Archivi del mese: novembre 2017

The square

Ieri sera io e la mia ragazza abbiamo visto The Square al cinema dei portuali a Livorno. Non so come si chiama la sala, non me lo ricordo mai, ma i film da Palma d’Oro li fanno solo lì. Il cinema dei portuali sorge in un piazzone vuoto non frequentato dagli umani e adibito solo a parcheggio. Grandi palme  si insinuano a fatica tra cunicoli bunker che portano a degli uffici. Da lontano, quegli ingressi sembrano buchi di culo di topi, stenti a crederci, ma ci si può entrare e ci lavorano dentro degli esseri umani… Al centro del piazzone troneggia invincibile l’INPS, un edificio granitico dalle fattezze di grande castello del potere e dello stallo. La sensazione  che il suo incantesimo bloccante soggioghi tutto ciò che gli sta attorno la senti appena lo guardi. Ma la vita lotta per la vita. Così come il cinema dei portuali che resiste ai multisala e manda film d’essai.

All’entrata trovo millemila anziani smaniosi e in grande spolvero. Roba da foto anni ‘70. Quanta umanità! Vecchie con le retine in faccia, cappottini di pelle di peora blu riesumati dall’armadio, anelli d’oro (vero), grinze che calano sugli occhi fino quasi a chiuderli. Ancora la vita che resiste, che vuole godere fino all’ultimo. Il profumo di colonia stempera il forte odore di fritto di qualcuno appena uscito da una trattoria. Ah bene, come dicono qui, mi sento a mio agio in mezzo alla normalità. Io non ci potrei andare stasera in discoteca, con tutta quella gente in tiro, tutta quella adrenalina forzata, quella voglia di vincere..

Sono abituato ad andare solo ai cinema The Space, ormai preferibili per la loro atmosfera rassicurante da centro commerciale della visione, i pop corn all’americana e altre piccole comodità. Al vecchio cinemino dei portuali è tutto diverso. Ti devi conquistare tutto li, anche l’entrata, mica hai le poltroncine assegnate. Una volta dentro c’è pochissimo margine d’azione, qui non ci sono pubblicità o altre smancerie e chi prima arriva meglio alloggia, quindi mi trovo subito a brancolare inciampando nel buio pesto e il film che inizia senza pubblicità (al The Space ci sono sempre 20 minuti di spot). Dopo poco a sedere comincio a realizzare cosa c’è di strano in quello che sento: sono sulle poltroncine più scomode d’Europa, tipo sedie da ufficio. Secche come il culo secco di una mucca tibetana. Non ci sarà nemmeno l’intervallo.

Non sapevo di cosa parlasse il film e mi sono lasciato andare alla visione senza pregiudizi. Così come è dura stare seduti sulle poltroncine secche, è dura vedere The Square, perché è molto ironico si, ma al tempo stesso è lento come la morte. La gente comincia a stare scomoda, il film va avanti, dopo due ore senza pause metà sala dorme, alcuni smaniano, chi ride, chi svalvola. Come si fa ad uscire? Il cinema è tutto un sussulto. Il tema del film è una critica al mondo della cultura e al suo essere così autoreferenziale. Lo guardavo e mi venivano in mente anni passati ad ascoltare la gente che fa cultura nei piccoli comuni, gli eventi muffosi in provincia; le mostre brutte nei circoli Arci; i programmi angoscianti dei teatri; quel senso di imbarazzo e di morte provato mille volte in mezzo ai colti che si idolatrano tra di loro; quel senso di rompimento di palle che ispira anche solo leggere la parola cultura nelle email in arrivo; le mostre di artisti pacco; le iniziative; gli eventi; gli inserti culturali dei giornali; le facce da cazzimosci degli assessori con cui ho avuto a che fare; le mail (si dice e-mail); gli uffici stampa, la marea di stronzate che ho ascoltato negli ultimi due decenni sul tema dell’arte.

