Archivi del mese: settembre 2016

Cosa è veramente Twin Peaks?

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Inutile negarlo, ci sono dei temi che arrapano la nostra immaginazione come il miele fa schiumare gli orsi. Se sei nato negli anni 80, Twin Peaks è questa roba qui.

Twin Peaks mancava così tanto a tutti che Lynch lo ha resuscitato e lo riporterà sugli schermi nel 2017. In realtà le prime due stagioni sono un mattone a volte soporifero in cui non si capisce niente. Però ti basta sentire due note di quella sigla e il tuo cervello parte per un altro mondo. Non lo diciamo noi, ma Lynch stesso in un librino che dovreste leggervi: In acque profonde, Mondadori.

Aveva iniziato da pittore il giovane Lynch, poi un giorno mentre osserva il suo disegno di un bosco, vede il vento che muove le foglie. E li capisce. È l’immagine che gli interessa si, ma l’immagine in movimento. Ergo il cinema. E sbam!

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(Questa e altre foto di Richard Beymer le trovate su Strip-Project)

Twin Peaks è stato girato con pochi mezzi e attori per lo più sconosciuti. Lo stesso Bob non era altro che un cameraman. In fase di montaggio Lynch lo vede riflesso in uno specchio e esulta: e quello chi è? E si inventa Bob, che non era previsto nel programma. Il personaggio che vi ha rovinato il sonno da bambini è nato così.

Leggendo In acque profonde, capirete tutta l’estetica di Lynch: nella sua opera non c’è niente da capire. Non ci sono significati simbolici. È tutto e solo da sentire. È una ricerca continua di un’emozione, tramite immagini, luci, suoni e dialoghi. Forse la potenza di Lynch sta nel fatto che non c’è nessun messaggio nel suo cinema. La sua concezione dell’arte è ispirata sicuramente dall’incontro con la Meditazione Trascendentale, antica tecnica vedica reinttrodotta da Maharishi Mahesh Yogi (si quello dei Beatles). Nel trailer uscito con Malkovich pochi giorni fa, si vede l’attore praticare la meditazione. Ad occhi chiusi, su una sedia. È come se Lynch stesso vi dicesse: immergetevi dentro di voi. Nelle acque profonde si trovano i pesci più luminosi. La potenza di questo trip a volte inguardabile (si dai diciamolo, ci sono delle puntate dove dormite come ghiri ma non è appunto una cosa FANTASTICA?) di Twin Peaks è che ti fa entrare nella testa, nell’anima, nel buco del culo di un visionario. E questo signori si chiama arte.

Ecco una carrellata di roba slurp slurp per farvi smascellare alla scrivania.

 

 

Altre perle:

Come è nata la colonna sonora di Twin Peaks

Le foto di Richard Beymer su Strip- Project

WNR

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La foto di Berlusconi che sviene

¬©Soriano Borgioli - Lapresse Montecatini Terme, 4¬Convegno Nazionale _Il Circolo Giovani_ 26-11-06 Montecatini Terme Silvio Berlusconi si sente male - © Soriano Borgioli - Lapresse Montecatini Terme, 4¡ Convegno Nazionale "Il Circolo Giovani" 26-11-06 Montecatini Terme Silvio Berlusconi si sente male Nella foto: Silvio Berlusconi sviene - Fotografo: Soriano Borgioli

Questa è la prima foto che ho scattato a Berlusconi. Anni fa, a Montecatini. Mi è venuta in mente perché forse in campagna elettorale mi capiterà di fotografarlo ancora.

Ai tempi facevo esperienza da un fotografo mio amico e scrivevo per Il Tirreno. Lui lavorava per un’agenzia fotografica importante, LaPresse. Ogni tanto scattavamo dei commissionati. L’ufficio era stupendo, era un mega open space ricavato da una ex autofficina FIAT. Era un posto impensabile per Montecatini, città di vuoto e vuoti, c’era un negozio di Fabrica, un piano superiore dedicato agli eventi enogastronomici e si vendevano libri d’arte. Nel 2006 era una cosa avanti questa. Dentro c’era anche l’amministrazione degli hotel di Galligani, il boss della struttura. Era uno con le mani in pasta, uno coi soldi.

Un giorno siamo li in ufficio a fare le nostre cose e notiamo un giro di auto strane. Poi entra un tizio dal passo spedito in giacca e cravatta con due guardie del corpo. Era Dell’Utri. Ci misi un po’ per realizzarlo. Dal niente a Montecatini davanti a me c’era Dell’Utri. Lì. In Studio. Stavano organizzando gli incontri dei giovani dei circoli della libertà. In quel periodo vennero più o meno tutti: Brunetta, la Moratti, Fini. Erano gli anni in cui Forza Italia andava fortissimo e a Montecatini era un tripudio. Mi ricordo che li osservavo da vicino e mi sembravano i nazisti. Anzi mi sembrava come sarebbe stato il mondo se i nazi avessero vinto. Dei nazisti avevano quel piglio di sciocca euforia che sembrava dire al mondo “siamo indistruttibili”, un piglio che li distraeva dalla distruzione che stavano perpetuando su più livelli, nella macchina dello Stato. Più che altro vedevo un differenza sostanziale tra Berlusconi e i berlusconiani, come se i secondi fossero un tentativo maldestro di imitare il primo. Solo che il primo era tipo inimitabile per i comuni mortali.

Venne il giorno del comizio. Il palazzetto era pieno e c’era l’impianto di aria condizionata fuori uso, sparava caldo oltre misura. Si soffocava. Le luci, il caos, io ero in una postazione rialzata al centro del palco con le telecamere Rai. All’epoca volevo fare il fotografo, dovevo scattare il basket non me ne usciva una a fuoco neanche se scattavo 1/500 f.11 col flash. La macchina era pesa e mi tremava la mano, non me ne usciva una di quelle foto. Era un dramma. Ero drammatico. Mi ero portato fidanzata e amici per assistere all’evento. Avevo il terrore di sbagliare. Era da ore che il mio capo scattava e quindi mi disse di salire in postazione al suo posto proprio durante l’intervento di Berlusconi. Io stavo gomito a gomito con dei cameramen e per essere sicuro di non perdere niente osservavo la scena direttamente dall’obiettivo. Un 70-200 su un cavalletto. Niente succede che dopo cinque minuti lo vedo strano si asciuga il sudore, si strofina la faccia, ha la voce roca. E poi dal niente si accascia su se stesso privo di coscienza. Non fa in tempo a cadere che lo sorreggono. Nessuno capisce cosa succede. Prima tre secondi di apnea e poi un’esplosione di urla. Gente in piedi che urla “Silvio nooo”, una tipa che piange, il corpo di Berlusconi sollevato da quattro persone e trascinato via, l’aria che gira in vortice. In tutto questo… io scatto. Scatto tutto. Tutto. La domanda non è “è morto?” ma “saranno a fuoco?”. Volo giù dalle scale con la scheda in mano e la consegno ad Alessio che la scarica. Ci sono tutte. Sono venute tutte. È l’unica foto della scena. Chiamiamo LaPresse. Io ancora non ci credo. Venduta. La mattina dopo siamo in prima pagina su tutti i giornali. E per tutti intendo tutti. Io sono già convinto di avere sfondato di poter partire all’assalto del mondo. Invece succede che ci pagano una miseria e tipo sei mesi dopo. Io quel giorno ero lì a fare il mio lavoro di assistente e presi la mia paga di assistente e un piccolo extra, mi pare 150 euro in tutto. Una vera inculata. I soldi andarono al boss, ma erano comunque pochi. Il nome sulla foto pure. Li per li mi incazzai, ma oggi mi rendo solo conto che è così che va il mondo. Che la foto mi era uscita per il culo di essere lì e che la vita forse mi poneva altre mete. Questa foto la uso come aneddoto quando parlo della mia carriera non intrapresa da reporter. È stato come giocare una sola partita nella vita ma segnare con un sinistro al volo da fuori area a due minuti dalla fine nella finale di coppa. Ho fatto poco ma ho eccelso. Oppure ho avuto solo culo come mi disse quella della scuola di fotografia, già perché poi ho fatto anche la scuola di fotografia. Bah. Lei la trovo ogni tanto all’Esselunga con lo sguardo smorto e l’incapacità di dire ciao. Quando penso alla tristezza o al colore grigio vedo il suo volto.

