Archivi del mese: marzo 2016

Una storia politica

Sono nato in un posto storicamente di destra. Non destra estrema, niente Forza Nuova o cagate del genere, al massimo qualche ultrà. Era una destra di finiani, tizzi ibridi tra Forza Italia e Storace degli anni 2000 (ora sembra un Che Guevara popolare in confronto). Non è stato male crescere in un posto di destra, mi è servito. Perché pensavo di avere di fronte a me il nemico e allora mi ingegnavo per ribaltare l’equilibrio. In realtà questi sono concetti veramente appartenenti a un altro tempo e a un altro me. Una sera mi ricordo che in piazza venne fatto il concerto del Primo Maggio. Fu fantastico, perché era la sera del 30 aprile. Pensate che potenza questo concetto: si festeggia il primo maggio, ma il giorno prima. In realtà il concetto era chiaro: il primo maggio voi pulciosi comunistelli del cazzo lo andate a fare in culo in un altro comune, che qui c’è il turismo e voi con la vostra musica di merda rompete i coglioni. Che in parte è vero, il concerto andava fatto in piazza e la piazza era il luogo di struscio con i negozi e quindi la nostra presenza avrebbe sicuramente ostacolato la buona gente che voleva stare tranquilla. Suonava il gruppo di un mio amico, una banda di smidollati vestiti di lana cotta e pantaloncini peruviani. Gente che sa di incenso per citare una mia amica psicologa. Nel gruppo c’era una finta figa che suonava il flauto ed era molto autoritaria, ma tutto si reggeva perché il cantante era flippato di combat folk e De Andrè. Madonna santa se ci penso oggi muoio da ridere. Il combat folk a Montecatini. Nemmeno Zappa sarebbe stato tanto sovversivo. Comunque niente, la band suonava di sera in quella piazza di destra, di fronte agli sguardi schivi dei tassisti e del tabaccaio. Alcuni vecchi, molto scettici, sedevano in ciabatte e magliette unte, sulle panchine dell’aiuola. Era tutto abbastanza noioso. Non c’erano nemmeno le solite escort con i mariti di tizie lasciate a casa sole ad aridire chissà dove, perché il nostro brusio azzerava il livello di tutto. L’ex sindaco, un vero fascio, nonché ex preside del liceo scientifico, guardava la scena dal balcone del suo mega appartamento sulla piazza.

Montecatini

A una certa, si vede che si era rotto i coglioni, uscì fuori e fece un cenno ai vigili urbani. Il vigile 1 guardò il vigile 2 e mossi da orgoglio militare, staccarono la corrente. Così il concerto finì. All’inizio fu lo stupore, poi l’indignazione. Eravamo trenta stronzi che fumavano le canne e cercavano di lumarsi un paio di fighe (letali fighe di sinistra piene di principi e inavvicinabili, fighe con un  folletto tatuato sulla caviglia o un funghetto psichedelico) e quindi era l’occasione buona per fare un casino. E allora cominciammo a protestare. E qui inizia il vero racconto. La protesta fu fatta a sfottò, con cori contro il balcone del fascio e il cantante del gruppo che armato di sola chitarra acustica scese dal palchetto fino in mezzo a noi per cantare LO STESSO ANCHE SENZA AMPLI. Capite, un po’ Bono Vox, un po’ total rebel. Madonna mia che robaccia. Le fighe sembravano gasate e tutti scuotevamo la testa contro quel posto di merda. Che schifo, bleah, provinicia del cazzo un giorno ti manderemo tutti a fare in culo. E a quel punto entra in ballo uno della sinistra giovanile. Si a quel tempo si usava militare nella sinistra giovanile, un giochino per i figli dei comunisti, tipo un club delle giovani marmotte. Li le fighe erano più decorose. Niente noi ci rivolgiamo al tizio della sinistra giovanile che in realtà aveva anche organizzato tutto e lo incoroniamo subito come leader della rivolta. Allora che facciamo? continuiamo fino a domattina, facciamo casino, gli imbrattiamo la porta, facciamo la guerriglia? E lui che era più giovane di noi ma faceva già politica, cominciò a mediare. All’inizio non capivo, poi mi resi conto. In pratica non andò nemmeno a parlare coi vigili, anzi mi pare di ricordare che si scusò con loro, mentre a noi chiedeva di essere superiori. Di non fare casino. Era come se ci dicesse, su ragazzi dai non facciamo storie andiamo a letto ci hanno fatto giocare fin troppo.