Al centro del museo in cui è ambientato il film c’è un’opera d’arte concettuale. Consiste in Un salone bianco, vuoto, con dei cumuli di pietre e un neon che dice: you have nothing. Classica cagata artisoide, ma l’opera è valutata milioni di euro. La scena madre per me del film è quando l’omino delle pulizie spazza via un po’ di pietre dell’opera non distinguendole dalla spazzatura. Caos totale, panico. I tipi del museo tutti in subbuglio perché c’è da chiamare l’assicurazione ma il protagonista, il direttore del museo ferma tutti: boni! ci penso io. Sono solo dei cumuli di pietre, li rimettiamo a posto e nessuno se ne accorge. Ma come? E l’opera concettuale? E i milioni che vale? ma che opera, sono un cumulo di sassi del cazzo.

Sembrano cagate di capra.

Ed è quello che sono. È la realizzazione della grande fuffa che rappresenta quell’opera d’arte, il museo e tutto ciò che gli sta attorno.

Stamani ho letto i commenti di alcuni che si intendono di cinema o che fanno capire di saperne più di te. A loro The Square non è piaciuto, così come La grande bellezza. È tutta gente che lavora nel mondo della cultura. The Square è grandioso. Andatelo a vedere e soffrite, voi colti. Ricordatevi che le cose non sono sempre comode e che a volte c’è da sforzarsi per capire il senso delle cose. E non fatevi mai consigliare un film da un esperto di cinema, di solito sono non ci capiscono niente.

Ray Banhoff

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D’altronde Arno


È morto Arno, questa estate.
Giusto il tempo di conoscerlo,
di farsi raccontare pezzi della sua vita
Lo porti un registratore, mi ha chiesto.
Sì ce l’ho nel telefono, gli ho risposto.
Bene, ha detto
Ma non l’ho mai acceso.

Mi ha aspettato con una bottiglia di vino,
ma fare fuori mezza di rosso alle due di notte non mi sembrava una scelta saggia.
Che poi, la saggezza.

Bisogna avere rispetto per i pazzi, santo iddio.
Nessuno è pazzo quando hai conosciuto un pazzo vero.
Bisogna meritarselo come titolo.
Arno ha provato a rapinare una villa arrivando via lago con una barchetta e un cane, poi dimenticato lì.
Arno voleva far scolpire al vento, sopperire al tormento
affacciandosi sul vuoto.
Come il piccolo balcone della sua casa.

Ci eravamo dati appuntamento in Marocco a Natale, e la mattina del giorno in cui è morto, quando mi sono svegliato, ho sentito la sua presenza, forte, ho pensato che in Marocco non c’ero mai stato. Mi sono convinto che prima di morire, un attimo prima, anche lui ha pensato: cazzo, non ci sarà mai un appuntamento in Marocco.

Una volta mi ha stretto il braccio, dicendomi: i bambini devono fare quello che vogliono
Un’altra mi ha rincorso sulle scale e mi ha detto: i bambini, esseri inutili
Un’altra mi ha raccontato di quando passò tre mesi a lavorare su una barca
Una sera mi ha raccontato di quando ha conosciuto sua moglie, trovata a 14 anni e baciata a 18, forse.
Perché non ascoltavo bene.
E non registravo.
Avevo freddo, avevo sonno,
e non volevo bere.
Ciao, vado a letto, gli ho detto.

Arno si ricordava i modelli delle auto, per lui le autostrade andavano chiuse e lasciate agli skater, agli artisti, ai liberi.

Che fine faranno tutte le sue sciarpe, mi sono chiesto. Erano belle, sai?

Il suo bracciale lo indosso quasi sempre, lo tolgo per dormire.
Ché il sonno non è per i folli, non è per gli inquieti, non è per chi non ha tempo.
Regalava tutto in quei giorni.
Parlava del passato.
Faceva i conti e io non lo sapevo.
Non mi porterà a vedere il parco di Not Vital sotto casa sua.
Pazienza.
È così.

D’altronde Arno, non credo in Dio, non credo in granché, mi sento irrimediabilmente solo.
Soprattutto quando mi hanno detto che eri andato.
Un pazzo in meno. Un pazzo vero.

