Archivi del mese: febbraio 2017

Dedicato alla cattiva scrittura

L’altro giorno rispondevo a una ragazza che aveva inviato un pezzo da pubblicare qui su WNR. Dovevo scriverle che il pezzo non era adatto per writeandroll. Mi ero confrontato con Ray prima di risponderle. Era una valutazione stronza forse, ma era sincera. E qui la sincerità è il primo e unico comandamento. Poteva andar bene per gli inserti culturali di tante testate, ma non per WNR.

Però come si fa a scrivere una risposta del genere senza patire? Non lo so. E come si fa a scrivere quello che ho appena scritto senza passare per patetico o senza rischiare di essere giudicato come uno che si mette sul piedistallo e dice alle persone intorno: “Io sono buono, io soffro a mettermi nei panni di chi rifiuta e di chi deve leggere un rifiuto”. C’è una soluzione? Credo di sì, ma non sarà mai una soluzione adatta alle paranoie di tutti.
Non se ne esce.

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Ogni volta che penso a quello che vorrei che gli altri capissero di me, sto male. Ed è brutto dirlo, qui e adesso, dove la gran parte dei miei coetanei è brillante e se ne fotte di questi problemi, superando a destra le paranoie che mi divorano.
L’unica cosa a cui spesso mi aggrappo (quando ci riesco) è l’inizio di un discorso di David Foster Wallace (discorso che fece per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, il 21 maggio 2005).

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”.
È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole. Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.
Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

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Ho studiato filosofia per alcuni anni, ma non mi sono laureato in filosofia. Mi sono laureato in Linguistica. L’ho fatto per problemi di autostima, credo. Ricordo che quando studiavo Wittgenstein mi faceva male la testa. Non sempre, quasi sempre. Il mal di testa mi veniva quando cercavo di sentire in me la sua consapevolezza. Era un esercizio che avevo già provato a fare con le persone che conoscevo e che mi interessavano. Perché da qualche parte avevo letto che era un esercizio mentale da fare, se si aveva il desiderio di fare della narrativa valida. Allora mi dissi: “Dovrei provare con Wittgenstein”. Non ci vedevo nulla di assurdo e arrogante in tutto questo. Pensavo: “Se riesco a farlo con lui, vuol dire che non sono stupido, che posso parlare con tutti senza timore, che posso farmi accettare per come sono”, e che il mondo, in fondo in fondo, non vuole disadattati con la siringa al braccio, non ne ha nessun bisogno, e non ne ha bisogno nessuno.

Di Wallace me ne parlò una ragazza che conobbi a un master. Ricordo alcuni dettagli, ma se dovessi riportare l’intera conversazione, non potrei farlo. Non ci riuscirei, è passato tanto tempo. I dettagli che ricordo hanno a che fare con la commercializzazione pop del nome David Foster Wallace. Il sarcasmo, l’astio, la presa in giro per tutti coloro che riportavano le sue frasi senza aver letto nulla di lui. “Vedrai, farà la fine di Jim Morrison”, mi disse. Tipo:

“Rosso di sera bel tempo si spera”
Jim Morrison

“Diventerà il nuovo idolo dei diari delle medie”.
Un paio di settimane dopo iniziai a leggere La scopa del sistema, scelsi quello perché aveva a che fare in qualche modo con Wittgenstein. Lessi anche Infinite Jest, ma a pezzetti, in modo disordinato e altalenante; quando qualcuno mi chiede di quel libro non dico mai di averlo letto, dico solo: “Sì, lo conosco”. Poi, oltre a un paio di saggi, arrivarono anche Brevi interviste con uomini schifosi e La ragazza dai capelli straniDi quest’ultimo ho un ricordo nitido, o forse dovrei dire che ho un ricordo meno distorto dal tempo trascorso fuori e dentro di me.
L’ultima cosa che ho letto su Wallace è il saggio di J.J. Sullivan. L’ho letto stamattina, anche se avevo mal di testa. Forse perché ieri sera mi sono addormentato cercando di comprendere la risposta della ragazza a cui avevo scritto che il pezzo non andava bene per WNR. Mi sono addormentato mentre sceglievo cosa pensare della sua risposta.
Stamattina è andata così: ho aperto Facebook per vedere le notifiche che mi erano arrivate, ma poi non le ho guardate: ho visto un post “pubblico” di Sarmi Zegetusa riguardante DFW e ci ho cliccato sopra. Era il saggio di J.J. Sullivan pubblicato nel maggio 2011 (GQ USA). Il saggio è un insieme di considerazioni sul romanzo incompiuto di DFW, Il Re Pallido. Romanzo che non ho letto e che immagino non leggerò mai, per vari motivi. Non per snobismo, ci mancherebbe. Nel saggio c’è questa parte che mi ha ricordato un altro pezzo su Wallace (ne scrivo sotto):

