Archivi del mese: dicembre 2015

Il discorso di fine anno

Milano. La città-Stato. Il Natale è arrivato di sopresa con un insolito caldo e l’ormai nota cappa di smog. E per la prima volta da quando ci sono dentro anche io, mi son giunti alle orecchie dei discorsi sorprendenti. Ho sentito di una cricca di colleghi di non so quale ufficio che si voleva armare per una colletta particolare: fare il malocchio al proprio capo. Mi si son drizzate subito le orecchie. Uno di questi impiegati diceva di avere un contatto sicuro con una calabrese letale. Mi son venute in mente le pagine de La Pelle di Malaparte in cui il protagonista si rivolta contro gli americani arrivati a Napoli e gli dice che loro sono arrivati nell’ultima roccaforte sovrannaturale d’Europa, che potranno anche conquistarla, ma non potranno mai capirla. Ma sentire queste parole a Milano, la città del buisness, dei cervelli, del movimento, dell’iper realismo…

Col 2016 ormai alle porte l’appellarsi a una forza arcaica ed esoterica come una fattura, seppur per scherzo, mi pare un gesto di grande significato. L’era del razionalismo non ci ha mai dominato veramente. La politica, Mashable, il feed delle stronzate top ten sullo stronzissimo Twitter, il 4K, la realtà virtuale, l’oculus rift per farsi le seghe, non ci hanno poi cambiato veramente. Il cambiamento coesiste con la preservazione delle nostre radici, ci si appella ancora alla magia, agli dei, si vanno a ravanare le radici arcaiche della nostra cultura millenaria, ci si ricorda che abbiamo passato oltre alla menata di sto cazzo di futuro sempre presente in cui dobbiamo dimostrare dimostrare dimostrare e aggiornare Linekdin. Interessante però che ci si esponga così per farla pagare a quella canaglia del proprio capo, che si crei una piccola sotto cricca segreta di vendicatori. Non per liberare dei prigionieri politici, non per Charlie Ebdo, non per i diritti umani di qualche buco di culo del mondo, non per condividerlo sui social. Lo si fa per il capoufficio, quell’essere che sembra messo li da destino, pieno di limiti, di frustrazione, quello che gode solo dalle 9 alle 18 quando può sottomettere i suoi sottoposti. Chiaramente nessuno andrà mai dal fattucchiere, ma anche il solo pensare di poterlo fare è un gesto di grande libertà.

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Quelli nati negli anni 80 come me sono tutti figli di una rivoluzione mancata. Abbiamo vissuto con nonni partigiani o fascisti e genitori sessantottini o yuppies e noi siamo cresciuti con InDesign, i videogames e la musica elettronica. Le due generazioni prima della nostra ci hanno fatto il culo in termini di segnare la storia. Ma ecco, io quando sento delle collette per il malocchio al capoufficio ci vedo come la volontà di non sparire. Dobbiamo preservarci. Non ascoltate troppo l’opinione altrui, non leggete troppi libracci (la regola buona è sempre che se un libro merita difficilmente lo troverete alla Mondadori in Duomo), non infognatevi in battaglie ideologiche nella pausa caffè, non esternate troppo i cazzi vostri coi colleghi frustrati, non vi schierate contro Fazio perché vi pare sfigato e lo fanno tutti e non scrivete come Michele Monina & co. solo per distruggere gli altri. Quando leggete i quotidiani, leggete anche quelli che non vi piacciono e non affrettatevi a esternare quello che pensate per compiacervi coi like e al’approvazione di tizi che manco conoscete e che avete trovato on line. Be hungry be sborrish, cercate di mettere un guizzo di vita in tutto quello che fate, di essere voi stessi sempre e comunque anche quando tutto vi scoraggia per farlo, spiazzate la gente con un minimo di autoironia e insegnate al vostro prossimo che anche lui può farlo. Siate uno sciame silenzioso pronto a volteggiare nel cielo. WNR vi pensa e vi vuol bene. Facciamo tutto a cazzo come sempre ma siamo qui con voi. E anche se siamo colti domani andiamo tutti a vedere Checco Zalone che non guasta mai. aviV al angerF!

