Archivi del mese: dicembre 2018

Discorso di fine anno

Mio nonno è diventato un vecchio. L’ultima volta che l’ho visto sorridere è stato il giorno di Natale. Quel giorno sono andato a trovarlo con tutta la family. Ho suonato il citofono e per aprire il portone ci ha messo tre, quattro minuti buoni. Quando siamo arrivati al quinto piano non ci voleva far entrare. Ho avuto paura che non mi avesse riconosciuto, invece gli giravano i coglioni perché per aprirci si era dovuto alzare e camminare fino alla porta. Poi quando ha visto che c’erano pure Ginevra e i bambini ancora peggio: non voleva casini, non voleva disturbi. È tornato a sedersi lamentandosi. Però poi quando Virginia si è avvicinata per stringergli la mano e si è abbassata per dargli un bacio sulla fronte ha cominciato a ridere, a ridere e poi a piangere. Come fai, ho pensato, come fai ad accettare la vecchiaia quando sei lucido nella mente e degenerato nel corpo, come fai quando hai vissuto tutto quello che potevi vivere, hai viaggiato ovunque, ti sei permesso qualsiasi cosa, qualsiasi casa, auto, vacanza, tecnologia e adesso tutto quello che puoi fare è stare fermo, fermo cazzo, davanti alla tv, davanti a un cellulare, che rischi di cadere a ogni passo e manco te ne accorgi? Come fai? Quanto ti può far girare il cazzo una cosa così… Monicelli diceva: muoiono solo gli stronzi. Intendeva dire: nell’atto di morire chiunque diventa automaticamente uno stronzo, quindi quando muori sei stronzo per forza. Anche lui si è ribellato alla vecchiaia, buttandosi dalla finestra dell’ospedale. Un gesto grandioso, per me. Fanculo. Pure mia nonna si è ribellata alla vecchiaia. Non voglio rincoglionire, diceva. Non portatemi i fiori sulla tomba, diceva. Perché i fiori li voglio da viva. Ed è morta quando oggi non si va manco in pensione. Insieme giocavamo a carte. Scala 40 e Burraco. Mio nonno l’ha ripresa per anni, ha ripreso lei e tutta la mia famiglia. Io me lo ricorderò così, mio nonno: un colonnello del genio militare che appena aveva un momento riprendeva tutto e tutti, telecamera in spalla prima, piccola cinepresa poi. Avesse 40 anni oggi sarebbe un produttore compulsivo di stories. Tutte le VHS che ha prodotto dalla fine degli anni Sessanta a qualche anno fa le ha sempre conservate meticolosamente in una libreria, ognuna con la sua etichetta: vacanza a Copenaghen con Enza; estate 1983 e via così…. Adesso sono dentro una cassapanca insieme a migliaia di foto. Anni fa volevo mettere tutto quanto in digitale, le foto e soprattutto i VHS. Volevo pure farci un documentario, perché lì dentro c’è la storia di diverse generazioni, c’è la storia di una famiglia, c’è l’Italia.  Non l’ho fatto, non credo che lo farò. Sarà una delle cose che non farò mai. Una delle tante.

2019. Giorno uno. Ecco, partiamo dalle cose che non ho fatto.
Non ho tirato un calcio di rigore in una finale dei Mondiali.
Non ho mai cantato davanti a migliaia di persone e manco ho mai imparato a suonare la chitarra.
Non ho ancora pubblicato un romanzo.
Non ho ancora fatto prendere un aereo ai miei figli.
Non sono mai riuscito ad essere cosi costante mentalmente da avere gli addominali
Non ho mai lavorato seriamente per arrivare ad avere un format televisivo o radiofonico.
Gabriele Romagnoli un giorno mi chiamò a Roma per propormi di scrivere un romanzo su Valentino Rossi. Dissi di sì, che lo avrei fatto, solo perché davanti avevo lui. Ho sempre letto i suoi articoli, i suoi libri, l’ho sempre stimato. Ma quel romanzo non l’ho mai scritto. Ci ho provato ma non era cosa. È stata una delle grandi sòle che ho tirato in vita mia: sì sì, gli dicevo al telefono, adesso mi sblocco, lo sto scrivendo, e invece non usciva, non c’era, per mesi e mesi ho continuato col bluff. Quella volta che ci incontrammo Romagnoli, seduto ai tavolini di un bar, un bar aiutatemi a dire triste, ma triste, col caffè scadente e i camerieri col gilet consumato e i capelli unti, mi disse: “Io non credo a quelli che a un certo punto si lamentano: ah, se io fossi stato… Se io avessi avuto… No, alla fine quello che non hai fatto, non l’hai fatto. Alla fine dei giochi i conti tornano, sempre. E se altri hanno fatto delle cose che avresti voluto fare anche tu è perché sono stati più bravi. Punto”. Pensai che aveva ragione. Lo penso ancora di più oggi. Vedete, non potrò mai tirare un calcio di rigore in una finale mondiale. Non sono stato così bravo da arrivarci. Non suonerò mai davanti a migliaia di persone, perché… perché è così. Invece imparerò a suonare bene la chitarra, pubblicherò prima o poi un romanzo, e magari proprio su Valentino Rossi, farò prendere un aereo ai miei figli e lavorerò per non avere più un filo di pancia e per creare un fottutissimo format tv o radio. Possono succedere ancora un sacco di cose. Può succedere di tutto.

