«Essere innocui che sennò è volgare». Come quelli che vanno all’evento di piazza San Giovanni per rappresentare gli ideali dei nostri nonni, per fare la comparsata in Rai e ascoltare quattro disperati che non sanno di cosa parlano

Contro il concerto del Primo Maggio
5 Mag 2014

Non ho visto tutto il concerto del primo maggio, non lo vedo mai tutto ormai dal 2000. È sempre la stessa cosa però ogni anno un po’ peggio, a cominciare da quegli strazianti appelli degli improvvisati presentatori all’oceanica e distratta folla: «San Giovanniiiiii, alzate le maniiiii, siete tantissimiiiiiii, siete stupendiiiii» e loro lì, mezzi girati di spalle, mezzi a fare una canna, mezzi a fare robe a caso. Quel richiamo all’adunata, un po’ da Braveheart o Signore degli Anelli ma rivolto a una platea zombesca, capace al massimo di una risposta flebile e distratta, mi fa provare un senso di imbarazzo da brividi. Da una parte ci sono migliaia di ragazzini in cerca di un pomeriggio diverso, o semplicemente in libera uscita, dall’altra una generazione di musicisti e addetti del settore culturale-televisivo, sono due insiemi che in comune non dovrebbero avere niente.

I ragazzini fanno gli impegnati all’insegna dei valori politici e culturali ereditati dai genitori o nonni. Quelli sul palco fanno quelli che ci credono, ma è solo semplice lavoro e promozione

Quell’urlo di incitazione, così forzato, così banale, non fa breccia da nessuna parte. Le due parti (pubblico-palco) dovrebbero essere in ampio disaccordo e magari intavolare un dialogo, ma quel niente se lo dicono lo stesso, recitando ambedue le parti una recita. I ragazzini fanno i ragazzini impegnati per un giorno all’insegna dei valori politici e culturali che sono quelli ereditati dai genitori, o dai nonni. Quelli sul palco fanno quelli in grado di rappresentare certi valori con la loro musica ma è solo semplice lavoro e promozione. Quelli sul palco li capisco, poverini, devono VENDERE. I ragazzini invece mi uccidono, li vedo inebetiti, fuori contesto. Che cazzo ci fanno alla festa dei genitori, se poi i genitori in primis sono quelli che li mettono in catene? Come quando uno si sposa in chiesa perché è più romantico ma non è cattolico e si rompe le palle a sentire l’omelia del prete. Cioè puoi sposarti in comune no?

Andare al concerto del primo maggio vuol dire anzitutto fare la comparsa per la Rai e già qui potrebbero aprirsi dei dibattiti. Perché? Chi me lo fa fare? La Rai degli ultimi 25 anni, quella delle epurazioni, de la Vita in Diretta e delle fiction imbarazzanti, quella per cui nessuno che va a vivere da solo di quelli che conosco paga il canone. E poi come dice il mio amico MR, questo veterocomunismo ha rotto i coglioni. Non se ne può più. Ma l’indignazione principale non è quella che mi desta il pubblico, lo spettacolo peggiore è sul palco. Levante che salta male, il comico che non fa ridere, Vergassola che fa imbarazzo, quel tipo romano che presenta con quel suo marcato accento romano altezzoso e menefreghista e il cambio d’abito per ogni pezzo, il palco girevole, i tempi morti, l’audio sempre inutile, i gruppi col flautino, la musica popolare, l’agghiacciante monologo di Gaber che io penso forse alle medie un ragazzino lo interpreterebbe meglio. Odio criticare la gente, odio fare quello che scrive commenti a presa di culo, ma non posso non provare fastidio per il primo maggio di Rai 1. Mi rompo proprio le palle, mi pare un teatrino svilente per tutti. Perchè ci sarà tra il pubblico chi ha veramente bisogno di messaggi e ci sarà sul palco chi vorrebbe lanciarne, ma c’è tutto un contesto intorno che rende qualsiasi tentativo impossibile. Ci troviamo davanti al focolare degli ideali, nel giorno della festa del lavoro, parliamo degli abusi, del passato, evochiamo in una seduta spiritica collettiva i fasti di un’epoca indeterminata, forse gli anni 70 (che era un’epoca di terrore) senza saperne niente, come se fosse meglio a prescindere perché c’erano tutti i miti del mondo vivi. Terrorismo, inflazione, il dilagare dell’eroina, gli anni Settanta in Italia me li immagino come un incubo totale.

