Archivi del mese: novembre 2015

Domenico Quirico

«E’ in Cecenia che ho visto la prima testa mozza, tagliata con un coltello, secondo il rito bestiale. All’inizio, nella semioscurità mi era sembrato un pallone da calcio. E invece era una testa, un soldato russo. È lì è iniziata la discesa agli abissi furiosi dell’inferno». Era il 1995 e su questo inferno Domenico Quirico ha scritto un libro, Il grande califfato (Neri Pozza), un viaggio nei luoghi dove il terrorismo islamista globale, così lo chiama, è nato, cresciuto, si è radicato ed è esploso: dall’Iraq alla Turchia, dalla Nigeria al nord Africa. Un viaggio che Quirico ha vissuto da inviato di guerra, passando anche dai rapimenti in Libia, nel 2011 per due giorni, e in Siria nel 2013 per cinque mesi. Ora Quirico ha 63 anni, è caposervizio esteri de La Stampa e quando parla ti fa sentire anche le virgole, soppesa le parole, s’infervora, poi si ferma all’improvviso, come se per lui non esistesse una risposta definitiva ma solo una costante ricerca da portare avanti con l’esperienza, recandosi laddove le cose succedono, «l’unico modo, eternamente, per capire».

QUIRICO NGAS

Per loro ci sono solo la preghiera e la guerra, la preghiera e la morte, il martirio e la preghiera, non c’è altro. Un ragazzo tunisino mi ha urlato: dite che il nostro è Medioevo? Perché, forse l’uomo nel frattempo è cambiato?

Adesso che il rischio attentati è alto, che in Libia l’Islam radicale avanza e in Europa, dopo gli attentati di Parigi, viviamo sotto scorta, si può affermare che si stava meglio quando la situazione nei Paesi Arabi era controllata dai dittatori?
«Non riuscirà mai a farmelo dire: le dittature come quella di Gheddafi sono una delle ragioni per cui il califfato è diventato quello che è diventato. Gheddafi, ad esempio, per troppo tempo ha fatto il deserto attorno a sé solo per alimentare il proprio potere».
Nel suo libro spiega che il pericolo non è se i terroristi arriveranno sui barconi, ma un altro.
«Il pericolo è che, occupando le zone della Libia da cui i migranti partono, i jihadisti mettono mano su un bottino che vale molto: non il petrolio, ma gli uomini, gli uomini e la loro obbedienza. Diventano padroni di decine di migliaia di disperati, i subsahariani. Gheddafi ne aveva intuito il potenziale nocivo, ma li usava per i suoi mediocri ricatti minacciando di scagliarceli addosso come onde umane quando gli affari non andavano bene. Per questa nuova versione dell’Islam militare e politico avere a che fare con decine di migliaia di persone completamente vuote nella loro identità, disposte a tutto pur di sopravvivere, che possono facilmente essere manipolate e trasformate in qualcos’altro, è un’opportunità».
Se fosse consulente del governo quale soluzione consiglierebbe per contenere questo problema?
«L’errore più grande che si può fare è di affrontare il problema di un singolo Paese come se fosse separato dagli altri, perché per i terroristi islamici la creazione del califfato è un disegno complessivo. Il secondo errore da non fare è di perdere tempo e denaro in inutili tavoli di trattative dove riunire le forze politiche libiche, che tranne alcune eccezioni non sono altro che gruppi tribali, di fanatici o di banditi. Attenzione a non immaginarsi una Libia che non c’è».
Lei ha letto Sottomissione di Houellebecq?
«No, detesto quel personaggio, è un mediocre scrittore».
Sostiene che siamo solo all’inizio, è d’accordo?
«Se intende che il progetto totalitario del califfato ci angustierà per ancora molti anni sì, sono d’accordo».