cartoline pa '60

A quel punto entra in scena Che Guevara. Un ragazzo di cui non ricordo il nome ma che ai tempi era molto conosciuto. Lo chiamavano Che Guevara perché aveva sempre il basco con la stellina come il Che ed era identico al leader cubano. Era marcissimo. Spacciava un fumo letale che gli arrivava da chissà quale giro. Aveva sempre il cilum con se e ricordo anche diverse sere a giro con lui a fumare. Per diversi mesi sparì per andare in India, o almeno così dicevano. La leggenda narra che fosse andato sul monte Ketama per imparare a fare il fumo e che fosse tornato pieno di ovuli di charas per occupare una casa sulla stradina che porta in montagna. Aveva una voce pazzesca, tutta roca, era alto come un luccio in piedi, tutto peloso, denti storti e capelli lunghissimi ma già pelato. Sembrava che avesse 15 anni più di quelli che aveva, ma era uno ganzo. Non ricordo molte cose su di lui ma mi pare che si fosse anche battuto con gli sbirri o cose del genere. Insomma era veramente un personaggio. E niente mentre il ragazzo della sinistra giovanile cercava di gestirci noi che ormai lo stavamo vessando arriva Che Guevara. Era anche lui un militante quindi il giovane politico lo saluta con un sorriso sperando nel suo aiuto ma lui si ferma, gelido come un palo nel mezzo della tundra, con l’aria da Il Signore degli Anelli. Li apre la bocca e lapidario dice: Io spero solo che tu moia! fu una frase bomba, sibilata con un odio vero, talmente viscerale che mi è rimasta dentro per anni. Il giovane politico la incassò senza battere ciglio, cercando di circuire il ribelle della montagna con frasi come: no dai non fare così, ragazzi dobbiamo essere uniti, vogliono metterci uno contro l’altro. E bla bla. Poi niente, andammo a casa.

oggi quel ragazzo è in parlamento ed è uno dei nomi di punta del futuro politico italiano, io non l’ho più seguito, non so praticamente niente di lui. Il ribelle anche lui non so che fine abbia fatto. Il fascio penso sia morto. Il gruppo combat folk non esiste più e Montecatini è sempre un posto abbastanza di centro destra come mentalità. Può vincere anche la sinistra ma rimane un posto di centro destra. E questa storia mi fa pensare alla politica e poi ci scrivo un post che è il continuo di questo.

Ray Banhoff

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Sono Ziggy Bauman di ‘sta ceppa!

Non avrei mai detto che mi sarei potuto trovare in questa situazione, ma mi ci sono trovato. Nei mesi scorsi ho guardato spesso i reality di cucina. Anzitutto sono tornato su Gordon Ramsey e poi mi sono fatto le Cucine da Incubo di Cannavacciuolo e tutto Masterchef. Ora, non so cosa se ne dica di questi programmi su blog e quotidiani ma non me ne frega neanche un cazzo. Io penso che siano veramente importanti. Funzionano bene, sono completamente finti, è tutto pompato all’inverosimile (ma poi perché lo dite? Quando una cameriera piange disperata, quando un concorrente esulta, si vede che c’è verità, o siete dei maghetti dell’intelligence esperti in interrogatori? Perché voi sapete sempre tutto e non avete un dubbio MAI?). Ma non è questo ciò che conta. Quello che conta è la funzione che svolgono sui concorrenti. Più volte in questi programmi capita di vedere il cuoco famoso o il giudice che striglia il povero concorrente. Gli occhi di Cracco cattivi quando ti urla che cazzo fai il foie gras non si fa a pezzettini! Ramsey che non ha problemi a dirti «Sei un fuckin idiot».