D’altronde Arno, non c’è salvezza per chi urla e si dispera,
per chi muore per dispetto, per chi a un certo punto dà disdetta.
Non c’è salvezza per questa gente qui
e d’altronde
questa gente qui
manco se l’aspetta

@moreneria

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Spada vs. Piervincenzi

Spada vs. Piervincenzi – Thursday Nite WBC Vacant Title

Round 1 (00.00-00.15): Lo sfidante ex rugbista Piervincenzi parte bene, una serie di jab intellettivi infastidiscono Spada, che si copre male. Ci sono combinazioni di ganci e montanti che provano a scardinare la difesa di Spada, ma il Nostro ha spalle palle e collo possenti, che inibiscono i colpi di Piervincenzi. Si danza, sul quadrato!

Round 2 (00.18-00.26): Spada, messo alle corde, trova una via di fuga con un bruciante gancio, un contatto visivo intimidatorio e lì si vede l’inesperienza di Piervincenzi, che abbassa la guardia e ahinoi, lascia presagire che sarà un bagno di sangue. A spada “nglienefregancazzo”, attacca e basta,

Round 3 (00.28-00.53): Boom, headshot bitch! Spada tiene Piervincenzi alla distanza con un buon diretto e azzecca una craniata da antologia della streetfight. Nemmeno Kimbo Slice avrebbe resistito ad una poderosa testata come quella di Spada. Piervincenzi arretra e il match di nobile arte si trasforma in un incontro di Wrestling, dove si producono strane mazze nere. Spada si fa forte della sua caratura e attacca anche il coach-sparring partner di Piervincenzi, Edoardo Anselmi. Il pubblico è in visibilio. Sul tappeto del ring volano reggiseni viola.

Round 4 (1.00-1.23): TKO. Kappaò Tecnico, per il Piervincenzi. A Ostia viene incoronato il nuovo campione, Roberto Spada. Gli allibratori si sfregano le mani, per aver spolpato la mandria di saltimbanchi che pronosticava una vittoria del coraggioso pilone Piervincenzi.

Spada acquista un nuovo soprannome, coniatogli sulla misura di quello affibbiato al mitico Duran: Roberto “Cabeza de Piedra” Spada. Altro che Manos de Piedra!

Analisi tecnica del match

Una testata che non lascia scampo.

Zidane vs Materazzi a confronto è dilettantismo. Come paragonare la guerra in Vietnam con una scampagnata domenicale a Paintball. Roberto Spada, ma come cazzo fai a non farti uscire nemmeno un bernoccolo, un taglio, un arrossamento? E va bene che il naso è perlopiù cartilagine dunque non ti fai malissimo se meni un cartone sul setto, però oh: l’hai calcolata proprio bene. Notare come gli si chiuda la vena al secondo 0.25. Marziale. Arretra di qualche passo per avere una maggiore forza propulsiva, stringe le labbra e ZACCHETE!, perfetta craniata che trasforma la faccia di Daniele Piervincenzi, alias inviato di Nemo, in una marmellata di ciliegie.

Certo che Spada è proprio un brutto cliente. Plauso assoluto a Piervincenzi, che per quanto rugbista non credo si sia mai trovato in una situazione del genere. La mischia non vale la rissa. Adesso ha imparato due cose: che se vai a stuzzicare il pasticciotto in una pugilistica, devi quantomeno bardarti. O forse è meglio fare una telefonica.

