Archivi del mese: luglio 2017

L’intelligenza del maschio

La prima volta che ho visto Tommaso era il 17 marzo di quest’anno. Lo scrivo con certezza perché ho riletto una mail che mi aveva inoltrato Banhoff, dove c’era la locandina di Tommaso in allegato e un commento scritto da Cesare, l’amico di Banhoff che gliel’aveva inviata il giorno prima; il commento – che mi aveva convinto a vedere il film la sera stessa – era questo: “Siamo tutti dei criceti del cazzo”.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Immagino che qualcuno abbia già letto recensioni sul film. Quelle che ho letto io fanno tutte cagare. Parlano di un film non troppo riuscito senza spiegarne il perché (ma fino a qui sticazzi), e non mancano di accostare Kim Rossi Stuart, da adesso in poi KRS, a Nanni Moretti, da adesso in poi NanniMoretti. Io credo che NanniMoretti non c’entri una sega; semmai, l’ironia di Tommaso potrebbe avere un debito esiguo con quella comicità introspettiva alla Troisi.

A Venezia, dove è stato presentato fuori concorso, qualcuno ha paragonato il personaggio di Tommaso a un cazzuto Prometeo che invece di sfidare gli dei in culo alla Luna sfida l’umano, cercando quell’Assoluto con cui alcuni filosofi ci ammorbano da troppo tempo. Forse il fattore scatenante di questa lettura non deriva dalla nevrosi in sé, ma dalla mènis che carica la molla di Tommaso, da quell’ira che è solo degli dei. Dopo l’incontro con Federica (Cristiana Capotondi), Tommaso si rende conto che la sua è una coazione a ripetere, che è un criceto sulla ruota, e a quel punto sbrocca al suo psicanalista barzotto che gli aveva consigliato di approfondire quell’incontro, oltre che di cercare il bambino che è dentro di lui.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Tommaso il nevrotico, Tommaso il maniaco, Tommaso lo stronzo. Un paio di settimane fa l’ho rivisto al Tuscia Film Fest. Mentre lo guardavo sul maxischermo in preda alla sua ossessione, incapace di scoparsele tutte o di ritrovare se stesso bambino (Tommaso 40enne è Tommi 13enne del primo film di KRS Anche libero va bene…), pensavo alle possibili pulsioni di morte dei quattro coglioni seduti accanto a me, quattro coglioni che stavano parlando a voce alta di despacito; pensavo al passato come chiave e al futuro come porta da aprire o, se volete, da chiavare; pensavo al doppio sguardo di Omero su Achille, a quella mènis che incombe di nuovo su Tommaso, ma stavolta come una colpa; pensavo a Dostoevskij, a quanto gli voglio bene (a Memorie dal sottosuolo: “Sono abbastanza istruito da non essere superstizioso, ma lo sono”), pensavo al disturbo ossessivo-compulsivo di chi ha vissuto una botta e una responsabilità troppo grande da piccolo, pensavo a me ragazzino e provavo più vergogna di adesso che lo sto scrivendo, nella consapevolezza che qualcuno di voi che non sa niente di me lo leggerà. E poi ancora alla colpa che uno spettatore passivo incolla addosso al personaggio, lo spettatore della strada che desidera la pace nel mondo ma col cazzo che ama il prossimo suo come se stesso, perché il prossimo è il maniaco che sta facendo con lui la fila in farmacia, quello che parla a voce alta in treno o mentre guarda un film al cinema. Per questo tifavo per Tommaso anche quando era lui lo stronzo, con sua madre, con le sue donne, con se stesso.

Ho cercato di salvarlo Tommaso, l’ho spinto tra le braccia chiuse e le gambe aperte di Sonia (Camilla Diana, strepitosa), un personaggio buzzurro ma erotico, sempliciotto ma lucido; è lei la vera eroina del film, anche se, con una ipotetica lente di distorsione/ingrandimento, potrei dire che è lei l’unico personaggio ipocrita egoista e volgare di tutto il film, consapevole di avere un culo commovente ma timorosa di essere zoccola fino in fondo, che preferisce la sicurezza del suo ragazzo cornuto alla libido; una scelta che lo spettatore passivo di cui sopra giudicherebbe “sana”, retaggio di una cultura contadina del cazzo. Tommaso la vuole per sgretolare le proprie sovrastrutture, per fermare la ruota, e la palpata tette e verga funziona. Sonia La Bona riesce dove lo Psicologo Mario fallisce. Lei ci gioca come la classica arrizzacazzi e poi lo molla, interrompendo la sua coazione a ripetere, la sua pulsione di morte.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Tommaso non ha una pretesa sociologica, eppure ho finito per pensare a quei saggi che hanno ripreso Freud in chiave marxista. E ho avuto quasi voglia di ascoltare Vaffanculo scemo quando mi sono ricordato che Marx, come quel renziano di Hegel, considera la Storia come un processo logico, in modo tale che i suoi stadi di sviluppo siano non meno certi delle proposizioni aritmetiche: è così che la fede e la speranza ci perculano nella dottrina marxista, e in qualsiasi volontà di potere invece che di potenza. Ho riaperto Eros e Civiltà per leggere il Marcuse più schilleriano, quello che vedeva nel gioco una possibilità per risolvere Il disagio della civiltà, disagio definito inevitabile da Freud (la civiltà, secondo Freud, si basa sulla repressione e sulla sublimazione degli istinti, delle tendenze erotiche, e procede in base a questa repressione, si nutre di essa, imponendoci sacrifici sempre maggiori: “La libertà non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura, e ha subito delle restrizioni con l’evolversi della civiltà”). Ho anche pensato agli scritti sulla mente del bambino di quella gran donna della Montessori, e per un attimo sono stato John Belushi: ho visto la luce in una chiesa piena di figa che ballava e cantava.

