Archivi del mese: novembre 2017

Considerazioni di uno sconfitto /9

Avevo scritto questa Considerazione quando è morta la mia Nina, poi non l’ho mai pubblicata. In sti giorni è morto pure Dottor Elio delle Nevi della mia amica Elisa, chiamato così perché era un trovatello e quindi una qualifica gli andava data e perché il giorno che arrivò a casa sua nevicava. Quelle poche parole che ci siamo scambiati mi hanno ricordato che sto pezzo giaceva qui. E allora proprio per lei, per Elio, per tutti i dolori del mondo tremendi e inutili sono andato a riesumarlo. Eccolo.

CONSIDERAZIONE DI UNO SCONFITTO 9

Si vince qualche volta, si perde sempre.

Si lasciano sempre dei pezzi per strada, ci resta sempre qualcosa indietro, come se la nostra condizione fosse quella di rincorrere, non di correre.

Non l’ho vista andare via, Nina. Come non ho visto andare via mia nonna Enza o mia nonna Sara.

Nina l’ho abbandonata molte volte.
E ora dico una cosa fastidiosa: io i cani ho imparato a odiarli, e tutti gli animali domestici pure. Non capisco come ci si possa sottomettere alle volontà e ai comandamenti di un uomo; a quest’uomo poi. E forse mi danno fastidio perché a darmi fastidio sono solo gli uomini, in fondo. Non capisco come possa esserci tale assoggettazione. Assoggettazione, si dice? Avete capito comunque. Eppure c’è qualcosa di salvifico nell’affezionarsi incondizionatamente, ha a che fare con la fede.

Più passano gli anni più i miei silenzi si prolungano. Passo ore in auto con sconosciuti e spero solo che nessuno mi rivolga parola. Se devo esprimere un sentimento che ho dentro preferisco scriverlo piuttosto che raccontarlo a voce. Sono capace di mentire a ritmi invidiabili, se devo sostenere una conversazione, ma la verità, amici miei, è indubbiamente in ciò che digito.

Il domani lo diamo per certo e tutto ci sembra eterno ma la verità è che la realtà è capace di deluderci continuamente

Era la fine degli anni Novanta. Avevo grandi ideali e l’umanità mi sentii di salvarla andando al canile di Montecatini. Tornai a casa con un meticcio anziano e solo, lo chiamai Vasco (originalità: zero), ma i miei genitori lo rifiutarono. Snoopy, il nostro barbocino, non ci sarebbe andato d’accordo.

Ci voleva una femmina.
Ci voleva appena nata.
Ci voleva Nina.

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Chiamata così perché avevo un poster in camera, di Nina Moric più o meno nuda, calendario di Max o GQ. Mio padre la vide e disse: va bene, lei la prendiamo, ma la chiamiamo Nina, come la Moric. Io l’avrei chiamata pure con un nome assurdo ma lì – per la prima volta – mio padre rese evidente una breccia, lo vidi uomo oltre che padre. E Nina fu, come Nina Moric.

Se penso a Nina, ora, di getto, penso alle mie ragazze.
Francesca, che l’adottò.
Debora, che la disegnò.

Poi sono andato a Milano, dove ho pure provato a tenerla ma abbaiava tutto il giorno mentre non c’ero, ed era insostenibile.
Poi ho avuto i figli, le settimane da pendolare.
E allora lei è rimasta con i miei.
Ed è qui che l’ho abbandonata.

Ho scelto la carriera, le opportunità, non so manco io cosa ho scelto. Mi sono allontanato e non me ne pento: così va la vita direbbe Vonnegut.

Se penso a Nina ora penso a mia nonna Sara. Andai a trovarla e le chiesi se potevo sdraiarmi accanto a lei. Mi addormentai nel suo letto. Se non l’avessi fatto me ne sarei pentito.
Penso a mia nonna Enza, morta improvvisamente dopo che mi aveva fatto un discorso definitivo: «Voi avete comprato casa, Ilaria è una donna e ha trovato l’uomo della sua vita, Elena sta crescendo bene e tu, tu ormai sei un uomo». Avevo 19 anni. Non ero un uomo allora, non so se lo sono adesso.

Ma Nina, a pensarci adesso, era davvero l’ultimo legame con la mia adolescenza. Andata via lei, è andato via, per sempre, il ragazzo che ero.

Ho scelto la carriera, le opportunità, non so manco io cosa ho scelto. Mi sono allontanato e non me ne pento: così va la vita direbbe Vonnegut

Se penso a Nina penso che l’ultima volta che l’ho vista è stata un sabato pomeriggio. L’ho chiamata, lei mi è venuta incontro e l’ho accarezzata. Quella carezza avrei potuta non dargliela. Ma sono sempre meglio una carezza, un bacio, un ti voglio bene in più. Perché il domani lo diamo per certo e tutto ci sembra eterno ma la verità è che la realtà è capace di deluderci continuamente.

Se penso a Nina, penso a momenti precisi, definiti, felici.

E penso che in questo chiacchiericcio da aperitivo, in questo vociare per farsi notare, in questo rumore di sottofondo in cui tutto si confonde, si mischia, perde di importanza e tutto annoia e niente stupisce, ora che Nina è volata via e io non l’ho vista, penso che so che si vince qualche volta, ma si perde, sempre.

@moreneria

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L’abolizione degli animaletti

A questo indirizzo troverete delle ricette vegani per i vostri animali domestici Follia? Non fatevi obnubilare dal capitalismo: non è follia, è giustizia.