 

Ray Banhoff

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Gli altri non ce la faranno mai

“Tutti quei viaggi, tutte quelle pagine di Kerouac, per morire solo, solo sotto una gelida luna messicana, solo, capite? Non riuscite a vedere quei cactus magri e miserabili? Il Messico non è brutto solo per via della repressione, è brutto e stop. Non riuscite a vedere gli animali del deserto che stanno a guardare? Le rane, cornute e semplici, i serpenti simili a fessure di mente umana che strisciano, si fermano, attendono, ottusi sotto un’ottusa luna messicana. Rettili, guizzi di cose a guardare questo tizio sulla polvere in maglietta bianca.
Neal, lui, aveva trovato il suo movimento, non faceva male a nessuno. Il duro ragazzo del riformatorio steso lungo i binari di una ferrovia messicana.
L’unica sera che l’avevo visto gli avevo detto: Kerouac ha scritto tutti gli altri capitoli. Io ho già scritto l’ultimo. Fai pure, mi disse, scrivilo. Fine del testo.”
Che altro vuoi aggiungere? Chiudi il libro, e te ne stai buono e tranquillo per un po’.
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Edizione del 1979

@moreneria

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Burkina Faso: la terra di Sankara

Sono seduto sul pavimento di un terrazzo d’albergo nella periferia di Ouagadogou, la capitale del Burkina Faso. L’albergo è una costruzione fatiscente sommersa dal cemento, dalla terra rossa e da immondizia secolare. Di tanto in tanto lo sguardo si posa su qualche baobab in lontananza. A poca distanza dall’albergo, un gruppo di bambini sniffa colla. È la stagione delle piogge. Il clima è mite. Il cielo plumbeo. Pioverà, mi dicono. Il mio aereo partirà fra circa sette ore, diretto verso Algeri.

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Mi ripeto che tutto andrà per il meglio, ma gli apparecchi della Air Algerie non mi sono sembrati molto adatti al volo. Assomigliano più a dei tubetti di dentifricio con attaccate delle ali che a dei veri e propri aerei. Nel viaggio di andata, due settimane fa, un black-out elettrico ha ritardato la partenza di circa due ore proprio a ridosso della fase di rullaggio. Due ore che mi sono sembrate eterne. Due ore fermo, immobile, sudato all’inverosimile. Poi il decollo, qualche scossone intenso, altre quattro ore di volo e l’atterraggio sulla piccola pista dell’aeroporto della capitale che, per quanto ne so io, altro non è che una minuscola gettata di cemento su un’enorme distesa di arenaria rossa.  Al mio arrivo era buio. E sarà buio anche fra sette ore. Bevo una Brakina, la birra nazionale. Una sorta di Peroni burkinabé, ma più dolce e delicata. Ne ho bevuta più dell’acqua. L’acqua qui ha un costo tre volte maggiore della birra. E ne capisco anche il motivo.

Qui da questa parte del mondo il tempo sembra dilatarsi all’infinito. Un minuto può durare un’ora e un’ora può durare un’eternità, se non si ha alcuna fretta. L’attesa è riposo, pensiero, silenzio

Honoré, il nostro amico, fervente cristiano, scende da basso per andare a comprare altra birra da offrirci. Per ingannare l’attesa è l’unica cosa che si può fare, oltre a scrivere o leggere un libro. Questo omone alto due metri, magrissimo, dagli occhi intensi e le movenze delicate, indossa un paio di cuffie collegate a una piccola radio a batterie. Da lì ascolta sermoni e preghiere e letture dal vangelo o dalla bibbia. E se proprio deve parlarti, lo fa senza perdersi una sola parola di quello che arriva nel suo auricolare. Di tanto in tanto si ferma a guardare il cielo, poi continua a girovagare per la veranda, in cerca di chissà quale risposta. Lo conosco da quindici giorni e in quindici giorni ha sempre indossato queste cuffiette. “Saint Jean”, mi chiama. Io lo chiamo “Saint Honoré”, specificandogli che ha lo stesso nome di un dolce. Lui ride, affabile, ma si vede che è da tutt’altra parte. Arriva la seconda Brakina. I vuoti sono a rendere.

