Archivi del mese: aprile 2017

Non importa

La battuta che fai è un po’ sempre la stessa: “Quando le mie compagne di classe andavano a vedere gli Africa Unite io morivo lentamente dentro perché era troppo tardi per vedere i Nirvana dal vivo”; oppure: “Loro ascoltavano Il Principe in Bicicletta e io mi scambiavo le cassette dei NoFX e dei Bad Religion in corridoio con i fighi della scuola”. I fighi della scuola che comunque cercavano di limonarsi quelle che andavano al Rivolta a vedere i Marlene Kunz, mentre io perdevo le mie giornate a chiedermi perché fossero finiti i CSI e fosse già l’epoca dei PGR. Ero la confidente dei fighi della scuola, infatti sapevo che si erano limonati tutte tranne me, però potevo rifugiarmi nella musica e dirmi: “Se fossi più grande… sarei più interessante, loro guarderebbero me e io avrei visto tutta quella roba che mi sono persa”.

Sto parlando di quindici o sedici anni fa.
Insomma, di bestemmie sotto i ponti ne sono passate mica poche.
Io che poi c’ho gli amici più grandi, che mi hanno sempre fatto sentire una mammoletta perché loro erano lì a vivere in prima fila tutto quello che avrei voluto vivere io, e invece… ero nata con quei cinque anni di ritardo per far parte degli anni ’90 a pieno titolo. Ero borderline anche solo per l’anno di nascita. Quel 1985 dove io mi sono persa tutto perché stavo nascendo e cazzo, scusatemi, nasco in fretta perché sono già in ritardo, capitemi! Mi toccherà scoprire che le cose che mi piacciono davvero sono finite almeno cinque anni prima di quando io ho avuto l’intelligenza di capirle.
Per esempio, chi ha avuto l’intelligenza di nascere nel periodo giusto ha potuto vivere un reale prima e dopo Nevermind, perché loro erano lì quando è uscito. Perché l’hanno trovato in un negozio e ha cambiato la loro vita (almeno da quello che raccontano). Io invece ricevetti semplicemente una cassetta copiata da uno dei fighi della scuola che voleva la consegnassi alla figa della mia classe.
Però me la sono tenuta per me. Io, la figa della mia classe, la odiavo. E poi volevo sentirla prima di lei nel walkman tenuto insieme con lo scotch che avevo ereditato da mio fratello. E non sapevo dove trovarla fino a quel momento.
Perché era una cassetta dei Nirvana e per me significava aver trovato un tesoro.

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Kurt Cobain, collezione privata e materiale di In Utero

Succede poco tempo prima. È il 1998 e ho 13 anni. Sono a un campo scout.
Prima che vi venga l’orticaria e vi immaginiate una versione di me che va a cantare nel coro della chiesa, è giusto fare una piccola precisazione: io facevo degli scout anomali, eravamo una compagnia legata all’ARCI e poi addirittura alla UISP, non avevamo divisa, solo il fazzolettone e questo perché: “Le divise sono per gli eserciti, non per gli esploratori”.
Eravamo bizzarra come compagnia, una vera Armata Brancaleone laica e più atea che altro.
Sono a questo campo scout in Trentino, o forse in Alto Adige. Non me lo ricordo davvero. Comunque fa un freddo boia e siamo in montagna.
Sono due anni da quando il mio amico d’infanzia è rimasto schiacciato sotto a un cancello ed è morto. A undici anni. Era il 1996 e fino a quel giorno per me la morte era riservata ai vecchi, era una prerogativa dei grandi non una cosa per noi.
Devo anche dire che da bambina e da ragazzina non ero proprio una star, avevo un caratteraccio, ero manesca e non avevo molti atteggiamenti femminili. E lui era il mio amico con i riccioli biondi con cui eravamo cresciuti insieme a suon di zuffe. Ci mandavano sempre in colonia assieme e scappavamo dai dormitori per parlare la notte all’insaputa degli educatori. E ci annoiavamo entrambi in colonia, come solo i bambini sanno annoiarsi, e visto che la mia famiglia non veniva mai a trovarmi perché non poteva, quando veniva la sua andavo in libera uscita con loro. Insomma io gli volevo bene davvero. Ero un maschiaccio e lui di certo non era una femminuccia. Era il nostro equilibrio strano.

