Archivi del mese: gennaio 2017

Lo Straniero

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Gente da lontano, n°1 di 3, 2017

Qualche settimana fa ho riletto Lo Straniero. Lo avevo comprato e letto nel 2000, almeno così era scritto nella prima pagina in alto a destra, secondo un’usanza che avevo e che ho portato avanti fino a una decina di anni fa. Eppure niente, non me lo ricordavo nemmeno. Non ricordavo ne’ di cosa parlasse ne’ se lo avessi letto. Lo confondevo con La Nausea. La Nausea non mi ricordo se l’ho letto tutto, però di quello mi ho ancora vivo in mente il tedio. Ero disperato a leggere Sartre, avevo sedici anni e mi prendeva malissimo, i francesi sono tremendi sono in down come nessun altro. Ero in Puglia, al mare da mio padre, fu un incubo portarlo a termine. Non ricordo la trama ma ricordo che mi rendeva depresso all’inverosimile. Le parole sono importanti. Dobbiamo stare attenti a sussurrarle, a viverle, diventano vere. Lo dice Burroughs, lo dice tutto un filone new age della medicina alternativa, lo dicono gli sciamani messicani i guaritori del sud America gli antichi pellerossa, gli indigeni, tutta una serie di visionari mezzi pezzenti che non ascoltiamo più, lo dice chiunque le maneggia dandogli un peso e lo dico anch’io. 

Anche i libri sono importanti e vanno centellinati. Ad esempio ho smesso di leggere le biografie delle star del rock e di tutta quella carovana li. Affanculo il rock and roll veramente. Una sequela di isterici per lo più impegnata maggiormente a farsi fotografare e a dire stronzate. Affanculo Keith Richards. Viviamo la nostra di vite che è meglio e smettiamo di giocare a fare le star. Deve parlare la musica per i musicisti, non il numero di donne che hanno scopato e di noi devono parlare i gesti. Per questo apprezzo Dylan che non va al Nobel.

Proprio perché i libri vanno centellinati qualche settimana fa nella mia vita è arrivato Camus. Nella foto sua più celebre è identico a Biancardi, disperato uguale. Il libro mentre lo leggevo manca poco piango, poi forse ho pianto davvero alla fine ma è tutto confuso. Piangere non è una delle mie reazioni comuni, mi succede quasi mai. Potrei dire che negli ultimi dieci anni si contano sulle dita di una mano le volte in cui ho pianto e me le ricordo tutte. Penso a Camus che muore schiantato in macchina e piango.

Dopo aver letto Lo Straniero mi è venuto l’istinto naturale di consigliarlo a tutti quelli con cui parlavo. Credo sia un atteggiamento mio per cercare di stabilire un territorio in comune con gli altri. Ma alla fine non l’ho consigliato a nessuno. Ogni volta che tentavo di farlo mi rendevo conto che magari alla persona che avevo davanti non gli interessava o che era in un’altra fase della vita. Ogni volta che finisco un libro vorrei come passare il testimone a qualcuno. È un’idea romantica, è cercare di fare squadra. Ci riesco quasi mai. Mi piaceva l’idea che le persone sapessero di cosa parlava il libro, di quanto bisogna stare attenti alle parole, alle ingiustizie, al pressappochismo. 

Mi scrive Piovino e mi fa: ma quando ricominci a scrivere? Boh. In realtà non lo so. Cioè so se scrivere, ma non so se pubblicare. È pubblicare che mi fa paura. C’è qualcosa di sbagliato in questa paura perché mi rende isolato ma al tempo stesso credo sia una forma di difesa. A che serve essere pubblici oggi?

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Gente da lontano, n°2 di 3, 2017

Le giornate passano veloci, non sto più in città, cerco ogni giorno una soluzione nuova alla mia vita, si alternano attimi di ispirazione a giorni vuoti. L’unica cosa che di buono mi pare di avere sono le mie intenzioni, le mie idee. Mi viene di proteggerle, di tenerle per me. Ma l’isolamento spaventa. Non comunico quasi più sui social network, perché non riesco a usarli come vorrei. Facebook è come arrivare sobri a una festa dopo mezzanotte e mezzo. Trovi tutti su di giri, troppo. Non riesco ad avere contatti sani con nessuno li. Tutto smodato, tutto fracasso, tutto luci accese, nessun mistero, il privato degli altri senza filtri, la perdita dell’intimità. La cosa più aberrante è quando nella vita trovi gente che si comporta come su Facebook. Gente che parla a voce troppo alta, adulti che si esprimono come bambini, persone che si lamentano… Uno stridio primordiale ti fa gelare di imbarazzo, vuoi solo andare via il prima possibile. Devi stare attento perché rischi di diventare cinico. Meursault dice di continuo a la sua donna che gli chiede se lo ama: non lo so ma non credo e poi che differenza fa? E quando sta per morire in cella pensa solo a lei e a lei e a lei. Mi si spacca il cuore di tenerezza per Marseult. Lo vorrei abbracciare.

La gente sa tutto, nei brandelli di conversazione che intrattengo fuori dalla mia cerchia mi sembrano tutti troppo adrenalinici e ognuno sbandiera la propria effige e gode di un gesto che sarebbe fuori luogo in qualsiasi contesto sociale. Boh, è noioso. È il motivo per cui esco poco o vado poco alle feste. Non sono un allarmista, un catastrofista, un complottista,un nichilista, un pessimista, non credo che il riscaldamento climatico ci ucciderà. Sono un conservatore, uno che crede che la politica non debba essere fatta dal basso perché ci vogliono le mani esperte di chi sa manovrare argomenti che alle persone normali farebbero rabbrividire, sono un potenziale destroide che richiede ordine ma sono anche un realista convinto e credo che questo tempo sia isterico e smodato e ci fermeremo solo dopo un grande botto emotivo. L’unica battaglia è trovare Dio o l’Amore dentro di noi. Disprezzo le star del cazzo americane che urlano slogan contro Trump per cavalcare l’onda e guadagnare consenso perché è tutto marketing, disprezzo la pochezza, la poca curiosità delle persone che non si informano sul serio e credono a ciò che leggono su Facebook senza mai verificare.