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La scelta di Wallace dell’Agenzia delle Entrate come ambientazione ha senso se consideriamo che stava cercando di fare qualcosa di teologico con questo romanzo, e il ”servizio”, come lo chiamano gli impiegati, offre delle opportune sfumature gesuitiche. Usa l’Agenzia delle Entrate come Borges usava la biblioteca e Kafka i palazzi della legge: come un’analogia del mondo. Insinua un legame tra lo spostamento sotterraneo della politica dell’Agenzia delle Entrate che si trasforma da un’agenzia che ha il compito di raccogliere le tasse (cioè mettere in atto la legge) ad un ente che cerca di massimizzare il profitto, o come Wallace spiega in una nota a margine lasciata sul manoscritto, “Il vero problema è se l’Agenzia delle Entrate debba essenzialmente essere un’entità aziendale o morale”. Attraverso sottili ammiccamenti (tirando in ballo oscure cause civili), Wallace collega la nozione che l’Agenzia delle Entrate stia diventando un’azienda, all’idea, introdotta nella vita americana alla fine del diciannovesimo secolo, che agli occhi della legge, una grande azienda sia la stessa cosa che un individuo, con gli stessi diritti. Wallace non è arrivato a completare tutta l’opera, ma ci basta per capire che una versione completa de Il re pallido avrebbe operato in una logica simbolica in cui, se Agenzia delle Entrate=grande azienda, e grande azienda=individuo, allora Agenzia delle Entrate=individuo. L’agenzia sarebbe diventata una metafora per tutta l’anima politica americana.

Ecco, questo passaggio mi ha fatto venire in mente un pezzo di Christian Raimo pubblicato su Rolling Stone nello stesso anno, 2011. Scrive Raimo:

Il nostro immaginario ha da sempre dato forma alle nostre peggiori paure infantili. I nostri genitori ci faranno a pezzi, ci regaleranno a un orco, ci abbandoneranno nel bosco. Chi sembra proteggerci, in realtà, ci farà violenza. La mia memoria di lettore è piena di scene del genere. Come quella all’inizio del più bel racconto degli ultimi vent’anni, Piccoli animali senza espressione di David Foster Wallace (contenuto nel suo libro La ragazza dai capelli strani, riedito da Minimum Fax dopo la morte dell’autore, ndr): due bambini vengono fatti scendere dalla macchina in mezzo a una strada deserta del Midwest, di fronte a loro c’è una mucca che li scruta, finché scende la notte.
Ma, a rifletterci un secondo, anche all’interno di questo scenario terribile di paure ancestrali, vive un elemento di solidità: l’adulto è ancora sempre per il bambino la Legge. Quello forte. Un dio che divora i figli come Crono appunto ma sempre un dio. Una legge che può diventare anche incomprensibile come un ordine, o minacciosa come una violenza improvvisa, ma che ha il suo fondamento in una gerarchia che mai sapremmo mettere in discussione. Del resto, non ci piace anche essere coccolati dai nostri genitori proprio perché sappiamo che invece potrebbero essere violenti, severi o indaffarati, e invece si dimostrano dolci e comprensivi?Quest’ordine simbolico ci preserva, da piccoli, da un vuoto di senso.

American novelist David Foster Wallace (1962 - 2008), New York City, 2005. (Photo by Janette Beckman/Getty Images)