Andare al concerto vuol dire fare la comparsa per la Rai, quella delle epurazioni, de la Vita in diretta e delle fiction inguardabili

E poi mandiamo sul palco Clementino… Clementino che per carità è bravo sa fare rima velocemente, ha il cappellino, è bellino, ma non serve a niente. La sua musica non dice niente, lui non ha idea di quello che dice, le sue rime sono tutte stereotipi e luoghi comuni, ha le stesse idee che può avere mia nonna ottantenne dopo 20 anni a informarsi solo con Studio Aperto. Gli manca solo la deriva paranormale/complottista sulle scie chimiche poi le ha tutte. E gli affiancano anche Rocco Hunt. Non l’ho nemmeno vista l’esisbizione di Rocco Hunt. Da quando ha fatto Sanremo lo hanno vestito bene e fatto dimagrire, lui quando lo sento parlare mi pare che non sappia dire una frase in più rispetto a “ringrazio il mister, la squadra e questo grande pubblico che è fantastico”. Io davvero non ce l’ho nemmeno con lui, ce l’ho solo col fatto che tutta questa sciatteria venga ambientata in diretta, nelle televisioni di mezza Italia, nei salotti di tutta Italia e che le persone che osservano, magari perché sono stanche o distratte o hanno abbassato un minimo la guardia quel giorno, si sentono anche minimamente divertite o vivono una sorta di inebrante euforia, si sentono nel giusto come fossero andati a messa o avessero fatto la marcia per la pace. Il tutto sintonizzandosi su Rai 1 e delegando a una caterva di addetti al settore il compito di celebrare il rito dell’impegno politico e civile per loro. Be’, non sono più gli anni Settanta, non ci sono più Gaber, De Gregori, Guccini, Jannacci, non ci sono più in Italia musicisti che possono essere minimante credibili come portatori di un messaggio culturale.

Vado a braccio e dico che il 98 per cento della musica italiana attuale è solo intrattenimento ed è oggettivamente brutto. Brutti gli arrangiamenti, brutti i ritornelli, brutti i testi, brutti gli artisti. Chi cazzo sono io per dirlo? Nessuno. Ma lo dico. E non lo so perché è tutto così scadente, forse è colpa dell’industria discografica che punta sull’intrattenimento, forse è per un vuoto culturale per cui è facile dire la tua senza però sapere niente su alcun argomento, forse è colpa dei social network, forse è una fase storica di incertezza. Al primo maggio dovevano stare tutti zitti, con gli amplificatori accesi e nessuno che suonava, senza ridere che non c’è un cazzo da ridere, senza quei balli brutti da vedere, senza quella musicaccia brutta da sentire, senza celebrare il rito collettivo del rock. Avete rotto il cazzo con il rock, con le corna, con il rap. È tutto sciommiottamento di altri. Quando a New York hanno cominciato a suonare tipi come gli Stooges, i Ramones, i Television, la città era un deserto. Il CBGB era un buco in un quartiere che non piaceva a nessuno, in tutta la grande NY suonavano solo cover band e gruppi jazz o country e il punk faceva schifo a tutti. Fu un caso che il proprietario del CBGB era un matto e dette le chiavi del locale alle band. New York l’hanno fatta Iggy Pop, Lou Reed, Warhol, Janis Joplin, Patti Smith, Dee Dee Ramone. E anche se la maggior parte di loro erano dei cazzoni l’hanno fatta contro il volere di tutti, nessuno voleva quei coglioni con i capelli rasati o il chiodo di pelle per strada perché facevano schifo, davano noia, irritavano tutti. Non compiacevano i genitori ex PCI o attuali PD, andando al concerto del primo maggio. Come i beat.  William Burroughs è stato più di vent’anni esule dagli Stati Uniti, non ce lo volevano perché era tossicodipendente. Lui racconta di un America chiusa, piena di pregiudizio, odio sociale e razziale. Lui ha vissuto esule tra tre continenti per decenni lontano da un Paese in cui se ci metteva piede lo arrestavano per aver spacciato piccole dosi. Questa gente ha spianato la strada a successive generazioni di ribelli che erano ribelli come un brufolo. Era tutto già liberato, tutto già partito, c’era solo da vestirsi da ribelle e atteggiarsi. Per questo i punk con la cresta hanno ammazzato il punk. Il punk erano solo dei ragazzini disadattati, come i Ramones che vivevano in casa coi genitori.