Ray Banhoff

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Io Silvio lo vorrei come amico

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Se si fosse candidato a sindaco di Milano io avrei preso la residenza e lo avrei votato. Sì, avrei votato Silvio Berlusconi. Mi immaginavo già una City bunga bunga, night club, trans assessori, sensazioni che tutto fosse possibile e tutto potesse accadere da un momento all’altro, Expo della Gnocca, no tasse, Free tutti, quella che cantava Siaaaamo doooonne oltre alle gambe c’è di più vicesindaco, mi immaginavo già una città dove il surreale diventasse reale, altro che realtà virtuale. Voglio dire: abbiamo visto Bush jr vincere contro Al Gore, Trump correre per le presidenziali americane, abbiamo scritto di Grande Fratello, twittato di Isole dei famosi, abbiamo sentito di gente che parla di blogger e influencer come se fossero Gandhi, e ci saremmo scandalizzati per Silvio sindaco?

Dai, guardiamoci un attimo indietro, Silvio ci ha fatto di tutto, ci ha divertito, riverito, rovinato, Silvio Santo Subito, Silvio orgiastico non solo ad Arcore ma nella nostra, di vita. Benedetto fu il direttore Antonelli che lo mise in copertina di Rolling Stone come rockstar dell’anno. Vorrei avercele io intuizioni così.

Il brindisi durante la cena organizzata dal Milan la sera dell'11 maggio 1996 per festeggiare la vittoria del campionato di calcio 95/96. Da sinistra Franco Baresi; Piersilvio, Silvio, Paolo e il piccolo Luigi Berlusconi; Fabio Capello.ANSA

A Silvio poi io devo dire grazie: come dipendente Mondadori mi ha mantenuto, mi ha dato i soldi per pagare il mutuo e non solo quello. Anni fa mi affidarono un’inchiesta su quanto fosse semplice comprare droga a Milano. Quindi andai dal vicedirettore di Donna Moderna e gli posi la questione: ho bisogno di soldi per compare la droga, però, ovvio, non è che posso riportare indietro gli scontrini. Due telefonate, e bum: mi ritrovai in mano quello che allora era quasi il mio stipendio. Mi sembre di sentire la voce del telecronista di Inter Channel che quando faceva gol Ibra urlava: tuuuuttto è possibile, tuuuuutto è possibile.

Io Silvio lo vorrei come amico, sono invidioso di Enrico Dal Buono che ci ha passato insieme un pranzo, per il compleanno del padre di Sgarbi (cioè, che roba: Sgarbi, B., il padre di Sgarbi e tu davanti a loro).  Io a Silvio vorrei chiamarlo e sentirmi rispondere come fa Banhoff, che invece di dirmi “pronto” mi fa: “freeegna!”.

Silvio Berlusconi in una foto d'archivio. ''Non ho mai avuto dubbi. Noi siamo, sommando il debito pubblico alla finanza privata, il secondo Paese piu' solido d'Europa dopo la Germania e prima di Svezia, Francia e Gran Bretagna - ha detto Berlusconi - l'Italia 'e' indebitata ma ha cittadini benestanti. Non dobbiamo quindi essere preoccupati''. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Ecco loro, che spettacolo ellroyano, sentire le intercettazioni, immaginare lo splendore degli anni Ottanta e Novanta, camminare per Milano 2 e pensare ok, qui solo benessere e lobotomizzazione, vedere le olgettine sui giornali, già le olgettine, le donne.

– Pronto, Silvio?
– Freeegna!

 

 

@moreneria

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Gli effetti di Trump sulla gente

Donald Trump è un miliardario sparacazzate e sbruffone che sta correndo per la presidenza americana. Illary è la moglie di un ex presidente che ogni volta che esce in pubblico tiene la coda tra le gambe per uno scandalo sessuale di decenni fa. Trump ringhia contro l’Isis, gli immigrati e la criminalità e alla fine contro uomini di colore, poveri vari e comunistelli. Illary vuole essere a prima presidente donna, portare la parità dei generi e continuare la marcia democratica alla guida della superpotenza USA, per farlo si fa aiutare dai suoi amici famosi che girano per lei video di endorsement. Il tutto mentre il mondo arabo ribolle, i mercati non ripartono, le tensioni sociali aumentano. Poi arriverà un presidente che prometterà di cambiare tutto. Magari gli daranno anche un Nobel, ma cambierà poco. E così via, nei secoli dei secoli e amen. Se vi perdete nell’analisi politica siete fregati, quindi vi proponiamo qui una lezione per immagini, di dottrina politica. Edoardo Delille e Giulia Piermartiri di Riverboom se ne sono andati a zonzo negli USA in cerca di tesori e hanno raccontato  l’estetica trumpista. Ecco una carrellata di gadget autoprodotti, distribuiti tra adepti, destinati a finire in un museo per collezionisti, che parlano ancora una volta dell’ingegno comunicativo degli americani. Un popolo in grado di partorire Faulkner e Sharknado sapendo che gli uni non esisterebbero senza gli altri.

Trump’s gadget

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WNR

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Cliff Burton ed io

A quei tempi ero passato da Dylan Dog a Nietzsche, Faulkner e Camus, senza peraltro capirci un cazzo. Avevo i Millelire di Marcello Baraghini in tasca, i capelli lunghi fino al culo, mi facevo le canne e suonavo un manico di scopa a sei corde pagato 150 mila lire. A quei tempi ero “felice”.
Sono andato a ricercare una vecchia agenda di non so quale banca popolare (la scritta in copertina si è cancellata quasi del tutto), dove scrivevo quello che mi veniva in mente durante l’adolescenza, me l’aveva regalata mia zia, che era una cliente della banca in questione: “Prendila, può esserti utile, ne ho tante… tua mamma dice che ti dimentichi spesso le cose”. In realtà, è adesso che mi dimentico le cose, ché non ce la faccio più a contenere tutto. Vent’anni fa non ricordavo quello che non mi interessava, tipo il pagamento di una multa, e rispondevo sempre alla stessa maniera, perché mi sentivo ironico e protetto a citare gente coi coglioni tipo Nietzsche: “Zia, e se la memoria fosse anche la capacità di dimenticare?”. A questa domanda/supposizione, nessuno rispondeva. Me la cavavo così. Solo Frank (nome inventato, come gli altri che seguiranno), il bassista del gruppo dove suonavo provavo a suonare trash metal, una volta mi rispose sorridendo: “Fatti meno canne… oppure passala”.

Nei primi anni Novanta, eravamo la prima band metallara dell’intera provincia, vivevamo da musicisti sbraconi senza saperlo, da rockstar di paese, ma non c’era nulla di così miserevole, era tutto inconsapevole

 

Frank oggi fa il geometra. È uno bravo, lo è sempre stato, aveva praticità ed estro. Non ci parliamo più da 18 anni. È una delle mancanze più infossate e infognate della mia vita. Ci sono cresciuto, gli volevo bene. Eravamo compagni di scuola (asilo, elementari, medie), ci scambiavamo le cassette, perlopiù di compile registrate male, o di concerti passati in radio; giravamo insieme con i rispettivi walkman scocciati infilati nella tasca interna dei giacchetti di jeans; entrambi indossavamo pantaloni a zampa d’elefante, ci differenziavano le scarpe: io avevo le Nike bianche con la svirgolettatarossa (quelle che indossa McFly su Ritorno al Futuro per intenderci), lui le converse, nere e bordeaux. Guardavamo i film insieme, facevamo finta di studiare insieme, suonavamo insieme.