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Kurt Cobain, collezione privata e materiale di In Utero

Forse sto diventando troppo sentimentale, meglio che non mi perda per strada.
Dicevo: sono in questo campo scout e c’è suo fratello che ha qualche anno in più di noi ed è il responsabile della mia squadriglia. È il 1998 e lui è morto da due anni. È agosto, per cui sono proprio i giorni dell’anniversario. Suo fratello è diventato un punk e io all’epoca mica sapevo cosa fossero i punk: per me erano solo dei drogati e suo fratello era diventato un drogato con gli anfibi perché non aveva elaborato il lutto. Ero convinta di questa cosa. Ma all’epoca credevo anche che prima o poi avrei incontrato un principe azzurro. Per cui diciamo che di sicuro non capivo un cazzo del mondo, della vita e della musica.
Un giorno programmiamo un’escursione per arrivare a un rifugio. All’epoca non c’erano gli smartphone che ti fanno avere un rapporto costante con 3b Meteo, per cui quella mattina ci si sveglia alle sei e… piovono rane. Si spala il fango intorno alle tende e si va tutti allegramente fradici nella casa base e si resta lì a giocare a carte, fare gara di rutti (non scherzo) e ad annoiarsi a morte. È lì che questo punk di diciassette anni – che in quel momento per me è solo un drogato che non ha elaborato il lutto – piglia la chitarra, ci dice di lasciar perdere i canzonieri che non ha voglia di suonare quelle canzoncine, e attacca con Smells Like Teen Spirit.

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Kurt Cobain, collezione privata e materiale di In Utero

È la prima volta che la sento. A casa mia la musica si divideva tra mia madre che cantava a squarciagola Eros Ramazzotti e mio fratello che mi faceva subire di continuo gli 883.
Io De Andrè l’avevo conosciuto a casa di altri (e comunque anche lui me lo sono perso) e in ogni caso non capivo un cazzo di musica, del mondo e della vita. In quel momento lui smette di essere un punk drogato che non ha superato il lutto per la perdita del fratello e per me diventa bellissimo. Tipo un grande amore.
Suonerà cinque o sei pezzi dei Nirvana quel giorno. E non me ne ricordo nessuno a parte Smells Like Teen Spirit e Polly.
Polly volevo troppo imparare a suonarla. Perché era la cazzo di cosa più ganza che avessi sentito in quei tredici anni.
Non potete nemmeno lontanamente capire quanto gliela menai nei dieci giorni successivi perché la suonasse ancora e perché me la insegnasse. Ero una cocciuta testa di cazzo e volevo quella canzone e volevo suonarla anch’io, magari così sarei diventata bellissima nel momento in cui l’avrei suonata.
La menai così tanto da accettare di partecipare a una scommessa (di quelle di cui mi sono pentita per parecchio tempo a venire): quando finalmente facemmo quell’escursione di otto ore di camminata per arrivare fino al rifugio, mi diede due opzioni: o ti tuffi nel lago d’altura e ci fai due bracciate o non te la insegno. Avete idea di quanto possa essere freddo un lago d’altura?
Io l’ho già detto che sono una persona “vagamente” testarda, vero? Ci ho pensato quelle mille mila volte, sono tornata indietro sui miei passi quelle cinquemila volte, e poi mi sono tuffata. Per chi mi avete preso? Per una femminuccia?
Il giorno dopo avevo 38 di febbre.