Lorenzo Monfredi

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Giuseppe D’Ambrosio Angelillo

Quando l’ho visto per la prima volta sotto al colonnato della Mondadori in Duomo sono rimasto stregato. Non sapevo se fosse uscito da un fumetto di Crumb, da un libro di Bukowski, da un’assemblea studentesca del ’68. Così sono andato a presentarmi e siamo diventati amici. Non era difficile amare Giuseppe. Filosofo, poeta, padre dei Libri Acquaviva, editore e amico di Alda Merini, intellettuale, uno che bastava guardarlo negli occhi per capire quanto fosse vasto il suo animo. Uno così vero che pur di portare avanti il suo sogno ha affrontato un mondo della cultura che l’ha molto snobbato. Fino a settembre se ne stava nella sua piccola casa popolare con i suoi cinque bellissimi figli e la moglie, sommerso dai libri, circondato dal suo sogno. Proprio nei giorni in cui stavamo rimettendo mano a questo materiale del 2015 girato da Alberto Gottardo, abbiamo appreso che Giuseppe era in coma dopo una bruttissima emorragia cerebrale. Ci siamo messi a lavoro su questo post come per inseguirlo, per trattenerlo a noi, nella speranza che lo vedesse al risveglio. Ma il tempo è stato inderogabile e più veloce di noi. Mentre andiamo online saranno in corso i suoi funerali. È un giorno triste per Milano e per tutti noi perché se ne va Giuseppe. Tuttavia lui ancora vive nel suo lavoro, come tutti i veri grandi. Il suo lavoro è il suo messaggio, la sua visione. Andate a trovarlo e conoscerlo tra le sue pagine. Addio Giuse.

1. Chi sei te

2. Diciassette anni

3. Occhio Amico

4. Minchia Giuseppe

5. Perdenti in cielo

6. Scrivere blues

 

Video e foto: Alberto Gottardo
Intervista: Moreno Pisto
Musiche: Marcello Rossi
Consulenza e testi: Ray Banhoff
Supervisione: Marco Rosella

Libri Acquaviva, comprateli pure qui su Ebay, sono opere uniche, fatevi questo regalo e regalateli per Natale.

Soldato Rock, il blog di Giuseppe

WNR

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I soliti sospetti

Uh! Com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore. (Battiato)

Mamma mia se è difficile, soprattutto oggi. Tutti tuttologi, tutti con una opinione salda, tutti bisognosi di dichiararla al mondo appena ce l’hanno. Ma niente libri, tesi laboriose, documentari, di solito l’opinione si dichiara via status. Tempo di elaborazione di un pensiero: zero. Noi pure che scriviamo ci siamo spesso posti questo dilemma: ma ha senso parlare oggi? Ha senso dire la propria in pubblico? Perché sarebbe un segno di intelligenza spesso stare zitti o ascoltare. Il compromesso è che lo facciamo su un sito dove se uno ha voglia viene oppure no.

Da un mese a questa parte si parla solo di abusi. Finalmente. Bene. Forse la misura era colma, forse per troppi anni si è taciuto su tutto. Due millenni di donne e gay sottomessi e ora finalmente possono dire la loro, è una conquista, un orologio karmico ha segnato che il tempo era giunto. Ma ancora una volta mi pare non si centri il tema.

via gfycat

Netflix vuole far fuori Kevin Spacey dalla serie tv per delle accuse di molestie. Mi viene da dire solo: boh! Per ora c’è una sola denuncia ufficiale in Inghilterra, non c’è stato un processo, ci sono solo dichiarazioni delle varie parti e soprattutto: non ci sono state condanne. Spacey è innocente fino a prova contraria nel mondo reale ma in rete, sui social, è già condannato. la condanna è sui social  ma la sentenza si abbatte sulla realtà! Spacey è indicato come un mostro e tutti lo schifano, gli tolgono l’Emmy (che stronzata) lo emarginano, gli cercano una clinica per curarsi subito! SUBITO! Forse uccideranno il suo personaggio nella serie tv (perché gli americani che sono così umani sono ancora avvezzi a condannare a morte i colpevoli), lo sostituiranno con un altro, non faranno più la serie… Fa ridere. 