Così come noi stiamo uscendo dal ‘900, lentamente, faticosamente, anche i nostri amati animali devono superare la civiltà degli hamburger, del braccio di ferro, di Donald Trump. Grazie alla Pappapelosa alla soia granulare o agli osso-biscottini al seitan, i nostri amici potranno salvarsi dal crimine millenario che ci insanguina le mani. Se seguono la scia odorosa di uno stinco fumante a casa di un parente troglodita, se vomitano la paillard di zenzero, insomma, se rifiutano il progresso: puniteli. Molto rudemente. Per il loro bene. Non è detto che la visione ripetuta di Fast Food Nation o di qualche documentario sugli allevamenti di faraone sia sufficiente. In fondo, i cani abbaiono ai neri. Sono chauvinisti. E come si punisce uno chauvinista? A calci e sberle.

foto Banhoff

Per non parlare delle molestie. Chiunque abbia messo piede in un parchetto, è stato testimone degli orribili soprusi con cui i cani maschi tormentano le femmine. Quelle corrono, ma i bastardi non rispettano la loro volontà: le inseguono, a volte menano zampate e, una volta soggiogate, le penetrano con la lingua di fuori. Cioè, le stuprano. Soluzione: arrotolate un giornale e colpite i loro genitali. La castrazione chimica – in clinica, in privato – non spaventerebbe i loro simili, mentre quei guaiti di dolore, immediatamente dopo la copula (se non ora, quando?) saranno un efficace deterrente per i potenziali emulatori.

Se rifiutano il progresso: puniteli. Molto rudemente. Per il loro bene.

E non crediate che i gatti siano da meno. Avete mai sentito le urla infernali, la grottesca esibizione di machismo hollywoodiano, che sprigionano i gatti maschi in amore, per guadagnarsi il diritto di ingravidare le femmine? Di certo siamo al cospetto di una degenerazione maschilista e capitalista. In natura, i gatti miagolano tra di loro, si sfiorano le code, insomma, maschi e femmine insieme, in modo paritario, decidono a tavolino chi si accoppia con chi. Ma i nostri poveri gatti domestici, acciambellati da anni accanto a noi sul divano, sono stati traviati dalla tv americana e berlusconiana, e si sono abituati alla violenza machista e capitalista. Avete presente la tranquillità dei gatti egizi, la nobiltà ieratica dei gatti dei geroglifici? Così sarebbero i gatti. E alzi la mano chi di voi ha mai visto scannarsi dei gatti in Svezia? Sono civili, i gatti scandinavi. Soluzione: inverno rieducativo sui tetti di Stoccolma.

foto Banhoff

Concludiamo con i segnali positivi.

Un recente brevetto coreano permette la creazione di tonnetti semoventi fatti di segatura di baobab e transistor biodegradabili: il veganesimo per gli squali è a portata di mano. Un’equipe di ricercatori californiani sta concludendo con successo il programma di rieducazione di un branco di lupi in Alaska: il capo branco è stato rinchiuso in una gabbia di ghiaccio per il colpo di stato con cui instaurò la dittatura. Per sconfiggere la secolare tirannia maschilista che domina le greggi di capre, in Provenza due ricercatrici hanno creato un gregge in perfetta parità maschi/femmine, in modo che le capre scelgano consapevolmente, con la mente e col cuore, il proprio caprone. L’alta concentrazione di caproni ha provocato un numero crescente di scontri a cornate, un caprone è morto ma, visto il tipo, avrebbero molestato per tutta la vita la sua capretta. Quello sopravvissuto, ugualmente facinoroso, è stato comunque castrato. Vicino a Francoforte, un coraggioso etologo ha tagliato le piume della ruota ai suoi tre pavoni maschi, in modo che non possano più ingannare le femmine con quella che è l’archetipo di tutte le promesse impossibili da mantenere dei maschi, di tutte le bugie e le dichiarazioni dei primi incontri, quando è l’ormone che giura e spergiura. Ma la ruota è bella, dite voi? Siete obnubilati, sorelli e fratelle, è lo stesso miraggio che fa ritenere bello un sedere tondo, senza grasso in abbondanza e cellulite e smagliature e peli. In realtà, fa schifo. Eravamo ciechi, ora vediamo!

Mordeicani

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Venerdì nero

Dello sciopero dei lavoratori Amazon me ne frego.

Strano, per uno che si è appassionato al lavoro che fa, il giornalismo, proprio grazie alle battaglie dei facchini di Tnt, Gls, Ikea e di mille altre aziende di logistica (in realtà delle cooperative alle quali sono subappaltati) di cui Piacenza è da molti anni la capitale italiana. Mi hanno fatto diventare indifferente – anche se non è completamente vero, visto che sto scrivendo – i miei connazionali e il sistema che regola il mercato del lavoro in Italia. In particolare i sindacati, i cosiddetti confederali, Cgil, Cisl e Uil. Almeno quelli minori, come Cobas e Usb, hanno il merito di aver dato forma a un ammasso di stranieri che chiedevano solo qualche diritto.

Perché da un lato, quando a protestare erano solo neri e magrebini, definiti allora (come oggi) in modo spregiativo ‘negri’ e ‘arabi’, gli italiani che ricoprivano mansioni di coordinamento o leggermente più stabili e retribuite si lamentavano dei picchetti, cioè dei blocchi forzati dei magazzini. E il loro storcere il naso verso queste forme di protesta trovava un megafono attraverso i sindacati confederali. Quanti comunicati, quanto inchiostro versato, per demonizzare quelle proteste, quei cortei, quelle richieste sacrosante.