Prima di andare avanti, sento l’urgenza di dire che non ho intenzione di spiegare niente. Probabilmente, interrogando me stesso, non sarei in grado di farlo. Ho solo impressioni compatte di quello che ho letto, e mi basta.
A differenza di Raimo, lo scritto di Foster Wallace che mi connette al tema è il racconto che dà il titolo a quella raccolta: La ragazza dai capelli strani. In quel racconto, c’è un personaggio punk che non mostra nessun riferimento all’estetica punk, eppure è l’unico dei suoi amici ad essere autenticamente punk nel suo modo di sentire “tutto ciò che accade”; si chiama Cucciolo Rabbioso. Ma non è questo l’aspetto che mi porto dietro. Quello a cui penso spesso quando mi viene in mente quel racconto riguarda la motivazione che spinge Cucciolo Rabbioso ad essere Cucciolo Rabbioso: “Io e mia sorella eravamo nella stanza di mio fratello a giocare sulla sua scrivania e trovammo delle riviste nel cassetto più basso e le riviste, che erano erotiche, erano piene di uomini e donne impegnati in atti sessuali e ci mettemmo a leggere le riviste e ci trovammo davanti agli occhi figure di uomini che infilavano il pene dentro il buco fra le gambe delle donne e tanto gli uomini che le donne avevano l’aria molto felice e allora tolsi le mutande a mia sorella e mi tolsi anche le mie e misi il pene, che era molto eccitato per via delle riviste, dentro un buco che io e mia sorella avevamo trovato fra le sue gambe, che era la vagina, ma farsi mettere il mio pene nella vagina non rese mia sorella felice e quando lei chiamò mio padre e lui entrò nella stanza e ci vide impegnati in un atto sessuale mi porto giù nel suo laboratorio accanto alla nostra stanza dei giochi nello scantinato e mi bruciò il pene con il suo accendino d’oro dei marine degli Stati Uniti e dichiarò che se mi azzardavo a toccare un’altra volta la sua bambina mi avrebbe bruciato il pene con l’accendino d’oro fino a staccarmelo, e poi dovetti andare da un dott. e farmi dare una pomata per il pene bruciato, e fui infelice e mi sentii a terra. […] Gin Fizz sa che la cosa che mi renderebbe il risolutore di problemi di responsabilità civile delle aziende più felice nella storia del pianeta terra sarebbe uccidere mio padre e infatti ucciderò mio padre e farò il bagno nel suo sangue non appena mi sarà possibile senza magari essere colto in flagrante o scoperto colpevole della cosa, magari quando lui sarà in pensione e mia madre sarà debole, e Gin Fizz promette di aiutarmi e di uccidere anche il suo patrigno e mi fa i pompini e a volte mi permette di bruciarla”.

Dovrei far emergere il legame che nella mia testa tiene insieme il disagio nel rifiutare, l’ovvio e il suo valore, la filosofia del linguaggio, la scelta di cosa pensare, genitore-dio-Legge, la comprensione dell’Altro; ma per una volta vorrei pubblicare un pezzo volutamente sghembo, con le inferenze edipiche barra foucaultiane non chiarite, affogate dal contesto, con la coerenza e la razionalità delle interconnessioni lasciate di proposito in sottofondo, pronte ad implodere da un momento all’altro, nella mia testa e in quella di chissà chi altro. Ché spiegarle sarebbe un po’ come ridurle a una sfilata domenicale indossando il vestito buono. A volte non credo sia il caso di farlo. WNR è nato anche per questo: essere dediti alla cattiva scrittura non è una missione ma un bisogno, e così sia.

@polpoincanna

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Neal Cassady

Che la vita sia fatta di incontri avvenuti e mancati lo sappiamo tutti per esperienza personale. Neal Cassady, giovane ragazzo di strada nella Denver degli anni ’40, non ne mancò nessuno. Il primo avvenne con la strada, nacque infatti nel 1926 durante una sosta a Salt Lake City dei suoi genitori che stavano viaggiando su una scassata automobile in cerca di fortuna. L’ultimo avvenne anch’esso con la strada quarantadue anni dopo, una notte lungo una ferrovia messicana per un connubio mortale di troppa vita, troppa anfetamina, troppi barbiturici.

Per lui la strada non era un topos letterario. Era la sua vita e quindi fu anche la sua morte.

In mezzo a questi due appuntamenti che ci fanno riflettere su cosa siano il caso e le coincidenze, vi furono altri incontri che fecero di Neal non più uno dei tanti bad boys dell’America anni ’40, ma un personaggio letterario, nato sulle pagine di due scrittori da lui molto amati e da cui fu molto amato: Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Senza di lui infatti la beat generation non sarebbe mai esistita, Kerouac non avrebbe scritto “Sulla strada” e “Visione di Cody”, Ginsberg non avrebbe scritto le poesie d’amore dedicate a Neal, di cui fu per un breve periodo, all’inizio della loro conoscenza, amante e poi grande amico. Neal fu l’angelo ispiratore dei romanzi di Kerouac e delle poesie di Ginsberg,  perché come scrisse Ginsberg “era l’immagine ideale dell’Adamo americano…del Billy Budd che aveva proposto Melville, del grande cittadino magnanimo che Whitman aveva proposto come inevitabile. Era la restaurazione della tenerezza nell’immagine maschile ideale e decisamente macho del duro ragazzo dell’Ovest”.  