Netflix, fino al giorno prima dello scandalo, era super posizionata nel mondo della figaggine anche grazie al personaggio interpretato da Spacey. C’è da dire che Frank Underwood è l’incarnazione del male. Voi mi ribatterete: eh ma quello è un personaggio. Ok e quindi? C’è veramente tutta questa differenza? C’è oggi, nel nostro tempo, questa differenza tra realtà e finzione? L’anno scorso Fabio De Caro, l’attore che interpreta Malammore in Gomorra, è stato vessato pesantemente perché in una scena della seconda stagione (spoiler) uccideva una bambina. E lui li a giustificarsi, a spiegare che era solo un film, ma niente la gente lo insultava, lo minacciava di morte. Lui che faceva interviste, appelli, metteva online video di spiegazioni… tutto inutile.

Esiste di sicuro un confine tra realtà e personaggi, tra mondo reale e mondo digitale o mondo dei social ma è molto labile, specie in questi tempi dove grazie alle identità digitali non esiste più una verticalità. Siamo tutti nello stesso piano orizzontale, tutti vicini, tutti mischiati. Ma siamo veri o finti? Siamo quelli che diciamo di essere sul profilo Instagram o quelli che piangono al mattino in metro? Forse la proiezione di noi sui social è pure preferibile oggi a quella di noi nello specchio in camera, perché almeno lì ti puoi inventare delle stronzate da raccontarti e raccontare. Lì su Instagram o su Facebook è tutto cuori, like e lol, vite strafighe. In quale dei due piani siete davvero voi stessi? In quello dove accusate Spacey su Fb o in quello in cui non leggete nemmeno un giornale per documentarvi sui fatti?

L’unica verità e poi chiudo sul caso è che Netflix non vuole più Underwood/Spacey perché non saprebbe come gestire gli insulti su Facebook di milioni di persone poco e male informate che griderebbero giustizia in nome di chissà quali valori.  Netflix non vuole rogne e sputtanamenti e mette le mani avanti. Punto.

via Terry’s Diary

Stesso problema per Terry Richardson. Io che non conto un cazzo e non sono nessuno e vivo dall’altra parte del mondo ho sempre saputo che Richardson aveva rapporti sessuali con quasi tutte le ragazze che fotografava. Beh pare che quel pettegolezzo fosse vero. Del resto non era difficile da intuire, bastava aver sfogliato Terryworld, edito da Taschen e pubblicato in tutto il mondo in millemila edizioni in bella vista in tutte le vetrine delle librerie cool di Parigi, Milano o New York. Terry era già così importante come fotografo che non serviva nemmeno pronunciarne il cognome per sapere di chi si stava parlando e quel libro non ha che accresciuto la sua fama. Non solo. Per molti fotografi è diventato un faro nella notte, lo hanno imitato, non solo negli scatti, ma nello stile sessualmente esplicito.

Terry è andato avanti col suo stile oltraggioso e ha fotografato tutti. Ma tutti, addirittura Obama per un celebre servizio di GQ. Penso che lo staff del Presidente e Premio Nobel per la Pace sapesse chi fosse il fotografo e per cosa fosse famoso. Penso che se lo sapevo io che metteva la minchia in faccia alle modelle lo sapeva pure Obama, eppure non è che si è sottratto, perché era strafigo farsi fare le foto da Terry. Se eri sul suo blog eri una celebrità. Tutto questo fino al giorno in cui non esce una testimonianza di una di queste ragazze che racconta un episodio pesante e giustamente è scioccata. Anche lì nessun processo, nessun avvocato, ma una gogna di tweet e status sui social e Condé Nast taglia i rapporti con un fotografo con cui collabora da sempre proprio per il suo stile. Buffo! Fino al giorno prima lo coprivano d’oro per essere quel tipo di personaggio, per mettere la minchia in faccia alle modelle, poi dopo la gogna lo scaricano. Stessa storia di Netflix. Ognuno pensa a far si che non sia associabile in pubblico con qualcosa che gli rovina l’immagine. In Italia artisti e fotografi e persone normali hanno difeso Asia Argento contro Weinstein. Giusto, per carità ma si tratta ancora di opinioni. I fotografi che spesso usano lo stile di Terry, che sono suoi fan, su Terry non hanno detto una parola. Muti. E perché? Non avranno un’idea a riguardo? Certo che ce l’hanno ma guai a dirla. Così come con la Argento, guai a non difenderla. Eppure anche lì, non c’è una denuncia vera? Non sarebbe idoneo un processo? Il processo è solo su Facebook che è troppo simile alla realtà, che l’ha cambiata la realtà ed è come la realtà: pieno di ipocrisia. Perché si basa sulle stesse convenzioni sociali. Dico una cosa per cercare approvazione, soppeso quello che penso per non farmi nemici, voglio essere accettato da tutti e mi omologo, e via dicendo.