«La maggioranza islamica moderata non sarà mai capace di schiacciare la minoranza dei fanatici, perché sono le minoranze che manipolano la storia»

La sensazione che traspare nel suo lavoro è che l’Occidente abbia perso 20 anni. È questa la nostra colpa?
«Non abbiamo capito cosa stava succedendo. Già in Algeria 20 anni fa, io ero laggiù e ho cercato di raccontarlo, c’erano tutti gli elementi caratteristici del terrorismo islamista globale: la separazione noi-loro, la violenza, la ferocia, mi ricordo che cucivano la bocca alla gente. Ma quello fu solo uno dei primi tentativi di saggiare il terreno e cercare di realizzare il progetto di installare uno Stato che poi ha trovato linfa nel caos siriano. Tutto questo è passato davanti al naso delle cancellerie, delle élite occidentali per un periodo di tempo molto lungo e non è mai stato interpretato nel modo corretto, nella volontà cioè di creare un grande Stato islamico integralista. Loro lo hanno sempre dichiarato e scritto, e dov’erano quelli che lo dovevano capire, dov’erano gli intellettuali, gli analisti del mondo musulmano che avrebbero dovuto saperlo?».
Dov’erano?
«Nei caffè o nelle università italiane, inglesi o americane a raccontare un islam che conoscevano per sentito dire, perché magari avevano partecipato ai convegni nello Sheraton del Cairo o di Abu Dhabi. Chi di questa gente ha mai visto un jihaidista in faccia? Chi conosce il suo carattere? Nessuno ha capito che questi stavano e stanno combattendo una guerra eterna, se non eterna, secolare. Un tunisino mi ha detto: “Noi costruiremo il califfato. Uno, dieci, cento anni, che importa?”. C’è una diversa concezione del tempo, questa è gente che si sente parte di una rivoluzione, di una storia».
Lei ha sempre intravisto delle similitudini tra nazismo, stalinismo e il totalitarismo islamico.
«Negli anni 30 in Europa abbiamo commesso degli errori decisivi per lo sviluppo del nazionalsocialismo. Il primo bluff di Hitler fu la ri-militarizzazione della Renania, violando gli accordi di Versailles. La Francia avrebbe potuto fermarlo in un giorno, ma lo lasciò fare, e sa perché? La crisi economica. Il problema principale del governo francese nei giorni in cui Hitler lanciava la sua sfida era la svalutazione del franco. Le comparazioni con l’oggi sono fin troppo semplici. Anche noi abbiamo trascurato l’Islam totalitario perché impegnati a preoccuparci dei debiti che le banche hanno nei confronti della Grecia, del pil e di queste robe qua».

Sono 20 anni che gli estremisti vogliono creare un grande Stato islamico integralista. E dov’erano quelli che lo dovevano capire, dov’erano gli intellettuali, gli analisti che avrebbero dovuto saperlo?

Inoltre abbiamo sottovalutato la forza delle religioni. C’è anche un problema culturale e spirituale?
«Eccome se c’è. Ci troviamo di fronte a gente che in tutta questa ferocia vede l’immanenza di Dio, e che crede profondamente e sinceramente, secondo per secondo, che Dio sia presente nei loro progetti e che giustifichi anche le reazioni più atroci. Per noi questo è inconcepibile e non comprendiamo come questi personaggi si sentano dei santi pur sgozzando innocenti. Certo, anche per noi la religione ha costituito uno strumento di massacro, ma quel momento ormai è stato superato dalla storia: la differenza enorme che ci divide da loro è in questo scarto».
E l’Islam moderato?
«Esiste, la stragrande maggioranza dei praticanti di quella religione non è formata da jihadisti, ma non sarà mai capace di schiacciare la minoranza dei fanatici, perché non è possibile, perché non accade mai così, perché sono le minoranze che manipolano la storia».
Come giudica l’operato di Obama?
«Mi limito a valutare il rapporto tra la sua presidenza e l’Islam. Ebbene, c’è qualcuno che si ricorda il famoso discorso di Obama al mondo musulmano? Era trita retorica che non porta a niente».
Quello di Papa Francesco?
«Tutte le volte che sento la splendida parola dialogo, la domanda brutale che pongo è: ma dialogare con chi? Il dialogo è fatto da due soggetti e l’Islam totalitario non ha alcuna volontà di dialogare con qualcuno. Che facciamo, una telefonata ad Al Baghdadi?».
E il governo Renzi?
«Posso dirlo molto brutalmente? Le possibilità pratiche che l’Italia abbia un ruolo in tutto questo sono forse dello 0,1».
Il grande califfato è pervaso dall’attesa della fine. Nel capitolo intitolato “Avanzano” scrive: «Ogni giorno depenniamo lembi che non possiamo più percorrere. A Tripoli, a Baghdad si sbarrano le ambasciate, fuggono i residenti occidentali, le imprese indietreggiano abbandonando mezzi e denari: segni chiari della ritirata, della sconfitta». La prospettiva finale è ineluttabile? Moriremo islamici?
«Dal punto di vista militare l’occidente conserva ancora un enorme vantaggio ma nelle altre parti del mondo il clima è quello di un’enorme, gigantesca ritirata. Ovunque».