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La mano di Cannavacciuolo

Beh, non so se ve ne siete accorti, ma oggi qua fuori, nel mondo reale, non ti capita spesso di sentirti dire frasi del genere. Nessuno è diretto, e chi lo è viene considerato uno stronzo. CI siamo abituati a tollerare i blogger saccenti, GENTE CHE FA IRONIA SU TWITTER, la Lucarelli e la Littizzetto  e i commentatori anonimi dei post, non tanto i troll, parlo proprio di pampacioni scemi che dicono la loro su tutto. E lo dicono in post che si confondono ad altre migliaia di post in una velocità impressionante e si perdono nel vuoto. Ecco ci siamo abituati a sentire l’opinione di qualcuno su tutto. Facebook docet. Però è molto più raro dire a un tuo amico: questa foto che hai fatto è una merda. La tua poesia? fa cagare. Il tuo pezzo? bleah. Non si fa. È come se il tasto del dislike nella vita fosse proprio diventato impossibile da cliccare. La gente ci rimane troppo male, ma al tempo stesso ne diventa dipendente. ho amici che si fanno fare il culo apposta perché non sono più abituati e dopo non ne possono fare a meno. Te lo vengono a chiedere. Oh, mi stronchi questo racconto?

Oggi un bel vaffanculo, fai cagare! non te lo dice più nessuno. Oggi è tutto TOP!

Se fino a qualche tempo fa il confronto poteva essere l’occasione di una crescita, l’uso promozionale di noi stessi sui social network lo ha trasformato solo in un’occasione di consenso. Sui social le tendenze degli argomenti la fanno da padrona. Piace a tutti la stessa roba. Si va a fittoni. È piallante. (ECCO QUI SONO ZIGGY BAUMAN DI STA CEPPA!) C’è l’iterazione solo col like. Col tuo si incondizionato, il tuo mi piace, a qualsiasi merdata il tuo vicino di web condivide. Questo atteggiamento che impariamo online, lo riportiamo poi nella vita. Io vedo già dei cambiamenti nelle relazioni umane dal 2008/2009 gli anni in cui in Italia ha cominciato a dilagare FB. Perché qualcuno ci ha convinto che avessimo bisogno di una vetrina (una ulteriore vetrina) per far vedere quanto valiamo, o quali sono i nostri lavori, le nostre idee. Ecco in questo amo che in un programma televisivo le tue piccole certezze (IO sono il meglio del mondo) vengano messe in discussione da un altro che ti dice: no, tutto quello che hai fatto fino a qui, non è niente. Devi disimparare tutto e ricominciare da zero. Perché la vita è così. È inutile che ti arrapi con la frase stay hungry stay foolish se non sei disposto veramente a essere curioso tutti i giorni. Ci siete mai stati negli uffici delle agenzie a Milano, tra i tipi esperti di marketing e comunicazione, tra gente che dice solo FIGATA!? È gente che sa TUTTO. Sono annoiati, boriosi, saccenti e non hanno mai letto un cazzo di libro in vita loro. Si fanno solo le seghe con l’Apple Watch e si geolocalizzano in SPA e ristoranti del cazzo. Poi vanno a lavoro al mattino e sfornano le idee bislacche che poi vengono iniettate nel cervello della gente (pubblcità, jingle, canzoni, prodotti)Ecco, quei tipi non se la saprebbero cavare 20 minuti in una situazione di emergenza. A quei tipi sarebbe utile che arrivasse che ne so Briatore (altro mito) e gli dicesse: la tua idea è una merda. È assurdo che sia Masterchef a svolgere una funzione educativa oggi, ma è così.

 

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Ecco tornando a Masterchef & co, non nego che mi sono commosso a vedere il ragazzino macellaio di 23 anni arrivare in finale, con tutti quegli sforzi fatti, con quelle pressioni subite, con l’aspettativa di beccarsi 100mila euro. Dei miei amici il 99 percento si è laureato con 110 e lode. A Lettere a Firenze facevamo esami così pacco che uno studiava 35 giorni di fila, un’altro 3, e sotto il 28 non lo prendeva nessuno. 28 a Lettere era come dire 18. Prendevamo tutti 30. Una volta mi ricordo che durante un esame pretendevo un confronto culturale col docente, un critico letterario vero oltretutto, ma lui aveva in lista altro 30 tizi e non ce la faceva proprio. Era un ometto gonfio, con due batuffoli di pelo e la cappella pelata nel mezzo che era staaaaanco. E niente mi dette 30. Guardo questi stronzetti di ragazzini sul tram che si sputano tra i piedi  dentro la carrozza e fanno rap brutto (madonna mia che merda quel tono rap dei rapper TIPO-SONO TOSTO-MI PIACE LA FIGA- TI RIMETTO A POSTO ma grazie al cazzo dai veramente vai) e penso che sia normale che lo facciano, ma che qualcuno a un certo punto li dovrebbe raddrizzare. Non so quanto le scuole lo facciano, non so quanto tutti i tizi che scrivono tweet e status lo facciano, non so quanto lo Stato lo faccia.  Nessuno lo fa.