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Quando Kerouac nel 1950 ricevette da Neal la famosa Joan Letter formata da un solo lunghissimo paragrafo capì come avrebbe scritto “Sulla strada”, trovò la sua voce di scrittore e l’insegnò a Ginsberg. In essa, senza prendere fiato attraverso la punteggiatura, ma dando alla sua scrittura il ritmo incalzante della sua vita vissuta di fretta per battere l’inesorabile trascorrere del tempo sul suo stesso terreno, Neal racconta di sé, della sua vita da vagabondo insieme al padre alcolizzato, delle ore e giorni passati nella sale biliardo, delle macchine rubate per una notte per divertimento. La sua epopea insomma, di cui ci è rimasta traccia in una sua autobiografia intitolata “Il primo terzo” in cui egli descrive il primo terzo appunto della sua vita.

Ho una particolare tenerezza per il mitico personaggio che Neal Cassady. Kerouac e Ginsberg erano degli scrittori e chi in un modo chi in un altro raccolsero i frutti del loro lavoro. Neal continuò la sua furia di vita. Per vent’anni fu il protagonista indiscusso prima della scena beat e poi di quella psichedelica, guidò infatti l’autobus del Merry Prankers di Kene Kesey (autore del romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo da cui fu tratta il famoso omonimo film), e infine sfiorò quella hippy.

Neal, l’ho detto è l’inizio di tutto, senza di lui niente beat generation. Ma è anche quello che non c’ha guadagnato niente ad essere Neal Cassady.

Come si sa la gente che partecipa ad un movimento alternativo, quando questo movimento si esaurisce “torna a casa”. Lo fecero in molti quando il movimento beat e quello psichedelico, e infine anche quello hippy, esaurirono la propria energia propulsiva; lo fece Jack Kerouac che tornò a vivere con la madre, anche se dopo poco tempo l’alcol l’ebbe definitivamente vinta sulla sua volontà di smettere; per quanto riguarda Ginsberg divenne un poeta e un leader acclamato dei diritti civili in tutto il mondo. Lo fecero migliaia di altri.

Neal Cassady no. Lui non era uno di quelli che tornano a casa. Era di quelli che vanno sempre avanti. Per lui la strada non era un topos letterario. Era la sua vita e quindi fu anche la sua morte. L’ultima parte della vita di Neal Cassady e le mai del tutto chiarite modalità della sua morte, mi hanno particolarmente incuriosito e commosso; per questo ne ho fatto il centro di un mio romanzo intitolato “Il bardo psichedelico di Neal” (Volo Libero Edizioni).

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Dopo la fine dell’avventura con i Merry Prankers di Ken Kesey nell’inverno del 1967 Neal si recò in Messico a San Miguel Allende in compagnia della sua compagna di allora, la giovanissima hippy Janice Brown.  Il 3 Febbraio, secondo le voci, portato in alto dalle droghe, raggiunse a piedi la stazione dei treni di San Miguel da cui dichiarò di voler raggiungere la stazione di Celaya a prendere dei suoi bagagli. Vicini alla stazione di San Miguel incontrò un matrimonio messicano e si fermò un po’ lì. Fu trovato steso sulle traversine delle rotaie la mattina dopo e non riprese più conoscenza.  Aveva camminato solo un quarto di miglia prima del collasso. Mancavano 4 giorni al suo 42° compleanno. Si occupò di tutto Janice anche della cremazione; Allen Ginsberg reagì con tristezza, Kerouac non volle credere alla sua morte.