@moreneria

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Vinceranno loro/2

È chiaro che non volevo dire che le donne musulmane sono migliori di quelle occidentali. Il mio pensiero in questo pezzo qui era una metafora per far capire che non c’è partita. Il conflitto di civiltà di cui parlo si palesa così: da questa parte ci sono relativismo (che non sempre è sinonimo di libertà), individualismo, capitalismo, consumismo. Dall’altra c’è integralismo, fede portata alle conseguenze estreme, cattiveria e senso di immanenza. Probabilmente cosa sia il senso di immanenza noi occidentali non lo sappiamo nemmeno. Probabilmente chi sta leggendo non lo capirà manco se glielo si spiega 200 volte: perché, culturalmente, è qualcosa che non ci appartiene più. Il senso di immanenza, detto terra terra, è quel sentimento che ti fa credere incondizionatamente che qualcosa prima o poi avverrà. I jihadisti dell’IS ce lo hanno. E indovinate cos’è questo qualcosa per loro? Che prima o poi Il grande Califfato sarà di nuovo realtà. Un impero musulmano che dal Medio Oriente conquisti l’Europa (c’è sempre Wikipedia, poi). A loro non importa che accada domani, dopodomani o tra due secoli, sono convinti che succederà. E lottano per questo. Il senso di immanenza è così profondo che travalica il presente, il quotidiano, è un cordone ombelicale con la Storia. Noi ce lo abbiamo? Ma fatemi il piacere. Tutto questo per dire: secondo voi tra chi a 20 anni è ancora considerato un bambino e chi a 20 anni imbraccia un fucile a pompa, chi vince? Secondo voi tra chi fa 7 figli in media e chi ne fa a malapena uno, chi vince? Secondo voi tra chi ha una fede incrollabile e chi non crede più a niente, chi vince? Un analista del Ministero della Difesa lo ha detto chiaramente: presto nel mondo ci saranno 300 milioni di musulmani in età da combattimento, cioè tra i 15 e i 29 anni. In altri tempi avrebbe significato solo una cosa: la conquista. Adesso le condizioni sono ovviamente cambiate e significherà sempre di più microcriminalità e terrorismo. Per questo ho detto: vinceranno loro. Per questo ripeto: siamo spacciati.

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Screenshot tratto dalla pagina Facebook de “Gli Stati Generali”

Voi vedete all’orizzonte un leader europeo che prenda in mano la situazione? Che sia deciso, diretto, al di là dei discorsi di circostanza che ha fatto pure Renzi? Voi vedete all’orizzonte solo un’idea dell’Europa?

E poi ci sono i buonisti, quelli che fanno i distinguo. Ma quali distinguo? Quelli che dicono “eh ma in Siria scene del genere si vedono ogni giorno” perché ora della Siria ne parlano i giornali. Gente, sveglia!. Non è solo la Siria. Qui si parla di Egitto, Libia, Algeria, Turchia, molti Paesi dell’Africa, Bosnia, Macedonia, Libano, Palestina. Sono ovunque. Anche in Europa. Solo che non ne sappiamo niente. Chi ne sa lo sta dicendo da anni, lo scrive nei libri che non abbiamo più voglia di leggere. Qualcuno, al mio pezzo precedente, ha pure commentato: “Quirico, solo perché è stato rapito…”. Domenico Quirico la prima testa mozzata l’ha vista nel 1995 in Cecenia, ha viaggiato per 30 anni dall’Iraq alla Turchia, dalla Nigeria al Nord Africa, ne volete sapere più di lui? Voi, che forse al massimo siete stati a Istanbul perché Istanbul is the new New York…

Quirico l’ho intervistato e fra qualche giorno l’intervista sarà su WNR. Ha detto: “Per loro ci sono solo la preghiera e la guerra, la preghiera e la morte, il martirio e la preghiera, non c’è altro. Un ragazzo tunisino mi ha urlato: dite che il nostro è Medioevo? Perché, forse l’uomo nel frattempo è cambiato?”.

