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I genitori di dio

Qualche giorno fa ho letto un post su facebook di Francesco Farabegoli che mi ha portato a scrivere questa introduzione. Per chi non lo conoscesse, Francesco è il frontman di bastonate.com. Bastonate è il sito italiano di musica che ho apprezzato di più da quando esiste internet nella mia vita. Ho conosciuto virtualmente Francesco la prima volta nel 2009: grazie a Marina Pierri (che ringrazio ancora per aver letto un mio pezzo ed avermi selezionato, diciamo così) ero entrato a far parte della ciurma di vitaminic.it. In sintesi, si trattava di scrivere di musica, ma in modo “diverso”. Per intenderci, le classiche recensioni puntigliose assai pallose dovevano essere evitate come la peste. In meno di due anni, grazie a Vitaminic ho conosciuto alcune/i ragazze/i davvero brillanti. Tutta gente che insieme ad altri del giro Vice e Noisey leggo quando posso, soprattutto perché, come è normale che sia, non sono quasi mai completamente d’accordo con le loro tesi, diciamo così (ormai mi connetto poco, quando ho tempo da dedicare alla lettura mi butto sui libri che devo ancora aprire).
 
 A proposito di libri, grazie a un doppio carpiato neuronale, quel post di Francesco mi ha fatto venire in mente alcuni testi sulla musica del neurobiologo Jean-Pierre Changeux e diverse cose che hanno a che fare sia con Gadamer sia con quella che è stata definita “ermeneutica del sospetto”. (Se a qualcuno interessa, ne scriverò quando avrò un po’ di tempo per farlo). Il post di Francesco parlava degli ultimi dischi dei fratelli Gallagher e tra i commenti diceva (più o meno): “A pensarci bene i Pantera sono gli Oasis del metal”. La mia risposta a questo commento è stata volutamente una iperbole, perché boh… con Farabegoli mi viene subito da cazzeggiare, non posso farci niente.
Se dovessi rispondere seriamente, non credo che il paragone possa reggere, e il motivo per il quale ritengo i Pantera una delle migliori band degli ultimi cinquant’anni è racchiuso nel pezzo che trovate di seguito. Si tratta di un pezzo che in gran parte scrissi nel 2010 proprio per Vitaminic: è il cerchio che si chiude per aprirne un altro? Non so, forse sì. Il mio prof. di filosofia avrebbe detto: “Per la legge dell’eterno ritorno, anche oggi interrogo Piovino”. Il mio prof. di filosofia era un uomo davvero brutto ma, se non altro, era divertente.
Vitaminic non è più online da qualche anno, ma il motivo che mi ha spinto a ripubblicare questo pezzo è che oggi è l’otto dicembre: oltre ad essere il giorno della nascita di Jim Morrison, per la musica in generale è soprattutto il giorno di due omicidi assurdi. È il giorno in cui John Lennon (1980) e Dimebag Darrell (2004) furono uccisi con alcuni colpi di pistola da due fan impazziti.

31 luglio 1990. Sto attraversando la strada quando noto che una graziosa fanciulla alla guida di una Y10 ha un dito infilato nel naso. È disinvolta ma non volgare; sono tentato di farle l’occhiolino, ma sono troppo timido per fare il coglione. Lascio correre e abbasso lo sguardo sulle mie nike modello Back to the Future (le avevo comprate dopo aver visto una decina di volte il film: mi sembrava un atto dovuto). Dalle cuffiette sto ascoltando Speed King dei Deep Purple, ho tredici anni, è mattina, e in tasca ho un pacchetto di cartine a metraggio. Sto per entrare all’Underground (negozio di dischi) per accaparrarmi una copia di Cowboys from Hell. Da quel giorno il mio giudizio sul metal non è stato più lo stesso.

9 luglio 2010. Sul sito ufficiale della band leggo questa notizia: in occasione dei venti anni di Cowboys From Hell il 14 settembre verrà pubblicata una ristampa. L’album sarà disponibile in triplo cd sulla ultimate edition e sulla deluxe edition, e in due dischi sulla expanded edition. Tutte le edizioni includeranno l’album rimasterizzato e rare live performance. Le versioni ultimate e deluxe conterranno una demo mai pubblicata prima d’ora, e una traccia inedita intitolata The Will To Survive.
Ho pensato: tra due mesi ascolterò un nuovo brano dei Pantera… Si tratta di un’operazione commerciale, niente di che. Il brano inedito non sarà altro che un pezzo depennato dalla tracklist di CFH. Ma lì per lì mi sono emozionato come un bimbo che aspetta di ricevere in regalo la sua prima bicicletta.
Vent’anni. Sono trascorsi vent’anni da quel disco, e nel frattempo cosa è successo nella scena trash/groove metal? Escludendo i dischi successivi degli stessi Pantera (fino a quello che per me è il loro disco più interessante, The Great Southern Trendkill), la cazzutissima poliritmia dei Meshuggah, e il disturbo dissociativo di identità dei Metallica, non è successo granché (non amo particolarmente il suono degli Slayer, è quel tipo di trash che ai miei neuroni trasmette cattiveria e non potenza, però, con il loro intervento divino, rimangono intoccabili… e Rust in Peace dei Megadeath, pur essendo anch’esso del 1990, rispetto a Cowboys from Hell è grasso, pelato e indossa un pannolino per l’incontinenza… Gli Anthrax? Hanno invitato Darrell a suonare in ben tre dei loro dischi in studio: meglio lasciar stare).