Ho un leggero mal di gola, dovuto alle temperature non miti di questa stagione. Per quindici giorni ho dormito in un piccolo appartamento infestato da zanzare, gechi, topi e una quantità esorbitante di altri insetti a me sconosciuti, senza vetri alle finestre, ma con una splendida veranda e uno splendido giardino. Mi sono nutrito di marmellata di mango, baguette appena sfornate, bistecche, pollo, riso e patatine fritte. Il mio stomaco si è adattato perfettamente. Ho assistito a un parto in diretta, mentre fuori imperversava una tempesta tropicale e l’aria si faceva più rarefatta e il buio ingoiava qualsiasi cosa si trovasse a meno di un metro. L’orizzonte si dipanava in una miriade di granelli di notte e le stelle si nascondevano.

Burkina Faso, la terra degli uomini integri. Il fantasma di Thomas Sankara se la ride. Un leader marxista ucciso dal suo braccio destro, interruzione violenta di quel processo di trasformazione sociale e culturale che Sankara aveva a cuore, per sé, per il suo paese, per l’Africa intera. Riforme strutturali mai viste a queste latitudini semiequatoriali: sanità, scuola pubblica, cultura. Si dice che andasse in giro con una Renault 5 distrutta e che, da qualche parte, la si possa ancora ammirare, fiera del suo trascorso militante. Si dice che Sankara fosse un ottimo musicista. Ma qui chi non lo è? In quindici giorni ho avuto il piacere di suonare su strumenti di fortuna con tante di quelle persone che fatico a ricordarne i nomi e le fisionomie.

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Come da “Chez Maxime”, il locale all’aperto di un ragazzotto snello e atletico, sorridente e simpatico, nel centro di Bobo Dioulasso. Lì c’è musica praticamente per tutta la notte. La strumentazione consiste in qualche amplificatore a transistor di sconosciuta provenienza, un impianto audio gracchiante dal fuzz naturale ed una batteria tenuta insieme da delle corde e suonata con delle bacchette che, in realtà, non sono altro che dei rami di albero. Ho suonato con la band resident di questo locale una versione di Red House di Jimi Hendrix cantata completamente in dioula, la lingua del posto. Ho avuto come la sensazione che un secolo di musica nera si dipanasse dentro le mie orecchie sotto forma di slow blues, incanto e zanzare. Bobo-Dioulasso. La seconda città del Burkina Faso, per numero di abitanti. In pratica, la periferia del mondo. Qui Sankara viene nominato sempre a bassa voce, non so se per estremo rispetto o per fondata paura. Ma tant’è che quando qualcuno ne parla, gli occhi iniziano a brillare e la voce si fa più flebile.

A Bobo ho assistito alla semifinale di Euro 2012 tra Italia e Germania. Mi sono ubriacato mentre cercavo di vedere la partita su di un televisore a tubo catodico con le dominanti rosa. Ho mangiato una zuppa di piselli e patatine fritte. La sera andavo a dormire molto tardi e l’indomani venivo svegliato dalla luce del piccolo orizzonte equatoriale che scorgevo dalla finestra della mia stanza. Facevo colazione mentre attendevo che arrivasse Hmadu, l’autista che mi ha sempre accompagnato in queste due settimane. Un uomo piccolo e taciturno. Il tempo di finire la colazione e lavarsi i denti e si era già dentro l’abitacolo diretti verso ovest, verso il villaggio di Darsalamy o Pala, stipati in un pick-up Peugeot 504 tenuto insieme da sputo e spiritosanto.  A queste latitudini sono tutti degli ottimi meccanici.