Mentre i ‘negri’ e gli ‘arabi’ si ritrovavano all’alba verso le 4-5 di mattina per bloccare i cancelli, gli italiani arrivavano con le loro auto verso le 8 o le 9 e non potendo entrare si imbestialivano: «Ma come si fa a protestare così? Ci faranno perdere il lavoro a tutti», oppure «perché non provano a picchettare in questo modo a casa loro. Voglio vedere cosa succede» dicevano, anche con espressioni molto più colorite. Certo, i vertici minacciavano di trasferire la produzione altrove. Tutte balle. L’unica sparita è Unieuro, fallita per i fatti suoi, e ci lavoravano per la maggior parte “colletti bianchi”. Che hanno manifestato, sì, quando ormai l’azienda aveva chiuso.

Poi, dopo che i più aziendalisti avevano inscenato battibecchi con i facchini senza nemmeno ascoltarne le ragioni ma necessari a mettersi in mostra verso i responsabili della ditta, ingranavano la retromarcia e borbottando tornavano nelle loro case a scrivere sui social peste e corna di questi «stranieri che vogliono far fallire le attività che ancora investono sul territorio».

E via, la politica a banchettare a destra e a sinistra con gli slogan sulla difesa del lavoro agli italiani.

Ho partecipato a tanti picchetti, i primi tempi in totale solitudine. I giornalisti non seguivano certi fatti. Li consideravano “cose da non esaltare”. Non c’erano italiani di mezzo. Non votavano. Non parlavano spesso neanche l’italiano e quindi non avrebbero comprato il giornale, visto la tv o letto i siti. Che senso aveva alzarsi alle 4 del mattino per documentare le loro proteste, che forse apparivano un po’ “maleducate”.

Quel che è rimasto sbagliato, finora, credo sia stato l’atteggiamento degli italiani. E di conseguenza degli altri sindacati e della politica.

Perché in Italia siamo stati abituati a scioperare il venerdì, così poi ci si può prendere il week end lungo. Ci si trova in corteo verso le 9-9.30 con comodo, si mette un po’ di musica “di sinistra”, poi ci si accoda al corteo che recita i soliti slogan da 40 anni, si arriva in piazza con bandiere e striscioni un po’ sgualciti e vari sindacalisti spiegano le linee programmatiche per cambiare il mondo, poi chiamano qualche operaio sul palco per rendere il tutto più empatico con la folla e alla fine ci si ritrova al bar a fare l’aperitivo, a discutere dei problemi del lavoro come se parlassimo di calcio. Finiva tutto lì. E infatti non cambiava niente.

I facchini stranieri hanno scompaginato logiche vecchie di 70 anni. Inizialmente non facevano la tessera di nessun sindacato. Usavano tecniche sconsiderate. Si sdraiavano sotto i camion per non farli partire. A volte anche con i bambini in braccio. Si accucciavano a terra con meno cinque sotto lo zero d’inverno davanti ai cancelli tutti abbracciati e resistevano alle manganellate della polizia a oltranza. Riuscivano a fermare una multinazionale solo con il loro corpo. Davide contro Golia. Un ingranaggio minuscolo che fa impiantare una macchina mastodontica.

I magazzini a Piacenza sono uno snodo centrale non solo per il nostro paese ma verso molti stati europei. E quindi per colpa di quattro ‘negri’ anche lo svedese non si vedeva recapitato il tavolino per la cucina o l’irlandese non poteva riporre i cd nel contenitore che avevano ordinato.

Quanto faceva godere pensare a certe immagini. Qualche decina di scalcinati in ciabatte, accampati con tende fatte di lenzuola che rompevano i coglioni a tutta Europa.

Bye bye compagni scioperanti del fine settimana.

Era una fase romantica, naturalmente destinata a non durare.

Le manganellate, tante, i fumogeni ad altezza uomo, le diffide, i licenziamenti, le denunce per disordini e blocco di attività commerciale e tante altre azioni di repressione, alla fine hanno aperto la strada ai sindacati di base. Difficile sopportare per mesi una pressione tale solo con la rabbia che hai in corpo, neanche un euro in tasca e a casa i figli da sfamare. In principio furono i Cobas. Prima di queste proteste a Piacenza avevano zero tessere. Zero. Ora sono alcune migliaia. Così come l’Usb, arrivato qualche tempo dopo e ora molto attivo e rappresentato. Erano perfetti per il tipo di lotta che si era insediata davanti ai magazzini. Non chiedevano di ammorbidire l’atteggiamento, anzi, lo esasperavano. Compattarono i ranghi, radunarono a ogni picchetto anche facchini provenienti da altre fabbriche, persino da fuori città, e gli diedero una dignità istituzionale.

Non erano dei santi. Sicuramente. Spesso e volentieri approfittarono dell’onda emotiva per attaccare marchi altisonanti solo perché faceva gioco alla causa. Ma vabbè, se doveva essere una guerra non ci si poteva aspettare solo colpi al viso. C’è stato anche un morto, investito da un camion che cercava di rompere il blocco. E infatti qualche diritto lo hanno conquistato. C’è ancora tanto da fare, però è meglio di niente. I “capi” della rivolta oggi sono tutti o quasi sindacalisti di Cobas e Usb, visto che con le tessere si sono potute aprire sezioni e quindi erogare stipendi o rimborsi. Un po’ si sono imborghesiti, ma certamente hanno rappresentato una speranza per migliaia di “schiavi”.

Quel che è rimasto sbagliato, finora, credo sia stato l’atteggiamento degli italiani. E di conseguenza degli altri sindacati e della politica. Anche successivamente hanno continuato a percepire questi lavoratori come «stranieri che si lamentano» e che «sono venuti qui per rubarci il lavoro e ora faranno chiudere le fabbriche». E quindi, sul sentimento dominante, i confederali e i politici hanno sguazzato per anni. Non capendo che alle multinazionali non fregava nulla se sei italiano o straniero, donna o uomo, gay o trans. Sono davvero democratiche nello sfruttamento. A loro interessano i numeri, i freddi dati che generano profitto e quando le persone non saranno più convenienti “assumeranno” robot, già pronti e testati. Chi avrà i soldi potrà continuare a ordinare da casa, tutti gli altri se la andranno a prendere nel culo. E’ una logica di mercato, non fa una piega.