Forse dovrei aggiungere che il primo disco dei Machine Head è un gran bel disco, e che Roots dei Sepultura, con la sua l’evoluzione tribale(?), è uno dei dischi metallari più ganzi di sempre. Ma nient’altro. È per questo che Primal Concrete Sledge, e la stessa title-track non dimostrano appieno i loro anni?

Quello che viene considerato come l’album di debutto dei Pantera fu pubblicato in un periodo particolare. Quattro anni prima NME aveva fatto uscire la famosa C86: quanti indie kids compravano dischi metal? Da circa un anno avevano debuttato anche i Nirvana, e We Die Young degli Alice in Chains girava spesso nelle radio più incazzate; è vero che We Die Young, essendo un pezzo hard-rock-quasi-metal (che risulta più pesante per via dell’accordatura drop-D), non faceva a schiaffi con il sound dei Pantera, ma spostava pur sempre l’attenzione sulla scena di Seattle. In sintesi, Cowboys from Hell segna un passaggio fondamentale per il mercato discografico metallaro. Negli anni seguenti, un giornalista della rivista Spin scrive per la prima volta il termine nu metal per recensire un live degli inutili Coal Chamber (fonti non confermate); e pur tralasciando questo aspetto prettamente terminologico che, per diversi motivi, non risolve le tante perplessità in merito a chi sia stata la prima band a suonare nu metal (Korn? Deftones? Public Enemy & Anthrax? Aerosmith & Run DMC? Faith No More?), è abbastanza evidente che in Adrenaline e nei tempi serrati dei primi Korn e Coal Chamber aleggia inesorabilmente il fantasma dei Pantera. Un fantasma in carne ed ossa.
Il suono di CFH, lo stile di Dimebag Darrell, e la composizione di alcuni brani (senza dubbio canzoni come Shattered, Heresy e Cemetery Gates risentono ancora delle influenze passate) rappresentano ancora oggi un punto di svolta per questo genere. Una cosa che non ho mai dimenticato è la recensione di Metal Shock: li definiva cloni dei Metallica. Troppo facile commentare oggi questo giudizio infelice. Meglio raccontare un episodio. Non ricordo con precisione a quale concerto (di sicuro eravamo a Bologna) ma ricordo bene cosa successe. Stavamo aspettando l’inizio del concerto. I defender erano tutti carichi duri. Birra, cannette, magliette terribili (poche cose al mondo sono grottesche come gli scheletri deformati dalle pance piene di birra, spero che le tecniche serigrafiche d’avanguardia non riescano mai a porre rimedio a questa situazione), e la musica selezionata per l’attesa rallegravano l’ambiente con un po’ di sana violenza. Ad un certo punto attacca il riff di Cowboys from Hell: delirio. Nessuno riesce a tenere ferma la testa, la maggior parte dei ragazzi si mette a pogare e c’è addirittura chi tenta un crowd surfing. È l’alcol è l’alcol, dicono i male informati. Non era l’alcol, era Cowboys from Hell.