Tommaso è un’introspezione, è un quarantenne di oggi che mostra il marchio della madre, della famiglia tanto osannata dalla cultura democristiana. Tommaso è un uomo che si dimena su una graticola per fare da cavia al miglior Freud di Al di là del principio di piacere, con un linguaggio diretto che forse sarebbe piaciuto anche al dottor Groddeck, lo “psicoanalista selvaggio” (cito Groddeck stesso) de Il libro dell’Es, così ammaliante e paradossale da diffidare dalle teorie (f)rigide, e che mai avrebbe rinunciato alla sua ironia.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Tommaso è un film che può piacere o no, come qualsiasi opera, ma di sicuro è un film autentico: non è Caro Diario né Bianca, non è Vedo nudo, non è . Un film senza musica da riempimento, un film per certi versi celiniano, che non cerca di consolare o intrattenere. E allora guardatelo e fottetevene della critica accordata sui 440 Hz di Goebbels.

I rapporti, la ruota del criceto, l’eterno ritorno dell’uguale… c’è chi la vede come Rust Cohle (il post-nichilismo di Così parlò Zarathustra e le passate di pomodoro antinatalistiche di Thomas Ligotti): “Tutti incappiamo in quella che io chiamo la trappola della vita, questa profonda certezza che le cose saranno diverse, che ti trasferirai in un’altra città e conoscerai persone che ti saranno amiche per il resto della tua vita, e che ti innamorerai e sarai realizzato… Vaffanculo alla realizzazione, e alla risoluzione, che si inculino quei due cazzo di vasi vuoti che contengono questo mare di merda. La realizzazione non si raggiunge, non fino all’ultimo istante… e la risoluzione… no, no-no, niente finisce davvero. Quello che il predicatore vuole venderti è l’inganno ontologico, per cui c’è una luce alla fine del tunnel, come lo strizza-cervelli. Vedete, il predicatore vuole incoraggiare la tua capacità di illuderti, e poi ti dice che è una cazzo di virtù”. E c’è chi la vede come Erich Fromm (Avere o Essere come prima polaroid da far asciugare): “La domanda fondamentale è infatti: qual è lo scopo della vita? Diventare più umani o produrre di più? Questa è già la distinzione più importante di Marx tra Capitale e Lavoro. Lavoro è la vita, l’attività viva dell’uomo, Capitale è ciò che si è accumulato nel passato. L’opposizione tra Lavoro e Capitale non è in definitiva per Marx, come si intende comunemente, il problema dell’interesse di classe, ma l’opposizione tra la vita e le cose… chi deve determinare la vita? Il Capitale, le cose, ciò che è morto, accumulato, oppure il Lavoro, ciò che è vivo, umano? L’avere è il Lavoro accumulato, l’essere è l’attività umana. Certo, non un’attività semplicemente tale come portare delle pietre da un posto all’altro, questa non è l’attività umana. Essere significa essere vivo, interessato, vedere le cose, vedere l’uomo, ascoltare l’uomo, immedesimarsi nel prossimo, sentire se stessi, rendere la vita interessante, fare della vita qualcosa di bello”.

Foto di Nan Goldin da “The ballad of Sexual Dependency”

Abbiamo un solo compito: dare un senso. In un testo del marzo 1888, Nietzsche chiede all’essere umano di “costringere il suo caos a diventare forma; a diventare logico, semplice, univoco, matematica, legge. È questa qui la grande ambizione”. E la profezia di Zarathustra annuncerà, analogamente, la necessità di una cultura in grado di dare all’esistenza la sua legge: “Riesci a costringere le stelle a danzare intorno a te?”

La relazione perfetta è pura concettualizzazione: forse, per fermare la ruota del criceto, potrebbe essere sufficiente fermare noi stessi, leggere la Bibbia, Seneca, il Vangelo di Tommaso, Desiderius Erasmus, Nietzsche, Camus, Freud e scegliere. Scegliere tra l’Assurdo o il Caos, tra Avere o Essere. E se ci capita di sentirci come una fava moscia o una fica asciutta, ricordarsi di questa gomitata di Fromm: “Penso che si possa dire che l’uomo di Freud è un uomo senza amore. Nell’uomo di Freud l’amore non ha importanza, è sostituito dalla sessualità. Soltanto alla fine della sua vita, quando Freud parla di istinto di vita e di morte, l’amore appare come una forza biologica, e assume un ruolo nuovo, dando all’opera di Freud una svolta e, direi, da un punto di vista teorico, una nuova speranza: l’amore è inteso in un senso più vasto dell’amore genitale, dell’erotismo fisico, e cioè dell’espressione della sessualità fisiologica. L’amore non è soltanto un prodotto secondario della sessualità. L’amore esiste davvero”.

Tra i tanti, per chiudere questo pippone, mi piace ricordare l’unico scrittore e filosofo che, se me lo trovassi davanti, abbraccerei prima di ogni altra cosa: Albert Camus. Ricordarlo con due sue frasi: “la speranza equivale alla rassegnazione, e vivere non è rassegnarsi”; “la rivolta consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora”.

 

 

@polpoincanna

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Gli effetti di Bianciardi nel 2017

Dunque capisci che Bianciardi aveva bevuto tutto il bicchiere di veleno già nei gloriosi ’60, lui aveva sgamato la triste progressione del sistema metrico umano capitalista quando viveva in zona Braida del Guercio e poi s’è spostato in via del Meneghino, 2.

