Archivi del mese: marzo 2017

Intervistare Jacopo Tondelli

Ho il disco Molina and Johnson che gira su spotify, il piatto dove dovrebbe girare è fermo per un motivo tecnico, non penso di aggiustarlo, penso semmai, e accade raramente, di collegare il vecchio mac che sta per crepare all’amplificatore, e da qui dove sono, da questo soppalco di legno, gonfiare il mondo con il suono di un disco; ieri era quello dei Pontiak, oggi è questo di Molina, la sua voce non è proprio sgrattoa-rusty, ma è quella che gli viene fuori per raccontare come siamo e cosa possiamo diventare per stare dentro a questo mondo che forse gonfio già lo è, e che rischia di scoppiare in mille pezzi comic sans, in un deserto di luci al neon intermittenti, coi profili social stesi a terra, fritti, elettrizzati, morti.

Sto leggendo due-tre cose ultimamente: una raccolta di autori semisconosciuti, Nei sogni cominciano le responsabilità, e Meridiano di sangue. Sapevo che prima o poi avrei letto McCarthy, speravo di farlo il prima possibile o il più tardi possibile, non ricordo più bene, una formalità, ma ormai ci siamo. Cormac, come fai a sederti sulla tazza del cesso come tutti noi? Riesci a parlare con qualcuno a voce alta? Hai pensieri sul cibo che mangi? Cosa fa un uomo come te ogni giorno? Penso a McCarthy e penso a un manager turbocapitalista. Insomma, un pensiero ribaltato. Come è possibile? (“Come è possibile l’Italia?” mi chiedeva spesso un amico giappo-toscano anni fa, quando truffavamo la giovinezza con le caramelle degli sconosciuti). C’è tra voi un artista? Insomma, uno che potrebbe rispondermi. Molina dice che “No bird ever sang on a prophet’s shoulder”, manco avesse sentito la domanda.

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Stephen Shore, American Surfaces, Phaidon

Poi niente, ero sul punto di scrivere che sto preparando un’intervista a Jacopo Tondelli e arriva lo spot di spotify, che è un po’ come quella telefonata che nei film vecchia maniera arriva quando non deve arrivare. (Mi sa che aggiusto il piatto, o metto su quel cd mistone, quello che ho lasciato a Firenze per il prossimo studente che vuole far carriera e sgonfiare il mondo).
E a proposito di spottini, ieri stavo guardando il sito della Gazzetta dello Spot (non è un refuso, è un dispetto sciocco), e la mia faccia di merda è rimasta identica a se stessa. Nessun guizzo, niente. “All gone all gone”, cantano Molina and Johnson. Che cosa deve fare un sito d’informazione che tratta il calcio per non svilire? Anche questo lo chiedo a Jacopo Tondelli, magari mi risponde: “Deve essere ruspante”.
E un sito che tratta il calcio come fosse un romanzo?

Dopo le prime domande bisognerà affrontare la questione de Linkiesta. Sono stato un po’ sarcastico nell’intervista a Massimiliano Gallo, scrivendo un’introduzione con la quale avevo voglia di camminare scalzo sui pregiudizi. E ancora non so se ho fatto la cosa giusta. Comunque, Massimiliano Gallo è un professionista eccezionale e, come si dice in questi casi, non devo dirlo io. I professionisti come Massimiliano Gallo mi fanno diventare serio, mi riprendono senza volerlo, mi urlano in silenzio che “la libertà è una forma di disciplina”.
Per chiarire la faccenda protocollata come inchiesta Linkiesta: conosco la vicenda che ha portato al licenziamento di Massimiliano Gallo e alle conseguenti dimissioni di Jacopo Tondelli e Michele Fusco. Chi mi ha chiesto per quale partito votasse Gallo, questa vicenda non la conosce. Ed è un peccato soprattutto non conoscere il passato de Linkiesta, quello che sono stati in grado di realizzare, i riconoscimenti conquistati; la dignità che hanno avuto e dimostrato: si può stare benissimo al mondo anche senza fottere il prossimo, è assodato.