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L’idea di mettere su un gruppo per suonare venne a me e mio cugino, non ricordo come sia nata la cosa, ma a un certo punto ci siamo ritrovati nel vecchio casale di mio nonno a suonare una roba di merda tipo Knockin’ on Heaven’s Door, perché sapevo suonare quei tre accordi senza andare fuori tempo (non dovevo pensare troppo a dove mettere le dita). Non avevo neanche la tracolla per la chitarra, suonavo seduto su una sedia che puzzava di muffa. Mio cugino aveva comprato una Tama bordeaux, non era completa, ma la cassa e il rullante c’erano e per me andava bene così. 
Dopo qualche settimana di cazzeggi improvvisati, la conseguenza naturale fu chiedere a Frank: “Ti va di suonare il basso con noi?”. Lui accettò e trovò anche un secondo chitarrista. Un mese dopo avevamo anche una voce: Jiorjio, un nostro amico che inizialmente veniva ad ascoltarci per fumarsi le canne senza troppi sbattimenti, ma che poi iniziò ad avvicinarsi al gruppo scrivendo frasi incomprensibili con l’uni-posca bianco sopra il mixer. Un giorno prese il microfono perché stavo strimpellando gli accordi di Senza Vento dei Timoria (pezzo semplicissimo da suonare). Sapeva solo una strofa e il ritornello, ma noi accettammo la sua candidatura spontanea e il sabato successivo avevamo anche un nome, una roba talmente merdosa che la cambiammo quasi subito in Ampedra (non che Ampedra sia grandioso, ma almeno non sembrava un nome estrapolato dal diario delle medie). A dirla tutta, Ampedra era un acronimo, ma ve lo risparmio perché tra 4 anni devo candidarmi alla Casa Bianca. 
Quelli erano i giorni in cui ascoltavamo musica morbida: io ero andato completamente sotto a un doppio cd dei Deep Purple che portò a casa mio fratello dalla trasferta a Perugia, per la visita dei tre giorni; mio cugino Alberto ascoltava i Led Zeppelin e altre cose anni ’80 tipo Michael Jackson; Gianni, il secondo chitarrista, ascoltava U2 e dintorni, Frank cose tipo musica italiana d’autore, Queen e colonne sonore (uno dei suoi fratelli maggiori era un appassionato di cinema); non si è mai saputo cosa ascoltasse Jiorjio, il nostro frontman di sfondamento. 

lui estroverso, per niente timido, bello dai capelli biondi e gli occhi azzurri; io ero scuro, parlavo poco

Ci trovavamo quasi ogni giorno a suonare tutti i pezzi che eravamo in grado di suonare, e quando dico tutto intendo TUTTO: Fata Morgana dei Litfiba (memorabile l’interpretazione di Jiorjio), It’s so easy dei Guns, Stairway to Heaven (ahaha), Smoke on the water (la facevano tutti, sputtanatissima, ma andava fatta), Smells like teen spirit (il mio interesse per gli Alice in Chains e il punk di Seattle stava fermentando) e il nostro primo pezzo: Generale Ribellione (nome incommentabile ma pezzo punkettone inspiegabilmente coinvolgente). Qualcuno di noi ricorda ancora il ritornello; io no, ma ricordo gli accordi, tutti rigorosamente di quinta: LA DO SOL RE, suonati “aperti” alla Misfits nel ritornello e con pennata stoppata nelle strofe, per riprodurre il suono di Blackmore su Highway Star: il metal iniziava a leccarmi le palle.

Un anno dopo (?) avevamo un nuovo chitarrista: Gianni si era orientato verso il pop, mentre noi stavamo virando decisamente verso il metal, Hallowed Be Thy Name era il pezzo più leggero in scaletta. Il nuovo chitarrista si chiamava come me, aveva un carattere completamente diverso dal mio: lui estroverso, per niente timido, bello dai capelli biondi e gli occhi azzurri; io ero scuro, parlavo poco (se parlavo “in pubblico” era per dire una battuta/cazzata), e per non esplodere scrivevo sulla famosa agendina della banca. Anche Daniele era stato mio compagno di scuola, per un anno, alle medie, in prima D, la sezione dedicata ai figli dei proletari; una volta funzionava così, non so se adesso la #buonascuola di Renzi abbia amplificato ancora di più questa lotta di classe scolastica. Daniele arrivò con il suo bagaglio di conoscenze. Suonava diversi pezzi degli Iron Maiden, aveva buon orecchio e un gran senso della melodia. Legò molto con Alberto, io, invece, ero sempre più legato a Frank. Nel frattempo avevo “conosciuto” Randy Rhoads. Studiavo in cameretta gli assoli di Mr. Crowley e passavo pomeriggi di pura gioia e pura disperazione: come riusciva a suonare quei legati in quel modo? E le triadi sull’attacco del secondo solo come gli erano venuti in mente? (Cosa fossero le triadi, in quel periodo, non lo sapevo mica: imparavo la figura e mi bastava). Conoscevo la pentatonica, stop. Facevo tutto con quella. Avevo visto suonare un chitarrista bravissimo della provincia, si chiamava Massimiliano, ed ero rimasto colpito dalla sua capacità di suonare non solo velocemente, ma soprattutto lentamente, con gusto e tanta intensità. 

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Nei primi anni Novanta, eravamo la prima band metallara dell’intera provincia, vivevamo da musicisti sbraconi senza saperlo, da rockstar di paese, ma non c’era nulla di così miserevole, era tutto inconsapevole, facevamo solo quello che ci piaceva fare. 
Le cose andavano rapide, ti voltavi e c’era un musicista nuovo da imparare, provare, ascoltare. Fu in quel periodo che chiesi a Frank perché aveva scelto di suonare il basso con le dita e non con il plettro.
“Vuoi suonare come Steve Harris?”
“Mh. Semmai come Cliff Burton”.
E, come Cliff, voleva un Rickenbacker.

Daniele, dopo essersi ambientato, iniziò a suonare in saletta il riff di Master of Puppets. Ho quasi i brividi a pensarci. Fu il momento di svolta. Alberto aveva un senso del tempo invidiabile e, come Ulrich, marcava il riff con i piatti stoppati senza problemi; di fatto, era già in grado di suonarla. Daniele non ancora, io ero a zero o quasi. Allora presi le tabs di Master of Puppets e iniziai a studiarli di notte, come un ladro studia la prossima banca da fottere. A volte mi vedevo in sala prove solo con Frank, per suonare insieme la title track, Welcome Home (Sanitarium), Battery, Damage Inc. e Orion, uno dei pezzi più belli di sempre dei Metallica. E quando si decideva di staccare per evitare di trovarsi gli sbirri alla porta (chiamati dai vicini), s’iniziava a parlare di quello che ci stava accadendo: l’infatuazione per una nuova ragazza, oppure per un nuovo riff e giro di basso.

mi sono voltato verso di lei, ho stretto la sua mano, e senza averle mai parlato prima, le ho detto ‘chiudi gli occhi, ascolta’… era il minuto 3:33, c’era l’arpeggio centrale di Master of Puppets… ma ti rendi conto che stronzata da coglione?”. Ero giustamente disperato. “Ma lei che ha fatto? Ha lasciato la mano?”. “No”.