È inutile che ti arrapi con la frase stay hungry stay foolish se non sei disposto veramente a essere curioso tutti i giorni.

Almeno quando guardo Masterchef sento Cannavacciuolo che dice: ma che cazzo è sta roba? È sbagliata! E li almeno ecco, capisco. Capisco la realtà. Mi torna che esista il giusto e lo sbagliato. È tutto più semplice così.

Ray Banhoff

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Giovanni Succi, Bachi da pietra

“Servo in quello sterco che cosa si muove / Niente di degno di menzione / La vostra minzione / Nessuna cosa che sia degna di onore e non sia omissione, menzogna, sopraffazione / […] Ecco il furbo coglione e il buon borghese tagliagole / Ecco il tutore dell’ordine torturatore / […] Siamo i bastardi della prossima occasione / Per distribuire dolore / Ridistribuire dolore / Ridistribuire delitto / Ridistribuire omissione / Ridistribuire menzogna e chiamarli onore / C’è un prezzo che ci compra e una morale che ci assolve pronta”. Queste sono le prime parole pronunciate da Giovanni Succi che ho ascoltato. Non ricordo quando, anni fa, ma non è importante. Il pezzo in questione è Servo, tratto da Tarlo terzo (2008, Wallace Records). Se qualcuno non conosce i Bachi da Pietra, l’unica cosa che posso fare, è consigliare di andare ai loro concerti, ascoltare la loro discografia e aggiungere un’opinione personale: in Italia sono la band più spaccaculi che esista.
Ho evitato di fare domande sulla sua passione (?) per la fotografia, su quei Lampi per macachi o sugli altri progetti di Succi (tipo l’audio-blog a puntate dedicato a Il Conte di Kevenhuller di Giorgio Caproni, La Morte insieme a Gamondi degli Uoki Tochi), ma la loro assenza è presente, basta leggere tra le righe. (Se non sapete chi è Caproni, ci può stare, le ragazzine non lo usano come Montale per postare le loro tette su Facebook o Instagram… però andate a recuperare quel lavoro, merita quanto un bel paio di gambe accavallate sul cervello).
Quando ho scritto le domande, stavo soffrendo di un dolore fisico fortissimo; non ha senso riportare la diagnosi, ma per farvi capire come stavo messo, diciamo che non sono riuscito a dormire per due mesi interi. (Avevo dei collassi quotidiani di un paio d’ore… dormire è un’altra cosa). Gli antidolorifici presi come caramelle; tutto inutile. Il medico che mi seguiva diceva di resistere: “Ci vorranno mesi, ma passerà”. Facile fare il medico col dolore degli altri, però aveva ragione. Resistere, non sbroccare, superare quei pensieri umani troppo umani (“perché a me?”); tutto si riduce a questo. E a non sfogarti sul prossimo con una mazza da baseball.
La sofferenza ti porta a scavare nell’omissione quotidiana, a porti domande da Pietra: a cosa serve il dolore? Non sono Carlo Emilio Gadda ma, in parte, serve a farti diventare “stronzo”, a renderti cinico ma autentico; a togliere il fumo dagli occhi e rullarlo.
A volte, per evitare di attaccarmi a una boccia di Zacapa, guardavo vecchi cartoni animati, che lì la distinzione tra bene e male è netta e colorata. Ho riascoltato alcuni dischi metallonzi (The Great Southern Trendkill, Master of Puppets, Roots) intervallati da qualche pezzo di Vic Chesnutt, Pontiak, Boards of Canada. Ho anche letto e ascoltato quasi tutto quello che è stato pubblicato da e sui Bachi da Pietra, da e su Giovanni Succi. Volevo intervistarlo da tempo, e ho finito miseramente per chiedergli quello che mi girava in testa in quel periodo. Il potere, il dolore, la fatica, l’amore, la mia tesi (in Linguistica, cristo), cosa voglio fare da vecchio, avere un figlio, Parigi, l’arte: qual è il massimo comun divisore? Esiste? Sì, no… forse.
In una delle interviste che ho letto, riferendosi a Sepolta viva, Succi dice: “Mi rivolgo a una singola persona. Non ho ricette per le masse, anche perché non esistono. Ho suggerimenti per chi potrebbe alzare il culo adesso e cominciare a dare una svolta alla propria unica, singola, volatile esistenza. Non servono elucubrazioni, servono gesti, fatti, mosse, azioni fisiche diverse. Un primo passo. Con fatica, col tempo. Diversamente solo fuffa, non credo a nessuna delle ricette preconfezionate dal brillante pensiero umano per redimere le sorti dell’umanità. Per me nessuna ideologia e nessuna religione, solo pragmatismo e caso per caso. Però mi piace Cristo quando dice a Lazzaro ‘alzati e cammina’ e non aggiunge ‘…che è pronto in tavola’. Il vero miracolo sta a Lazzaro e non sarà un miracolo, sarà fatica. Magari Lazzaro preferiva starsene nella tomba. Quella dei morti è una posizione comodissima”.
Insomma, ciò che conta è alzarsi: “Sei stato un bravo pesce / adesso vola”.