O capiamo con chi abbiamo a che fare o non abbiamo capito un cazzo. E leggendo molti commenti al mio post precedente e molti commenti sui vari social propendo per la seconda.

@moreneria

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Vinceranno loro

Poche sere fa ero al Dry, un locale in via Solferino a Milano, dove fai la fila per entrare, bella gente, bevi cocktail di qualità e mangi pizza buonissima. Una situazione di benessere, insomma, la più lontana da quella che venerdì notte ha vissuto Parigi. Alle persone che erano con me, Orlando, Elisa e Cristina, ho raccontato due episodi. Questi.

Il primo: una mia collega aveva confessato che prima di andare a casa andava in bagno e si truccava. Per arrivare più attraente a casa dove la aspettava il compagno. Alcuni l’hanno presa in giro, da me ha ricevuto un plauso. Perché mi ha fatto venire in mente una riflessione contenuta nell’ultimo libro di Houellebecq, Sottomissione. Houellebecq racconta della differenza tra donne occidentali e donne musulmane. Le donne occidentali tornano a casa sfatte dal lavoro, nervose, con le occhiaie, scontrose e con la fica secca. Quelle  musulmane invece quando tornano a casa (o meglio: quando torna il proprio uomo) si spogliano, diventando attraenti solo per il marito.

A Orlando, Cristina ed Elisa ho detto: vinceranno loro, siamo spacciati.

parigi attentati

Screenshot tratti dal profilo di un ostaggio del Bataclan: carneficina, sangue. Estremismo. Cadaveri dappertutto.

Il secondo episodio: un sabato mattina ho assistito a una lezione di catechismo a cui partecipa anche mia figlia di 9 anni. Mancava l’insegnante di sostegno quindi con Virginia ci sono rimasto io. C’erano la catechista e circa 15-16 bambini. In quasi un’ora la catechista è riuscita a dettare una frase (“Anche quest’anno andremo a trovare Gesù Cristo”). E basta. La lezione di catechismo è stata questa. Ho pensato che in molti Paesi musulmani a 6 anni il Corano si recita a memoria.

A Elisa, Cristina e Orlando ho ripetuto: vinceranno loro, siamo spacciati.

Se dici che stai citando la Fallaci passi da fascista paranoico, ma se pensiamo che dice la stessa cosa anche Domenico Quirico, uno dei migliori giornalisti italiani, be’, allora forse è vero. La retorica sta a zero, qua ci sono due modi di vedere la vita, la morte, la società, l’approccio alla religione.

Quello di cui non ci stiamo ancora rendendo conto del tutto, incredibilmente, è che siamo davanti e nel mezzo di un conflitto di civiltà. Se dici che stai citando la Fallaci passi da fascista paranoico, ma se pensiamo che dice la stessa cosa anche Domenico Quirico, uno dei migliori giornalisti italiani (lavora a La Stampa, è un inviato ed è stato rapito due volte dagli integralisti islamici, scrivendone poi in libri bellissimi), be’, allora forse è vero. La retorica sta a zero, qua ci sono due modi di vedere la vita, la morte, la società, l’approccio alla religione. Ci sono due modi di concepire l’esistenza. Punto. O ci svegliamo o vinceranno loro. E svegliarci non vuol dire diventare a nostra volta integralisti, no. Ma fare una cazzo di riflessione cinica sì, anche per chi come me è laico e ha solo voglia di urlare Viva la libertà. Perché ieri questi qui, come ha scritto Jacopo Tondelli, sono andati oltre. Da non venite a rompere a casa nostra, da non provate a offenderci, sono passati a “non potete stare più tranquilli, nessuno di voi, nessuno è innocente e ognuno di voi può pagare”. Conflitto di civiltà. Né più, né meno. Svegliarci vuol dire trovare una nostra via per uscire da questo disagio della modernità, da questa distrazione di massa soporifera in cui viviamo costantemente. Che magari, la via di uscita, la troviamo partendo da piccoli gesti: per esempio truccandosi prima di tornare a casa dal proprio compagno, non solo prima di andare a lavoro.