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Stephen Shore, American Surfaces, Phaidon

Che altro poi? Un commento sulla slide della Rai lo ha già scritto, potete leggerlo qui, ma aspettate un attimo prima di cliccare sul link agli Stati Generali. Sapete perché quel sito si chiama così? Se non lo sapete, significa che non avete letto neanche questa intervista di Moreno. Comunque ve lo anticipo: “Gli Stati Generali sono quelli che han dato la stura alla rivoluzione francese nel 1789”. Ora a me non interessano le rivoluzioni alla francese, con le testoline che rotolano e la sporcizia ovunque, non pretendo neanche un pranzo di gala, chiaro, ma ormai, come dire… “le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso”, no? E lo dice uno che ha dedicato metà delle mazzate prese a Genova a Fidel, Fidel alla linea. Adoro i CCCP, ma adoro ancor di più i non allineati, e forse Giovanni Lindo Ferretti è un lusso per l’Italia attuale. Allora mi interessano di più le sture, mi interessa ragionare sui punti morti che, come dice Moreno, sono più vivi che mai. Mi interessa la rivoluzione “lenta”: l’evoluzione. La pisciatina intellettuale sopra l’ingiustizia la lasciamo fare ai politicanti e agli studenti, che devono crescere e diventare forti, per affrontare una società matrigna che li ripudia; questa società-dio che divora i suoi figli come Crono, ma sempre un dio è.

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Stephen Shore, American Surfaces, Phaidon

Il disco di Molina and Johnson non smette di girare, siamo tornati al pezzo iniziale: “I would let you in / I would let you / I would / I would”; la puntina di spotify non salta mai, e forse è questo il vero problema della fruibilità della musica in questi anni liquidi: non finisce un cazzo, o meglio, finisce tutto troppo presto, troppo presto. Che poi, questa società liquida è davvero liquida? Il soggettivismo sfrenato ha devastato ogni punto di riferimento? Tutto si dissolve nella liquidità? Tutto-tutto? Anche la dissoluzione del concetto di soggetto di Nietzsche si è dissolta nel liquame dell’apparire come valore? Una meta-dissoluzione? Il buio come valore, come teatro per chiedersi essere o non essere, dov’è finito? E ancora, siamo tutti convinti che “il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”? Dovevamo andare oltre, fare di noi stessi dei capolavori, ne abbiamo fatto delle vetrine; spero arrivi presto il giorno in cui le spaccheremo con la testa. Anche se temo che quando questo accadrà, accadrà senza vitalità, accadrà perché non avremo niente da fare. Eccola l’ultima domanda per Jacopo: se gli Stati Generali sono quelli che han dato la stura alla rivoluzione francese, chi è che può sturare questa società liquida?

@polpoincanna

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La prima goccia bianca che spavento

“Eleonora si sta vestendo, prendi un po’ di crostata intanto che aspetti. L’ho fatta questa mattina, è con la marmellata di albicocche, ti piacciono le albicocche? A Eleonora piacciono tanto le albicocche…”

E lui che non sapeva neanche cosa dire. Come si rispondeva al quotidiano, non lo sapeva.
Lui che avrebbe voluto solo alzarle quel vestitino, toccare quelle cosce abbronzate. Quel culo di mamma.

Nella carne di un ragazzino la vita ci entra di prepotenza

“Fa un caldo oggi”, si raccolse indietro i capelli con entrambe le mani, affacciando le tette al mondo intero.
Quei capezzoli e quel tono di voce. Avrebbe voluto farsi una sega all’istante.
“Grazie.”
Non gli piaceva la marmellata di albicocche. A lui piaceva la Nutella spalmata sul pan carré.
“Ti piace?”
“Molto.”
Mangiava la crostata. Mangiava, mangiava.
Rosa gli passò vicino. Gli accarezzò la testa con la mano scompigliandogli un po’ i capelli. Si diresse verso la stanza della figlia.
Lui si guardò in mezzo alle gambe. Avrebbe voluto accarezzare il seno di Rosa con la punta del cazzo. Più ci pensava e più lo sentiva tirare. E temeva: da qualche settimana c’era il rischio di sporcarsi.