E ora dovrei sentirmi vicino agli scioperanti di Amazon solo perché italiani? Perché iscritti ai sindacati?

Sarebbe stato della politica il compito di regolare il processo di cambiamento e ai sindacati vigilare affinché tutto si svolgesse nel rispetto dei lavoratori. Invece hanno fatto campagna elettorale (chi per il voto chi per il rinnovo delle tessere) basandosi sulla pancia dei cittadini e il risultato è questo: che i ‘negri’ sfruttati e costretti a scioperare il giorno del Black Friday siamo noi visi pallidi che però, rispetto ai facchini ‘colored’, se c’è freddo non ci sediamo a terra per bloccare la fabbrica.  Potrebbe venirci la febbre, poi chi la sente la moglie per andare a fare la spesa la domenica all’Auchan. Non ci sdraiamo sotto i camion per bloccare la produzione, anche perché sai, con lo stipendio che prendi, non puoi permetterti di sgualcire un paio di pantaloni nuovi. E non ci accampiamo davanti all’azienda, anche perché il mercoledì c’è la Champions e venerdì è iniziato Gomorra.

Le logiche, però, già in passato erano chiare. Anche per gli italiani. Io li ho visti in faccia quelli che sciopereranno ad Amazon. Tutte brave persone, che però hanno deciso di delegare la loro razionalità a istituzioni ormai marcite o compromesse e organi di controllo putrescenti. Amazon gli offriva 1000 euro al mese per lavorare e loro ne erano felici. Con la disoccupazione dilagante, sembrava un’ancora di salvezza. Poi, pensavano, avrebbero fatto carriera e dall’imballare i libri e gli spazzoloni del cesso sarebbero diventato il braccio destro di Jeff Bezos.

Sono gli stessi che prima criticavano i facchini stranieri perché bloccavano le aziende. Mentre loro avevano dei turni sicuri e dei simil contratti, i ‘negri’ venivano reclutati a chiamata, con buste paga taroccate e salari da fame. Erano convinti che a loro non sarebbe accaduto di arrivare così in basso. In realtà era solo questione di tempo. E forse di pudore. «Sì, guadagno 1000 euro e lavoro 7 giorni su 7, però mantengo la famiglia…e poi chissà, magari il prossimo anno passo a responsabile…».

Quando la schiena si è spezzata e le ginocchia non hanno più retto ai 10 chilometri da percorrere al giorno, qualcosa si è rotto anche dentro di loro.

Ma è sempre la solita storia in Italia. Ci si arriva troppo tardi. Mai che si riesca ad analizzare le ragioni di un fenomeno sociale senza che si inneschino meccanismi identitari. «Quello è dalla mia parte o da un’altra?» oppure «cazzo, ma è nero, musulmano, cinese, pure povero. Cosa ho a che spartire con lui? No, non mi interessa, per ora. Devo guardare su Instagram la winter collection di Gianluca Vacchi e Melissa Satta». E invece la protesta dei facchini stranieri di ieri era la battaglia dei facchini italiani di oggi. Dei lavoratori, in generale, di ogni settore. Anche nel giornalismo.

E ora dovrei sentirmi vicino agli scioperanti di Amazon solo perché italiani? Perché iscritti ai sindacati? «Mio fratello è figlio unico. Perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati malpagati e frustrati». Lo cantava Rino Gaetano nel 1976. Siamo nel 2017. Tutti abbiamo l’Iphone ma in pochi condizioni di lavoro accettabili.

Quelli che incroceranno le braccia, non tutti ma sicuramente la maggior parte, sono quelli che arrivavano alle 8 o alle 9 del mattino, storcevano il naso o battibeccavano perché i cancelli erano picchettati dagli ‘arabi’ e sulle loro auto se ne tornavano a casa a sparare sui social peste e corna contro quelli che «dovrebbero provare a protestare a casa loro».

Ora siete voi costretti a protestare a casa vostra.

Vediamo cosa succede.

Gianmarco Aimi

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The square

Ieri sera io e la mia ragazza abbiamo visto The Square al cinema dei portuali a Livorno. Non so come si chiama la sala, non me lo ricordo mai, ma i film da Palma d’Oro li fanno solo lì. Il cinema dei portuali sorge in un piazzone vuoto non frequentato dagli umani e adibito solo a parcheggio. Grandi palme  si insinuano a fatica tra cunicoli bunker che portano a degli uffici. Da lontano, quegli ingressi sembrano buchi di culo di topi, stenti a crederci, ma ci si può entrare e ci lavorano dentro degli esseri umani… Al centro del piazzone troneggia invincibile l’INPS, un edificio granitico dalle fattezze di grande castello del potere e dello stallo. La sensazione  che il suo incantesimo bloccante soggioghi tutto ciò che gli sta attorno la senti appena lo guardi. Ma la vita lotta per la vita. Così come il cinema dei portuali che resiste ai multisala e manda film d’essai.

