patetici. A fare le vittime anche basta, vi prego. Piuttosto tirate fuori delle riflessioni, degli intellettuali (anche se non sono vostri amici o collaboratori vanno bene lo stesso, eh), delle idee che dimostrino definitivamente che l’egemonia culturale di sinistra sia in effetti superata. Se no a furia di lamentarvi entrerete di diritto nel club dei rosiconi.

Poi le classifiche. Per carità, ci vogliono. Bella l’idea di segnalare il numero di copie vendute ogni settimana, ma anche qui, perché non farsi coraggio e invece di mettere le classifiche dei libri più venduti come qualsiasi pamphlet egemonico cultural di sinistra non pubblicate, chessò, la classifica dei più consigliati dai migliori librai italiani? Facendo insomma qualcosa effettivamente di rottura, di destra in senso nobile, fottendovene dei De Luca, Cazzullo Calabresi Eco?

Magari, mi dicevo prima di sfogliare l’inserto, ci troverò recensioni sulle più interessanti librerie indipendenti di cui stranamente si sta riempiendo l’Italia? Niente. Ci troverò, sollecitato dal claim sotto la testata «Arte, letteratura, Nuovi Media, TV», un pezzone su come il giornalismo stia cambiando grazie al digitale (a proposito, avete visto quel capolavoro che è l’intervista di Obama fatta da Vox?)? Ci troverò insomma qualcosa capace di stupirmi? Invece no. In compenso c’ho trovato un servizio su Caporetto (vi mancava, eh?), la paginata di Sgarbi su un artista di cui mi sono già dimenticato il nome (capra!) e uno, udite udite, sul linguaggio violento dei rapper. Repubblica un pezzo così lo ha fatto come minimo nel 2011, altro che egemonia culturale. Ed era un pezzo già vecchio allora.

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Novità? Poche. In compenso il solito pippone sull’egemonia culturale di sinistra e il riempitivo sul linguaggio violento dei rapper

Poi, per carità, alcune cose godibili le ho avvistate. Le recensioni, per esempio. Il trafiletto su un saggio intitolato Laicità dove Nicola Porro, parlando del paradosso di chi non vuole più uno Stato assoluto ma che allo stesso tempo sente il bisogno di riscoprire le radici cristiane, mette in correlazione Houellebecq, Benedetto XVI fino ad arrivare a Marx, chiedendosi: non è che ha vinto lui, quando lo danno per morto? Però in generale è tutto talmente basico che mi è venuto da pensare: ma non è che ha vinto davvero Marx? Non è che hanno vinto quelli di sinistra, che a forza di dirlo che erano superiori, superiori lo sono sul serio?

No, non è così. È che a forza di guardare lì, agli stronzi di sinistra che hanno egemonizzato il dibattito, quelli di destra non riescono a guardare da altre parti, quelle sì più interessanti, e finiscono a dire come fa Massimiliano Parente: «Nessuno italiano ha mai saputo scrivere in italiano, basta vedere chi vince i premi letterari». Perché, cari miei, è naturale pensare che nessun italiano sappia scrivere in italiano se rivolgete le vostre attenzioni solo a chi vince i premi letterari. È chiaro? E basta con sto senso di inferiorità, andiamo oltre.

Ma Parente è giustificato, non fa altro che scrivere che la cultura italiana è rimasta all’800, che non tiene conto dei progressi scientifici. Quindi mi sorge un dubbio: ma quelli de Il Giornale Parente lo leggono?

Restano un rammarico, una domanda e una preghiera.

Il rammarico: non aver visto le interviste di Stefano Lorenzetto all’interno di Controcultura, lui sì che scova gente che non sa nemmeno di far cultura, attraverso la sua storia o anche solo una propria frase, ma che cultura invece la fa (domenica scorsa c’era un collezionista di necrologi, questa sì una forma d’arte meravigliosa).

La domanda: l’ha posta in termini politici Maurizio Crippa su Il Foglio: «Com’è che in vent’anni la sinistra ha saputo fare politiche di sinistra e di destra e la destra, invece, quando governa, non sa farne né di destra né di sinistra?». Per la cultura vale più o meno la stessa cosa. Com’è che la destra non riesce oggi a definire una propria, coraggiosa, ATTUALE cultura di destra?

La preghiera: vi scongiuro, teste che realizzate Controcultura, datevi da fare, spolverate le vostre giacche, cambiate montatura ai vostri occhiali, stretchatevi ben bene con l’obiettivo di allungare i muscoli del collo per guardare oltre i vostri orticelli di riferimento, chiedete di più ai vostri collaboratori e non il classico compitino. Niente pezzi su Fazio, la prossima domenica, niente riempitivi (riempitivi, sì), ché mia moglie ha il virus col vomito e il weekend con lei malata non ho tempo che per i miei figli. Quello che dedicherò alla vostra prova d’appello fate che sia speso meritatamente. Amen.

@moreneria

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