Non credo che il mondo stia peggiorando ne’ che moriremo, anzi penso che tutto sommato stiamo molto migliorando, ma che la mia generazione non vedrà i frutti del miglioramento. Saranno i figli dei nostri figli a beneficiarne o quelli dopo ancora, ma che vuoi farci è la Storia ed è sempre stato così, per ogni generazione che se la spassa ce ne sono due o tre che stanno in merda. Come dice Bukowski ogni buon poeta durante una rivoluzione deve chiudersi in casa a bere, scopare e scrivere e stare più lontano possibile dagli ideali e dalle pistole. Lo scriveva uno che non aveva preso parte a NIENTE negli anni in cui succedeva TUTTO. Pensa tu che cosa dovremmo dire noi… noi abbiamo bisogno di ben più piccole rivoluzioni di quelle di cui scriveva Hank.

Ero a Genova l’altro giorno, la guardavo enorme e illuminata, gloriosa, arrampicata sulle colline e ho pensato che fosse stata eretta nei secoli da uomini di grande volontà. Come rappresentante di uomo di grande volontà ho mio cugino che mi chiede di tenere un corso di fotografia in un circolo Arci di provincia da far pagare 30 euro a iscritto perché è un prezzo sociale. Apprezzo mio cugino, la sua ingenua volontà di salvare il mondo, il suo immaginario rosso anni 70 che diventa idealismo utopico oggi. Penso che faccia bene anche a me, lo ringrazio di crederci così tanto e di farlo anche al posto mio. Io contribuisco al mio tempo piangendo per Meursault.

Mi mancano i miei amici. Avevamo iniziato questo blog per essere una ghenga. Poi è sopraggiunto il tempo e ci siamo tutti dispersi nelle nostre vite a cercare di rimediare, di costruire, di iniziare qualcosa. Non potevamo cambiare la nostra vita con questo blog, non volevamo cambiare gli altri ma noi stessi e chiaramente ognuno doveva farlo per conto suo, per questo scriviamo poco. Però ci sentiamo ancora, ci mandiamo i vocali su WhatsApp, ci facciamo forza a vicenda. Sono a posto con questo argomento. Mi sento come uno di quei ladri nei film in bianco e nero che aspetta solo di rimettere su la banda per un ultimo grande colpo.

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Gente da lontano, n°3 di 3, 2017

Lo Straniero dicevo, ho pianto. Sono poche pagine, lo leggi in un giorno. Lo capisci fin da subito che finisce male e infatti lo ammazzano. Meursault è colpevole dopotutto, ha sparato e ucciso l’arabo. Ma lo ammazzano per le loro colpe non per le sue. Lo condanna una giuria di perbenisti, più indignati dal fatto che Meursault non abbia pianto il giorno del funerale della madre che per l’omicidio dell’arabo. Quando risponde che l’ha ucciso ma non sa perché… per il sole caldissimo di Algeri che lo stordiva mentre l’arabo gli andava incontro col coltello, tutti ridono. E da li non apre più bocca. Li si decide che non basta l’ergastolo, ma che va decapitato in piazza e una sorta di muto rispetto cala anche nel silenzio dell’aula di tribunale. È tutto così assurdo, così reale, i tuoi simili che ti condannano a morte per lavare la propria coscienza, per sentirsi a posto con se stessi. Il riscatto di Meursault è alla fine quando trova una pazza gioia dentro di se. La trova lottando verbalmente con il prete, l’ultimo moralizzatore, che vuole umiliarlo in punto di morte, lo vuole convertire. Ci vuole un fisico speciale, per fare quello che ti pare, perché di solito a nessuno, vai bene così come sei. E Meursault ce l’ha. Va alla ghigliottina vittorioso alla fine, libero da tutte le menzogne, pronto per l’ultima sfida, libero dall’imbarazzo della formalità. Il prete è sconfitto, con lui la società, il prezzo è la vita, l’esilio, la solitudine estrema e fredda della morte. Ho pianto per Meursault.

Lo Straniero è attualissimo parla delle nostre debolezze, della mia generazione, di oggi. Ci perdiamo in allarmismi, in nozionismo, siamo troppo informati e poco consapevoli, leggiamo solo i titoli dei feed di news, siamo abbrutiti. Voglio vivere una vita in cui giudico tutto con la pancia, con l’istinto con le emozioni. Come un bambino saggio. 

Questo luogo è sempre stato un punto di incontro per persone che cercavano di parlare d’altro. Di se stesse principalmente. Beh il luogo per fortuna esiste ancora. Siamo ancora qui nella hall di questo splendido albergo con la musica a basso volume e stiamo appollaiati su larghi divani, a palle all’aria, a parlare tra di noi. Apriamo bocca solo quando abbiamo voglia. Ci riparano un vento a trenta gradi sotto zero e ascoltiamo il nostro maestro che ci insegnò come è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.

Ray Banhoff

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…E vissero felIggy e contenti.

Daniele Piovino legge un classico di Ray Banhoff: “Ho visto un santo in Iggy Pop”.

WNR

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