All’entrata trovo millemila anziani smaniosi e in grande spolvero. Roba da foto anni ‘70. Quanta umanità! Vecchie con le retine in faccia, cappottini di pelle di peora blu riesumati dall’armadio, anelli d’oro (vero), grinze che calano sugli occhi fino quasi a chiuderli. Ancora la vita che resiste, che vuole godere fino all’ultimo. Il profumo di colonia stempera il forte odore di fritto di qualcuno appena uscito da una trattoria. Ah bene, come dicono qui, mi sento a mio agio in mezzo alla normalità. Io non ci potrei andare stasera in discoteca, con tutta quella gente in tiro, tutta quella adrenalina forzata, quella voglia di vincere..

Sono abituato ad andare solo ai cinema The Space, ormai preferibili per la loro atmosfera rassicurante da centro commerciale della visione, i pop corn all’americana e altre piccole comodità. Al vecchio cinemino dei portuali è tutto diverso. Ti devi conquistare tutto li, anche l’entrata, mica hai le poltroncine assegnate. Una volta dentro c’è pochissimo margine d’azione, qui non ci sono pubblicità o altre smancerie e chi prima arriva meglio alloggia, quindi mi trovo subito a brancolare inciampando nel buio pesto e il film che inizia senza pubblicità (al The Space ci sono sempre 20 minuti di spot). Dopo poco a sedere comincio a realizzare cosa c’è di strano in quello che sento: sono sulle poltroncine più scomode d’Europa, tipo sedie da ufficio. Secche come il culo secco di una mucca tibetana. Non ci sarà nemmeno l’intervallo.

Non sapevo di cosa parlasse il film e mi sono lasciato andare alla visione senza pregiudizi. Così come è dura stare seduti sulle poltroncine secche, è dura vedere The Square, perché è molto ironico si, ma al tempo stesso è lento come la morte. La gente comincia a stare scomoda, il film va avanti, dopo due ore senza pause metà sala dorme, alcuni smaniano, chi ride, chi svalvola. Come si fa ad uscire? Il cinema è tutto un sussulto. Il tema del film è una critica al mondo della cultura e al suo essere così autoreferenziale. Lo guardavo e mi venivano in mente anni passati ad ascoltare la gente che fa cultura nei piccoli comuni, gli eventi muffosi in provincia; le mostre brutte nei circoli Arci; i programmi angoscianti dei teatri; quel senso di imbarazzo e di morte provato mille volte in mezzo ai colti che si idolatrano tra di loro; quel senso di rompimento di palle che ispira anche solo leggere la parola cultura nelle email in arrivo; le mostre di artisti pacco; le iniziative; gli eventi; gli inserti culturali dei giornali; le facce da cazzimosci degli assessori con cui ho avuto a che fare; le mail (si dice e-mail); gli uffici stampa, la marea di stronzate che ho ascoltato negli ultimi due decenni sul tema dell’arte.

Al centro del museo in cui è ambientato il film c’è un’opera d’arte concettuale. Consiste in Un salone bianco, vuoto, con dei cumuli di pietre e un neon che dice: you have nothing. Classica cagata artisoide, ma l’opera è valutata milioni di euro. La scena madre per me del film è quando l’omino delle pulizie spazza via un po’ di pietre dell’opera non distinguendole dalla spazzatura. Caos totale, panico. I tipi del museo tutti in subbuglio perché c’è da chiamare l’assicurazione ma il protagonista, il direttore del museo ferma tutti: boni! ci penso io. Sono solo dei cumuli di pietre, li rimettiamo a posto e nessuno se ne accorge. Ma come? E l’opera concettuale? E i milioni che vale? ma che opera, sono un cumulo di sassi del cazzo.

Sembrano cagate di capra.

Ed è quello che sono. È la realizzazione della grande fuffa che rappresenta quell’opera d’arte, il museo e tutto ciò che gli sta attorno.

Stamani ho letto i commenti di alcuni che si intendono di cinema o che fanno capire di saperne più di te. A loro The Square non è piaciuto, così come La grande bellezza. È tutta gente che lavora nel mondo della cultura. The Square è grandioso. Andatelo a vedere e soffrite, voi colti. Ricordatevi che le cose non sono sempre comode e che a volte c’è da sforzarsi per capire il senso delle cose. E non fatevi mai consigliare un film da un esperto di cinema, di solito sono non ci capiscono niente.

Ray Banhoff

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D’altronde Arno


È morto Arno, questa estate.
Giusto il tempo di conoscerlo,
di farsi raccontare pezzi della sua vita
Lo porti un registratore, mi ha chiesto.
Sì ce l’ho nel telefono, gli ho risposto.
Bene, ha detto
Ma non l’ho mai acceso.

Mi ha aspettato con una bottiglia di vino,
ma fare fuori mezza di rosso alle due di notte non mi sembrava una scelta saggia.
Che poi, la saggezza.

Bisogna avere rispetto per i pazzi, santo iddio.
Nessuno è pazzo quando hai conosciuto un pazzo vero.
Bisogna meritarselo come titolo.
Arno ha provato a rapinare una villa arrivando via lago con una barchetta e un cane, poi dimenticato lì.
Arno voleva far scolpire al vento, sopperire al tormento
affacciandosi sul vuoto.
Come il piccolo balcone della sua casa.

Ci eravamo dati appuntamento in Marocco a Natale, e la mattina del giorno in cui è morto, quando mi sono svegliato, ho sentito la sua presenza, forte, ho pensato che in Marocco non c’ero mai stato. Mi sono convinto che prima di morire, un attimo prima, anche lui ha pensato: cazzo, non ci sarà mai un appuntamento in Marocco.

Una volta mi ha stretto il braccio, dicendomi: i bambini devono fare quello che vogliono
Un’altra mi ha rincorso sulle scale e mi ha detto: i bambini, esseri inutili
Un’altra mi ha raccontato di quando passò tre mesi a lavorare su una barca
Una sera mi ha raccontato di quando ha conosciuto sua moglie, trovata a 14 anni e baciata a 18, forse.
Perché non ascoltavo bene.
E non registravo.
Avevo freddo, avevo sonno,
e non volevo bere.
Ciao, vado a letto, gli ho detto.