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Scheggia di Francesco Farabegoli

 

In questi giorni mi è capitato di leggere un’intervista a Céline: “Il suo merito è di essere riuscito a trasferire la potenza del linguaggio parlato nello scritto, grazie ad un abominevole sforzo, perché questo il foglio non vuole mica accettarlo, non vuole”. Ti chiedo: qual è lo sforzo fatto dai Bachi per riuscire a trasferire il “morso” in un disco come Necroide?
Musica e testi non si infilano da soli nelle canzoni, quindi – come qualsiasi artefatto – anche il mio è frutto di un lavoro stilistico. La mimesi perfetta tra parlato e scritto però è un’altra cosa, e francamente non mi interessa. Qualsiasi scrittura è finzione, anche quella che tenta la mimesi col parlato. Piegare la realtà del parlato alla finzione della scrittura è uno sforzo abominevole per chiunque ne sia cosciente; se per Céline lo era in francese, figurati avesse mai dovuto misurarsi con l’italiano… Le due lingue sono cugine ma hanno storie (dunque usi e letterature) completamente diverse. Se vuoi ne parliamo.

 

Dove fallì il Duce riuscì Mike Bongiorno”

Parliamone. Raccontami anche la tua esperienza come autore di testi.
Della mia esperienza come autore ne parlo in una canzone che si intitola Morse: morse come l’alfabeto, morse come le parole prese a morsi; non ho altro da aggiungere. La storia della lingua rientra tra i miei interessi da una vita, come la letteratura in versi: … orribile, lo so, me ne rendo conto, sono perversioni imperdonabili al giorno d’oggi, me ne dovrei vergognare. E invece eccomi qui a parlarne impunemente in pubblico. Se non sei di stomaco forte, salta il pippone che segue.
Comunque, detta in soldoni, il francese è per editto monarchico lingua d’uso quotidiano di una nazione (lingua di corte, giurisprudenza, trattati, poemi, romanzi, versi, canti, messe, ricette, barzellette…) dai tempi dell’unificazione del regno di Francia (circa XV sec.); diciamo da sei secoli mal contati. Mentre l’italiano comincia a diffondersi veramente come lingua d’uso solo dal 1954 con Mike Bongiorno alla televisione. Un divario di cinquecento anni. Se una cosa la usi ogni giorno per cinquecento anni, quella cosa cambia. Una lingua ferma sui libri per cinquecento anni non cambia un granché, resta sostanzialmente identica a come l’avevano lasciata Dante, Petrarca e Boccaccio nel Trecento.
In tutti questi secoli il francese viene rimasticato da una nazione intera, parlato e scritto disinvoltamente – da chi sapesse scrivere – dai tempi di Rabelais a quelli di Baudelaire; mentre l’italiano resta virtuale, usato solo in opere letterarie e mai nell’uso comune. Prima degli anni Cinquanta del Novecento (tagliando con l’accetta) l’italiano è solo letteratura. La differenza non è poca e le conseguenze enormi. Ad esempio ai tempi di Céline (inizio Novecento) esisteva un francese parlato, ma non ancora un italiano parlato, del quale catturare eventualmente la potenza per iscritto; a voler essere realistico avresti potuto catturare al massimo uno dei mille dialetti regionali nelle loro mille varianti campanilistiche; poi, ammesso che qualcuno lo sapesse leggere, l’avrebbero capito solo in quella regione o all’ombra di quel campanile. Céline non ha tra le palle una tale questione della lingua e, per quanto gergale, il suo francese era comprensibile in tutta la Francia e colonie. Da noi si scriveva in linguaggio libresco e poi, per colti che si fosse, in strada come in trincea si parlava un dialetto. Aggiungi che la lingua del cattolicesimo era il latino fino ai tempi di mia nonna. In Francia lo era il francese da sei secoli. Insomma. La televisione per la prima volta mette a tutti, nel senso di proprio tutti, compresa mia nonna, la voglia di parlare “bene” un italiano cosiddetto standard: quello dei presentatori, delle signorine buonasera, dei giornalisti, dei politici… (Oggi sono i politici a parlare come mia nonna, ma questo è un altro discorso). Nemmeno il ventennio fascista, imponendolo odiosamente dall’alto, era riuscito a far parlare l’italiano agli italiani. Dove fallì il Duce riuscì Mike Bongiorno.