Il mio romanzo comincia con Neal che si ferma senza benzina con la sua auto in mezzo ad un deserto bianco. Mi sono immaginata che al momento del suo collasso e prima del coma che lo avrebbe portato alla morte, Neal viva tutta una serie di visioni, una specie di Bardo, lo stadio intermedio della coscienza che nella visione induista e buddista, porta alla rinascita.

lui era già quello che gli altri scrivevano, lui era quello di cui gli altri scrivevano. Era il romanzo, il poema vivente di se stesso

Scrivere di Neal Cassady è stato rendere omaggio a quello che lui ha rappresentato per Jack Kerouac e Allen Ginsberg, scrittori che io ammiro in maniera totale e incondizionata. Non ho niente a che spartire con il modo in cui loro tre sono vissuti, nel senso materiale del termine, ma ad un certo punto mi sono messa a leggere  sul serio Kerouac e Ginsberg e ho scoperto non il loro mondo ma il mio. Voglio bene a tutti e tre come fossero parenti, fanno parte in senso immateriale della mia gente. Invidio come sono stati amici, come si sono aiutati l’un l’altro, anche se poi l’amicizia è finita, per i soliti motivi per cui le amicizie finiscono, stanchezza, incomprensioni, gente che si mette di mezzo. Spiritualmente  mi sento vicina a Kerouac, il suo desiderio di Dio è il mio, poeticamente sento l’intensità di Ginsberg e ne gioisco. E Neal? Neal, l’ho detto è l’inizio di tutto, senza di lui niente beat generation. Ma è anche quello che non c’ha guadagnato niente ad essere Neal Cassady. A volte ho pensato che ci avesse solo perso, che lui nella vita fosse uno che aveva perso. Non che Keroauc e Ginsberg fossero stati dei vincenti, nel senso volgare del termine; loro non volevano essere dei vincenti, volevano il successo che pensavano di meritare come scrittori.

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Neal non ha avuto nulla di oggettivo che lo rappresentasse, non c’erano libri, interviste, soldi. Non c’era in lui la ricerca del successo inteso come cose materiali che si raggiungono. Perché? Secondo me perché lui sapeva di non averne bisogno, lui era già quello che gli altri scrivevano, lui era quello di cui gli altri scrivevano. Era il romanzo, il poema vivente di se stesso, era l’artista e nello stesso tempo l’oggetto della sua arte. Per questo alla fine del mio romanzo su di lui Neal rimane solo. Non ho scelto di scrivere questo romanzo, è accaduto, mi commuoveva l’amore di Ginsberg per Neal, il suo amore non corrisposto, e allora mi sono detta andiamo a vedere chi era davvero questo Neal. E ho scoperto come è morto, è mi ha colpito che lui sia nato e morto su una strada. Ho scoperto anche che ci sono varie versioni sulla sua morte. Ma c’era davanti a me l’immagine di lui riverso lungo le rotaie in una notte qualunque senza che nessuno lo potesse aiutare, salvare. Morto solo. E così me lo sono immaginato solo non lungo una strada ma in un deserto  bianco, che in fin dei conti è solo luce.

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Dianella

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Siamo solo noi

Michele dice che a quest’ora c’è qualcosa di diverso. Non lo sa spiegare, non gli interessa farlo ed è per questo che non ha scritto ancora un racconto a riguardo. L’atmosfera è rarefatta e silenziosa. Siamo al bar Castello a bere grappa e l’orologio segna le sette del mattino. Il paese è vuoto, gli studenti sono appena partiti per il capoluogo con la vecchia corriera, gli operai di turno, giù a Melfi, lavorano già da un ora e gli agricoltori, a inizio dicembre, dormono senza troppi pensieri.

p.p.b.w.

Non ho soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo

Usciamo a fare un giro e raggiungiamo una specie di belvedere, una terrazza che si apre dalla chiesa più antica e che si affaccia sui tetti del centro storico. Lui inizia a parlare, io prendo appunti.

“Questo paese non è diverso da altri. La retorica della provincia, la voglia di evasione. Tutte cazzate. Io la mattina non mi sveglio neanche, e chi dorme, vado a letto direttamente di pomeriggio. Il discorso vero è che, a 33 anni, io sono vecchio. “Non ho soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo”. Quante stronzate si leggono nei libri.”. Dice proprio così, poi si soffia il naso e mi chiede perché voglio fargli questa specie di intervista. Non lo so, rispondo, forse perché sono uno dei pochi che ha letto le sue storie. Questa cosa non lo convince.

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Parla ad alta voce ma non si gira mai, guarda dritto il panorama. Si accende una sigaretta dopo l’altra e poi indica la mia macchina fotografica. Dice di non voler esser fotografato. “Le immagini sono una truffa, meglio le parole”. Poi mette le mani sulla ringhiera e resta immobile per un bel po’. Io non so che fare, sono impacciato, non mi viene in mente niente di meglio da fare che mettermi a passeggiare sulla terrazza.