Capisci la frenesia di Milano, la ferocia, lo sbattimento del lavoro creativo a cottimo, i pagamenti a novanta giorni, gli editori senza palle o con troppi coglioni girati; capisci l’uniformizzazione del gesù cristo, della voce intellettuale che non offre più colonne sonore devastanti, assoli, lagne, lamenti; capisci e somatizzi per una volta il dramma della convivenza e capisci che per vivere in questa società ci sono poche alternative. Quella principe è essere SQUALO, come dice Guè. Consapevole che per pagare questi affitti devi essere squalo, squalo, squalo… e quindi devi esser cattivo, o qualsiasi sia la vostra concezione di malvagio… devi mordere e leccare al momento giusto; servilismo da insetto di compagnia…

Il mio amico Meloncino sta in ferrovia. Lui lavora sui treni, tipo sta dietro il bar di Frecciarossa e Frecciabianca, camicia, barbetta curata. Lui era uno skinhead, gli mancava solo la pelata e l’anfibio. Era tipo uno straight edge. Odiava i tossici. Scriveva in giro – FATTONI + BASETTONI sui muri della città. Poi il carcere per lesioni dovute a un corpo a corpo allo stadio, giacenze cumulative che lo hanno portato ad essere mobbizzato dalla sua azienda, a lasciare casa dove viveva da solo per ritornare sotto al tetto dei genitori.
Meloncino ora si droga. Coltiva la sua erba. E’ quasi allo stadio del tossico, in fatto di cannabinoidi. Fuma per dormire per uscire per sorridere per scopare per cagare… passa due terzi della sua settimana su un vagone a svuotare prese di moka e scaldare panini precotti crudo e formaggio.
“Prima spingevo il carrello e mi divertivo, beccavo le studentesse, una me la so’ scopata nel cesso pure, era un’irpina, di Avellino proprio, e menchia come gridava, tant’è che un vecchiaccio pensava stessero stuprando qualcuna e arrivò la sbirraglia ad identificarci… ora sto làddietro, un bimbo chiuso sembro, devo dire solo grazie prego cosa DESIDERA…” e tira una boccata dalla giolla.

Lavoro in un ristorante balneare sei giorni a settimana, media turni di nove o dieci ore. Ogni sera rientro, guardo la copertina gialla di Feltrinelli della Vita Agra e capisco

Ma anche io sono così, adesso.
Lavoro in un ristorante balneare sei giorni a settimana, media turni di nove o dieci ore. Ogni sera rientro, guardo la copertina gialla di Feltrinelli della Vita Agra e capisco, cazzo, capisco Meloncino e i Bianciardi disperati e quelli che staccano da lavoro e s’affogano nella birra nella droga nella raccolta fondi per i neonati siamesi del Vietnam. Io mi sto tenendo sempre una stecca di fumo di riserva. Puzzone, ma tant’è. Dove vivo io l’erba buena costa sui 10, 12 euro al grammo e io lavoro 6/7 giorni per 450 euro netti al mese.
“Non hai esperienza, potevamo prendere un Cingalese a 300 euro ma vogliamo dare lavoro a un giovane tarantino” questa è la roba che m’ha detto il proprietario dello stabilimento.
Ok.
Dal primo giorno, ad oggi, ho fumato tutte le sere. La stecca extra la tengo perché ho paura di rimanere senza. Come lo scoiattolo maniaco che accumula ghiande e nocelline per la cazzo di tundra no scusate di letargo nella tundra. Ok. Sono uno scoiattolo. Ho paura di ritrovarmi senza e di non sapere affrontare questa realtà da lucido, da sobrio, da nonfatto.

Foto di Cesare Colombo

Questo doveva essere un pezzo su Bianciardi. Sul lavoro a cottimo creativo. Sugli stereotipi e sul crollo del giornalismo italiano. Non una novità. Anzi, doveva servirmi da stimolo per parlare dei miei anni a Milano in cui vivevo come il guercio Luciano, casa di ringhiera col panorama che affacciava sui maestosi infissi in alluminio o anticorodal. Doveva servirmi per parlare dei miei vicini, che sopportavano volentieri il rumore dei lavori ma bastava che Moreno, il pregiudicato che abitava sotto casa mia in un appartamento speculare, alzasse il volume delle casse, che tutti protestavano e gli piovevano ortaggi ma in realtà no, era un tipo bruttissimo nessuno avrebbe osato dirgli niente di persona. Io col tempo ci son diventato amico e gli dicevo che mi cagava il cazzo con quell’house r’n’b dubstep da folgorati sulla linea di demarcazione binario est/ovest.

Quindi non è che fare il fucking freelance sia meno sfibrante del pulire una griglia incrostata da 40 hamburger di scottona 300grammi

Il penultimo capitolo della Vita Agra è stupendo. Un delirio bipolare che annacqua e annaspa tra tentazioni marxiste e paranoie da vittima da putrefatto braccio di cane del PRECARIO CREATIVO che vuole omologarsi al resto ma forse no e allora…
Ragazzi il mondo è un casino. Il lavoro è un casino. “Insomma se uno è costretto per nascita o malasorte a lavorare, meglio che lavori di continuo finché non muore, e se ne stia fermo sul posto di lavoro”, questo dice Bianciardi. Alla fine è così. Ti svalvola così tanto che devi calarti un acido per riprenderti e far ripartire la girandola neuronale.

E come dargli torto?
Ho le gambe che crampano per le ore passate in piedi, mangio ogni 30 ore seduto a tavola e cioè a colazione se la faccio; cago sangue, mi sono procurato due punti e tre ustioni in poche settimane di lavoro, le mansioni si aggiungono e da che dovevi essere solo un mezzo cingalese mò ti ritrovi a friggere ed a fare pacchi di merda per patate o arancini stracotti/crudi e in più dovevo avere un contratto da 5 ore giornaliere spalmate anzi, no, 25 ore weekly spalmate sui 6 giorni. Roba che dovrei entrare alle 18 e uscire alle 23.
“No no tu lunedì e venerdì mi fai doppio turno…”
Il che significa sbrindellarsi l’attitudine alle 7.30 del mattino, preparare la moka, bere il caffè, cagare, lavarsi e attaccare alle 9.30 10 massimo per staccare alle 24, o più tardi. Il venerdì alle 2, c’è la serata disco e quei pezzenti se ne stanno fino all’ultimo a chiederti un tiramisù o un pancake…

Foto di Mario Dondero

Parliamo della sponda creativa, invece. Il giornalismo free lance. Ganzo, eh sì sì, così ganzo che ancora non ho scopato nessuna figa dopo aver dichiarato la mia vocazione da gonzojournalist.

che vita milanese era la mia? Un bilocale trappola senza balcone, i vicini di casa indiani che cantano canzoni becere di notte, intervista a coso e recensione di quel libro ma ehi, non puoi stroncarlo, per il rapporto tra la casa editrice e il Direttore

