John Fante è morto l’8 maggio del 1983. Lo celebriamo così, con la polvere del deserto tra le dita.

Chiedi a John Fante
8 Mag 2017

“Non è perché ho avuto una storia d’amore che ne faccio un romanzo. È immondo pensarlo. Non è solo mediocre, è immondo”. Questa cintolata la disse Deleuze in un’intervista di diversi anni fa. Mi sembrano parole condivisibili, eppure ho sempre nutrito un’ossessione balorda per i romanzi autobiografici, rischiando più volte di uscire dalle librerie con in mano delle opere non solo mediocri ma soprattutto immonde. Diciamo subito che finora mi è andata bene.
Non ho letto il recente lavoro autobiografico di Teresa Ciabatti, ma, prendendo spunto anche da Propizio è avere ove recarsi di Carrère, c’è chi si è posto almeno un paio di domande sulla questione scrittore (chi sono io che scrivo un romanzo/reportage autobiografico?) e vita personale (come e cosa raccontare della propria esistenza?). Quando penso alla mia ossessione balorda, sono altri titoli che mi vengono in mente; si tratta di romanzi più o meno autobiografici che hanno una componente di disagio economico, sociale e per certi aspetti culturale, il tutto come fosse un fardello inscindibile. Un disagio che oscilla tra povertà e miseria.

Nel reportage “Miseria della Cabilia”, Camus racconta l’indigenza di quella gente: uomini sfasciati dal lavoro nei campi, donne spremute dalle gravidanze, mendicanti parzialmente stremati e ragazzini impegnati a sottrarre la scodella ai cani. Questa è la miseria, dice Camus, la miseria che sottrae agli uomini le basi della vita di comunità; mentre nella povertà, secondo Lo straniero, è ancora possibile la generosità. Ed è per questo che auspicò un’integrazione di quella gente con i petits Blancs, i francesi poveri ma non indigenti. Una visione che fu criticata dalla sinistra francese, che accusò Camus di non saper cogliere la realtà sociale. Lui rispose alle critiche con un pezzo pubblicato su La Gauche dove ricordava ai critici-militanti-severi di essere nato in una famiglia povera, aggiungendo anche un commento caustico che si trascina fino ai giorni nostri in forme più o meno populiste: “La maggior parte di voi intellettuali comunisti non ha alcuna esperienza della condizione proletaria”. Sartre, nello scontro del ’52 che segnò la fine della loro amicizia, gli rispose: “Adesso non siete più povero, siete un borghese come me”; ma, di fatto, non poteva cancellare l’esperienza della povertà dalla biografia di Camus. Una povertà che per quest’ultimo è funzione della formazione individuale, capace di costruire una sensibilità e, come allude ne Il Primo uomo (altro romanzo a carattere autobiografico), di essere un aiuto per vivere e “vincere su ogni cosa”.


Albert Camus

Povertà e determinazione che nel testo semi-autobiografico di Knut Hamsun diventano Fame, il delirio solitario di un giovane scrittore inghiottito nella vita urbana, incessantemente accompagnato dalla sua antagonista: la fame, appunto, ma una fame che è anche fame di riuscire, di farcela.
E sulla scia di certi deliri strafatti, meritano attenzione anche quelli corrosivi del russo Venedikt Eroféev in Mosca sulla vodka, scrittore geniale ma bistrattato in patria, che in un viaggio lungo il nastro di Moebius della tratta Mosca-Petuškí, smuove il suo alter ego ubriaco in una satira contro tutto e tutti, con una sola costante oltre all’alcol: la fica. Un delirium tremens dove tutto viene tritato, compresi Togliatti, Lenin, Kant, i professori della Sorbona, i surrealisti e, tra gli altri, anche Sartre, di nuovo lui. Eroféev racconta di aver beccato in strada Louis Aragon e Elsa Triolet, “poi, naturalmente, appresi dalla stampa che quei due non erano affatto loro; a quanto pare erano invece Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, ma per me che differenza faceva?”. Un flusso dove tutto è bevibile, fino al cocktail definitivo e malato, il “Trippa di cane”, un mix di shampoo, soluzione antiforfora, deodorante per i piedi e antiparassitario.