Eravamo convinti che Orion non fosse solo un capolavoro: era qualcosa di diverso, un pezzo mai ascoltato prima. Avevamo già copiato un nastro del Pogatore (Massimo per i non addetti ai lavori, uno della ciurma, uno che venne al concerto dei Guns a Modena perché voleva vedere assolutamente il set dei Suicidal Tendencies…) con dentro (Anesthesia) Pulling Teeth di Cliff Burton – “uno dei più grandi momenti per il basso elettrico nella storia” secondo Flea -, e avevamo messo su anche quello che rimane il brano più rappresentativo dei Metallica, For Whom the Bell Tolls (di conseguenza, avevo anche iniziato a leggere Hemingway), insomma, il talento di Cliff Burton ci aveva già preso a schiaffi col suo suono distorto e strizzato dal wah wah (quasi tutti i miei amici metallari e non, pensavano che il fraseggio iniziale fosse di una chitarra, e sbagliavano), ma Orion era superiore nell’armonia. Era un capolavoro, ma non solo, era, appunto, qualcosa di diverso; diverso come lo era Cliff, con stile; come può esserlo un bassista che suona trash metal, ascolta Bach e si veste con jeans a zampa di elefante. Non mi era mai capitato di suonare triadi distorte con quelle figure, non erano i soliti accordi di quinta, e la linea di basso era complessa: arpeggi, bicordi, e armonizzazioni che neanche capivamo ma che suonavano come nient’altro. La conoscenza musicale di Cliff Burton era mostruosa e non si placava mai. La sua apertura mentale sfiorava il sacrilegio, soprattutto per quei tempi segnati dalla massoneria metallara e dalla bibliografia di riferimento (Metal Hammer, TrueMetal, Metal Shock, Cvlt Nation, Metalskunk, Metalitalia, Truemetal, Metallus, Metallized, Classix Metal, HM, Metalsucks e chissà quante altre, al momento ricordo queste). Il suo background era sintetizzato nella frase che ripeteva spesso per cazzeggiare, e che a me ricorda Corrado Guzzanti in una famosa presa per il culo via Youtube: “Faccio un po’ quel cazzo che mi pare”. Burton amava il blues, il southern rock (i Lynyrd Skynyrd in particolare), il punk, la musica classica. In una rara intervista (parlava poco con la stampa), se non erro ai tempi di Ride the Lightning, disse: “Ascolto qualsiasi cosa di Glenn Danzig, Misfits, gli Shamain; tutto dei Thin Lizzy, le vecchie cose dei Black Sabbath, parecchie cose degli Aerosmith. C’è una band che si chiama REM che mi piace molto”. E ancora, stavolta il suo amico Kirk Hammett, col quale aveva legato tantissimo (e col quale si era giocato a carte il posto della morte vicino al finestrino nel tourbus): “Cliff Burton was a total anomaly […] Cliff loved punk, classic rock, even R.E.M. He was very open minded”. 

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Una sera, dopo aver provato alcuni pezzi, ci siamo seduti per terra, schiena appoggiata agli amplificatori, birretta in mano. Nessun rumore tranne le valvole in stand by. Frank mi dice tutto quello che gli piacerebbe suonare, come farlo, il perché aveva un senso suonare in una band secondo lui. Poi parliamo di un paio di ragazze più grandi di noi che ci piacevano. Io gli dico di aver colto la palla al balzo il giorno prima: “Stefania è salita dietro e si è seduta accanto a me, mio fratello guidava e mi ha guardato dallo specchietto retrovisore, io avevo bevuto tre o quattro Guinness, ero gonfio, mi sono voltato verso di lei, ho stretto la sua mano, e senza averle mai parlato prima, le ho detto ‘chiudi gli occhi, ascolta’... era il minuto 3:33, c’era l’arpeggio centrale di Master of Puppets… ma ti rendi conto che stronzata da coglione?”. Ero giustamente disperato. “Ma lei che ha fatto? Ha lasciato la mano?”. “No”. Allora Frank non ha detto niente, si è alzato, mi ha passato le cartine, e senza dire nulla è andato vicino all’impianto per premere play. Abbiamo ascoltato tutto Master dall’inizio. Non abbiamo detto una parola per cinquantacinque minuti. Su Damage Inc, lo ricordo come fosse ieri, ho avuto tipo un sussulto, come se avessi avvertito tutta la bellezza di un’idea o qualcosa del genere; al minuto 3:15 Damage Inc. si “ferma”, c’è il riff ammazzacinghiali suonato da uno dei più grandi chitarristi ritmici di sempre, James Hetfield; poi Ulrich entra in levare con la seconda chitarra mentre Cliff entra da solo in battere e suona solo un bicordo lungo l’intera la battuta, un bicordo che armonizza tutto e che riesce a dare profondità, qualcosa che scava lo stomaco, che è inquietante e raffinato allo stesso tempo, che gonfia tutta la potenza del riff. E questo, cazzo, significa saper suonare. 

Oggi, quando penso a Cliff Burton, penso a uno dei migliori in assoluto. Non ho mai scritto di musicisti, tranne una volta, un pezzo per Darrell su Bastonate.com, altro musicista ineguagliabile dal destino triste e devastante.

Non ricordo di aver fatto nulla in particolare quando è morto Dimebag, o forse sì, ho pianto. Quando è morto Cliff Burton, invece, non ho potuto neanche piangere ubriacarmi o bestemmiare, perché non lo conoscevo nel 1986, perché ero solo un bambino nel 1986. 
Non so perché ho scritto questo pezzo, la data di domani è una “scusa”, un aggancio che userò per proteggermi, come facevo con quella frase di Nietzsche sulla memoria. Forse l’ho scritto perché voglio bene a Cliff Burton, perché la sua esistenza è stata importante nella mia formazione, influenzando tutta la mia vita; forse l’ho scritto perché il metal è un mondo in cui ho conosciuto persone valide, gente autentica, sincera, onesta. Un riconoscimento verso un mondo che ancora oggi viene spesso frainteso, sarebbe cosa buona e giusta. Forse per tutte queste motivazioni o per nessuna di esse, perché in fondo non me ne frega un cazzo del riconoscimento.

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Qualche settimana fa sono andato con la mia compagna al paese dove sono cresciuto. Siamo arrivati alla Rocca, da lì si vede tutto il lago di Bolsena e la valle intorno. Abbiamo fatto due passi nelle vie del centro storico e prima di tornare alla macchina, ho notato una targa attaccata vicino a un portone allegro ma non troppo. C’era scritto FRANK ***** GEOMETRA. Ho sentito lo stesso sussulto che ascoltai quella sera trascorsa insieme a lui in saletta prova al minuto 3:15 di Damage Inc.. La mia compagna se ne è accorta e alla sua domanda ho risposto con un sommesso: “no… niente”.
Il giorno dopo ho cercato i libri di quegli anni. Ho trovato L’urlo e il furore, l’ho sfogliato e ho letto un periodo che avevo sottolineato vent’anni fa: “Quando l’ombra del telaio si disegnò sulle tendine era tra le sette e le otto del mattino, e fui di nuovo dentro il tempo, sentendo il ticchettio dell’orologio. Era quello del nonno e quando me lo diede il babbo disse: Quentin, eccoti il mausoleo di ogni speranza e desiderio; è molto probabile, purtroppo, che te ne serva anche tu per ottenere il reducto absurdum di ogni umana esperienza, che non farà per i tuoi bisogni individuali più di quanto fece per i suoi o per quelli di suo padre. Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L’uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un’illusione dei filosofi e degli stolti.
Mi è venuto da piangere ma ho resistito, ho trattenuto le lacrime, fermandole con la logica. Metodo che avevo imparato a usare quando persi mio padre a tredici anni per un incidente, la leva che mi fece iniziare a suonare. L’unica persona che comprese pienamente questo aspetto fu mio fratello, a cui devo tanto, tantissimo, anche materialmente: è lui che mi ha regalato una chitarra acustica; è lui che mi ha regalato una Gibson Les Paul originale made in Usa; le chitarre che mi porto dietro ovunque io vada, da più di vent’anni. 
Ho pensato a Cliff Burton, e a come abbia fatto la signora Jan a superare la perdita di Cliff per quell’incidente così assurdo e, anni prima, anche la scomparsa prematura del figlio maggiore.

forse ho scritto questo pezzo perché il metal è un mondo bellissimo in cui ho conosciuto le persone migliori, gente autentica, sincera, onesta.

Se non lo conoscete e volete qualcosa che vi racconti Cliff Burton, guardatevi questo video realizzato dal sito ZonaMetallica. Per quanto riguarda il giudizio su For whom the bell tolls che avete letto all’inizio di questo pezzo, ho chiesto un parere al più grande fan dei metallica che io conosca (un bravissimo batterista della mia zona), ed ecco la sua risposta via messenger che ha motivato la scelta: “Ciao dani! Miglior pezzo dei metallica: for whom the bell tolls. Chi dice il contrario o va cercare da altre parti, per me non c ha capito un cazzo dei metallica. Per la batteria è difficile: indeciso fra hit the lights, blackned e disposable heroes. Propenderei cmq per blackned. Lì credo ci sia il riassunto di quello che è Lars. Cattiveria, poca tecnica ma molto impegno, tupatupa anni ’80, il migliore a mio avviso, l’unico che quando lo senti esprime disagio, sofferenza, ribellione. Sono stato serio, ti ho detto, senza scherzare, quello che penso”.