Arno si ricordava i modelli delle auto, per lui le autostrade andavano chiuse e lasciate agli skater, agli artisti, ai liberi.

Che fine faranno tutte le sue sciarpe, mi sono chiesto. Erano belle, sai?

Il suo bracciale lo indosso quasi sempre, lo tolgo per dormire.
Ché il sonno non è per i folli, non è per gli inquieti, non è per chi non ha tempo.
Regalava tutto in quei giorni.
Parlava del passato.
Faceva i conti e io non lo sapevo.
Non mi porterà a vedere il parco di Not Vital sotto casa sua.
Pazienza.
È così.

D’altronde Arno, non credo in Dio, non credo in granché, mi sento irrimediabilmente solo.
Soprattutto quando mi hanno detto che eri andato.
Un pazzo in meno. Un pazzo vero.

D’altronde Arno, non c’è salvezza per chi urla e si dispera,
per chi muore per dispetto, per chi a un certo punto dà disdetta.
Non c’è salvezza per questa gente qui
e d’altronde
questa gente qui
manco se l’aspetta

@moreneria

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Spada vs. Piervincenzi

Spada vs. Piervincenzi – Thursday Nite WBC Vacant Title

Round 1 (00.00-00.15): Lo sfidante ex rugbista Piervincenzi parte bene, una serie di jab intellettivi infastidiscono Spada, che si copre male. Ci sono combinazioni di ganci e montanti che provano a scardinare la difesa di Spada, ma il Nostro ha spalle palle e collo possenti, che inibiscono i colpi di Piervincenzi. Si danza, sul quadrato!

Round 2 (00.18-00.26): Spada, messo alle corde, trova una via di fuga con un bruciante gancio, un contatto visivo intimidatorio e lì si vede l’inesperienza di Piervincenzi, che abbassa la guardia e ahinoi, lascia presagire che sarà un bagno di sangue. A spada “nglienefregancazzo”, attacca e basta,

Round 3 (00.28-00.53): Boom, headshot bitch! Spada tiene Piervincenzi alla distanza con un buon diretto e azzecca una craniata da antologia della streetfight. Nemmeno Kimbo Slice avrebbe resistito ad una poderosa testata come quella di Spada. Piervincenzi arretra e il match di nobile arte si trasforma in un incontro di Wrestling, dove si producono strane mazze nere. Spada si fa forte della sua caratura e attacca anche il coach-sparring partner di Piervincenzi, Edoardo Anselmi. Il pubblico è in visibilio. Sul tappeto del ring volano reggiseni viola.

Round 4 (1.00-1.23): TKO. Kappaò Tecnico, per il Piervincenzi. A Ostia viene incoronato il nuovo campione, Roberto Spada. Gli allibratori si sfregano le mani, per aver spolpato la mandria di saltimbanchi che pronosticava una vittoria del coraggioso pilone Piervincenzi.

Spada acquista un nuovo soprannome, coniatogli sulla misura di quello affibbiato al mitico Duran: Roberto “Cabeza de Piedra” Spada. Altro che Manos de Piedra!

Analisi tecnica del match

Una testata che non lascia scampo.

Zidane vs Materazzi a confronto è dilettantismo. Come paragonare la guerra in Vietnam con una scampagnata domenicale a Paintball. Roberto Spada, ma come cazzo fai a non farti uscire nemmeno un bernoccolo, un taglio, un arrossamento? E va bene che il naso è perlopiù cartilagine dunque non ti fai malissimo se meni un cartone sul setto, però oh: l’hai calcolata proprio bene. Notare come gli si chiuda la vena al secondo 0.25. Marziale. Arretra di qualche passo per avere una maggiore forza propulsiva, stringe le labbra e ZACCHETE!, perfetta craniata che trasforma la faccia di Daniele Piervincenzi, alias inviato di Nemo, in una marmellata di ciliegie.

Certo che Spada è proprio un brutto cliente. Plauso assoluto a Piervincenzi, che per quanto rugbista non credo si sia mai trovato in una situazione del genere. La mischia non vale la rissa. Adesso ha imparato due cose: che se vai a stuzzicare il pasticciotto in una pugilistica, devi quantomeno bardarti. O forse è meglio fare una telefonica.

Lorenzo Monfredi

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Giuseppe D’Ambrosio Angelillo

Quando l’ho visto per la prima volta sotto al colonnato della Mondadori in Duomo sono rimasto stregato. Non sapevo se fosse uscito da un fumetto di Crumb, da un libro di Bukowski, da un’assemblea studentesca del ’68. Così sono andato a presentarmi e siamo diventati amici. Non era difficile amare Giuseppe. Filosofo, poeta, padre dei Libri Acquaviva, editore e amico di Alda Merini, intellettuale, uno che bastava guardarlo negli occhi per capire quanto fosse vasto il suo animo. Uno così vero che pur di portare avanti il suo sogno ha affrontato un mondo della cultura che l’ha molto snobbato. Fino a settembre se ne stava nella sua piccola casa popolare con i suoi cinque bellissimi figli e la moglie, sommerso dai libri, circondato dal suo sogno. Proprio nei giorni in cui stavamo rimettendo mano a questo materiale del 2015 girato da Alberto Gottardo, abbiamo appreso che Giuseppe era in coma dopo una bruttissima emorragia cerebrale. Ci siamo messi a lavoro su questo post come per inseguirlo, per trattenerlo a noi, nella speranza che lo vedesse al risveglio. Ma il tempo è stato inderogabile e più veloce di noi. Mentre andiamo online saranno in corso i suoi funerali. È un giorno triste per Milano e per tutti noi perché se ne va Giuseppe. Tuttavia lui ancora vive nel suo lavoro, come tutti i veri grandi. Il suo lavoro è il suo messaggio, la sua visione. Andate a trovarlo e conoscerlo tra le sue pagine. Addio Giuse.