@moreneria

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Santa Rabbia

La sede della Confindustria tarantina ce l’ho a due sputi dal mio centro di fisioterapia. Sono anni che convivo con gli industriali, i magnati dell’industria. Appaltatori, costruttori, imprenditori. Una trimurti di “ori”. Ori ne vediamo pochi a Taranto eppure loro hanno sempre le tasche piene e due, tre ville sparse tra valle d’Itria e grande Salentu; una barca tirata a secco al Molo sotto il ponte di Pietra e di solito il tris d’amanti esterofilo completa la faccenda.

“Vacci piano con Alvaro, eh papà?” m’ha detto mio figlio cinque minuti fa, prima che entrassi nella tana del lupo.

“Tranquillo,” gli ho risposto io “non credo che si comporterà da coglione… non gli conviene, lo sa che c’ho il nervo facile… e che so’ cresciuto in ‘sto quartiere quindi mi basta ‘na chiamata e faccio appizzicare tutt’cos’…”

Diego s’è messo a ridere ma coi suoi diciassett’anni di saggezza m’ha rinfacciato la mia esasperante violenza da contrattacco che mi parte non appena vengo preso di mira, per cui “stai calmo che quello ti mangia, a livello legale.”. Avrei voluto dirgli “Che cazzo, Diè, qua tra tua madre e quelle sanguisughe d’Equitalia che m’hanno imposto delle rate a tasso da articolo 416 bis stiamo alla frutta; almeno fammi sfogare sul marito di mam’t”, ma sono rimasto zitto mostrandogli un sorriso smerigliato d’accondiscendenza.

I problemi di Taranto? I Tarantini stessi, quelli ignoranti e cozzari, e i tarantini che pensano solo al verde dollaro stuprando la città

“Il presidente la riceverà tra cinque minuti, si accomodi.” mi dice la segretaria, una bionda con il tuppo ben tirato, una crocchia immobile che lascia scoperti due occhi azzurri e un collo flessuoso. Hanno buon gusto, i porci. Grassocci, barbe tagliate alla paranoia ché un altro po’ gli si scartavetra il primo strato di tessuto epiteliale, Rolex Daytona e Church sfoggiate come se fossero semplici New Balance; come le mie New Balance blu che indosso proprio adesso.

Fottuta Equitalia!

Ehi, cretini! Ehi, porci incravattati! Nah, ascoltate a Cataldo Pizzaleo! Vorrei gridarvi in faccia che è inutile recapitarmi sguardi di compassione, come se fossi un pezzente! Io c’ho un Daytona da competizione e prima vi pisciavo in testa a tutti; prima che quei malavitosi d’Equitalia incancrenissero i bilanci per colpa dell’Alzheimer di babbo, che ha sputtanato due milioni di euro sperando nei condoni della diccì.