La retorica della provincia, la voglia di evasione. Tutte cazzate. Io la mattina non mi sveglio neanche, e chi dorme, vado a letto direttamente di pomeriggio.

Quando sono lontano Michele riprende a parlare, mi avvicino e gli dico di ricominciare, di andare piano, che così poi prendo appunti.

“Una volta, saranno state le cinque e mezza del mattino, sono uscito per andare da Cosimo e prendere il caffè al bar Castello. Era ancora presto e mentre aspettavo l’apertura ho incontrato Rosetta che passava di là. Mi ha fatto un cenno di saluto e senza dire niente mi ha guardato negli occhi. Chissà cosa avrà pensato. Ho iniziato a seguirla senza pretese, come se fossi un animale da compagnia che non si fa troppe domande. Lei sapeva benissimo dove andare, mi era capitato altre volte, in passato, di vederla passare di buon mattino verso chissà dove.

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Avremmo camminato forse cinquecento metri e poi svoltato verso la discesa di Santa Lucia, quella che scende giù verso la piazza grande. Pensavo di continuare a scendere per imboccare la strada che va nel centro storico. Ad un tratto lei cambia direzione e va a destra. Lì c’è un giardino privato con un cancelletto di accesso che è sempre aperto. “Vieni Michele, la madonnina ci aspetta”. Ed è l’unica cosa che le ho sentito dire quella mattina. Abbiamo passato più di mezzora lì dentro, lei inginocchiata vicino questa statua industriale della madonna, io seduto poco dietro, su una panchina di falso marmo. Probabilmente avrò pregato anche io. Non credo di averlo mai fatto prima di allora. Non negli ultimi venti anni. Non ricordo cosa pregassi, ma credo di averlo fatto. La cosa buffa è che non so che senso attribuire a questa storia. E va benissimo così. Penso che l’unica maniera sia descrivere senza pretese quello che ci capita, non esiste una letteratura capace di raccontare le emozioni che proviamo nel quotidiano in modo efficace, è il limite linguistico, il dramma che tutti proviamo. Nessuno ti dico, non Stenibeck o Tolstòj o che so io. E’ questo quello che mi interessa, la descrizione di ogni singolo frammento indescritto perché indescrivibile. Quando mi fumo le mie sigarette o adesso che parlo con te, quando bevo per pura abitudine, come tutte le cose che ci ostiniamo a fare”.

Mi ha lasciato lì a riordinare i miei appunti.

Prima di andare si è girato: “chiamami, ogni tanto”.

Ed è sparito così, mentre il sole saliva e le nebbia all’orizzonte, diradandosi, lasciava intravedere le brutture di ogni giorno.

 

N.B. - Lance

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Franco Califano

Parto all’alba da Piacenza, l’unica luce è del navigatore con impostata la destinazione: “Ardea, Roma, 560 chilometri in 5 ore e 23 minuti”. Sto facendo qualcosa che non ha nessun senso. Da poco ho perso il lavoro, non è tempo di sognare. Dovrei pensare a ritrovare una stabilità economica. Cosa vado a fare a Roma al premio Franco Califano “Che fine hai fatto cantautore”.

E’ ottobre, nel nord Italia è già inverno. Appena arrivo invece ho caldo. Il cielo è nuvoloso ma la temperatura è perfetta per un maglione di cotone. Ho prenotato una camera nella zona del Vaticano. Stanzetta piccola, pulita, al settimo piano a cui si arriva con un ascensore anni ’50. All’interno mi accoglie un arredamento antico con pizzi, merletti, crocefissi e il titolare: un giovanotto gentile, l’appartamento era di una zia scomparsa ora riconvertito in ostello.

Scendo e mangio in un ristorante cinese. I romani parlano a voce alta, come se tutto potesse essere discusso in piazza: “Mé fai il riso alla cantonese che so gonfio de pancia?”, arringa uno al cameriere e del suo problema viene informata la sala. Al mio fianco una coppia di mezza età che ha “magnàto” come se non ci fosse un domani. Ad ogni portata, serviti direttamente dal titolare, gli hanno ripetuto: “Sei bravo, molto bòno”. Quando arriva il conto, l’uomo prende per il braccio il cinese e gli chiede: “Lo sai come sé fa a essè più bòni ancora?”. Non poteva saperlo. Come? gli domanda sgranando gli occhi a mandorla. “Se nùn me fai pagà!”.