Lì è peggio: non ci sono i presupposti. Cioè ragazzi ormai è tutto subordinato alla tailorizzazione sartoriale, ai branded content per il cliente-inserzionista… e sì, ci sono quei tragici Boskov, quei maledetti Zdnek Zeman che vorrebbero puntarla sul bel gioco, sui ragazzi under, ma il borderò si stringe e l’editore prima di stampare l’issue deve raccogliere adeguati fondi e poi si paga a 90 giorni sempre che non superi i 5000 euro di collabo annuali, ma tanto un pezzo è pagato 40 bigliettoni e devi starti attento al concordato preventivo che ti getta nella merda nera, nerissima, acre e amorevole. Quindi non è che fare il fucking freelance sia meno sfibrante del pulire una griglia incrostata da 40 hamburger di scottona 300grammi. Nel ristorante ti manda in barca il dolore fisico, sui giornali il cervello ti fuma perché ormai chi cazzo li legge più i cartacei? Devi diventare un fottuto Scanzi per dire la tua, per essere riconosciuto. Infatti ormai godo solo nel scrivere le markettate, le robe di marketing, mi vendo anima e cuore e per una linea volgare di trench impermeabili ci sckaffo in mezzo Humphrey Bogart e Pulp di Bukowski e la chiudiamo così, perle ai porci direbbe Vonnegut. Nel giornalismo ti mandano a male quei froci dei PR. Leccaculi di merda. Ti chiedono l’anteprima dell’intervista al rapper campano cocainomane loro assistito slinguandoti lo scroto, dicendoti “oh ma te sei un Dio nell’interviste fammi vedere quant’è bomba in anteprima” eppoi in realtà vogliono solo vedere se ci sono domande inopportune.

Gli effetti di Bianciardi nel 2017. Ecco credo che lo scrittore sia tale quando è profetico. Burroughs era profetico. Céline lo era, suvvia, stronzi, vedete cos’affronta nel Voyage… e anche un mio caro amico che non citerò è stato visionario a suo modo. Bianciardi nel ’63 aveva capito lo spirito di Milano e del subaffitto e del sottomondo intellettuale che poi che cazzo vuol dire intellettuale.

Foto di Gabriele Basilico

Che vita è quella di Luciano, che vita milanese era la mia? Un bilocale trappola senza balcone, i vicini di casa indiani che cantano canzoni becere alle tre di notte, intervista a coso e al giocatore del Sassuolo e recensione di quel libro ma ehi, non puoi stroncarlo, ci va di mezzo il rapporto tra la casa editrice e il tuo Direttore, modera i termini… spendi 22 euro di abbonamento ATM, altri soldi per drogarti e spegnerti il cervello di notte, un cinema quando esce Von Trier o Allen o Zalone, una cena ogni tanto, non esci più dal quartiere.

Affinità a 50 anni di distanza. Milano ’61-62 dice l’epilogo del manoscritto la Vita Agra. Un libro è definitivo quando lascia qualcosa dentro anche ad un bimbo di 22 anni come me.

Lorenzo Monfredi

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Col coltello tra i denti

La torta è stata qualche mese in cima alla mia lista dei desideri. La chiamo la torta perché sembra una grossa fettona di torta alla panna montata, invece è Purity di Franzen. Einaudi in copertina rigida fa quei libri che diobono sono pura estetica. Mi viene di strusciarcelo, di limonarci. Sembrano in pelle umana… Carta buona, odore buono, un malloppo chic, Purity genera solo a toccarlo una sensazione di piacere. Come le torte. Erano mesi che vedevo la torta nelle vetrine delle librerie, sulle scrivanie di gente colta, nelle case dei miei amici. Ahhhh la torta, anche loro ne andavano pazzi. Non so quanti di loro lo avessero letto, ma tutti dicevano beeeeeellissimo con lo sguardo perso nel vuoto, come quando il tuo amico intrippato ti consiglia la serie tv che devi troppo vedere. E poi la critica… Come gli garba la torta alla critica. Repubblica, Corriere, tutti tutti tutti giù a lumare: Franzeeeen è il più graaaaandeee scrittore AMERICANO VIVENTE. Solo a dichiararlo il più grande scrittoreamericanovivente la gente sale sul carro dei colti, del top del top, di quelli che leggono il più grande scrittoreamericanovivente. 

Così ho comprato la torta e l’ho divorato TUTTO D’UN FIATO in tre giorni, avido come un bimbino del terzo mondo col suo primo panino. 

Poi sono passati i mesi.

Oggi la torta se ne sta lì nella libreria, bella, fa figura ma c’è un problema… non mi ha lasciato niente. Involontariamente sono stato cavia di un esperimento, un esperimento che potete fare anche voi con l’ottima letteratura. Per sapere se uno è il più grande scrittoreamericanovivente o quello con la favapiùgrande vivente non dovete affidarvi troppo alle copertine de IL de Il Sole 24 Ore o a quello che dicono i critici (gente a cui spesso puzza il fiato), fate l’esperimento di far passare qualche mese dalla lettura. Della torta io mi ricordo di Purity, la giovane protagonista problematica e presa male, della sua mamma fricchettona-gattara e del tipo identico a Assange che vuole chiavarsi la protagonista un po’ per spregiare il padre un po’ perché gli piace (A livello psicanalitico non posso non pensare all’auto castrazione di Franzen su questo tema: la donna). Di Purity mi ricordo che era una storia di narrativa scritta tutta d’un pezzo, che funzionava, che era perfetta per farci la serie tv che ci faranno o qualsiasi altro film thriller che ne verrà fuori però ecco non c’entra un cazzo con la letteratura. la letteratura è qualcosa che ti rimane dentro e ti cambia la vita. Tom Joad me lo ricordo bene infatti. Mi ricordo cosa prova quando arriva in California dopo il lungo viaggio. Meursault de Lo Straniero è vivo in me e me lo porto ogni giorno appresso così come il Giudice Holden e Il Ragazzo di Meridiano di Sangue. I loro dubbi, le loro visioni, le loro trame vivranno per sempre in me e in chiunque li leggerà. Questo decreta chi sono i più grandi scrittoriviventi, questa è la letteratura. Purity è un bel libro, ma è solo un libro. Non è che essendo rinchiuso nella forma di un libro è automaticamente letteratura, sennò diremmo che ne so che un mio disegno su un A4 è un opera d’arte e così via. Franzen romanziere ha un limite: scrive solo di se stesso. Voi mi direte: ma è questo che fanno gli scrittori e io vi rispondo: in questo caso se stesso non è abbastanza affascinante. I suoi  personaggi sono tutti lui e lui è tutti i personaggi. Sa tutto di loro, li psicanalizza invece di raccontarli e sono tutti uguali. I buoni coi cattivi uguali. La trama di Purity è la vanità di Franzen. Purity è un po’ come Orange is the new black, una robetta così.