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foto Banhoff

Restituitemi il milione e due che ho pagato in TRE ANNI a quei maledetti usurai, vah, e poi ce la dichiariamo! Mio padre un imbecille, pace all’anima sua che mo’ se n’è andato, giusto due mesi fa. Un imbecille che s’è affidato a parenti serpenti che ci hanno inguaiato… e devo ringraziare Gesù Cristo che è grande perché m’hanno dato la cattedra di docente a Noci, sennò tiravamo la carretta chissà come! E lavoro dodici ore al giorno, tra scuola e centro fisioterapico. Sudo euro. Penso agli euro. M’ingegno per ridurre all’osso il personale e fare manodopera in primis. Cerco di portare scampoli di benessere perduto ad Barbara e Matteo, il piccolino, quello che mi deve fare sognare perché giocherà nell’Inter in serie A, ve lo dico io, ha un sinistro che non perdona. E tiene solo sett’anni! Sto stressato a tal punto che il mio medico mi sta passando del Valium per calmarmi. In più adesso s’è messa a tiritera la mamma di Diego, il mio primo figlio, che vuole quarantamila euro di mantenimento perché dice, la zuava, la zella inzivosa, che io non ho mai provveduto al vivere del figlio e che lui, il povero Dieguito, costa un fottio di soldi tra lavatrici e cibo; “che tuo figlio è alto un metro e novanta, Catà!” così m’ha detto. Ora spiegatemi se una madre può fare dei ragionamenti del genere… io mai, mai l’avrei fatto. E comunque pure che non do trecento dobloni mensili io gli compro l’abbigliamento, le scarpe da calcio, gli pago le ripetizioni che quel cesso in matematica è uno zero, lo mando a fare l’anno in Inghilterra, la settimana in Russia per lo scambio culturale… e la fissa per gli skateboard e compriamo ‘ste tavolette di legno… insomma almeno dagli pane e companatico tu, Martì!

Lavoro dodici ore al giorno, tra scuola e centro fisioterapico. Sudo euro. Penso agli euro. M’ingegno per ridurre all’osso il personale e fare manodopera in primis

Invece quella m’ha minacciato il pignoramento.

Mo’ siccome l’altro giorno so’ venuti quelli della polizia giudiziaria che mi volevano togliere televisori e divani (il tutto davanti a mio figlio piccolo Matteo) e io, che conoscevo l’ispettore, li ho convinti a desistere, devo essere cazziato dal marito coglione che invece di tenerla a bada e farle capire che in questo momento mi trovano con le pezze al culo e non ce li ho quarantamila euro prende le sue difese, il marito soggetto. Ce l’ho sul cazzo, ‘st’arricchito. È oggettivamente un arricchito che ha connubi pure con la mala pesante, quella dei Tamburi, il messicano, i Modeo. O quello che ne resta… Le sedie sono scomode, qua dentro. E nonostante siamo alla fine d’un Marzo mite hanno i riscaldamenti a mille, c’è una discreta puzza di merda. D’altronde i massoni, la diarrea massonica, se esposta al ribollimento può emanare un fetore cadaverico. Dalla porta di Metallurgi, il presidente confindustria, prima esce un tipo grasso come uno dei palloni che usiamo noi giù, al centro, quelli da ginnastica correttiva; e poi arriva Metallurgi con i suoi capelli lisci e diradati e la fronte più alta del cazzo di John Holmes.

Tutta fronte e niente cervello, il Metallurgi.

Speriamo che ‘sta conversazione finisca a colpi di rum o cognac. Whisky magari. Un sigaro e via. Un abbraccio, una coalizione contro la stirpe femminea che ammorba l’aria peggio dei gas pesanti e affanculo fatemi tornare a lavorare. Noi maschi dovremmo essere solidali, e invece ci facciamo sbarellare dalle femmine. Cazzoni proprio.

“Ehi, Nico! Vieni, entra pure!”

Butto una lasciva e dissonante occhiata alla segretaria ed entro. Lo studio è grande, c’è uno schermo LG enorme, da cinquanta pollici, e alle pareti foto dell’ILVA e dei Cantieri Navali, alcune opere di rifacimento stradale intraprese dal nostro presidente demente e la sua scrivania, di vetro lussuoso, mi affascina e repelle al tempo stesso.

“Allora, che mi dici Cataldo bello?”

Mi piacerebbe dirti che fai tanto l’ecologista che si schiera col ricchionazzo prez presidente ma alla fin fine contribuisci pure tu allo schifo che devasta ‘sta città. I problemi di Taranto? I Tarantini stessi, quelli ignoranti e cozzari, e i tarantini che pensano solo al verde dollaro stuprando la città e fingendo che sia una sfigata provincia a vocazione industriale; quando mare e reperti storici e risorse agroalimentari indicano tutt’altro. Possono dire quello che vogliono di me ma non che violenti la mia città. Però per loro io sono solo un fisioterapista… che viene visto da Metallurgi e consorte come un patito di calcio, lo sport plebeo… e perciò la mia opinione conta meno di niente.