I fratelloni texani sono riusciti sempre a far muovere il culo. E quando riesci in questo, in fondo hai già vinto. Come sosteneva Dizzy Gillespie: “Alla gente non importa se gli suoni un accordo di tredicesima fratturata, purché lo possa ballare”.
I Pantera, in questo, hanno avuto più cervello di tutti gli altri. Detto così sembra una cazzata, ma non lo è. La matrice blues di alcuni riff li rendeva accessibili anche a chi il metal proprio non piaceva. Attenzione, la mia non è una critica sul piano commerciale. Quello che voglio dire è che ho sempre sentito i Pantera più vicini all’hard rock che al trash-metal classico. Prendete una chitarra qualsiasi (preferibilmente accordata) e provate a suonare 5 Minutes Alone. Fatto? Bene (sto immaginando Muciaccia in versione metal…). Ora ripetete l’esperimento con I’m Broken. Potete constatare con le vostre orecchie che funziona, e io potrei andare avanti così ancora un bel po’, ma non mi sembra il caso. Aggiungo solamente che il riff di A New Level è talmente efficace e in un certo senso universale, che la Madonna del pop non ha resistito (non è proprio lei che suona, ovviamente).
Il fatto è che Darrell è cresciuto ascoltando autori come B.B. King, Robben Ford, Johnny Cash, Kenny Rogers, Billy Gibbons (il padre dei fratelli Abbott era il possessore di un importante studio di registrazione che ha ospitato moltissime registrazioni di chitarristi country e blues). Darrell li ha ascoltati, ne ha preso spunto per suonare, per comporre, per immaginare. Non voglio spaccare le palle dilungandomi con le influenze musicali (sarebbe opportuno parlare anche della sua idolatria per Ace Frehley dei Kiss che tanto ha segnato le prime produzioni, e soprattutto della sua ammirazione per Tony Iommi), ma secondo me questo del blues è un aspetto non secondario per capire le fondamenta dei Pantera. Il resto lo ha fatto il suono (più fresco e innovativo), e anche in questo caso il fatto di aver trascorso la prima giovinezza dentro uno studio di registrazione non è proprio irrilevante. L’esperto in questo settore pare sia il fratello batterista Vinnie Paul (anche se la produzione di Cowboys from Hell è opera di Terry Date). Non a caso la batteria, già ai tempi del loro disco di esordio, ha delle sonorità diverse rispetto a tutte le altre band di quegli anni, in particolare la cassa (i tom sono accordati quasi come timpani). E quando ascolti per la prima volta Cowboys From Hell ti rendi conto che proprio la timbrica di quella cassa, nell’incastro con i riff di chitarra doppiati dal basso, è semplicemente perfetta.

Sulla faccenda del suono rubato agli Exhorder mi limito a dire solo questo: ridicolo. Forse non è la parola esatta, ma è la prima che mi viene in mente. Basta ascoltare Slaughter in the Vatican e poi un brano qualsiasi di Cowboys from Hell. Ridicolo, nient’altro. Semmai, si può notare una pallida somiglianza con lo stile di Tommy Victor dei Prong, ma più come fonte di ispirazione che altro (stesso discorso per i riff “stoppati” di Page Hamilton).
Credo sia più importante ricordare il peso che hanno avuto sui Pantera dischi come Ride the Lightning (1984), Reign in Blood e Master of Puppets (entrambi del 1986), soprattutto per quanto riguarda il passaggio dal glam/heavy metal classico al trash metal, che ha permesso alla band di sviluppare una modernizzazione del genere, dando vita a quello che oggi viene definito groove metal (o post-trash, fate voi).
Fatta questa lunga e doverosa premessa, posso dire che l’ascolto dell’inedito The Will To Survive (pubblicato in anteprima il 30 agosto nella pagina Facebook del gruppo) è servito solo per avere una conferma di quanto immaginavo: si tratta di un pezzo più vicino a Power Metal che a Cowboys from Hell. Il brano (chitarra ritmica e linea vocale in primis) riporta il fenomeno Pantera indietro negli anni, e onestamente non aggiunge niente di nuovo sul piano musicale. È un’ulteriore testimonianza delle loro radici glam metal. E volendo usare parole difficili, si potrebbe dire che The Will To Survive è un invito a indossare lenti antropomorfiche e nietzschiane, per vedere le cose come stanno: “dai, siamo un po’ tutti umani, troppo umani”.

Nel caso non fosse ancora chiaro, questa ristampa celebrativa di Cowboys from Hell non era necessaria, e men che meno la sua rimasterizzazione (non era proprio la resa sonora uno dei suoi punti di forza?), ma in un certo senso accolgo favorevolmente l’iniziativa. Non voglio passare da ligio perbenista, però l’idea di richiamare l’attenzione su un disco importante per questo genere, mi sembra una buona scusa per non spalmare merda sulla triste abitudine delle case discografiche di strizzare anche i panni asciutti. Da sempre la morte di un artista produce soldi. È così, non c’è niente da fare. Ma per quanto possa essere miserevole, ognuno è libero di vivere la situazione come meglio desidera. Personalmente preferisco ricordare i Pantera al Gods of Metal del 1998; con tutto il rispetto per i Black Sabbath, furono loro i veri headliner: la gran parte dei metallari era lì per Anselmo e soci. Una recensione di quel concerto la feci via sms per un amico che non riuscì ad essere presente. Lui ancora se la ricorda: “I Pantera sono i genitori di dio.”

Confesso che in fondo non so perché ho scritto questo pezzo sul ventesimo compleanno di Cowboys from Hell. Forse perché custodisco con immenso piacere un plettro di Dimebag, preso ad un concerto a Milano due anni dopo il Gods. O forse perché quando l’otto dicembre duemilaquattro il mio amico Mazzetta mi telefonò sul cellulare (mentre stavo dormendo) per comunicarmi l’assurda scomparsa di Darrell, pensai “che scherzo del cazzo” e mi rimisi a dormire sognando una jam con lo stesso Darrell, Layne Thomas Staley, Charles Mingus e John Bonham. O semplicemente perché quando mi sono reso conto che Dimebag non c’era più non ho fatto niente di straordinario. O forse sì: ho pianto.

@doc

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