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“Eleonora viene tra un attimo.”
Anch’io…
“Sì, grazie signora.”
“Vuoi ancora un po’ di crostata?”
Vorrei mordere i tuoi polpacci.
“Sì, no… È davvero buona ma…”
“Tieni, non fare complimenti. Sei pronto per la partita di domani?”
“Sì-sì, prontissimo”.
La guardava e mangiava. Mangiava, mangiava.
Eleonora uscì dalla stanza e si avvicinò a lui. Gli diede un bacio sulla guancia per salutarlo e il suo coso si ammosciò.
Corse subito ai ripari: guardò Rosa impegnata a bagnare le foglie dell’oleandro con uno spruzzino. Era lì, chinata. “Posso andare in bagno?”

Vide gli asciugamani per il bidet. Prese quello azzurro e ci sprofondò la faccia. Cominciò a leccare. Si sentiva la lingua come una fettina impanata

Lo raggiunse rapidamente e chiuse la porta. Prese ad annusare gli accappatoi. Trovò quello di Rosa: trovò il suo odore. Si slacciò i pantaloncini e iniziò a masturbarsi. Tutto quel sangue che gli pompava la cappella… Si guardò intorno. Vide gli asciugamani per il bidet. A Rosa piacevano i colori del cielo. Prese quello azzurro e ci sprofondò la faccia. Cominciò a leccare. Si sentiva la lingua come una fettina impanata, ma non riusciva a smettere. Poi l’arrotolò intorno al cazzo.
Con la coda dell’occhio vide i trucchi disposti con gusto sul mobile del lavandino. Pensò alle sue cosce, al suo profumo, a quell’aria da femmina.
Sentì la sua fica abbracciagli il pisello. Strinse l’asciugamano. Blow-up.
Qualcuno bussò alla porta del bagno, l’ansia bussò nella sua testa. Afferrò l’asciugamano e senza pensare a quel che stava a fare lo gettò dalla finestra. Si tirò su i pantaloncini, si sciacquò la faccia e uscì.
“Andiamo? Sotto c’è Mario che ci sta aspettando…”. Era Eleonora.
Passarono davanti alla cucina.
“Mamma vado al campetto!”
“Non fare tardi, c’è anche tuo padre oggi.”
Lui si voltò per cercare il suo sguardo. Trovò il suo sorriso.
Come sei bella Rosa.
Una volta in cortile, corse veloce dall’altra parte del palazzo. Eleonora e Mario lo guardarono senza capire. E in fondo neanche lui capiva. Nella carne di un ragazzino la vita ci entra di prepotenza.
Raccolse l’asciugamano.
Lo annusò nuovamente.
“Ti amo.”

@polpoincanna

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Digital Ephemera/2

Trainspotting 2 è un film brutto. Brutto poverino non perché non sia bello, ma perché ha il cuore intriso di malinconia. Non è nato sicuramente da esigenze artistiche ed è un’operazione commerciale o un’operazione nostalgia. Niente di male in questo, ma T2 è amaro. Arriva nell’anno dei grandi revival (tra qualche mese la terza serie di Twin Peaks  e a giugno Blade Runner 2) si traduce nel sospetto, neppure tanto velato, che trent’anni a questa parte non ci sia stato più niente di veramente significativo, che abbiamo bisogno di un sequel perché la generazione di quelli nati negli anni ’80 (la mia) non ha lasciato veramente il segno, o non è stata ritratta. Si guarda al vecchio esaltandolo per mascherare un senso di colpa languido: la consapevolezza che non abbiamo fatto una beata mazza. Penso che pure Danny Boyle abbia maledetto i soldi accettati e mi si è radicata in testa una convinzione, che quando fa dire alla giovane prostituta bulgara rivolta a Renton e Sick Boy: siete vecchi e pensate solo al passato, stia parlando di noi e di se stesso. Il pubblico lo voleva, il pubblico va pazzo per i revival, per il vintage, per il passato, il pubblico È nostalgico. Era tutto meglio. Prima. Prima quando? Prima… di ora. Prima di NOI. Diventa una sorta di Quando c’era lui… Ho un sacco di miei amici ammalati di questa nostalgia, 35enni che languono per un passato in cui nemmeno stavano bene… gli anni ’90, un periodo torbido sotto ogni scenario, dalla cultura alla politica, dall’arte alla finanza.