1. Chi sei te

2. Diciassette anni

3. Occhio Amico

4. Minchia Giuseppe

5. Perdenti in cielo

6. Scrivere blues

 

Video e foto: Alberto Gottardo
Intervista: Moreno Pisto
Musiche: Marcello Rossi
Consulenza e testi: Ray Banhoff
Supervisione: Marco Rosella

Libri Acquaviva, comprateli pure qui su Ebay, sono opere uniche, fatevi questo regalo e regalateli per Natale.

Soldato Rock, il blog di Giuseppe

WNR

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I soliti sospetti

Uh! Com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore. (Battiato)

Mamma mia se è difficile, soprattutto oggi. Tutti tuttologi, tutti con una opinione salda, tutti bisognosi di dichiararla al mondo appena ce l’hanno. Ma niente libri, tesi laboriose, documentari, di solito l’opinione si dichiara via status. Tempo di elaborazione di un pensiero: zero. Noi pure che scriviamo ci siamo spesso posti questo dilemma: ma ha senso parlare oggi? Ha senso dire la propria in pubblico? Perché sarebbe un segno di intelligenza spesso stare zitti o ascoltare. Il compromesso è che lo facciamo su un sito dove se uno ha voglia viene oppure no.

Da un mese a questa parte si parla solo di abusi. Finalmente. Bene. Forse la misura era colma, forse per troppi anni si è taciuto su tutto. Due millenni di donne e gay sottomessi e ora finalmente possono dire la loro, è una conquista, un orologio karmico ha segnato che il tempo era giunto. Ma ancora una volta mi pare non si centri il tema.

via gfycat

Netflix vuole far fuori Kevin Spacey dalla serie tv per delle accuse di molestie. Mi viene da dire solo: boh! Per ora c’è una sola denuncia ufficiale in Inghilterra, non c’è stato un processo, ci sono solo dichiarazioni delle varie parti e soprattutto: non ci sono state condanne. Spacey è innocente fino a prova contraria nel mondo reale ma in rete, sui social, è già condannato. la condanna è sui social  ma la sentenza si abbatte sulla realtà! Spacey è indicato come un mostro e tutti lo schifano, gli tolgono l’Emmy (che stronzata) lo emarginano, gli cercano una clinica per curarsi subito! SUBITO! Forse uccideranno il suo personaggio nella serie tv (perché gli americani che sono così umani sono ancora avvezzi a condannare a morte i colpevoli), lo sostituiranno con un altro, non faranno più la serie… Fa ridere. 

Netflix, fino al giorno prima dello scandalo, era super posizionata nel mondo della figaggine anche grazie al personaggio interpretato da Spacey. C’è da dire che Frank Underwood è l’incarnazione del male. Voi mi ribatterete: eh ma quello è un personaggio. Ok e quindi? C’è veramente tutta questa differenza? C’è oggi, nel nostro tempo, questa differenza tra realtà e finzione? L’anno scorso Fabio De Caro, l’attore che interpreta Malammore in Gomorra, è stato vessato pesantemente perché in una scena della seconda stagione (spoiler) uccideva una bambina. E lui li a giustificarsi, a spiegare che era solo un film, ma niente la gente lo insultava, lo minacciava di morte. Lui che faceva interviste, appelli, metteva online video di spiegazioni… tutto inutile.

Esiste di sicuro un confine tra realtà e personaggi, tra mondo reale e mondo digitale o mondo dei social ma è molto labile, specie in questi tempi dove grazie alle identità digitali non esiste più una verticalità. Siamo tutti nello stesso piano orizzontale, tutti vicini, tutti mischiati. Ma siamo veri o finti? Siamo quelli che diciamo di essere sul profilo Instagram o quelli che piangono al mattino in metro? Forse la proiezione di noi sui social è pure preferibile oggi a quella di noi nello specchio in camera, perché almeno lì ti puoi inventare delle stronzate da raccontarti e raccontare. Lì su Instagram o su Facebook è tutto cuori, like e lol, vite strafighe. In quale dei due piani siete davvero voi stessi? In quello dove accusate Spacey su Fb o in quello in cui non leggete nemmeno un giornale per documentarvi sui fatti?

L’unica verità e poi chiudo sul caso è che Netflix non vuole più Underwood/Spacey perché non saprebbe come gestire gli insulti su Facebook di milioni di persone poco e male informate che griderebbero giustizia in nome di chissà quali valori.  Netflix non vuole rogne e sputtanamenti e mette le mani avanti. Punto.

via Terry’s Diary

Stesso problema per Terry Richardson. Io che non conto un cazzo e non sono nessuno e vivo dall’altra parte del mondo ho sempre saputo che Richardson aveva rapporti sessuali con quasi tutte le ragazze che fotografava. Beh pare che quel pettegolezzo fosse vero. Del resto non era difficile da intuire, bastava aver sfogliato Terryworld, edito da Taschen e pubblicato in tutto il mondo in millemila edizioni in bella vista in tutte le vetrine delle librerie cool di Parigi, Milano o New York. Terry era già così importante come fotografo che non serviva nemmeno pronunciarne il cognome per sapere di chi si stava parlando e quel libro non ha che accresciuto la sua fama. Non solo. Per molti fotografi è diventato un faro nella notte, lo hanno imitato, non solo negli scatti, ma nello stile sessualmente esplicito.