Knut Hamsun

Scavando ancora più a fondo in certi terreni fangosi e autobiografici, anche Educazione di una canaglia di Edward Bunker (se avete visto Le Iene di Tarantino, è lui che interpreta il personaggio di Mr. Blue) rientra in questa idea di romanzo sociale autobiografico: è un testo inquietante e provocante anche e soprattutto perché autobiografico, capace di raccontare sia le prigioni della California, sia la vita senza possibilità di redenzione per le strade di Los Angeles. Quella stessa Los Angeles cassaintegrata e sconfitta dove sguazzano le storie semplici e sporche di Bukowski e, ancor prima, di John Fante.

Fu proprio grazie ad Arturo Bandini (l’alter ego di Fante) che Bukowski trovò la sua dimensione letteraria, come raccontò lui stesso: “Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un’altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso. Ero socio della biblioteca. Presi in prestito il libro e me lo portai in stanza, mi sdraiai sul letto e ripresi a leggerlo, ma prima ancora di finirlo capii che l’autore era riuscito a elaborare un suo stile particolare. Il libro era Chiedi alla polvere e l’autore era John Fante, che avrebbe esercitato un’influenza duratura su di me. […] Non molto tempo dopo averlo scoperto, mi misi a vivere con una donna. Beveva come una spugna, anche più di me, e assieme facevamo delle litigate feroci, durante le quali le gridavo: ‘Non chiamarmi figlio di puttana! Io sono Bandini, Arturo Bandini!’.


Charles Bukowski

Dell’intera saga Bandini, Chiedi alla polvere è di sicuro il romanzo autobiografico più riuscito, quello che è considerato il suo capolavoro, capace di condensare tre tematiche che si intersecano continuamente nell’io narrante in prima persona, sballottando il lettore in situazioni patetiche e grottesche con svisate liriche che, se a prima impressione appaiono ingenue e fuori registro, in realtà sono congeniali alla narrazione e al profilo psicologico del protagonista, provocando nel lettore commozione e sorrisi solidali con una manciata di parole.
Figlio di immigrati italiani, Arturo Bandini è un ventenne presuntuoso, irritabile, ma anche sensibile e autentico. Vive in una fatiscente camera in affitto (che spesso non riesce a pagare), ma gli basta immaginare il futuro che lo attende per non sentirsi sconfitto. Vuole diventare a tutti i costi uno scrittore, o meglio, vuole essere riconosciuto per quello che si sente di essere: un grande scrittore. Ma in fondo è solo un modo guascone per colmare l’insicurezza che lo corrode: sa di essere un immigrato italiano, un grease, e sa di non avere una storia d’amore da raccontare (Deleuze si sarebbe preoccupato dopo una decina di pagine). Si innamora di una cameriera di origini messicane orgogliosa e testarda quanto lo stesso Bandini, Camilla Lopez, ma il rapporto fra i due sarà assai tormentato, segnato da atteggiamenti ostili, incomprensioni e insulti; ad eccezione di alcuni istanti. Su tutte, forse la scena simbolo è quella che si svolge sulla spiaggia, dopo il bagno notturno nell’oceano, nudi e avvolti in una coperta, con Bandini stretto in quel desiderio paralizzante.


John Fante

Oltre al sopracitato Fame di Hamsun, in Chiedi alla polvere ci sono momenti che sembrano strappati da altri romanzi largamente autobiografici, come Martin Eden di Jack London (costruito anch’esso sul doppio asse della tensione letteraria e dell’urgenza dei sentimenti), e Of Human Bondage di William Somerset. Ma Fante ha riservato al suo eroe un linguaggio e un destino diverso, polvere del deserto. Nella prefazione che scrisse per la prima edizione (che rimase inedita fino al 1990), è lui stesso a spiegare il titolo con la voce di Arturo Bandini: “Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro”.