Non c’è più differenza tra io reale e io digitale, così come non ce n’è tra persona e personaggio. Frank Underwood è Kevin Spacey e guarda caso Kevin Spacey reale si rivela quasi identico a Frank Underwood. Ovvero è uno che esercita il proprio potere per prevalere sugli altri materialmente, sessualmente, gerarchicamente. Chissà come mai gli veniva tanto bene la parte? Siete ancora convinti che reale e finzione siano così netti? Su Facebook puoi dire che ami il Duce ma non puoi postare un nudo di Newton, su Facebook sono tutti giudici, uno ti può segnalare se posti un contenuto che non piace e vieni sospeso (ve la ricordate la psicopolizia di Orwell?). Boh fate come cazzo vi pare, ma come mai vi sentite tutti più puri e bene quando “staccate”, quando fate il digital detox, quando andate in campagna, in ritiro, in una spa? Quando non usate quella minchia di connessione internet e non cliccate invio su uno status.

Ray Banhoff

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Ceneri su Halloween

Foto di Weegee

La gente festeggia, la notte di Halloween
Fa la fila fuori dai locali vestita da regina africana, da cattiva sorte, da zombie di quinta categoria

Supero auto con uomini truccati, donne con lacrime tatuate, incrocio finestrini che lasciano intravedere l’esigenza di sentirsi meno soli, ragazze da calze nere al semaforo che attraversano la strada e ridono

Mio figlio vince il premio
E io lo guardo da un video su wapp, chissà cosa resterà
Se racconterà a un insegnante che non ci sono stato, che non ci sarò 

Le guerre comunque vada si perdono sempre, ci lasci sempre qualcosa lì sul campo.
E le domeniche dopo le guerre hanno aliti pesanti, sguardi sofferenti, donne incinta, cani morenti

Banhoff lo sento come una volta, da ieri, e a me manca Gió, mi manca il suo abbraccio, domani lo vado a trovare, ma quando posso io lui non c’è mai. Ho amici che non si muovono, hanno i loro posti, le loro abitudini, sono io che vado, rubo ed esco, sono io che arrivo, sto solo un po’ poi lascio.

Che ci vuoi fare, Eli, sono così da una vita perché la mia vita è stata così
Odio gli addii, i saluti, per questo li perpetuo, per questo abbondo di nostalgia 
Anche se la sto combattendo
Anche se la sto odiando

Ho un appunto sul telefono: domani cerca di scrivere qualcosa che faccia piangere. 

Mentre Giulia odia il padre
Eleonora piange per la figlia
e tutto ciò che non ritieni interessante merita attenzione

Non smetterò di fumare la sigaretta elettronica, anche se non respiro stanotte
Non smetterò di negare alle tue domande, perché ciò che nego mi dà più di quello che perdo a dirti la verità 
Non smetterò di rischiare il culo ogni volta che esco di qui, mi serve ad aprire i polmoni

Daniele mi ha regalato una password: cenerisulletette. E io me la immagino, la ballera da night, mentre le scuoto la sigaretta sulla scollatura prima di farla incazzare e vedere quella cenere disintegrarsi verso un divanetto, sullo sfondo un palo, un palco, una contorsionista pessima, e io che bevo e finisce che sfoco tutto 

Domani quando mi sveglio chiamo Gió. Poi scrivo il pezzo. Poi capisco se fa piangere. Poi se Giò c’è lo vado ad abbracciare e gli dico che mi è mancato ma che per fare quello che voglio fare ancora mi manca tanto

@moreneria

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