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Gli Ampedra cambiarono ancora nel corso degli anni: nuovo chitarrista, nuovo cantante e nuovo bassista. Daniele lasciò per seguire la sua vita, mentre Frank andò via per motivi che non voglio raccontare; non avrebbe neanche senso, bisogna esserci dentro per comprendere. 
Nell’ultimo periodo eravamo in quattro, le parti di chitarra le suonavo da solo. Poi, come tutte le più belle cose, ci siamo sciolti. L’ultima volta che abbiamo suonato insieme era il 2006, dieci anni fa, a un’edizione di RdM, un festival di musica ignorante… di musica diversa da tutto quello che c’era intorno. Lo organizzava Roberto, uno degli amici del giro musicale.

Ride the Lightning e Master of Puppets rimangono tra i primi cinque dischi trash metal più importanti di sempre. Forse Master, dopo 30 anni, è ancora il migliore in assoluto. Mi capita spesso di riascoltarlo e di muovere la testa o il polso destro come fosse un riflesso condizionato di Pavlov.
I due dischi dopo Master of Puppets sono gran dischi, ma risentono in modo diverso della mancanza di Burton. Su And Justice for All, il basso di Jason Newsted neanche si sente: Hetfield, Ulrich e Hammett non sono mai riusciti a superare la morte di Cliff, e non credo che questa sia una mia opinione ma un dato di fatto. Molto probabilmente, è l’intero genere metal che risente la sua mancanza. 

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Per quanto riguarda me, sono stato insieme a Stefania per un paio d’anni. So che si è sposata e ha una figlia; non la vedo da almeno dieci anni. Oggi sono innamorato della mia attuale compagna, e spero di avere dei figli.
Anche Daniele si è sposato e ha due figli. A volte lo vedo, raramente.

Alberto è diventato da poco papà, e Frank… anche lui ha due figli. Mi piacerebbe riparlarci e chiarire quello che è successo, ma non credo accadrà mai. E forse è giusto così.

Oggi, prima di rileggere questo pezzo, ho guardato dentro la scarpiera: quelle nike non ci sono più, ma ho due paia di converse, nere e bordeaux, come quelle che indossava Frank.

Poi ho preso un caffè e ho cercato Lo straniero di Camus, l’ho sfogliato, odorava di arbre magique al limone (non ho idea del perché); cercavo una parte che ricordavo male, ci ho messo un po’ ma alla fine l’ho trovata: “Anch’io come tutti, avevo letto dei racconti sui giornali. Ma certo esistevano libri speciali che non ho mai avuto la curiosità di consultare; in essi forse avrei trovato dei racconti di evasione. Avrei saputo che almeno in un caso la ruota si era fermata, che in quel precipitare irresistibile, una sola volta, il caso e la fortuna avevano cambiato qualcosa. Una volta! In fondo credo che questo mi sarebbe bastato: il mio cuore avrebbe fatto il resto”.

@polpoincanna

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Roberto Saviano è antipatico?

Tema

L’affaire Saviano.

Premessa

Ci penso e ci ripenso e mi pare di osservare la cosa da punti di vista molto diversi, ma il risultato non cambia. Ma Saviano sta sulle palle proprio a tutti? Anzi, la metto meglio: ma Saviano è antipatico? Anzi meglio ancora: una cosa del genere si può dire? Leggo giudizi taglienti su di lui sui social, nei tweet di quelli che di solito un po’ ne capiscono. Sento freddezza nei suoi confronti negli ambienti intellettuali. E mi rendo conto che fondamentalmente quasi nessuno ne parla bene.

Svolgimento

Tuttavia…La prima cosa che mi viene da pensare è che una frase contro Saviano oggi ti possa mettere in una pessima luce. Se dici che ti fa cagare come scrittore come minimo sei di destra, quindi sei ignorante, quindi sei il peggio. Settimane fa sulle pagine di Repubblica Saviano ha tacciato di essere contiguo alla camorra, un giornalista che ho avuto modo di conoscere: Giacomo Amadori. È la prima volta nella sua carriera di giornalista giudiziario che Amadori querela qualcuno. Non lo aveva mai fatto eppure gliele avranno dette di tutti i colori. Ma se lo dice Saviano sei rovinato. La sua fama è sconfinata, El Chapo aveva una copia di Zero Zero Zero nel bunker al momento dell’incursione dei militari, Gomorrah arriva a Hollywood dopo essere stato venduto ovunque. Saviano è il giornalista italiano più famoso del mondo e se un po’ della vita l’ho capito fino ad oggi, questo fa sicuramente girare le palle a tutti gli altri giornalisti italiani che di solito non se li fila nessuno. Insomma, un film già visto.

Diversi anni fa, poco dopo il suo successo, intervistai il più importante fumettista italiano che stava scrivendo, per Mondadori, la biografia a fumetti del giovane giornalista napoletano. Mi raccontava che era esasperato, che Saviano era in gamba si, ma che era un rompimento di palle unico, che sebbene avesse dei problemi oggettivi e tangibili, esasperasse la sua situazione. Per farla breve, sosteneva che fosse un menoso. Infatti devono aver discusso, perché il libro a fumetti (di cui ho visto le tavole) non è mai uscito. Quando a Milano frequentavo gente nel mondo dell’editoria o semplicemente di Mondadori, la voce che mi arrivava era sempre la stessa: Gomorra era un’operazione di mercato. L’originale, illeggibile, era stato riscritto dagli editor della casa editrice, che puntava tantissimo su quest’opera di esordio. Ma queste sono solo voci, potrebbero essere pure alimentate dall’invidia. Non lo so, non me ne frega neanche niente. Qui non voglio discutere il valore di Gomorra, della serie tv (che come tutti adoro) o di Zero Zero Zero. Qui non discuto il talento di Saviano, mica sono SCANZI (l’ipse dixit dell’opinionismo).

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Qui discuto il fatto che non so manco io perché ma Saviano non lo reggo e lo dico a malincuore. Faccio autoanalisi su qualcosa che so che proviamo in molti. L’antipatia penso sia dovuta alla sovraesposizione mediatica e al fatto che per un po’ l’ho seguito su Facebook. Dopo l’esordio e dopo il boom Gomorra è arrivato il Saviano simbolo. Simbolo di tante cose. Simbolo di un’Italia dignitosa e assetata di legalità, simbolo di giovani con la schiena dritta e il senso della giustizia, simbolo che qualcosa di buono lo potevamo ancora combinare in questo Paese marcio. Ma il simbolo è stato caricato di tutto ed è esploso, assumendo un aspetto cangiante e inafferrabile. Un po’ come gli zombie m5s che cantilenavano “onestà, onestà”. L’altro giorno in libreria sfoglio Lo straniero di Camus edito da Bompiani. La nuova edizione comprende un’introduzione di Roberto Saviano. Leggo l’intro e realizzo: che due coglioni, Anche qui?! Saviano in quegli  inverni di programma tv con Fazio: inguardabile. Soporifero, autocelebrativo, noiosissimo. Sempre impostato, sempre didattico, evangelizzatore, un po’ attore di teatro amatoriale che ci crede troppo. Saviano che parla sempre dappertutto di giustizia. Saviano lapidario, Saviano scazzato, Saviano martire. Saviano che smanetta su Fb e oscilla tra postare citazioni di Calcutta (vero), prendere posizione a favore della legalizzazione della cannabis, fino a derive liriche come: Usain Bolt, discendente di schiavi africani deportati in Giamaica nelle piantagioni di canna da zucchero, oggi è (di nuovo) l’uomo più veloce del mondo. Il re sorride e vola ancora. Il re sorride e vola ancora. Mamma mia che palle.

