L’ultimo legame con l’adolescenza? Un cane. Nina. Che ti sradica e ti riporta a momenti felici e fidanzate storiche. Che ti pone l’interrogativo scomodo: sei forse un uomo, adesso?

Considerazioni di uno sconfitto/9
27 Nov 2017

Avevo scritto questa Considerazione quando è morta la mia Nina, poi non l’ho mai pubblicata. In sti giorni è morto pure Dottor Elio delle Nevi della mia amica Elisa, chiamato così perché era un trovatello e quindi una qualifica gli andava data e perché il giorno che arrivò a casa sua nevicava. Quelle poche parole che ci siamo scambiati mi hanno ricordato che sto pezzo giaceva qui. E allora proprio per lei, per Elio, per tutti i dolori del mondo tremendi e inutili sono andato a riesumarlo. Eccolo.

CONSIDERAZIONE DI UNO SCONFITTO 9

Si vince qualche volta, si perde sempre.

Si lasciano sempre dei pezzi per strada, ci resta sempre qualcosa indietro, come se la nostra condizione fosse quella di rincorrere, non di correre.

Non l’ho vista andare via, Nina. Come non ho visto andare via mia nonna Enza o mia nonna Sara.

Nina l’ho abbandonata molte volte.
E ora dico una cosa fastidiosa: io i cani ho imparato a odiarli, e tutti gli animali domestici pure. Non capisco come ci si possa sottomettere alle volontà e ai comandamenti di un uomo; a quest’uomo poi. E forse mi danno fastidio perché a darmi fastidio sono solo gli uomini, in fondo. Non capisco come possa esserci tale assoggettazione. Assoggettazione, si dice? Avete capito comunque. Eppure c’è qualcosa di salvifico nell’affezionarsi incondizionatamente, ha a che fare con la fede.

Più passano gli anni più i miei silenzi si prolungano. Passo ore in auto con sconosciuti e spero solo che nessuno mi rivolga parola. Se devo esprimere un sentimento che ho dentro preferisco scriverlo piuttosto che raccontarlo a voce. Sono capace di mentire a ritmi invidiabili, se devo sostenere una conversazione, ma la verità, amici miei, è indubbiamente in ciò che digito.

Il domani lo diamo per certo e tutto ci sembra eterno ma la verità è che la realtà è capace di deluderci continuamente

Era la fine degli anni Novanta. Avevo grandi ideali e l’umanità mi sentii di salvarla andando al canile di Montecatini. Tornai a casa con un meticcio anziano e solo, lo chiamai Vasco (originalità: zero), ma i miei genitori lo rifiutarono. Snoopy, il nostro barbocino, non ci sarebbe andato d’accordo.

Ci voleva una femmina.
Ci voleva appena nata.
Ci voleva Nina.

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Chiamata così perché avevo un poster in camera, di Nina Moric più o meno nuda, calendario di Max o GQ. Mio padre la vide e disse: va bene, lei la prendiamo, ma la chiamiamo Nina, come la Moric. Io l’avrei chiamata pure con un nome assurdo ma lì – per la prima volta – mio padre rese evidente una breccia, lo vidi uomo oltre che padre. E Nina fu, come Nina Moric.

Se penso a Nina, ora, di getto, penso alle mie ragazze.
Francesca, che l’adottò.
Debora, che la disegnò.

Poi sono andato a Milano, dove ho pure provato a tenerla ma abbaiava tutto il giorno mentre non c’ero, ed era insostenibile.
Poi ho avuto i figli, le settimane da pendolare.
E allora lei è rimasta con i miei.
Ed è qui che l’ho abbandonata.

Ho scelto la carriera, le opportunità, non so manco io cosa ho scelto. Mi sono allontanato e non me ne pento: così va la vita direbbe Vonnegut.

Se penso a Nina ora penso a mia nonna Sara. Andai a trovarla e le chiesi se potevo sdraiarmi accanto a lei. Mi addormentai nel suo letto. Se non l’avessi fatto me ne sarei pentito.
Penso a mia nonna Enza, morta improvvisamente dopo che mi aveva fatto un discorso definitivo: «Voi avete comprato casa, Ilaria è una donna e ha trovato l’uomo della sua vita, Elena sta crescendo bene e tu, tu ormai sei un uomo». Avevo 19 anni. Non ero un uomo allora, non so se lo sono adesso.

Ma Nina, a pensarci adesso, era davvero l’ultimo legame con la mia adolescenza. Andata via lei, è andato via, per sempre, il ragazzo che ero.

Ho scelto la carriera, le opportunità, non so manco io cosa ho scelto. Mi sono allontanato e non me ne pento: così va la vita direbbe Vonnegut

Se penso a Nina penso che l’ultima volta che l’ho vista è stata un sabato pomeriggio. L’ho chiamata, lei mi è venuta incontro e l’ho accarezzata. Quella carezza avrei potuta non dargliela. Ma sono sempre meglio una carezza, un bacio, un ti voglio bene in più. Perché il domani lo diamo per certo e tutto ci sembra eterno ma la verità è che la realtà è capace di deluderci continuamente.

Se penso a Nina, penso a momenti precisi, definiti, felici.

E penso che in questo chiacchiericcio da aperitivo, in questo vociare per farsi notare, in questo rumore di sottofondo in cui tutto si confonde, si mischia, perde di importanza e tutto annoia e niente stupisce, ora che Nina è volata via e io non l’ho vista, penso che so che si vince qualche volta, ma si perde, sempre.

@moreneria

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