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Trainspotting 2 nasce da questa nostalgia.

Se la nostalgia ha un tempio in cui essere venerata quel tempio oggi è il web. Se il tempio ha dei sacerdoti, quelli sono i ragazzi nati negli anni ’80 e ’90, coloro che producono contenuti, che usufruiscono, che intellettualizzano il web. Intellettualizzare il web non vuol dire un cazzo, me lo sono inventato, è come essere convinti di parlare col gatto e il gatto capisce. Non è nemmeno utopico, è proprio impossibile. Come se il web avesse una vita propria. Quando vi parlano de “la voce della rete” o l'”opinione del web”, non vi stanno dicendo niente. Ci sono solo persone e persone e persone. Infine se la nostalgia ha un esercito di fedeli siamo tutti noi che usiamo i filtri vintage delle app per foto, che mettiamo i like (che c’è di più effimero del like?).

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Frequento il web come abisso esplorativo, come ozio creativo ispirazionale; da anni accumulo ore di scrivania in ufficio o nella penombra di casa in cui il tempo si allunga come una sbobba sbronzante («Sono al computer arrivooooo un attimooooo») e la noia si trasforma in effervescente occasione, tra pagine scrollate, refresh, e pellegrinaggi da un sito all’altro alla ricerca del “wow! figata!”, alla ricerca della digital ephemera, che è l’ultimo tesoro rimasto accessibile. Un tesoro gratuito e alla portata di tutti, una manna dal cielo nell’era dove non ci si può permettere di viaggiare o di acquistare beni materiali. la digital ephemera è il metadone dei consumisti.

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Vedo il web come mercatino delle pulci di paccottiglie emotive in cui tutto è gratis, il web come un grande luogo popolato di stramboidi che un tempo avrebbero animato festival dell’antiquariato e mostre scambio di vinili. Il web come Tumblr, come foto salvate e tenute preziosamente negli sfondi dello smartphone o inviate a fidanzate e amici come preziose cartoline. Il web come pagina di annunci perenni che non pubblicizzano più prodotti ma profili, pagine di utenti che sono annunci di loro stessi. Il fine ultimo? Incontrare qualcuno o qualcosa che ti sconvolga la vita. Come sempre. Come prima del web.
C’è il sospetto che il web non abbia cambiato NIENTE. Però la sua parabola mi ricorda quella dell’euro, qualcosa che doveva unirci ma che a reso più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Come l’euro ha svalutato tutte le altre valute, ciò che prima era monetizzabile (una canzone, una fotografia, una competenza) è diventato alla portata di tutti e quindi gratuito. Mi viene da ridere quando sento parlare di proprietà intellettuale. Ormai tutto è di tutti, niente è di tutti. Jacopo Benassi, diventato famoso con i suoi scatti alle pantofole che ha sempre pubblicizzato sul web, si trova la Nike che mette in vendita le Nike Benassi. Foto del prodotto identiche (ma brutte) alle vecchie foto delle pantofole di Benassi. Oltre il danno, la beffa, perché Benassi usa Adidas. Il web è così non te la puoi neanche prendere.

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Si pensava che il web avrebbe spazzato via tutto, che sarebbe stata una peste culturale e che solo i ragazzini post 2000, quelli che passano le ore a guardare i video di Anima, SurrealPower, Vegas e Favij, avrebbero avuto gli anticorpi per sopravvivere. Invece niente. Guardatevi una puntata di Non è la Rai e ditemi se lo avreste mai detto che Ambra diventava qualcuno? Non è la Rai rivisto oggi è veramente il niente. Tipe che ballano mezze nude. Oggi un programma così non te lo puoi mica permettere, tuttavia tutte le generazioni hanno una componente di incomprensibile, di inammissibile, di decadenza, ma l’incomprensione riguarda solo per la generazione precedente: i vecchi. Un esempio? Dovevano sparire vent’anni fa e invece si vendono ancora i vinili, si fanno ancora le foto in pellicola. Si posta tutto online. Il vaccino consiste nell’iniettarsi il virus. È solo il cambiamento che ci spaventa. Ren Hang, che si è suicidato ad appena trent’anni mentre era il fotografo cinese più famoso del web, diceva che le fotografie digitali erano solo grafica, immagini. Le vere fotografie per lui erano solo a pellicola. E non era un frequentatore di circoli di fotoamatori di provincia.