Franzen ci ha messo dieci anni per scriverlo. Molti grandi scrittori impiegano anni per scrivere dei libri, ma buon dio, che siano dei grandi libri, non delle serie tv ammezzate come Purity. Bukowski diceva che scrivere era come cagare per lui, che se avesse durato fatica non lo avrebbe mai fatto, Franzen ci ammorba con i suoi dieci anni di silenzio il suo sforzo il suo dolore. Ma minchia, ma perché non ti sei fatto un po’ di vacanze? Franzen è uno che riesce a rilasciare interviste dove dice di non poter più guardare il football perché metà delle persone allo stadio hanno votato Trump e lui poverino non ci può stare dentro. Ma fatti una bella sega Franzen e pensa a goderti il tuo malloppo, non ci ammorbare con Trump, ma che cazzo ne sai di Trump? Il fatto che sei uno che vende tanti libri non è che per forza ti deve far essere uno che parla della società. Poi cazzo che peso, che frase pesa. Sembra la frase di uno di quei tipi che trovavo nei circoli Arci, quelli della Sinistra Giovanile, tutti ideologia e vestiti di canapa e birra a un euro. Desperados. Gente che si lava con i bagno schiuma Compagnia delle Indie. Che poi anche Franzen stesso lo sa di essere un bluff. Franzen con la minchia moscia dieci anni a scrivere la torta, che eroe, sembra che si immoli per noi così possiamo avere un più grandescrittoreamericanovivente e possiamo fare la cover di IL Magazine e farlo parlare di Trump e poi scrivere cose come: Per riposare, ora che il più è fatto e bisogna aspettare la risposta del committente, ieri si è preso il pomeriggio libero e ha guidato mezz’ora nella pioggia fino a Half Moon Bay per andare ad ammirare le nove specie diverse di gabbiano della baia.. (Francesco Pacifico, Jonathan Franzen racconta Donald Trump), mio dio le nove specie di gabbiano. mai che ammira una figa Franzo In Purity, Franzo ci ha pure messo uno scrittore preso male e odioso e paralitico che si fa fare le seghe dalla sua ex moglie. Essendo un piccolo Franzen anch’esso, possiamo evincere quanta autostima abbia il più grande scrittoreamericanovivente. Cazzo non ci crede lui e ci credete voi…

Sono tutte etichette, teppe. Tutte cosine scritte sui giornali, da gente che scrive le cosine sui giornali. Fatevi la vostra idea e trovatelo voi il vostro piùgrandescrittorevivente o morente. Non fatevelo consigliare dai critici. Gente che come direbbe Houellebecq ha gli occhi a buchetto di cazzo, gente che  svuota i buffet degli aperitivi e si presenta in faccia alle donne con lo spritz in mano e la forfora sulle spalle. Li ho visti a Milano, a Torino, nei posti intellettuali, nei circoli, alle presentazioni, nelle librerie… Ihhh. Li ho visti e non mi mancano.

Diffidate! CRICETI!

 

Ray Banhoff

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Silenzio! Céline tuona!

“Sono stato il più coglione dei francesi, io… Mi hanno tolto tutto quello che avevo, e buttato nel cesso i miei manoscritti […]. Di tutto, non mi restano che dispiaceri. Ho una figlia di trentacinque anni, mio genero mi detesta; ho cinque nipotini che non ho mai visto. Va bene lo stesso. Dispiaceri, sì, dispiaceri”.
Queste parole sono di Céline, in risposta a un’inchiesta di Arts del novembre 1956. Io le ho lette su un testo che mi ha regalato “l’editore all’incontrario” (come si definisce lui) Marcello Baraghini, quando sono andato a trovarlo nella sua libreria a Pitigliano, la libreria Strade Bianche, una libreria totale, l’unica in Italia che ospita tutti i libri di Stampa Alternativa.


In realtà, Marcello mi ha regalato tre libri, quelli che ho scelto dieci minuti dopo essere entrato. Mi ha detto (magari non in questo ordine preciso): “Non so se li hai scelti casualmente… questi sono tre libri che formano un’unico libro, questi tre sono il trittico, te li regalo per il lavoro che stai facendo”. Il lavoro che stavo facendo devo ancora pubblicarlo. Appunti, filmati, foto; si tratta di un reportage, più o meno. Entro agosto sarà online. Perché ci sto mettendo così tanto? Cazzo, non lo so, non ho una risposta precisa, ma in questi due mesi ho dovuto arginare alcune responsabilità professionali (rotture di coglioni e cazzate di ogni genere… è paradossale, o forse no, ma più non ambisci “a nulla” e più cercano di attaccarti la pezza, la scalata verso il successo, con quell’entusiasmo da linkedin che mi atterrisce). Insomma, si finisce per relegare il piacere au bout de la nuit, e poi ci chiediamo perché siamo messi così. Sto parlando come un vecchio stronzo, chiedo venia, sarà perché ho smesso con le sigarette: scrivere senza fumare ha i suoi effetti collaterali (da qualche mese ne fumo un paio al giorno, mi faccio di determinazione che neanche Phil Anselmo su Mouth of War).