Maradona e Califano

Parto per Ardea, distesa di case dopo Pomezia tra i Castelli romani e il mar Tirreno. E’ l’ultimo confine a sud della Capitale e il cartello con “Roma” sbarrata di rosso appena fuori dal centro abitato lo certifica. Cerco il cimitero in cui è sepolto il Maestro, tra strade sconnesse e polverose, immondizia ai lati della strada e un paesaggio bucolico in sali e scendi. La visita è d’obbligo. Qui ha scelto di essere sepolto, insieme al fratello e al nipote. Non avendo la residenza il Comune gli ha conferito la cittadinanza onoraria postuma che ha permesso la tumulazione.

Sbaglio campo santo. Quello antico, piccolo e affollatissimo di tombe e lumini è gestito da un custode sosia di Alain Delon. Ma sicuramente più gentile. Con i suoi occhi azzurri e il sorriso cordiale mi spiega che il cimitero nuovo è poco distante, su una collina. All’arrivo non ci sono dubbi. La fioraia ha addobbato il gabbiotto con foto e locandine del Califfo e in sottofondo ascolta “L’urtimo amico va via”. Mi dice che parteciperà alla serata del teatro Olimpico: “Nùn sé po’ mancà”, sentenzia. Faccio due passi per i viottoli e rimango a bocca aperta. E’ come se i “cari estinti” fossero ancora indaffarati nella loro quotidianità: a un panettiere hanno ricostruito un piccolo forno proprio davanti alla pietra sepolcrale. A un ragazzino di neanche vent’anni è stata incollata una moto in miniatura sulla lastra di marmo e sotto la foto la scritta: “Vai Claudié, nùn tè fermà”. Sono centinaia così addobbate e pare che da un momento all’altro qualcuno possa uscire davvero da quelle sepolture per sbrigare i propri impegni.

La più sobria, stranamente, è la grande lapide di Franco Califano. Tutta bianca, con una stella dorata nel mezzo in stile “Walk of fame” di Hollywood, sulla lapide un grande mosaico che lo ritrae color seppia con la dicitura “Non escludo il ritorno” e al suo fianco Guido e Fabrizio, i suoi cari. A terra una lavagnetta riporta scritte dei visitatori: “Shhh! Qui c’è un guerriero che sta riposando…”.

Il Califfo e la chitarra

Poco distante dal cimitero si trova la casa museo. La sacerdotessa del culto “franchiano”, così si chiamano i suoi fans, è Donatella Diana, perché lo chiamava il Divino e negli ultimi dodici anni di vita dell’artista è stata al suo fianco. Ha allestito nelle sale donate dall’amministrazione una serie di memorabilia, con oggetti salvati dalla casa in cui è scomparso, ad Acilia. Foto, locandine, quadri, premi e la poltrona leopardata a lui tanto cara.

Torno verso Roma con l’amaro in bocca. Quel che rimane dei grandi artisti non è quasi mai nelle cose ma nelle immagini che hanno saputo evocare. E infatti è per via Trionfale verso l’ex bar Java, oggi Doria, che ritrovo la giovinezza di “Semo gente de borgata”, così come a Primavalle dove la passione per il calcio lo aveva portato a presiedere una società, il Tanas e a scrivere “Er tifoso”, oppure a Rebibbia, dove era stato recluso e gli aveva ispirato il pezzo portato a San Remo “Io per le strade di quartiere”, dove vestito come un personaggio de “Il padrino” di Mario Puzo cantava: “Io, con un penale tutto da pulire. Io che non la davo vinta neanche morto. Io, che mi hanno sempre tolto il passaporto”. E ancora a Fregene, dove camminare a piedi scalzi nella sabbia ed emozionarsi per un tramonto, o all’Eur in ammirazione della modernità più fredda e razionale. Franco Califano non si trova a Roma. Franco Califano è Roma. E basta guardarsi intorno.

Morricone, Califano, Totti e Fiorello

Il giorno dopo mi preparo per la serata. All’Olimpico ci saranno 14 giovani artisti romani in gara, per una rassegna organizzata dai suoi musicisti storici Alberto Laurenti e Antonello Mazzeo. Nel pomeriggio incontro un caro amico che lavora a Roma e si offre di accompagnarmi. Il teatro Olimpico è strapieno, i “Franchiani” arrivati da ogni dove si accalcano all’ingresso trepidanti. La serata è condotta da un Claudio Lippi che si rivelerà magistrale e una appassionata Rita Forte.