Il lato oscuro, non ludico, paludoso del web sono i social network. I social network sono un luogo scabroso, un Discount della realtà, in cui si vendono come ottime occasioni dei pacchetti viaggio all inclusive a gente in bolletta, gente che non potendo permettersi la versione lusso della vita (quella in cui fa quello che gli pare), si prende quel che può facendo finta di fare quello che gli pare sul web. Quello che potrebbe essere un’eden virtuale, diventa così un simulacro della realtà e le persone cominciano a comportarsi come nella realtà recitando una parte.

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Avranno anche pompato la primavera araba ok, ma da noi i social network non sono serviti a niente. Ci hanno dato solo più Scanzi, più Lucarelli, più influencer, più trend topics. I social sono un fenomeno di cui nessuno sa niente, nessuno realmente capisce la portata ma in realtà nessuno può fare a meno. I social sono un traghetto che fa la spola continua tra la realtà cruda in cui viviamo e una realtà che è quasi identica alla nostra ma più frivola, e finiscono per essere loro a influenzare la realtà e non il contrario. I social riescono a far smuovere il Codacons e Renzi per prendere le difese (giustamente) di Bebe Vio ma che rendono macabramente celebre Tiziana Cantone, la povera crista sputtanata, derisa all’unanimità da famosi e buzzurri, da FRAGOLA, umiliata fino a rimetterci la vita. Il politico una volta fatta la dichiarazione che appare sui social può benissimo non fare più niente tanto ormai la cosa l’ha detta, è su internet, e passa di bacheca in bacheca come di bocca in bocca fino ad arrivare lontanissimo come nell’antica tradizione orale trasformando le gesta ad ogni condivisione di post, ingigantendole, distorcendole, rendendole irrimediabilmente indipendenti dalla realtà. Fino a qualche tempo fa la gente passava il tempo davanti alla tv senza mai aprire un libro o un giornale, ora quella gente ha la tv e i social. Libri e giornali sono per mosche bianche.

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I social sono quello spazio in cui le notizie nascono così rapidamente che non si capisce se sono vere o false, ma che non si fa in tempo a smentirle perché ormai sono diventate virali ed è già tardi. Sono un fenomeno per cui si devono fare leggi anti bufale perché Secondo l’Istat 80 nostri connazionali su 100 sono analfabeti “funzionali”. Cioè sanno leggere, scrivere e far di conto, ma non sono in grado di comprendere e sintetizzare un breve testo di media difficoltà o un articolo di giornale appena letti o ascoltati. Sanno aggiornare il loro profilo Facebook, ma non comprendono un grafico o i termini di una polizza assicurativa. Leggono, guardano, ascoltano, ma non capiscono. E spesso non se ne rendono nemmeno conto (La Stampa). Dati che potete leggere qui.

Christopher Polentz, 1994

È molto più rassicurante essere turisti nel web che protagonisti. Anonimi viaggiare per riportare a casa souvernir.

Tumblr è il Louvre del nostro tempo.

L’ocolus è la nuova dimensione di questo tempo. La realtà virtuale sarà il nostro paradiso.

Ray Banhoff

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All’anima di chi te muort, Leone