Tra poco ci saranno le elezioni americane… In Batman v Superman di Snyder, Lex Luthor dice: “Sa qual è la bugia più antica d’America? Che il potere può essere innocente”. Ti sembra che sia ancora necessario leggere Foucault per capire come funziona il potere? Necroide è una manata in faccia al potere machista e borghese?
Necroide in relazione al potere pesa come una cacca di mosca nel sistema solare e non vedo come tu possa illuderti del contrario.

La sfocatura del ricordo produce l’effetto più interessante, di adeguamento di quel che eri a quel che sei. Non ricorderai esattamente, ma in un modo filtrato da quello che sei diventato nel frattempo. Diverso dalla tua fonte. Ricorderai male; e quel male, sei tu”

I peggiori sono i disillusi che s’illudono ancora, come me.
Puoi immaginare che l’album di un gruppo con 7000 “mi piace” su Facebook possa contare qualcosa negli equilibri niente-meno-che del potere in Italia? Cominciamo poi a mettere in chiaro che Necroide è una manata in faccia a me stesso. Non era la scelta più comoda da fare, per me, ma era la cosa che volevo fare, e l’ho fatta. Se poi io menassi manate a categorie di persone alle quali attribuisco un’etichetta di infamia a priori, sarei un idiota con metodi fascisti. Allora, chi andiamo a picchiare oggi? Hai visto che schiaffone ho dato alla “borghesia” col mio ultimo album? …Sarei un idiota travestito da intellettuale. Preferisco essere un intellettuale travestito da idiota. La mia tentazione forte in questi casi sarebbe quella di liquidare la questione alla Paolo Conte: io di politica non ci capisco niente. Il che è anche vero. Non ho neanche approfondito Foucault e quindi non posso disquisirne, anche se suppongo, per questioni d’anagrafe, che non si riferisse all’Italia del 2016… Io qui ad oggi vedo piuttosto a tutti i livelli del costume italico gli effetti deteriori del feudalesimo, non quelli di uno stato borghese. La borghesia è potente nei paesi anglosassoni o nord europei… Da noi c’è il nepotismo, le tasse bizantine, apparati burocratici mastodontici e irremovibili, la mafia e la chiesa. Parenti da piazzare, culi da leccare, anelli da baciare, ingranaggi da ungere. Tutta roba feudale.

Il potere “borghese”, per come lo vedo io, è quello che oggi rende ancora possibile questa situazione feudale.
Mi sembra come dire che il motociclismo ha prodotto la biga, ma ripeto, non me ne intendo. A proposito, magari parliamo di figa, potrebbe avere anche più attinenza con la storia della lingua.