Il fantasma di Thomas Sankara se la ride. Un leader marxista ucciso dal suo braccio destro, interruzione violenta di quel processo di trasformazione sociale e culturale che Sankara aveva a cuore, per sé, per il suo paese, per l’Africa intera

Darsalamy. Un piccolo regno a maggioranza musulmana, immerso nella terra rossa arsa dal sole, tra casupole di mattoni e angoli di paradiso. Un mercato settimanale, poco più in là, a ridosso della lingua d’asfalto che collega il Burkina Faso alla Costa D’Avorio. Una specie di piazza, enorme, circondata da alberi e bambini. Bambini ovunque. Pala, invece, è un villaggio a maggioranza cristiana ed animista. La condizione di povertà dei suoi abitanti è resa più drammatica dalla pressoché totale carenza di acqua e dalla sua evidente lontananza dalla principale via di comunicazione. Il villaggio nasce e si sviluppa a circa cinque chilometri dalla Route n.10. Per arrivarci si percorre una strada di fango che, specie in questa stagione, è impraticabile.

Qui ho assistito a un funerale di un membro anziano, una sorta di festa in maschera dove le maschere prendono a frustate nel sedere i parenti del defunto con dei piccoli ma fatali ramoscelli, tenuti insieme da corde spessissime. Tuttavia la nutrita schiera di parenti, per evitare il dolore dei colpi rituali, imbottiscono preventivamente il loro sedere con dei cuscini, sicché vedi queste creature dal culo enorme aggirarsi per il villaggio, sperando sempre di non incappare in una di queste maschere oscure e macabre. Dei poderosi colpi di fucile sanciscono, poi, la fine del rituale funebre e l’inizio delle danze.

La struttura gerarchica di ogni villaggio è tutta incentrata sul rispetto per l’anzianità. Il capo villaggio è il membro più anziano, direttamente seguito dal Consiglio, una sorta di Parlamento ristretto, che si riunisce all’ombra dell’albero più grande del villaggio e analizza le varie questioni inerenti la vita di tutti i giorni. Le decisioni, tuttavia, vengono prese assieme, in una sorta di democrazia sub-equatoriale sconosciuta al mondo occidentale. A Darsalamy ho mangiato il pollo più squisito della mia vita, ho tentato di trasportare un secchio colorato colmo d’acqua con la testa, non riuscendoci, mentre signore vecchie di tre secoli lo facevano senza particolari difficoltà, come se fosse la cosa più semplice di questo mondo.

A Pala ho anche bevuto un bel po’ di birra di miglio a temperatura ambiente, bevanda che assomiglia molto a qualcosa a metà tra piscio e piscio gassato. Poi ho atteso quasi una vita intera che il capo villaggio mi ricevesse e mi desse il permesso di scattare alcune foto. Ho visto il tramonto da sopra un carretto trainato da un asino, rischiando di cadere e finire sotto le sue ruote in almeno un paio di occasioni. Ho bevuto il tè alla maniera dei tuareg, seguendone con gli occhi il rituale. Si beve tre volte: il primo bicchiere è amaro, come la morte, si dice; il secondo è dolce, come la vita; il terzo è soave, come l’amore. Il tè lo si offre in segno di ospitalità e va bevuto facendo rumore, succhiandolo. Lo abbiamo bevuto tutti dallo stesso bicchiere, tutti per tre volte. Alcuni uomini si son messi a giocare ad Awalè, una specie di gioco da tavola dalle regole oscure.

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Sono rimasto a guardare per quasi un’ora, senza capire minimamente il significato delle loro mosse. Qui da questa parte del mondo il tempo sembra dilatarsi all’infinito. Un minuto può durare un’ora ed un’ora può durare un’eternità, se non si ha alcuna fretta. L’attesa è riposo, pensiero, silenzio. Ora che sono qui, nascosto nella mia maschera di insignificante uomo bianco, ad aspettare di tornare a casa, ho la sensazione che la vita riprenda a scorrere dal punto esatto in cui, due settimane fa, si era fermata.