Nel giorno della festa del lavoro evochiamo i fasti degli anni 70 senza saperne niente. Terrorismo, inflazione, il dilagare dell’eroina, in Italia me li immagino come un incubo totale

E chi va al concerto del primo maggio e rompe i coglioni mascherando un pomeriggio passato a bere e cercare una tipa o fumare canne, come un gesto di impegno sociale collettivo, mi dà ai nervi. E ancora di più mi danno ai nervi i giornalisti che parlano del gesto politico di Piero Pelù. Ma leccatemi la fava. Piero Pelù lo sanno tutti che è fuori di testa… Ci avete mai parlato con Piero Pelù? È come parlare col cugino picchiatello. A me sta simpatico, piace. Ha detto quelle cose perché anche lui che cazzo vuoi che ne sappia, è li sul palco con MILIONI di persone ed avrà un’erezione che gli va dritta nel cervello, lì uno sragiona, chissà che potrei dire io se fossi Piero Pelù. Un giornalista che riprende la notizia come se fosse un caso diplomatico vuol dire che proprio non ha niente da scrivere, anzi peggio, che non sa nemmeno leggere la realtà per quello che è, che ha bisogno di creare questo stupore bigotto di fronte alla frase più reazionaria del mondo: quella dei luoghi comuni. E anche lì, giù paginate di editoriali contro Pelù o a favore di Pelù, pro Renzi o contro Renzi. A me mi (come si dice a casa mia) sembrate tutti fuori di testa. E lo spettacolo è brutto e la musica è brutta e questo ancora di più mi uccide e nessuno lo dice. Si fanno tutti i complimenti sul palco, sei un grande, sei il numero uno. Beh signori, il prodotto come lo chiama chi lavora nel settore… è proprio scadente. Non penso che sia un profeta e non vivo nel suo mito, ma penso che Manuel Agnelli abbia scritto una cosa giusta quando dice: «La mia generazione ha un trucco buono, critica tutti per non criticar nessuno e fa rivoluzioni che non fanno male così che poi non cambi mai, essere innocui insomma che sennò è volgare».

Il fatto è che l’anno prossimo ci sarà di nuovo il primo maggio e sarà sempre uguale e questo noi NON LO CAMBIEREMO. Ricordatevi che non cambierà nemmeno con la nostra indignazione. L’unica cosa che potrebbe dare un segno sarebbe fare il concerto senza audio, con dei muri di tre metri disseminati a caso tra il pubblico, dove uno non può entrare in contatto con quello accanto. Ecco se ci mettessero dei muri forse la gente vedrebbe l’invisibile. Quei muri già ci sono ma non li vedete. Non ci servono questi cantanti che fanno le faccette, che fanno le rimette, gli accordi in tonalità maggiore e i loro salti. Sembrate degli imitatori di altri imitatori su quel palco. E giù a ballare anche peggio. Se leggete questo sito non è per trovarci l’hipsterata da condividere sulle vostre bacheche né per sentirvi dire le frasette acide da blogger, se leggete questo sito è perché state cercando di dar voce a qualcosa di vero, ai dubbi, alla realtà. Il primo maggio lasciamoglielo fare a loro in quel modo, lasciamo che tutti vadano lì e si divertano. Trovate qualcuno di interessante accanto a voi e scopritelo, aprite le porte a tutti, lasciate entrare tutti, eliminate ciò che è fasullo, se volete recitare fate teatro. Cominciamo a vivere nella realtà.

Ray Banhoff

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