Terry è andato avanti col suo stile oltraggioso e ha fotografato tutti. Ma tutti, addirittura Obama per un celebre servizio di GQ. Penso che lo staff del Presidente e Premio Nobel per la Pace sapesse chi fosse il fotografo e per cosa fosse famoso. Penso che se lo sapevo io che metteva la minchia in faccia alle modelle lo sapeva pure Obama, eppure non è che si è sottratto, perché era strafigo farsi fare le foto da Terry. Se eri sul suo blog eri una celebrità. Tutto questo fino al giorno in cui non esce una testimonianza di una di queste ragazze che racconta un episodio pesante e giustamente è scioccata. Anche lì nessun processo, nessun avvocato, ma una gogna di tweet e status sui social e Condé Nast taglia i rapporti con un fotografo con cui collabora da sempre proprio per il suo stile. Buffo! Fino al giorno prima lo coprivano d’oro per essere quel tipo di personaggio, per mettere la minchia in faccia alle modelle, poi dopo la gogna lo scaricano. Stessa storia di Netflix. Ognuno pensa a far si che non sia associabile in pubblico con qualcosa che gli rovina l’immagine. In Italia artisti e fotografi e persone normali hanno difeso Asia Argento contro Weinstein. Giusto, per carità ma si tratta ancora di opinioni. I fotografi che spesso usano lo stile di Terry, che sono suoi fan, su Terry non hanno detto una parola. Muti. E perché? Non avranno un’idea a riguardo? Certo che ce l’hanno ma guai a dirla. Così come con la Argento, guai a non difenderla. Eppure anche lì, non c’è una denuncia vera? Non sarebbe idoneo un processo? Il processo è solo su Facebook che è troppo simile alla realtà, che l’ha cambiata la realtà ed è come la realtà: pieno di ipocrisia. Perché si basa sulle stesse convenzioni sociali. Dico una cosa per cercare approvazione, soppeso quello che penso per non farmi nemici, voglio essere accettato da tutti e mi omologo, e via dicendo.

Non c’è più differenza tra io reale e io digitale, così come non ce n’è tra persona e personaggio. Frank Underwood è Kevin Spacey e guarda caso Kevin Spacey reale si rivela quasi identico a Frank Underwood. Ovvero è uno che esercita il proprio potere per prevalere sugli altri materialmente, sessualmente, gerarchicamente. Chissà come mai gli veniva tanto bene la parte? Siete ancora convinti che reale e finzione siano così netti? Su Facebook puoi dire che ami il Duce ma non puoi postare un nudo di Newton, su Facebook sono tutti giudici, uno ti può segnalare se posti un contenuto che non piace e vieni sospeso (ve la ricordate la psicopolizia di Orwell?). Boh fate come cazzo vi pare, ma come mai vi sentite tutti più puri e bene quando “staccate”, quando fate il digital detox, quando andate in campagna, in ritiro, in una spa? Quando non usate quella minchia di connessione internet e non cliccate invio su uno status.

Ray Banhoff

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Ceneri su Halloween

Foto di Weegee

La gente festeggia, la notte di Halloween
Fa la fila fuori dai locali vestita da regina africana, da cattiva sorte, da zombie di quinta categoria

Supero auto con uomini truccati, donne con lacrime tatuate, incrocio finestrini che lasciano intravedere l’esigenza di sentirsi meno soli, ragazze da calze nere al semaforo che attraversano la strada e ridono

Mio figlio vince il premio
E io lo guardo da un video su wapp, chissà cosa resterà
Se racconterà a un insegnante che non ci sono stato, che non ci sarò 

Le guerre comunque vada si perdono sempre, ci lasci sempre qualcosa lì sul campo.
E le domeniche dopo le guerre hanno aliti pesanti, sguardi sofferenti, donne incinta, cani morenti

Banhoff lo sento come una volta, da ieri, e a me manca Gió, mi manca il suo abbraccio, domani lo vado a trovare, ma quando posso io lui non c’è mai. Ho amici che non si muovono, hanno i loro posti, le loro abitudini, sono io che vado, rubo ed esco, sono io che arrivo, sto solo un po’ poi lascio.

Che ci vuoi fare, Eli, sono così da una vita perché la mia vita è stata così
Odio gli addii, i saluti, per questo li perpetuo, per questo abbondo di nostalgia 
Anche se la sto combattendo
Anche se la sto odiando

Ho un appunto sul telefono: domani cerca di scrivere qualcosa che faccia piangere. 

Mentre Giulia odia il padre
Eleonora piange per la figlia
e tutto ciò che non ritieni interessante merita attenzione

Non smetterò di fumare la sigaretta elettronica, anche se non respiro stanotte
Non smetterò di negare alle tue domande, perché ciò che nego mi dà più di quello che perdo a dirti la verità 
Non smetterò di rischiare il culo ogni volta che esco di qui, mi serve ad aprire i polmoni

Daniele mi ha regalato una password: cenerisulletette. E io me la immagino, la ballera da night, mentre le scuoto la sigaretta sulla scollatura prima di farla incazzare e vedere quella cenere disintegrarsi verso un divanetto, sullo sfondo un palo, un palco, una contorsionista pessima, e io che bevo e finisce che sfoco tutto 

Domani quando mi sveglio chiamo Gió. Poi scrivo il pezzo. Poi capisco se fa piangere. Poi se Giò c’è lo vado ad abbracciare e gli dico che mi è mancato ma che per fare quello che voglio fare ancora mi manca tanto

@moreneria

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