Mancano pero’ totalmente i personaggi famosi che erano stati annunciati. Non c’è Gianluca Grignani, che doveva presiedere la giuria, assente Edoardo Vianello, Federico Zampaglione fa solo una comparsata, saluta tutti e se ne va. Mi chiedo cosa avranno mai da fare, invece di celebrare per la prima volta il Re di Roma? Fa niente. Perché la musica dei giovani artisti fa dimenticare ogni malinconia nonostante le perplessità iniziali, il pubblico caldissimo si esalta a ogni ritornello o aneddoto sulla vita del Califfo. L’omaggio più sentito, a sorpresa, è arrivato da Maurizio Mattioli sulle note di “Io non piango”. Alla fine, scherzo del destino, vince una donna. L’unica in gara, Valentina dello Russo e il premio “Roma Nuda” per il miglior testo in dialetto romanesco va a Stefano Lazzarini.

Si accendono le luci in sala e qualche fila più avanti scorgo un viso conosciuto. E’ Stefano D’Orazio, cantante dei Vernice. Nel ‘93 sono stati la mia colonna sonora di tutta una estate. Dal Festival di Castrocaro, dove si fecero mandare a casa per quella “stronza” urlato in prima serata su Raiuno alla ex fidanzata che lo aveva lasciato, fino al tormentone “Su e giù” che rimbombava nelle radio: “Strano io, strana la mia vita. Questa cosa qui, io non l’ho mai capita”. Gli stringo la mano, ci facciamo un selfie. E’ sparito dalle grandi ribalte ma sembra fottersene e per me rimane un mito.

Casa museo di Ardea3

Usciamo a mezzanotte e il mio amico mi avvisa: “Ti devo far vedere la Grande bellezza”. Prendiamo uno scooter Enjoy, quelli che trovi sparsi in giro e prenoti con lo smatphone e via per le larghe strade svuotate dal traffico. In quattro ore ho visto più cose che in dieci anni a Piacenza. Roma è uno scrigno. Se la visiti da solo ti ritrovi sempre nei classici posti da turista, con i giapponesi che scattano foto anche ai cassonetti. Con qualcuno che la conosce scopri quel suo candore fuoriuscire da infiniti elementi nascosti. Finiamo in San Lorenzo, beviamo una birra tra ragazzi che fumano canne e ballano reggae al ritmo di un bongo. Poi chiudiamo la serata in un quartiere residenziale su un colle. “Guarda bene”, mi avvisa. Vedo il Cupolone tra i palazzi, enorme. Ma più ci avviciniamo e più l’effetto ottico lo restringe. Fico, chissà a quante ragazze lo avrà fatto vedere prima di provare a limonarle. In fondo una terrazza, dove godersi la vista mozzafiato di quella che non è una città ma un mondo stratificato di storia, cultura, arte e fantasia.

Tornato nella mia stanzetta in zona Vaticano sono le quattro e mezza. Sono esausto ma fatico a dormire. C’è qualcosa che questi due giorni mi hanno lasciato e non riesco a spiegarmelo. Una libertà e una leggerezza che mi hanno fatto dimenticare frustrazioni e angosce. La mattina riparto e il clima è meraviglioso. Un autunno color pastello, con le piante ingiallite e non ancora spoglie, condito da un venticello tiepido e una indolenza accentuata dal testo poetico di “Un tempo piccolo” che riempie l’abitacolo mi accompagnano all’autostrada. Solo nel ritorno inizio a capire cosa ho provato. Volevo scrivere qualcosa su Franco Califano – con il pretesto del concerto – e invece mi sono ritrovato a farlo di me stesso. Ho intrapreso il viaggio più inutile della mia vita, nel momento in cui avrei dovuto concentrarmi sulle azioni più utili, e mi sentivo stranamente appagato. Ho compreso che per raccontare qualcosa bisogna viverlo intensamente, senza preoccuparsi troppo di quanti soldi porterà in tasca e a quali conseguenze andrai incontro. Più di quel che sono e voglio, ho capito ciò che non sono e non voglio diventare. E non mi sembra poco.

Tutto il resto è noia.

Gianmarco Aimi

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