La domanda che volevo farti adesso è lontana anni luce dalla figa: ha a che fare con il metal… Avete ripercorso i solchi dei dischi ascoltati tanti anni fa per pensare Necroide? Il metal è un’idea del passato che avete riscoperto per “fare male” oggi?
No, non abbiamo dovuto ripercorrere niente. Se una cosa è tua, è tua per sempre, ripassare non serve. Anzi, proprio la sfocatura del ricordo produce l’effetto, più interessante, di adeguamento di quel che eri a quel che sei. Non ricorderai esattamente, ma in un modo filtrato da quello che sei diventato nel frattempo. Diverso dalla tua fonte. Ricorderai male; e quel male, sei tu. Se per “fare male” intendevi questo, allora sì. Noi facciamo tutto male.

Ci riprovo: c’è attualmente un modo di fare musica utile al “potere” per perpetuare se stesso? So che è una cazzata riduttiva quella che sto per chiederti, ma ad oggi, secondo te, ha più valenza politica (e propagandistica?) un pezzo rap o una canzone radiofonica qualsiasi?
Io di politica non ci capisco niente.

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Necroide è soprattutto una provocazione?
Senza una forma di provocazione intrinseca l’arte è artigianato. L’artigianato lo capiscono tutti e non lascia dubbi.

Diciamo che in giro c’è molto artigianato e poca arte?
Come in tutti i tempi. Diciamo che tutto ha diritto di esistere e ognuno sceglie che cosa produrre o che cosa preferire. Smettiamola di fare i giusti impegnati dalla parte giusta: stiamo facendo solo quel che cazzo ci pare e piace. Arte? Grazie. Io sarei un pessimo artigiano, ad esempio. Un ottimo artigiano non avrebbe mai scritto le mie canzoni (belle o brutte che siano). Siamo pari.

Quella che qualsiasi totalitarismo bandirebbe come degenerata. La libertà di essere primordiali, sacrileghi, blasfemi, osceni, pessimi, estremi…”

Il testo di Black Metal il mio folk sembra anticipare uno scenario simile a quanto accaduto a Parigi lo scorso novembre, ma fa pensare anche alla seconda guerra mondiale. Quando hai scritto quel testo?
Per abbozzare il futuro basta guardare il passato con la certezza che la storia non insegna niente, tanto meno a chi non la vive o non ne ha coscienza, e noi non l’abbiamo. Non essendo noi occidentali consci della tolleranza come valore fondante della nostra società, nello stato di diritto – e se non lo siamo noi figurati gli altri – è ovvio che produrremo un muro contro muro. Tolleranza non vuol dire giustificare degli assassini, ma un culto diverso sì, ad esempio. Credete in un Dio e volete adorarlo? Benissimo, fate pure e non rompete il cazzo. Noi ne facciamo a meno. Sono concetti talmente ovvi che mi sento un deficiente a scriverli, ma sfuggono alla stragrande maggioranza di noi occidentali, figurati a gente che ha la Teocrazia come ideale politico. (Tra parentesi: senza andare troppo lontano, lo Stato del Vaticano, che sta a Roma ed è una teocrazia, interviene nella nostra politica nazionale come fosse sua e agli italiani pare del tutto normale).
Ho scritto e riscritto quel testo in un arco di tempo piuttosto lungo. I casi di decapitazione dell’Isis non mi erano ancora arrivati. Ma non serve troppa fantasia, come dicevo. Senza tornare al Medioevo, negli anni Novanta è successo il peggio del peggio nella Ex Jugoslavia, sempre nel buon nome di Dio. Mi sono immaginato coinvolto in una guerra reale, sotto casa, costretto a combattere per una libertà che potrebbe andare persa domani. Il mio folk, le mie radici, il mio canto di battaglia, non sarebbero i cori degli alpini, ma la frangia più estrema del rock’n’roll che mi ha cresciuto libero, nella totale libertà di pensiero e di espressione, anche della peggiore e dei peggiori sentimenti. Quella che qualsiasi totalitarismo bandirebbe come degenerata. La libertà di essere primordiali, sacrileghi, blasfemi, osceni, pessimi, estremi… Negli anni Cinquanta lo dicevano di Elvis. Elvis o Gorgoroth è la stessa cosa. Arriva un bastardo e ti dice che Dio non è d’accordo. Ho il terrore che mio figlio possa ritrovarsi in un nuovo mondo di invasati religiosi e assolutismi di ritorno, ma è quel che promette il prossimo orizzonte. Ci sarà di nuovo da ammazzare e farsi ammazzare per degli ideali invece di godersi la vita. Sarebbe spiacevole.