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Kurt Cobain, collezione privata e materiale di In Utero

Siamo nel 1999 e io sono ancora una testa di cazzo con la coccarda e il numeretto da sfilata. Il mondo fa schifo e mi sento costantemente emarginata. Sono proprio la classica adolescente che si veste con i vestiti ereditati dal fratello maggiore (che è più alto di lei di 30 centimetri buoni) che non fa niente di figo e che va bene solo durante il compito in classe. Sono quella che scambia le cassette con la musica rubata in giro, passa la ricreazione a parlare di quel disco o di quell’altro disco lì che dai, cazzo, è una bomba. Anche se la settimana dopo ti farà schifo perché non va più di moda. E ho già cominciato a fumare. Perché secondo me fumare in ricreazione in prima liceo fa figo.
Tanti di quelli con cui ti sei scambiata le cassettine poi hanno deciso che era giunto il momento di ascoltare i Manowar o gli Helloween e tu ci hai anche provato per sembrare figa… ma ti fanno cagare. A te piace quel suono marcio e sofferto che ha Cobain e te ne fotti.
Poi è il 1999 e a Seattle sta cominciando la rivoluzione dei movimenti! Quella che poi verrà a morire nella città dove vivo adesso. In questa Genova qui, che ancora trema sottovoce quando gli elicotteri si alzano in volo.
I tuoi quattordici anni rimbalzano tra punk, grunge, hardcore, rap, e i Marlene Kunz continui a non sopportarli e gli Africa Unite ti danno noia anche solo a sentirli nominare. Poi a te piacciono più gli anfibi diciotto buchi che le Birkenstock per cui te ne fai una ragione. Cerchi di ascoltare quello che piace agli altri, di diventare un po’ una banderuola musicale pur di non essere sempre quella che se ne sta sulle sue. Ora ho quindici anni! Siamo nel 2000! Abbiamo scavallato il millennio! E io non ho praticamente limonato mai.

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Kurt Cobain, collezione privata e materiale di In Utero

Poi capita che inizi a romperti anche un po’ di articolazioni a caso, oltre che le palle. Tipo cadi in bici e ti trovi un gomito al posto di un ginocchio. E quando ti aggiustano trovano bizzarro trovare un gomito lì, al posto di quel ginocchio e una fottuta terza rotula al posto del cuore (non è veramente così, ma lasciatemi un po’ di licenza poetica, per Dio!). Insomma, c’hai un’aurea di guai che ti gira attorno tipo Sirio il DragoneAl primo ricovero in ospedale ti portano dei libri da leggere e della musica da ascoltare. No. Non è vero. Non ti viene a trovare un cazzo di nessuno, maniman la tua sfiga sia contagiosa. Chiedi a tua madre di portarti i cd che sono in quella scatola vicino al letto e quei tre o quattro libri che hai sul comodino. Ti armi di tutta la pazienza che non puoi avere a quindici anni ed entri nel magico mondo della depressione. Ti fai accompagnare per mano da un po’ di dischi a caso. Ma qual è che ti rimane incollato addosso? Nevermind.
Finalmente l’hai trovato il tuo prima e dopo Nevermind.

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Kurt Cobain, collezione privata e materiale di In Utero

Dopotutto tu sei in piena depressione adolescenziale e il cantante di una delle band che ascolti di più si è suicidato sei anni prima sparandosi un colpo di fucile in faccia. Non fa una piega, no?
Per la cronaca: io non ho mai imparato a suonare Polly e non mi ributterei in un lago d’altura nemmeno se questa cosa riportasse in vita Kurt Cobain (e io potessi andare finalmente a vederlo dal vivo).
E il mio amico con i riccioli biondi non ha mai messo lo stereo a tutto volume con i dischi che scopri nell’adolescenza e che non invecchiano mai, perché a trent’anni li ascolti ancora a volumi assurdi, muovendo le spalle e la testa come un forsennato mentre scrivi al computer.
Lui non l’ha fatto.
E io sì.
E questa cosa non mi ha salvato la vita, semplicemente l’ha accompagnata.

E a trent’anni non ho smesso ancora di esser borderline, di non capire un cazzo di musica, del mondo e della vita.
Ma appunto, Nevermind, non importa.

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R. Amal Serena

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