Me lo ha insegnato Francesco Cirignotta. Da un po’ di tempo non vado a farmi tagliare i capelli da lui, dalbarbiere più bravo al mondo secondo il Financial Times, mica secondo me. È come andare da uno psicologo, perché mentre lavora parla dei concetti assoluti dell’esistenza e ti cura pure l’anima, per questo è il più bravo. Una volta mi disse: “Moreno, io ero povero, abitavo in Sicilia, e tutta la vita ho cercato di allontanarmi da quella condizione. Sapevo cosa non volevo, e io dico sempre che sapere ciò che non vuoi è più importante di sapere ciò che vuoi perché se sai cosa non vuoi, tutto il resto appartiene al regno delle possibilità. La chiamo teoria dell’imbuto rovesciato”.

Foto Banhoff

Sorrentino ha scritto: non è la vecchiaia che mi preoccupa, è il deperimento. Mia nonna è stata seppellita in una tomba a Taranto, in uno di quei mausolei di famiglia. Niente fiori. L’unica volta che sono andato a trovarla le ho portato un mazzo di carte e le ho lasciate lì.
Ecco. Io non voglio smettere di giocare.
Io non voglio fermarmi,
non voglio smettere di sperimentare, di rischiare,
di cambiare strada.
Tutto il resto è possibile.
Il futuro non esiste. E manco il passato. Nella misura in cui il futuro lo costruiamo presente dopo presente, e questo presente non può e non deve essere condizionato dal passato. Quello che è successo nel passato deve anzi servirci da stimolo per migliorare, evolversi, per superarci.
Siamo anime tormentate che devono trovare il proprio filo su cui ballare. Cadendo, perché no, ché bisogna stare il più lontani possibile da chi non conosce né la vittoria e né la sconfitta. Cadendo, perché no, ché se vince la paura di cadere è ogni volta un po’ come morire. E a morire sono solo gli stronzi.

Augurio per il 2019: trovate quel filo e ballateci come pazzi, buon anno desperados

@moreneria

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Ai Disperati

Bar Degrado – foto Banhoff

Le cose migliori le scrivo sempre
il giorno dopo,
quando ho la testa vuota
i polmoni pronti a esplodere
e il magone nel petto,
quando tornano a trovarmi le scene della sera prima, scene di lotta
contro il degrado
contro il declino,
la buona creanza, la giusta distanza
le sane abitudini
un demone che bussa bussa
e ogni tanto zampilla,
quasi sempre zampilla,
fuori dagli occhi, fuori con la voce, fuori con la rabbia, su un divano blu, su capelli ricci, su abiti neri

È morto Pinketts ieri.
Correvo tra la gente davanti al bancone di un bar, lo dicevo a chiunque, ma nessuno sapeva chi fosse, nessuno poteva condividere con me un vago senso del dolore.
L’ho incontrato ubriaco in un bar mentre una laggiù squirtava
e Banhoff se ne andava
e Toni la fotografava
e io mi scansavo.
L’ho rivisto in un altro bar.
Con sé aveva una borsa e dentro la borsa un quaderno con tutti i ritagli dei giornali che parlavano di lui.
Così era messo.
Con un cappello, un sigaro, una mascella shiftata, una parlata zoppa, sbiascicata.
Non mi ha mai detto niente di interessante. Ha sempre bevuto per trovare qualcosa di interessante da dire.
E ha sempre bevuto tanto.
I suoi libri facevano cagare.
Così cagare
che lo volevamo intervistare
ma poi abbiamo cambiato idea.
Era un disperato come era disperata Milano una volta, un disperato come me, come noi, come chi sa che
la speranza non vale
e annaspa
mentre crede di nuotare

Bar Degrado – foto Banhoff

Siamo senza riferimenti.
Chi li trova guardando i riflessi
di un bicchiere,
in un sapore amaro, foglie di sigaro dimenticate tra i denti
e sbavate mentre le pupille
si incrociano; chi lavorando
lavorando lavorando
per non sentire il rimbombo
vuoto
della solitudine;
chi piangendo
perché teme il giudizio
o solo per conquistare
due braccia a caso,
un calore,
per sentirsi a casa

Io voglio avere a che fare
con chi ha fame
Con chi alle tre notte
non trova una strada
e lancia taralli in bocca alla gente
Chi non respira per lo spumante
che gli finisce nel naso
Chi è molesto
E fuori contesto

Vestitevi bene, voi
Mettetevi la camicia stirata
Le scarpe di camoscio
Fate i discorsi seri, voi
E andatevelo a prendere nel culo
Fate gli auguri alle persone giuste
Riempite i centri commerciali
O i corridoi della Feltrinelli
Ballate pure pessima musica
Ballate male pessima musica

Io vi ho sempre amati
anche se non siete come me
accendetevi come le luci di Natale
e brillate fino a esaurirvi
fino al cortocircuito
una voce flebile in fondo al buio
non la riconoscerete
perché è la verità
Io vi ho sempre amati
perché sarete come me,
disperati

William Paradoxal

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