Così mi immergo nell’abbraccio di questo scorcio di paradiso, rosso e acre, per l’ultima volta. In Burkina Faso ho scoperto la plesanterie, una tradizione secolare basata sul gioco e sullo scherzo, un rimedio democratico per risolvere le differenze fra etnie. Ogni etnia, infatti, ha due etnie “gemelle”, con cui può attuare queste plesanterie, un intrico di insulti e scherzi, a volte anche pesanti. Gli eventuali conflitti che possono generarsi da questa antica pratica devono risolversi, per forza di cosa, all’interno dello schema della plesanterie, sempre fra etnie “gemelle” e sempre attraverso lo scherzo.

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Non ho mai chiesto ad Honorè se, da fervente cristiano qual è, ha mai utilizzato questa pratica. Non ce lo vedo insultare un suo “gemello”. Dal buio della grata che separa la veranda dalle scale, lo vedo spuntare ancora, con quei suoi occhi neri, in cui, per quel che ne so, può nascondersi l’intero universo. Ha in mano l’ultima birra. Me la porge e io faccio saltare il tappo con l’accendino. Ci salutiamo. Lui andrà a dormire. Io, invece, non dormirò fino a domani. Ho un tubetto di dentifricio con le ali da prendere.

Giovanni Paolone

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Chi sono gli intellettuali italiani?

Siamo soliti incolpare i politici del tracollo morale della nostra nazione, ma nessuno mai se la rifà con gli intellettuali. E come mai? In Francia almeno se la prendono tutti con Houellebecq, ma da noi chi abbiamo? Gli intellettuali nella storia si sono sempre distinti per la loro scomodità, per la divisione che creavano con le loro opinioni, per le posizioni illuminanti che avevano sulla società. Oggi in Italia sono intellettuali tutti quelli che scrivono i libri e vanno in televisione. Anche i cantanti, in veste di un potere persuasivo ereditato dai loro colleghi nelle generazioni precedenti, spesso vengono investiti di tale qualifica, specie se sono rock. Tuttavia se proprio dobbiamo pensare ai veri, effettivi, intellettuali italiani ecco sotto una lista approssimativa.

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Giuseppe Genna: ci tiene a far sapere quanto è colto. Infatti quando parla attua la supercazzola genniana. È pure riuscito a farsi bannare da Facebook per aver scritto qualcosa di cui non si capisce un cazzo. Mito. Lo rende molto credibile il fatto è che lui non va in televisione e non lo conosce NESSUNO.

Sgarbi: volente o nolente il capo è sempre lui. Anche solo per la forza verbale tutti glielo sucano.

Baricco: intellettuale da figa e utilizzato per di più da quelli che citandolo è come si vantassero di aver letto dei libri, non i suoi eh, ma dei libri in generale. In realtà i suoi libri sono brutti (immagini tipo il pittore che dipinge il mare inzuppando il pennello -il cazzo- nell’acqua di mare) e lui è raro che parli. Però è un modello aspirazionale per gli intellettuali che vorrebbero tutti essere un po’ baricchiani.

Gramellini: il vero Vate del pensiero. Scherzi a parte almeno lui non fa danni e parla a tutti. Tutto sommato uno di quelli che dice le cose più godevoli.

Serra: dieci anni fa era figo, ma non ha mai saputo conquistare quelli di sinistra veri, solo i moderati. È sia il D’Alema degli intellettuali di sinistra che l’Andreotti, una sorta di immortale grande saggio che indottrina masse di manager che non sanno un cazzo ma comandano nelle email aziendali, viaggiono sui frecciarossa e leggono L’amaca. 

Cacciari: unico filosofo al mondo capace di non citare filosofi quando parla, già solo per questo meriterebbe un premio. Poi manda a fare in culo Mario Giordano in diretta tv e lascia gli studi di continuo urlando con i coglioni giratissimi. Ha quasi sempre ragione. Stiloso con la barba e il capellino sessantottino e anche bell’uomo. Amante della figa come i veri intellettuali (lo trovate sempre a passeggio per Milano con della gnocca di livello)

Mughini: è grazie a lui se esistono Rivista 11 e tutte quelle menate hipster sul calcio. È stato il primo colto ad andare a parlare di pallone in tv. Il suo “aborrrrrro” (sborro?) rimane storico. Sbuzza l’occhi (toscanismo) come uno veramente incazzato e poi fa la vocina della zia sibilante e sorridente in dei cambi di umore sfrenati. 