Céline non esiste più, i miei libri non si vendono più, dicono che sono superato

Dicevo del “trittico” voluto da Marcello (mi ha detto che commissiona raramente i libri)… è composto, appunto, da tre libri:
Lei delira, signor Artaud (un sillabario della crudeltà) di Pasquale di Palmo;
Alfabeto Camus (lessico della rivolta) di Antonio Castronuovo;
Maledetto Céline (un manuale del caos) di Stefano Lanuzza.

Da quest’ultimo, ho voluto estrapolare una piccola parte dal capitolo Lessico Céliniano. Céline come ‘Nouveau Philosophe’. Il pretesto me lo ha servito il calendario: il 1 luglio è stato l’anniversario della sua scomparsa. 

E niente, prima di mollarvi alla lettura, vi dico di andare a trovare Marcello, di cercarlo, seguendo quelle strade bianche, tra quei panorami di tufo che ti toccano più il culo che il cuore; e di diventare suo complice, ne vale la pena, mica per i libri che ti regala, ma per quello che ti lascia quando resti solo e non sai come uscirne.

L come Louis, L come Lavoro, Letteratura e Libri

Il Lavoro-salvezza! il Lavoro-feticcio! Lavoro-panacea-dei-disgraziati! […]. Lavoro in tutte le salse!… Le masse al lavoro! brutta troia! I padri al lavoro! Dio al lavoro! l’Europa al lavoro! La Galera per tutti! I figli al lavoro! […]. Scusate!… Scusate!… bisogna riflettere!… bisogna chiedersi dove questo ci porta… se tutto ciò non sia impostura.
(La bella rogna)

Sono stato il più coglione dei francesi, io… Mi hanno tolto tutto quello che avevo, e buttato nel cesso i miei manoscritti

Letteratura contemporanea, catafalco in rovina, cadavere senza domani […], mille volte più antipatico della verdastra, autentica, ronzante, colante carogna… letteratura, insomma, assai più morta della morte stessa…
(Bagattelle)

Nella mia biblioteca ci sono libri di tutti i generi; ma se andate ad aprirli rimarrete molto stupiti. Sono tutti incompleti; alcuni non contengono più, tra la rilegatura, che due o tre fogli […]. Chiedo scusa, io leggo con le forbici, e taglio via tutto quello che mi dà fastidio. In questo modo le mie letture non mi offendono mai. Dei Loups ho tenuto dieci pagine; un po’ meno del Voyage au bout de la nuit. Di Corneille ho tenuto tutto Polyeucte e una parte del Cid. Del mio Racine non ho soppresso quasi niente. Di Baudelaire ho tenuto duecento versi e di Hugo un po’ meno […]. Di Proust il pranzo della duchessa di Guermantes, la mattina di Parigi nella Prisonnière.
(L.F. Céline, “Candide”, 16 marzo 1933)

F come Ferdinand, F come Felicità, Filosofi, Folla

La felicità in terra consisterebbe nel morire con piacere nel piacere… Il resto è niente, è la paura che non osiamo confessare, è l’arte.
(Viaggio)

La gran pretesa della felicità, ecco l’enorme imbroglio! Ciò che complica la vita intera! Che rende le persone così velenose, canaglie, insopportabili. Niente felicità nell’esistenza, solo infelicità più o meno grandi, più o meno tardive, evidenti, segrete, differite, striscianti…
(Mea culpa)

I Filosofi!… le idee sono la loro industria!… s’arruffianano i giovani, con quelle! Se li manipolano!… i giovani sono pronti a buttar giù qualsiasi cosa… per loro tutto quanto è: formidaaaabile! Così gli riesce facile a quei papponi! L’appassionata stagione della gioventù passa ad arraparsi e a farsi gargarismi di “ideae”!… di filosofie, per dir meglio…
(Colloqui con il professor Y)

Cosa chiede tutta questa folla moderna? Chiede di mettersi in ginocchio dinanzi all’oro e allo sterco!… Ha il gusto del falso, dell’artificioso, della fesseria imbottita […]. Di colpo la si rimpinza e ne scoppia.
(Bagattelle)

C come Céline, C come Chiesa, Comunista, Coscienza di classe

La prima gang? La Chiesa! Il primo racket? Il primo commissario del popolo? La Chiesa! Pietro? Un Al Capone del Cantico! Un Trockij per mugichi romani! Il Vangelo? Un codice di racket… […]. La connivenza ebraicocristiana prelude al grande scempio ebraicomassonico…
(La scuola dei cadaveri)

Cosa chiede tutta questa folla moderna? Chiede di mettersi in ginocchio dinanzi all’oro e allo sterco!… Ha il gusto del falso

Comunisti non si diventa. Bisogna nascere comunisti o rinunciare per sempre a diventarlo. Il comunismo è una qualità dell’anima. Uno stato d’animo che non si può comprare.
(La scuola dei cadaveri)

La coscienza di classe è una sciocchezza, un’invenzione demagogica. Ogni operaio chiede solo d’uscire dalla classe operaia, di diventare borghese nel modo più individuale possibile, con tutti i più schifosi privilegi, con gli stessi implacabili egoismi, gli stessi pregiudizi ancora più radicati, le stesse crudeltà, le stesse smorfie, con tutte le tare, con la stessa avarizia e infine con odio per la stessa classe operaia!
(La scuola dei cadaveri)