La potenza di Chiedi alla polvere è forse nel suo equilibrio sghembo: un contesto fatto di squallidi locali e stanze d’albergo invase dai topi, e quel monologo interiore che riesce ad andare avanti grazie anche al sostegno di un critico letterario di un certo peso (nella realtà era H. L. Mencken di American Mercury), con il quale condivide la passione per Nietzsche e un certo fastidio per gli intellettuali di sinistra, come testimonia questo stralcio della lettera che Fante scrisse a Mencken nel ’34: “Caro signor Mencken, in questi giorni mi fortifico con pesanti dosi di Nietzsche che, con tutti i suoi piccoli errori, è la migliore medicina al mondo […] Mi farò mettere contro il muro e sparare prima di sottoscrivere il marxismo da salotto di uno stupido gruppo di laureati di Harvard che – non avendo nulla dentro i loro cuori – devono inghiottire e difendere dei principi di cui non sanno nulla”.

Torna l’accusa camusiana anche in Fante, in questo strano legame che si è creato involontariamente: entrambi poveri, immigrati, coraggiosi, coerenti. E dato che non credo alle coincidenze, penso che la letteratura, oltre ai quesiti che ho citato all’inizio, possa servire ancora molto per leggere i nostri tempi e individuare i nostri sbagli. Basta pensare alla mancanza di una sana autocritica della sinistra italiana, succube di un gioco perverso sfociato in una legge da far west quantomeno grottesca, e alla relativa ondata, anch’essa ridicola ma reale, dei neofascismi.


John Fante

Per molti, John Fante è stato un uomo fortunato e sfortunato allo stesso tempo: ha creato il mito letterario dell’immigrato che ce la fa (vendicando Il Primo Dio del più sfortunato Emanuel Carnevali), e ha scritto un paio di capolavori; ma nel momento dell’oblio, ha dovuto scrivere sceneggiature hollywoodiane senza passione, solo per andare avanti (gli capitò di lavorare anche con Rodolfo Sonego). Con la sua tecnica meta-letteraria, è riuscito però a costruire un protagonista memorabile, un personaggio sfaccettato i cui tentativi di diventare scrittore diventano l’infrastruttura stessa della sua narrativa (specchio a loro volta delle fatiche del padre muratore): una scrittura autobiografica che cerca di smarcarsi dalla dialettica tra finzione e verità, capace di risolvere la propria ambiguità in un’auto-riflessione, e di dare sicurezza al suo autore anche grazie alla sua forza terapeutica. Tornando alla domanda: “chi sono io che scrivo il mio romanzo autobiografico?”, forse dovremmo dire, per usare il linguaggio di Deleuze e chiudere il cerchio, chi divento. E quel divenire percepirlo come il primo passo per evitare di scrivere romanzi non solo mediocri, ma soprattutto immondi.

John Fante è diventato uno degli scrittori americani più amati, anche dagli scrittori stessi. E forse l’aneddoto che segue rappresenta la sintesi conclusiva per comprendere non solo lo scrittore che ha scritto Chiedi alla polvere e La strada per Los Angeles, ma anche l’uomo Bandini, quello che ha scritto Full of lifeLa confraternita dell’Uva e dettato a sua moglie i suoi Sogni di Bunker Hill.
Aneddoto: nel 1980, Bukowski va a trovare John Fante al Motion Picture Hospital, una clinica per gente del mondo dello spettacolo. Entra nella sua stanza e dopo un po’ gli chiede: “Ehi John, che fine ha poi fatto la ragazza di Chiedi alla polvere?”.
Fante era ormai messo male, più di là che di qua.
“Quella puttana, alla fine era lesbica”.

@polpoincanna

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