Conclusione

Saviano è passato dal parlare di mafia a parlare di tutto. L’ho defollowato subito perché non si regge. Scrive status di continuo. Su Fb ha messo come foto profilo una immagine di se in posa da pensatore, con l’indice che gli regge la nuca. C’è scritto intellettuale lontano un km. Poi dice la sua veramente su tutto ma oggi non te lo puoi più permettere di fare così. Oggi vieni sui coglioni dopo cinque minuti se sei così la gente non ce la fa a reggerti. È per questo che quelli veramente importanti, come lui, non li dovrebbero usare i social network, le cose che pensano le dovrebbero mettere nel loro lavoro, nella loro opera. C’era un pezzo stupendo questa estate di Gramellini su Fedez (si Gramellini, che tutti lo odiate anche lui, ma boh povero Cristo non lo so che vi ha fatto) e diceva: Il web non ha inventato l’invidia sociale, però ha sancito la fine del divismo. Una divinità è tale finché abita su un Olimpo inaccessibile. Mentre il web è l’esatto contrario dell’Olimpo. Rende orizzontale ciò che un tempo era verticale. Perciò i veri divi se ne tengono alla larga. Il web è la Terra. E quando un divo scende sulla Terra ci trova gli esseri umani. Armati di vaffa.

Emilio Periferico

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Perché ci manca tanto Rust Cohle?

Le facce di Vogue sono miti per noi/
attori troppo belli sono gli unici eroi/
invece lui, si lui era una star/
ma tanto non ritornerà.
Hanno ucciso l’uomo ragno, 883 (1992)

Sono passati quasi tre anni dall’esordio di True Detective ed è bastata una stagione senza McCounaghey per farlo naufragare. Ray Velocoro era bello, ma non abbastanza. Bello non è un aggettivo a caso quando si parla di Rust Cohle, il personaggio di Matthew McConaughey nella prima stagione di True Detective. Questa estate si è tornati a parlare di lui perché HBO batteva cassa: la seconda stagione aveva chiuso i battenti in roooosso, ergo True Detective era chiuso. Ergo: Che spreco. Infatti, mesi fa, da HBO si sono affrettati a dire che TD non era proprio morto morto, era bastato che McConaughey dichiarasse in un’intervista che gli sarebbe piaciuto si, interpretare di nuovo Rust.
Apriti cielo. Azioni HBO in ascesa libera, sciame di televedenti arrapati all’idea di altre 10 puntate di quella roba.

Rust Cohle è un personaggio che difficilmente viene capito. Anzitutto perché è colto, cerebrale. Secondo motivo: Rust è così figo, che quasi te lo scordi quello che dice. Pensi solo al fatto che è figo. Mette in crisi gli etero, ti fa venire voglia di farti crescere la coda e fumare giorno e notte in Alacazzobama o dove sia mai.
Ma… Rust è anzitutto un personaggio filosofico, con una certa idea della vita che pare trovare consenso nella massa di scontenti che oggi popola l’occidente. In poche parole: noi tutti. In realtà è un paradosso perché Rust incarna la versione più estrema del nichilista senza speranza. In lui c’è solo un grosso accumulo di dolore (morte della figlia, fine del matrimonio, anni da infiltrato e carriera fottuta) che spera di espiare con la morte. Il fatto è che uno di noi, nelle condizioni di Rust, sarebbe diventato un alcolista, un affetto da ludopatia, uno che posta i video contro la casta su FB, uno che si lamenta. Rust non fa niente di tutto questo, Rust si rifugia in posti assurdi, senza donne, senza amici, senza svaghi. Lavora sei giorni, il settimo si ubriaca. Rust si butta tutto dentro se stesso e infatti la sua filosofia è quella di una solitudine arida, di espiazione. È il senso di colpa per non aver salvato sua figlia che lo rende così.

Però al tempo stesso Rust è un uomo che non si arrende. Non si spara una fucilata in un campo, non si impicca lasciando bigliettini del cazzo. Rust resta li di guardia, dormendo su un materasso in una casa senza neanche i mobili, solo libri ammassati, birre e un orologio da polso appeso al muro. La croce dietro la sua testa che si vede nella sigla, lui dice che non conta niente, che è solo un simbolo. Non è vero. Tutto importa al piccolo Rust perché quello che sta facendo è riflettere sul senso della vita. Rust non è altro che l’uomo del 2000, arrivato all’apice della tecnica, della sapienza, che si trova a galleggiare nel vuoto pneumatico dei nostri tempi, tra serial killer assurdi, ignoranti, biechi arrivisti e anime perse. È più vicino a Batman di quanto crediate ed è per questo che lo amiamo così tanto: perché fa il lavoro sporco anche per noi. Riflette.

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È così da quando una scimmia ha guardato il sole e ha detto all’altra scimmia: “Ha detto che tu mi devi dare la tua cazzo di roba.” Le persone… sono così fottutamente deboli che preferirebbero gettare una moneta nel pozzo dei desideri, piuttosto che comprarsi la cena.

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Sentite, tutti sanno di avere qualcosa che non va. Semplicemente non sanno cosa sia. Vogliono tutti una confessione. Vogliono tutti un racconto catartico per descriverla specialmente i colpevoli. Ma tutti sono colpevoli in qualche modo.

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Non penso che l’uomo possa amare, almeno non nel modo in cui vuole. L’inadeguatezza della realtà si intromette sempre.

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Le persone che non provano rimorso, di solito se la passano bene.

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Un vero uomo se lo ricorda sempre quando ha qualcosa per cui farsi perdonare.

HBO's 'True Detective' trailer -- Pictured: Matthew McConaughey and Woody Harrelson (Screengrab)

Il mondo ha bisogno di uomini cattivi, perché i cattivi tengono a bada gli altri cattivi.

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Siamo delle cose che si affannano nell’illusione di avere una coscienza. Questo incremento della reattività e delle esperienze sensoriali è programmato per darci l’assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti.

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Io non dormo, sogno soltanto.

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Rust: Io mi considero una persona realista, ma in termini filosofici sono quello che definiresti un pessimista.
Marty: Vabbé! Ok! Che cosa significa?
Rust: Che non sono uno spasso alle feste!

WNR

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L’alieno Zalone

Stamani ha iniziato a girare online lo spot che vede Zalone testimonial per la campagna di raccolta fondi di Famiglie Sma, l’associazione dei genitori di bambini e da adulti affetti da atrofia muscolare spinale. Cosa è la atrofia muscolare spinale? Boh, a giudicare dalle condizioni del bambino è una malattia pesante, una delle tante che vediamo ogni giorno ai lati della strada e cerchiamo di allontanare velocemente per non farci rovinare la colazione. È un istinto basso, di cui spesso ci vergoginamo, ma è tuttavia molto umano. Vorremmo tutti una vita felice e serena, ma la vita spesso non è ne’ felice ne’ serena. Ma questo è un altro discorso.

Per questo le battute fanno incazzare, perché dicono la verità.

Il tema vero qui è: Checco Zalone. Checco è un alieno. Non vince i David di Donatello, ma porta al cinema anche la mamma di un mio amico che non ci andava dal ’77, per un film di Olmi. C’erano le code ai cinema per l’ultimo film, io non avevo mai visto una cosa del genere. Più passa il tempo e più mi chiedo cosa ci sia in lui che irrita i colti, o i presunti tali. Perché il problema con Zalone è diventato un problema solo di quelli che devono vantare un certo livello culturale, che viene loro dato dallo sfoggiare su FB i commenti alla pagina di Lilin o robe di Erri De Luca.

Nello spot il comico sfoggia tutto il ventaglio delle reazioni zalonesche come la rabbia verso l’handicappato che lo priva del posto auto, o l’intralcio di trovarsi davanti il ragazzino che deve salire le scale con una rampa meccanica. Che è quello che proviamo tutti. Qualche mese fa c’era in tv una pubblicità con una nota attrice che esordiva dicendo: ho il cancro. In tono super drammatico. Mi ricordo che correvo da una parte all’altra della cucina per cambiare canale. Mi sarò anche toccato le palle a volte… Non tanto per la parola cancro gettata a pranzo in faccia a me e a tutti i cazzi miei, quando per la performance attoriale. Mi faceva più male la tipa della pubblicità in se. Quel finto dramma insito negli attori di teatro italiani, quel rompimento di coglioni latente sotto forma di moralizzazione coatta. Come quando ti fanno vedere i bambini neri con le mosche in faccia all’ora di pranzo. Ma che cazzo volete dalle nostre vite?

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Ecco, Checco Zalone è in grado di farti andare giù un ragazzino di otto/nove anni con una malattia rarissima. È in grado di rendere reale il reale, di non moralizzarlo.