Dentro non ci trovate solo il lessico, ma tanti altri contenuti che meritano. C’è anche Un’autobiografia… Quasi. Ecco un passaggio: “Passa l’Esposizione universale di Parigi del 1900, anno d’inizio della modernità come del mio ingresso alla scuola comunale, e, nel 1908 e 1909, dopo il conseguimento, nel 1907, della licenza media, mi faccio due viaggetti con soggiorno: il primo in Germania (Volksschule di Diepholz, Bassa Sassonia; e a Karlsruhe da settembre a dicembre 1908) e il secondo, 1909, in Inghilterra (Rochester e dalle parti di Ramsgate, Broadstairs)… Sapendomi pessimo studente, i miei mi preparano a un lancio nel dorato mondo del commercio; e pretendono che impari le lingue.
Non vi nascondo che profitto delle occasioni per perdere, a Diepholz, la verginità con la mia affittacamere (per questo, mi cacciano dalla scuola) e, in Inghilterra, per spassarmela anche più allegramente… E come dimenticare, nel Meanwell College di Rochester, la moglie del direttore, la bella bellissima Nora Merrywin. La immortalo così, in Morte a credito: “Aveva un culo ch’era una meraviglia, non solo un bel faccino… Una bombettina compatta aggiustata a puntino, non grossa né piccola, aderente alla gonna, una festa di muscoli”.
Ero un ragazzino indiavolatamente precoce, io: lo scrive tale Marcel Brochard su L’Herne… Nora? Lei poi si suicida.

@polpoincanna

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L’Addio a Vasco

E così finisce, dove tutto era iniziato.

La piccola chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Zocca è gremita di gente, chi non è dentro compone il mosaico di folla compatta e silenziosa tutta intorno alle strade del paese. Il gran caldo allerta le signore del posto che prestano assistenza ai pellegrini preparando per loro panini e caffè, come ai tempi in cui passava ancora il Giro d’Italia. Ai lati del sagrato le camionette Rai e Sky mandano in onda dirette no stop, mentre i blindati della questura creano un cordone di sicurezza su tutta la zona con gli uomini delle forze dell’ordine si occupano di far scorrere lentamente la fila umana piano piano, fino al punto scuro in cui viene inghiottita: l’ingresso della chiesa. L’aria ferma da parabola biblica spazza via ogni timore tanto è solenne e ammonitrice. Un’aria gonfia di rispettoso, evocativo, silenzio, talmente suggestivo che in molti sono svenuti per l’emozione. Politici, persone dello spettacolo, potenti, vicini di yacht, amici persi negli anni, imbucati, ex guardie del corpo, nemici, amanti e donne bellissime di ogni età, insospettabili, tutti giungono al feretro di Vasco Rossi e sostano davanti alla sua sagoma granitica, imponente come quella di un re deposto, e la perlustrano increduli, per poi lasciare il posto a quello dopo che scalpita col cellulare in mano per portarsi a casa un ricordo. Non c’è rimprovero, per molti è la prima occasione di stare a pochi centimetri dal proprio mito, anche se amaramente. Il commento più comune è: pensavo che non sarebbe mai successo. Il mistero della nascita e della morte, tema cristiano di amore e apertura spirituale è stato citato anche dal Papa nella sua omelia in piazza San Pietro, anche il Pontefice ha voluto così rendere omaggio a quella che ad oggi è stata l’unica rock star italiana.

Il funerale è diventato una processione evento, che non conosce sosta nemmeno nelle ore più piccole della notte, una maratona resa possibile dal lavoro dei volontari della Croce Rossa Italiana, della Protezione Civile e dal puntuale apporto dell’Esercito. Tre giorni di lutto nazionale sono stati necessari per evitare assenze in massa dai posti di lavoro e sommosse. Non si ricorda un funerale con tanta partecipazione pubblica da quello di Papa Giovanni Paolo II che essendo polacco lascia a Vasco il primato di italiano più accompagnato nel cammino verso l’aldilà. Per vaschizzare l’evento, lungo il tragitto sono stati allestiti appositi capannelli sterilizzati dove le persone si possono tatuare gratuitamente la data del funerale e l’effige di Vasco, la scritta triangolare che appariva sulla copertina dell’album Nessun Pericolo per te. Centotrenta dottorandi di varie scuole di specializzazione di Psicologia prestano volontariamente un servizio di ascolto gratuito alle persone che sentono il bisogno di elaborare il lutto, un gesto molto apprezzato dal Ministero della Salute che pare vorrà ripetere l’operazione nei prossimi avvenimenti di massa (ad esempio attacchi terroristici anche se avvengono in paesi stranieri e ai lati delle strade nelle ore di punta nelle maggiori città italiane). Secondo una moratoria concessa solo durante i giorni della Resistenza, il Governo Italiano in accordo con la Digos e i Servizi ha sospeso la persecuzione penale del consumo di stupefacenti per i giorni del funerale, (non tutti si parla per ora solo di una tolleranza ai cannabinoidi). In pratica, chi vuole può farsi le canne, droghe più pesanti vengono comunque lasciate fuori e sono gli stessi spacciatori a dichiarare quanto in loro possesso. Per la prima volta gli acquirenti non sono i consumatori, ma lo Stato. Vasco Rossi era un radicale, storico amico di Pannella e pare abbia lasciato tra le sue volontà questa possibilità di autogestione attuata per ora in Europa sono nella comunità di Christiania  a Copenaghen, replicata qui grazie a un’impeccabile lavoro dall’amministrazione comunale locale. Il Prefetto di Modena si è detto sorpreso dell’ottimo risultato avuto in termini di ordine pubblico.