Mi racconti com’è stato suonare al Mame di Padova la sera del 14 novembre?
Ti lascio il video di come è cominciato quel concerto: lo trovi sulla pagina Facebook dei Bachi Da Pietra. Troppe parole inquinano l’aria.

Quello che accade nel mondo influenza il tuo modo di produrre un disco? Intendo anche la scelta di un suono.
Siamo animali in un contesto ambientale, non in un laboratorio asettico. La svolta chiassosa dei Bachi Da Pietra deriva dalla consapevolezza piena che, dopo circa otto anni di proposte in punta di zampe bocciate dal pubblico dal vivo (con buona pace dei nostalgici che oggi sono assai di più di quanti ne vedessimo ai concerti), occorreva soccombere o evolversi. Rovesciare il tavolo. Schiacciare o essere schiacciati? Ok, schiacciare.

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Ho un elenco di nomi scelti a caso, o quasi. Per ognuno di questi nomi, dimmi quello che ti viene in mente. Reazione istintiva, anche se c’entra poco con quanto abbiamo detto finora. I nomi: Paolo Conte, Giovanni Lindo Ferretti, Lucio Battisti, Emidio Clementi, Verdena, Caso (Andrea Casali).
Paolo Conte – Maestro
Giovanni Lindo Ferretti – Fedele
Lucio Battisti – Mogol
Emidio Clementi – Enigma
Verdena – Roberta
Caso (Andrea Casali) – Wikipedia

Hai un figlio… In questo momento della tua vita sei innamorato?
Ho un figlio, Pietro, e amo sua madre.

La terra dove sei nato e cresciuto. Se dovessi raccontarla a un provinciale come me, quali parole useresti? Quali aneddoti o ricordi ti vengono in mente?
Sono un provinciale anch’io, di Nizza Monferrato, Asti, sud del Piemonte. Un bel posto. Si sta bene. Intendo a mangiare e a bere. Per tutto il resto devi far della strada. Non me ne lagno, anzi, alla fine l’ho scelto come base dopo quasi un decennio di città.

Sei un corpo buttato nel mondo per un periodo limitato di tempo”

Quali erano i tuoi sogni da ragazzino? Cosa volevi fare di Giovanni Succi?
Un rocker da quando mi ricordo, come i Ramones e gli AC/DC. A vent’anni capii che la strada era incredibilmente più complessa. Ho trovato un mio modo compatibile con quello che sono. Mi ci è voluto un po’ più del previsto, ma in qualche modo ci sono riuscito. Alla fine sono un rocker e sopravvivo di musica fatta a modo mio.

Hai rimpianti?
Qualche acquisto sbagliato. Per il resto va bene così.

Le prossime mosse dei Bachi?
Strisciare ovunque, spaccare sempre.

Ultima domanda: cos’è il dolore? A cosa serve? Nel caso servisse a qualcosa.
Il dolore è un’esperienza del singolo, non è generalizzatile, con buona pace delle frasi fatte. Per un credente è il castigo-dono del buon Dio dopo lo sfratto dal paradiso per aver disobbedito (sic); per alcuni è da evitare a qualsiasi costo, per altri da ricercare per sentirsi vivi al mondo. Per me è quasi sempre un lampeggiante con su scritto “MUOVI IL CULO”, anche se a volte starsene un po’ fermi ad ascoltarlo meglio avrebbe evitato danni più gravi. In teoria serve a non rimettere le dita nella presa, ma certe prese se esisti non te le toglie nessuno. Niente di trascendentale, anzi, un qui-e-ora forte e chiaro che ti ricorda – se te l’eri dimenticato – che sei un corpo buttato nel mondo per un periodo limitato di tempo. Personalmente sono allenato.

L’intervista termina qui. Nella prossima si parlerà di storia della lingua e figa, promesso. Ho già pronto il titolo in ottica SEO: Cunnilingus, senza peli sulla lingua.

@polpoincanna

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