Negli ultimi anni era giunto a una sorta di sintesi, un verso gutturale e ispido con cui scimmiottava un handicappato e mugolava a voce alta (possibilmente in posti affollati) DAAAAA-DAAAAA. La gente lo guardava infastidita in modo sinistro come se fosse la creatura di un mondo a cui nessuno voleva guardare. Leone Di Lernia lo faceva apposta per rompere i coglioni e per affermarsi prepotentemente sugli altri. E ci riusciva.
Ho lavorato per cinque anni a Radio 105 e la prima persona a cui sono andato a porgere la mano fu Leone. Gli dissi: sono cresciuto con TI SI MANGIATE LA BANANA. Mi lasció finire, fissandomi in silenzio con una evidente sicurezza di sé, poi declamò: RICCHIONE! CHI TE MMUORT! Non avevo mai sentito un uomo della sua età parlare così. Rimasi spiazzato. Anni dopo mi ribattezzò: GESÙ CRISTO. Mi chiamava così per la barba. Mi chiese di memorizzargli nell’iPhone il mio nome come GESÙ 105 mi pare. Aveva un iPhone con i caratteri giganti perché non ci vedeva. Era anziano, aveva la stessa età di Berlusconi e se ne vantava.

L’ho visto tutti i giorni della mia vita lavorativa per cinque anni. Eravamo in confidenza. Gli facevo una foto e mi faceva: fa vedere! Non sei buono a fa le foto Gesù! Certi giorni, dal niente, mi avvicinava e mi ripeteva: Gesù Cristo tu non ce la farai MAAAAI. Tu non sfonderai MAAAI. Io sapevo che intendeva esattamente il contrario ma non glielo davo a vedere. Mi ci scornavo, gli davo contro. A volte ci passavo mezz’ore intere scappando dal lavoro e rifugiandomi a oziare al Moscova7 il bar sotto l’ufficio, lui mi diceva: nel tuo ufficio GESÙ siete come i carabinieri: in cinque per mandare un fax. Uno fa il numero, uno mette il foglio, uno fa un bocchino alla puttana de sorata! Sempre questa cosa mi diceva. Sempre così. Sempre al bar Moscova7, dove Leone urlava con il proprietario Roberto (altro personaggio epico) e pranzava rigorosamente accompagnato dal fedelissimo Paperino di Pap’s n Scars con cui formava una coppia tanto strana quanto unita, o talvolta da suo figlio Davide. Quando non era molesto o lamentoso, il bar era come se fosse suo. Leone troneggiava all’ingresso canticchiando canzoncine scabrose e invadendo i passanti. La gente non sapeva come sottrarsi alle sue grinfie. Guardava un signore di mezza età e con la vocina da bambino diceva: lui si fa inculare dai trans, indicando me o chi aveva accanto. Oppure mimava in silenzio e con una dinamica facciale impressionante il gesto del pompino inseguendo qualcuno. Quello non si accorgeva di niente, ma tu assistevi allibito e divertito alla scena. Alcuni ne rimanevano terrorizzati, turbati. Altri non riuscivano a smettere di ridere e chiedevano bis in cui lui si dava, incurante di perdere ogni dignità pur di essere al centro dell’attenzione. Trovandomi in strada con una mia amica che non conosceva le disse: mia figlia alla tua età succhiava i cazzi ai cavalli. Ho i video! Io ridevo, lei ancora oggi lo ricorda irritata. Era uno che divideva, Leone. Lo spettacolo era la sua vita. Trasformava il marciapiedi in un palco.

Una volta passò una coppia gay tipica milanese, vestiti da dio e improfumati, con un barboncino col cappottino. La coppia lo riconobbe e passò oltre. Lo guardavano un po’ schifati e lui li fissò in silenzio lasciandoli sfilare e seguendoli con lo sguardo da bambino matto. Una scena da western, tutti si aspettavano il peggio. E quando il pericolo sembrava scampato e la coppia fu di spalle lui ululò a tradimento: il cane è ricchione! E tutti giù a ridere. Questo era Leone. Era un rompicoglioni unico, girava con il suo iPhone pieno di video porno in cui dei negri superdotati si sbattevano le vecchie. GESÙ CRISTO, GUARDA QUA! La maggior parte delle volte lo evitavo perché se avevo una giornata così così lui era capace di infierire fino a sfinirmi. Se capiva il tuo punto debole eri finito. Gesù Cristo, mi diceva, vai in un posto in stazione centrale ci sono le vecchie che se te le scopi ti danno 5000 euro ma tanto non lo fai Gesù perché tu non ce la farai maaaaaai.