Solo in Italia, si riconosce postuma la grandezza, scriveva Malaparte. E pare una frase adatta a Vasco Rossi, partito come dj di provincia negli anni ’70 e diventato il più famoso cantante italiano in Italia e limitrofi. Già, non è una battuta, pare che l’estero non sia mai interessato a Vasco, che non abbia mai voluto incidere niente in inglese e spagnolo ne’ prendersi altri mercati che fanno molto gola ai suoi colleghi, lui stesso ha dichiarato: di soldi ne ho abbastanza sto bene così. Fu storico il suo rifiuto di aprire il tour dei Rolling Stones negli anni in cui Vasco riempiva gli stadi e loro no. In patria Vasco ha conosciuto grandi soddisfazioni in termini di vendite e di notorietà, ma la sua carriera è costellata di rapporti difficili con la critica, con la stampa e spesso con il pubblico. Negli anni ’80 Vasco è stato demonizzato per quello che scriveva nelle sue canzoni, per il suo aspetto e per i suoi rapporti con la droga. L’arresto, l’immagine pubblica dello sballato, i toni rabbiosi dei suoi inni, lo rendevano il prodotto della nuova società a venire degli anni 80, una sorta di età barocca nostrana, in cui era forte la minaccia del vuoto di ideali che stava sopraggiungendo. Fa sorridere pensare al vuoto associato alla musica di Rossi la cui poetica ora viene riconosciuta all’unanimità come il fulcro di un esistenzialismo romantico, solitario, ai limiti della sofferenza e dell’idealismo, temi che sono sempre passati inosservati, troppo meno interessanti dei suoi eccessi. Gli anni novanta e duemila hanno sdoganato Vasco a pubblici più giovani ed eterogenei e la sua figura, con gli anni e le esperienze sulle spalle, è stata rivalutata fino a vantare almeno tre generazioni di pubblico. Nonostante ciò la critica intellettuale non lo ha mai riconosciuto come cantante impegnato, anzi si sono sprecati i commenti cinici e pungenti sulla sua forma fisica, sulla sua dipendenza, lo sfottò per quel suo sguardo naif e sempre un po’ tutto sottosopra, come se si fosse appena alzato. Se i superficiali lo hanno bollato di stereotipi, non sono stati da meno gli specialisti. Una grossa parte di musicofili e fan colti in tutta Italia ha ripudiato Vasco e gli ha giurato guerra a oltranza quando il cantante ha deciso di incidere Ad ogni costo, la sua personale rivisitazione del celebre brano Creep dei Radiohead, considerandolo un oltraggio. Un gesto che pare abbia fatto molto soffrire Vasco che non ha mai rilasciato commenti.

Nei cabaret, nelle scenette comiche, sui siti chic dove gli intelettuali di oggi scrivono gratis solo per farsi notare ha preso campo uno sciacallaggio ai danni di Vasco, colpevole di indossare dei brutti cappellini e di dire troppe volte la parola rock, colpevole di non essere sempre al passo coi tempi, di perseguire un’estetica fuori moda tutta rock-macho & chitarre elettriche mentre nelle classifiche imperversavano ragazzini tatuati con basi elettroniche. Il suo utilizzo dei social network, improprio come l’utilizzo che ne fanno tutte le sue persone della sua età, quello che ha dato origine ai famosi clippini, è stato analizzato da sociologi che non aspettavano occasione migliore per sbranarlo e che nascondevano a malapena risatine complici di imbarazzo in tv, spalleggiandosi tra loro, finalmente chiamati in causa su qualcosa. Lui non ha quasi mai risposto, non ha partecipato a Sanremo ne’ a show televisivi o interviste, queste ultime sempre più rare e anonime. Ogni cosa che ha detto o fatto negli ultimi anni Vasco Rossi è stata oggetto di attenzioni trasversali e critiche acerbe, che pare lo amareggiassero molto e lo abbiano spinto a vivere lunghi periodi negli Usa dove nessuno lo conosceva e poteva stare tranquillo.

La sua morte ha dato il via a una spirale di rivalutazione mista a senso di colpa, qualcosa di simile a quando i nipotini alle cene di natale sfottono la nonna troppo anziana e i genitori li riprendono. Ora sono tutti vascorossiani. Sorrentino ha già pronto un film sul cantante di Zocca, Dagospia riporta di una lite acerba tra Elio Germano e Giorgio Pasotti per il ruolo di Vasco da giovane. Il Vasco della maturità pare invece verrà interpretato dal noto attore napoletano già protagonista dei film più famosi del regista. In edicola il Corriere e Repubblica fanno a gara a chi edita per primo la discografia intera di Vasco, le librerie vengono rimpinzate di biografie, dvd, libri fotografici e spuntano i diari segreti delle sue amanti, un’operazione commerciale guidata sempre da Dagospia che promette scalpore. Chi lo ha conosciuto o ci ha lavorato viene invitato in trasmissioni, in collegamenti radio e televisivi a raccontare la sua testimonianza, chiunque sbandiera foto abbracciato al cantante e millanta aneddoti segreti di dubbia veridicità. La Rai manda in seconda serata le interviste storiche di Gianni Minà e una serie di speciali sugli anni ’80 e ’90 del mito. Scanzi, Lucarelli, Facci, Gramellini, Serra, i più noti polemisti e opinionisti dicono la loro, persino Matteo Renzi su Twitter rende omaggio al cantante. Il mondo della cultura quindi lo sdogana mentre il suo corpo giace in una bara. Meglio tardi che mai. Anche nel mondo della musica si sprecano gli elogi. Da Fabri Fibra a J-Ax, da Gianna Nannini a Emma, gli artisti gli dedicano tributi di ogni genere. Jovanotti canta a suo modo (stonando) Vivere, Grignani al funerale piange per tutto il tempo e così via, fino ad arrivare all’acerrimo avversario emiliano: Ligabue che si è presentato al feretro solo e in piena notte, concedondosi ai fan e raccogliendosi per pochi minuti da solo attorno al feretro. Ora che non c’è più tutti si riappacificano con lui, in un rituale psicomagico di elaborazione del lutto. La sua presenza in vita era troppo pesante e ora che non c’è tutti si dispiacciono di non averlo salutato in vita. Vasco Rossi simbolo senza tempo di quell’Italia che soffre fino alla fine con squadre minori complicandosi la vita, quell’Italia di conflitti campanilistici e di dispute ghibelline, quell’Italia che si ritrova unita solo di fronte ai grandi eventi, dalla disfatta di guerra ai rigori in semifinale con Baresi e Baggio che piangono, l’Italia  della sinistra,  che perde sempre per le lotte interne. Quell’Italia che ci rende divisi e uniti allo stesso tempo, unici nel mondo e ingenuamente perdigiorno, che nella musica di Vasco Rossi ha avuto la sua voce poetica più alta e pare oggi finalmente pronta a unirsi per salutarlo. Meglio tardi che mai.

Ray Banhoff

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