Più passa il tempo e più mi chiedo cosa ci sia in lui che irrita i colti

Lo spot di oggi merita di essere visto con la stessa dignità a cui andreste ad assistere a una lezione di filosofia. Freud diceva che il motto di spirito, la battuta, è la più grande manifestazione di verità inconscia, in quanto priva di censure. Non si cura di far bene o male, è solo verità pura lanciata addosso a un altro. Per questo le battute fanno incazzare, perché dicono la verità. Per questo lo spot fa riflettere. A noi fa riflettere sul nostro Paese, sui nostri tempi, sulla nostra storia. Ben venga Checco.

WNR

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L’unico a favore del Fertility Day

Quella che segue è un’intervista non programmata, nata per caso, in un noto locale di Milano. La persona intervistata la conosco bene forse è il nome più noto delle agenzie di Milano. Una sorta di è lui o non è lui? ma certo che è lui, l’uomo che negli ultimi anni ha fatto impennare i fatturati di molte aziende per le sue idee di marketing e la sua visione “colta” dei social network. Premiato, osannato, letto… ma preoccupatissimo di non divulgare il suo nome, perché sennò non lavorerebbe mai più.
È quasi finita a botte, la pubblichiamo così come è stata registrata, senza editing, con le mani che ancora prudono per il nervoso e gli errori di sintassi.

 

Come mai un’intervista anonima? Visto il tuo spessore potresti permetterti di esprimerti…

Ma sei matto? No, mi taglierebbe le gambe, avrei tutti addosso e non lavorerei più.

 

Ok. Cosa è successo?

È successo qualcosa di significativo. Un problema da agenzia è diventato di ordine pubblico. Oggi tutto è comunicazione e un passo falso come questo si paga caro.

 

Ma quelli del Governo… che ti aspetteresti mai?

No vedi, il concetto è un altro. Il Governo ha ragione…

 

Ma che dici?

Si il governo ha ragione. La campagna in se è bella e giusta, è la comunicazione che è stata fatta male.

 

Fra cinque minuti sarà tutto svanito e ci sarà un altro trend topic e nel mentre tu avrai fatto clic.

Mi vorresti dire che far vedere gli ariani al mare felici contro i negri che si drogano è sensato?

Ma cosa dici. Ci sono due coppie felici e una serie di persone che si sballano. Tra le persone che si sballano, uno è di colore. 

 

Appunto

Appunto un cazzo. Mica è un clandestino, un vu cumprà, un bingo bongo. È un ragazzo che vedresti tranquillamente a spasso per Londra. Non c’è niente di razzista se non il tuo pregiudizio che vede prima il nero di tutto il resto e del tuo bisogno di consensi che ti porta a schierarti coi milioni di utenti che gridano #scandalo #vergogna. È come se le brutte se la prendessero perché quella che fuma è figa. Capisci?

 

Si ma dai, vuoi provocare.

Ma tu hai letto le 14 pagine di intervento del governo? Cioè sei andato OLTRE LE FIGURE?

 

Si, certo…

No non le hai lette. Nessuno le ha lette. Parlano solo di cose sensate, come gli effetti devastanti della marijuana, di non bere alcol per non ridurre la fertilità, di fare una vita sana. E nella campagna prima le pagine del documento erano 140 e ci fosse stato qualcuno che le ha lette.

 

Ma si appunto come si può partorire un documento di 14 o 140 pagine dai… è ridicolo…

Ma veramente no. Cioè io sono contento che il governo per cui pago le tasse mi educhi su questo, che mi fornisca dati e documentazioni.

 

E che ne dici della campagna?

È brutta. Doveva essere o più cruda o più estrema ovvero non esserci affatto, doveva essere meno Mulino Bianco. Hanno scelto una via tenue, ma in fin dei conti è il Governo…

 

Che intendi dire?

Cazzo che non è Pitchfork, non è l’ultimo video di Kanye West o una roba di Cattelan. È un opuscolo che trovi in sala di attesa alla Asl. Non stai sfogliando Dazed. Ma le hai viste le persone nei bar? Ci sono dati allarmanti sull’analfabetismo, siamo al picco di ignoranza digitale. Il contenuto non conta più nulla è l’era della forma. Tu pensa che quella poveraccia della ministra verrà esiliata ora… invece ha fatto solo il suo lavoro e forse anche bene, forse voleva affidarsi a qualcuno che lo comunicasse, ma deve essere una illusa. Cosa è una 5stelle? Non so un cazzo di chi sono i ministri.

 

Ma di cosa stai parlando? Sembri un nazista. Fai paura. Quindi perché la gente è scema la pubblicità deve essere scema?

Si. Esatto. Vedi la pubblicità serve a vendere un prodotto, non per insegnarti qualcosa. L’idea di una pubblicità educativa è sintomo del senso di colpa che un tempo avrebbero definito borghese. Il problema di questo caso è che c’è di mezzo un piano superiore alla legge di domanda e offerta, un piano educativo. Un governo che fa pubblicità è immorale. Questo documento doveva uscire su fogli bianchi scritti in Times New Roman con al massimo qualche grassetto. Ci hanno messo delle immagini giusto perché credono che sia così che si fa. Sennò come te lo spieghi che le prendono su Stockimage? però hanno sottovalutato quei milioni di disoccupati, di stronzi, di ignoranti, di annoiati, di insicuri in cerca di attenzioni, che ha uno smartphone e non aspetta altro tutto il giorno per stroncare qualcuno o qualcosa per avere il plauso (in like) dei suoi contatti. Questa è la nuova solitudine. Disperata, nuova, allarmante, solitudine.

 

Però hanno dovuto ritirare anche questa di campagne

Sai cosa mi fa ridere? Ti ricordi la prima di Black Mirror? Quella in cui un artista rapisce la principessa d’Inghilterra e divulga un video in cui comunica che la lascerà solo se il primo ministro si scopa un maiale? Tutti ridono all’inizio, ma quel tizio è costretto a scoparsi davvero il maiale perché le minacce del killer erano diventate reali e virali. Non virtuali, ma reali. Virali, quindi reali. Prima si diceva “se lo dice la tv è vero”. Oggi si dice “è scritto su internet”. Se questa campagna non fosse finita nel tritacarne dei social, nessuno avrebbe fatto casino. Ogni giorno entri in un comune, in uno studio medico e vedi cose del genere, foto di merda con slogan di merda. È l’impianto visivo della comunicazione di Stato. Siamo 70 milioni, non sono tutti tipi da agenzia a Milano gli italiani, ci sono gli anziani, gli immigrati, mia nonna, mia mamma, tua mamma. La gente normale, capisci? Quelli che non dicono la loro ogni 20 minuti sui social. Ci sta che lo Stato, con tutti i cazzi immensi che abbiamo, abbia altro a cui pensare se non la inculata campagna di comunicazione del #chiavareday. Sai perché è importante la fertilità? Perché siamo a crescita zero. I paesi competitivi oggi, vent’anni fa erano un cumulo di pulci e prostitute dodicenni ma a ritmo di migliaia di ragazzini al giorno ci stanno facendo il culo, mentre tu che sei giornalista figo a Milano, prendi fiato solo coi 50 euro di tua nonna il fine settimana.

 

Cazzo e te saresti il tipo più importante della comunicazione in Italia?

Ma che ti credi. Io VENDO, io mi occupo di vendere. Non sono mica un prete. Cristo, la gente è così stupida che è ancora convinta che Facebook sia una cosa vera. Il fatto che ci siano gli status è diabolico, ma sono stupito di quanto ancora la gente sia convinta che internet ci rende più liberi. Nella sua versione primordiale gli status erano il vero punto forte, la rivoluzione del blogging, adesso che Facebook è un centro di ricerca con un campione di un miliardo e passa di utenti, sono solo un pagliativo. Puoi scrivere quanto vuoi, ma Facebook esiste solo per prendere i tuoi dati, darli in pasto al mercato e farti comprare la sua merda.