Scanzi: tuttologo totale. Si infila anche in questa breve lista anche se non c’entra niente. Spocchia intellettualissima che lo fa switchare dai libri del cazzo su cani a quelli sul vino a dei merdosi romanzi. Ha un opinione su tutto. TUTTO è la Treccani umana. Lo ha preso a pugni anche il tipo dei Negrita 100 anni fa questo la dice lunga su quanto sia poco godibile. Per ogni Scanzi che ce la fa, e ce n’è uno appena ogni 60 anni, ci sono milioni di laureati in lettere che non ce la faranno mai. 

Erri de Luca: famoso per il processo e per quello sguardo un po’ così. Di lui nessuno ha mai letto un cazzo (poi qualcuno che c’entra, i suoi libri li compra, ma chi li legge?) se non le fighe fuori corso a lettere. 

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La Nave di Teseo: L’avete vista la foto? Questa foto? Non ce la possono fare. Ed è ok: la stima per Veronesi e per altri tipo Eco c’è, ci mancherebbe. Ma è una questione estetica. No no, non dico come si vestono, ma anche, anche questo. Paiono usciti dal 68. Paiono fermi all’800. Letteratura menosa per dinosauri. È questo ciò che vogliamo? Morire menosi? Dove sono le menti più fulgide della nostra generazione? Cristo, fondi una nuova casa editrice e invece di puntare su iniziative vagamente (vagamente eh) moderne, tutto ciò che trasmetti è qualcosa che sa di stantio, di occhiaie e seghe mentali a cui non gliene frega più a nessuno? Sono morti, e manco se ne sono accorti. E poi il nome: la nave di Teseo. Sembra quello di un’associazione culturale del circoletto. Stasera La Nave di Teseo presenta la proiezione del film I criptosauri. Essere avanti è qualità di pochi, degli stolti e degli incompresi, spesso. Ma non chiediamo tanto. Non chiediamo quello che fa Dave Eggers in America, una casa editrice che fa arrapare da quanto si vende bene, comunica bene, per i progetti che fa, per l’estetica che trasmette, per la forma e per la sostanza. Ma dai, uno sforzo. Almeno uno

Donne

Le donne se la cavano un po’ meglio ma tutto sommato hanno anche loro i loro scheletri nell’armadio.

Selvaggia: lei è la Littizzetto del giornalismo italiano. Parla male di chiunque, ha costruito una carriera infamando la gente con quell’aria da finta simpatica. Nonostante tutto col suo metodo da estorsione è in grado di pontificare più o meno su tutto. Se le stai sulle palle ti rovina. 

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Valentina Nappi: inutile che storciate il naso lei scrive su Micromega. Ha posizioni così estreme che manco i partiti estremisti e dice cose sul sesso da satanista. Però ecco lei scrive su Micromega quindi è più intellettuale di tutte le altre.

Bianca Berlinguer: ottima ma non è intellettuale

Milena Gabanelli: stupenda ma non è intellettuale

Concita: chi???

Sabina Guzzanti: il vero prototipo umano del concetto facciamoci del male. Avrebbe anche delle intuizioni brillanti ma la sua spocchia intellettualistica la sputtana sempre rendendola noiosa a morte. Il suo film sull’Aquila era così così, quello dopo non l’ha cagato nessuno. Ma nessuno eh…

Elena Ferrante: è un uomo e comunque i suoi libri sono terrificanti.

Luxuria: se pensate che dieci anni fa lei era il simbolo della rinascita della sinistra… Oggi conduce quella roba con la gente nuda sull’isola in tv.

 

WNR

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