Leone young

A volte invece si apriva e tirava fuori una saggezza da uomo di mondo, da uno che ne ha viste tante. Era lo stereotipo del terrone che ha avuto successo, ostentava foto abbracciato a De Niro, a cena con Berlusconi (ora che ricordo era Berlusconi che cenava e rideva come un matto mentre Leone teneva banco facendo casino davanti al tavolo un po’ imbucato). Chiunque veniva in radio ci si fermava a parlare. Chiunque. Lo prendevano in giro ma poi non potevano fare a meno di farcisi una foto. Leone viveva per essere riconosciuto ma non conosceva spesso i vip che lo adulavano. E tu chi cazzo sei? Era solito dire a gente famosa. Mi pare Santamaria una volta chiedesse allibito ai conduttori di 105 Friends: ma quello è matto?

Si concedeva a chiunque senza limitarsi mai. A volte diceva delle verità assolute che poi rinnegava ritornando nel suo atteggiamento passivo aggressivo, ma intanto le aveva dette. Così quando gli proponemmo di intervistarlo per WNR accettò e ci fece un gran favore. Andai a prenderlo in macchina a casa e lo portammo in studio da Toni. Era la prima volta che chiedevamo a un fotografo così importante di collaborare con noi e incrociavamo le dita: speriamo non ci faccia fare figure. La stretta di mano tra Toni e Leone fu epica. Leone serio disse a Toni: sì, ti conosco. Ottimo inizio. educato. Poi concluse: sì, ti conosco, tu succhi i cazzi in stazione centrale. Io e Moreno ci guardammo terrorizzati, poi scoppiammo tutti a ridere, Toni più forte di tutti e Leone si mise in posa. Gli vennero fatte le due foto più belle che gli sono mai state fatte ma lui manco le ha mai guardate. Perché era così. Ti faceva bestemmiare tanto era testardo. Aveva la smania di apparire ma poi si atteggiava come se non gliene fregasse niente, parlava del suo momento più alto di celebrità come con disprezzo, scoglionato. Eh sai che novità? pareva dirti. Parlava di sé come del più famoso dei famosi: OH GESÚ CRISTO A ME MI CONOSCONO TUTTI. Ed era vero. Viveva tempestato di telefonate perché allo Zoo di 105 davano di continuo il suo numero in onda. Lui rispondeva in vivavoce seduto sulla panchina del marciapiede del Moscova7 in modo che tutti potessero sentire. E li abbaiava insulti a gente che lo chiamava per insultarlo. Spesso si trattava di ragazzini. Ma lui non risparmiava L’ANIMA DE CHI TE MMUORT! a nessuno. Era il suo show. Lo incontravi camminare tra Turati e Moscova col borsello e il cellulare sempre in mano. Parcheggiava la Punto (che guidava pure bene) in doppia fila o sul parcheggio residenti, smoccolando. Quando eri felice magari per un motivo personale lo salutavi da lontano e lui ti rispondeva sorridendo, dandoti spago, sembrando per una volta “contenuto”, per poi chiudere con un: CIAO RICCHIÓ! O DAAAA-DAAAAA. Era sempre Leone. Sempre. Non staccava mai. Ti faceva sentire che eri tu il vecchio tra i due.

Non beveva, non fumava, odiava le droghe. La sua unica droga, ti rispondeva, era stata la fica. Aveva sempre aneddoti svilenti su chiunque, raccontava segreti e pseudo segreti di vip. Mazzoli in primis. Di lui diceva: se io muoio si ammazza, vive per me, senza di me si sente perso. Poi quando i vip li aveva davanti un po’ li lisciava e un po’ si faceva lisciare. Era lavoro. Era il suo personaggio.
Ieri mattina avrebbe goduto come un pazzo a trovarsi come notizia di apertura del Corriere.it. Abbiamo fatto il botto, ti avrebbe detto gongolando. E poi come sempre concludeva: OH CHI TE MMUORT! LEONE DI LERNIA NON MORIRÀ MAAAAAAI. lo diceva sempre. Mi viene da piangere sorridendo a pensare che è morto ma al tempo stesso qualcosa mi fa dire che aveva ragione. Leone Di Lernia non morirà mai.

Ray Banhoff

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