 

la pubblicità serve a vendere un prodotto, non per insegnarti qualcosa

Sei più pesante di Gino Strada strafatto di Greenpeace a cena con Bono

Immagino che tu sia uno di quelli che ha visto Black Mirror che ti ho citato prima, che si è scaricato Citizienfour e che guarda Report e Presa Diretta in tv. Non ci hai capito niente… Per quanto possiate postare, scrivere, twittare, non cambierà un bel cazzo nel mondo lo sai? Fra cinque minuti sarà tutto svanito e ci sarà un altro trend topic e nel mentre tu avrai fatto clic. E nel mentre i governi votano riforme che tu non leggi, i partiti stringono alleanze che tu non conosci, i mercati creano domande a cui non sapresti rispondere nemmeno dopo un master in Bocconi. E ti preoccupi della campagna del Governo, forse perché ti senti in colpa di non capirci niente del resto, di non stare facendo niente se non civettare coi tuoi amici…

 

Mavaccagare…

La frase più importante del 2016 l’ha detta Manuel Agnelli a X-Factor “é il vostro anticonformismo che vi rende così conformisti”.

 

Si Manuel Agnelli, ma per favore dai

Ma se ti ho visto ad almeno 3 concerti degli Afterhours qui a Milano. Cosa fai ora lo odi perché fa X-Factor? Boh ok, senti offri te che devo andare?

Emilio Periferico

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Scrittori pacco #1: Moresco

Non so se la gente conosce Antonio Moresco, forse la gente che legge WNR si. Antonio Moresco è uno scrittore italiano che principalmente pubblica romanzi. Noi abbiamo provato a intervistarlo ma non c’è stato verso. Moresco non è uno che appare in pubblico, ha il volto contratto dalla sofferenza e la sofferenza sembra il vero e unico tema ricorrente della sua scrittura. Pare che i libri li scriva a mano, che durante l’anno sparisca imboscato a “compiere cammini” come dice lui stesso. Ovvero boh non lo so che fa, cammina a piedi per giorni, per chilometri. Moreno una volta l’ha incontrato all’Aquila durante un suo cammino, io alla Feltrinelli della Stazione Centrale di Milano.

credo che il problema fondamentale di Moresco sia semplice: scrive male

Ci ho sempre provato a leggere Moresco. Ho iniziato attorno al 2008/2009 nella fase post Genna. Siccome ero già gennizzato pensavo che a quel punto peso per peso potevo affrontare anche Moresco. E di scrittori paranoia ne ho letti parecchi, mi piacciono pure, ma di Moresco non ho quasi mai portato a termine niente. Lo dico con rammarico perché lasciare un libro a metà mi dispiace anche. Gli Incendiati me lo dette Moreno.
È una bomba.
In realtà scoprii dopo che non lo aveva mai letto e sperava ci facessi una qualche recensione sopra. Un classico di Moreno. Di quel libro ricordo solo che ne ho lette 20 pagine e l’ho messo via impaurito. Era pesissimo, c’era qualcosa di sbagliato che non so ancora definire. Non ricordo altro, sono passati anni.

Il mio libro preferito di Moresco, l’unico che ho mai terminato, è I randagi, la storia del suo albero genealogico in forma di autobiografia. Ecco quello era davvero un librino proprio bello, in cui l’autore ripercorreva la storia della sua famiglia, il calvario totale che lo aveva reso così.

I canti del caos e Gli Increati, sono diciamo i libri più celebri e fanno parte della trilogia più famosa del nostro, per me sono un delirio illeggibile, la cosa più paranoica che esista, una palla sconfinata di pippe inutili dell’autore, ma capisco che a qualcuno possa piacere. Anche solo il nome GLI IN-CRE-A-TI. Increati. Boh, ma che cazzo vuol dire? Niente. Mille pagine di parole fitte fitte non gli bastavano e le ha messe anche nella copertina. Tutto parole, un attacco di noia, zero evasione, tutte immagini indotte, una mega sceneggiata allestita troppo col fiato sul collo del lettore che non ha nemmeno il tempo di distrarsi di perdersi in quel bosco fitto di parole. Moresco stesso lo definisce così: Come un magnete, come qualcosa che magnetizza l’intera mia opera di scrittore e che ne è a sua volta magnetizzato. Quante storie… Boh, io l’ho provato a leggere e l’ho abbandonato dopo nemmeno sei righe commentando incurante di fronte agli altri clienti: ma te stai maleeeeeeee.

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Ma è con L’addio che ho deciso di scrivere questo pezzo. L’addio l’ho comprato perché l’incipit mi era piaciuto, pensavo: ecco la volta buona che mi leggo un libro di Moresco. E ho capito come mai, anche questo, l’ho abbandonato dopo 90 pagine.

Per questo che ne so Fabio Volo non viene riconosciuto come uno scrittore: perché lui si diverte.

Io credo che il problema fondamentale di Moresco sia semplice: scrive male. Ora, lo so che certe cose non si dicono, che questo mi mette subito nella terribile posizione dell’hater, ma dietro c’è una riflessione dolorosa. Moresco mi pare che sia uno di quegli scrittori che viene riconosciuto come scrittore in quanto emana un’aura da scrittore, almeno quello che la gente che non legge o che ha provato a scrivere ma con scarso successo, vede come l’incarnazione di uno scrittore: un paranoico, che is trascura e si veste male, esiliato dal mondo, che essendo senza amici e niente da fare scrive di paranoie per altrettanti paranoici. Per questo che ne so Fabio Volo non viene riconosciuto come uno scrittore: perché lui si diverte. Anzi Fabio Volo anche perché è ricco e ha successo con le donne, altra caratteristica che lo scrittore nella visione comune non ha. Perché la maggior parte della gente che lo critica non lo ha mai letto Fabio Volo e io sono anche convinto che se facciamo un test e leggiamo un capoverso di Volo e uno di Cortazar a un campione di persone prese a caso in strada, quasi nessuno li sa distinguere.

E allora ecco che si, facciamo scrivere ‘sti mattoni a Moresco tanto poi non li leggiamo mica. Lo stesso Moresco parla spesso della sua scrittura in chiave di sofferenza, tipo ci ha messo decenni per scrivere la trilogia e ogni tre per due minaccia il ritiro. I suoi sono tipo dei suicidi annunciati, come quelli che vogliono essere salvati per forza. Anche nell’intro di L’addio c’è scritto che questo forse è il suo ultimo romanzo. Moresco si prende tantissimo sul serio, è come se fosse privo di leggerezza, non esistono foto di lui con un accenno di serenità sul volto è sempre intriso di sofferenza, parla con paroloni e concettoni filosofici e sempre di cose serie. L’addio è romanzo a sfondo poliziesco tra la nostra realtà e un’altra, la Città dei morti, che mi pareva subito un’intuizione interessante. Ecco il fatto è che più lo leggi e più pensi che sia debole. Il testo è puerile, scritto male, lento, senza spina dorsale ed è usato da Moresco stesso per parlare della sua scrittura. c’è tutto un paragrafo in cui parla con il lettore avvertendolo che lui non userà i termini dei polizieschi che tanto vanno di moda oggi (quelli alla Don Winslow o Ellroy tipo “hey figlio di puttana!” o “ti rompo il culo baby”) ma che si manterrà sul suo linguaggio. Madre santa… come se dovesse sempre difendere un ideale più alto, come se la scrittura fosse la sua arma per combattere chissà quale ingiustizia/menata. Mi pare che non riesca a scrivere per la gioia che può emanare anche solo sperimentare, che non riesca a vivere serenamente la vita e di conseguenza la scrittura. Sembra che questa missione lo distolga dalla missione principale: scrivere qualcosa di buono, che rimanga. Fa tutta questa introspezione e poi boh è semplicemente noiosissimo. È inutile che vi sforziate di paragonarlo a Burroughs, è piatto Moresco. 

Però ecco mi dispiace perché Moresco è effittavemente uno che pubblica mattoni di mille pagine, uno super outsider, fondamentalmente emana pure disagio psicologico ed è comunque bello vederlo ospite da Fazio o sapere che viene tradotto in altre lingue. Farebbe bene alla letteratura italiana uno scrittore così, uno che non si sa che fa, che cammina,uno impossibile da gestire che ci mette trent’anni per scrivere una trilogia, ma ripeto: purtroppo scrive male.

Ray Banhoff

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