“Mah, Alvà, tiriamo a campare… si stringe la cinghia, c’è crisi… lo saprai pure tu, no?”

“Veramente non ho mai avuto tanti appalti come in questo periodo… Comunque, sentimi un poco… sai niente tu dell’ispettore Cimaglia?”

Cimaglia è quello che era venuto a saldare il dazio doganale che Martina-Latrina vuole ottenere e che io, da buon retore cresciuto a nocche sui denti e sprangate, ho convinto a darmi una proroga.

“Che ti devo dire? Inutile prenderci in giro che lo sappiamo entrambi come va ‘sta roba… Martina vuole un tot di soldi che NON HO.”

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foto Banhoff

“Però puoi permetterti il lusso del giubbotto Moncler… e di andare a mangiare la pizza da Gerry, che non mi risulta essere proprio un posto economico…”

Ancora con ‘sta storia. Ma veramente sento le sue parole o è un’allucinazione? Cioè, per spiegarvi in breve, un giorno, tre mesi fa mi pare, giravo per negozi alla ricerca d’una maglietta nuova per Matteo e chi t’incrocio? la mia ex-compagna, Martina. Calcolate che stavamo già ai ferri corti in quel periodo, appunto per la questione del mantenimento dovuto-obbligato-coatto. Beh, lei manco mi saluta quando mi vede e mi strattona dal bavero imprecandomi contro che io faccio schifo ché mio figlio -Diego- non lo mantengo come si deve e mi permetto i giubbotti fighi, nuovi… il problema è che io quel Moncler l’avevo comprato dieci anni fa e non è colpa mia se tratto le robe, i capi d’abbigliamento, come se fossero di cristallo. Spendo bene, io, ma poi non faccio il ricottaro che se ne strafotte o che usa il Moncler per andare in palestra. E poi io pure che li avessi quarantamila euro a quella zuava non li darò mai, li spenderebbe a capocchia e Diego non vedrebbe un centesimo e preferisco darglieli in futuro a LUI, SOLO A LUI, ‘sti soldi. La tempia pulsa e delle rasoiate colpiscono la parete occipitale del mio cranio pelato. Ahhh, l’emicrania maledetta. La cervicale, quella mi frega a me. Chiudo gli occhi un secondo e Alvaro Metallurgi tira fuori dal cassetto una bottiglia di WHISKY.

“Beviamoci un goccio, che dici?”

Bicchieri di lusso, ghiaccio: oh, questo ha avuto un tuffo al cuore vedendomi così malridotto.

“Nico, Nico… che credi che Martina sia facile da gestire? Quella è matta! Che non lo so io dei tuoi problemi, eh? Ma stai calmo proprio, leggero con me devi stare, liscio… come ‘sto whisky!” e beve d’un fiato, di rigore, il suo shot. Io bevo il mio e sorrido e caliamo il secondo giro di calumet alcolico scozzese.

“Buono!” gli dico “Senti Alvà io se li avessi, quarantamila euro, li darei a Martina. Fosse altro che per togliermi il pensiero… ma non ce li ho, e manco un decimo di quella cifra posso darle così, all’allegria. Stiamo male. Cioè, nel senso… Il centro grazieaddio lavora, e mangiamo. Ma non possiamo permetterci un weekend ad Ostuni… una moto nuova… figurati morsa dell’assegno di mantenimento!”

Alvaro sorride ed espletiamo anche un terzo bicchiere, con meno ghiaccio e più scotch. Al che Metallurgi s’accende un sigaro e cicca nel posacenere a forma di rosa dei venti, appuntito e diabolico, spesso almeno sei centimetri.

“T’ho detto, Aldino… con me liscio. Ci parlo io con Martina e le butto un paio di ceffoni metaforici ma non troppo e le dico di lasciarti stare, che cazzo…”

Mi alzo e vado ad abbracciarlo, sorridendo, con gli occhi chiusi perché quasi piango… Mentre l’abbraccio il suo corpo è come se scomparisse, mi ritrovo con ciocche di capelli strette nella mia mano sinistra e delle particelle pulviscolari di sangue mi sporcano le lenti degli occhiali.

E quando esco dalla stanza facendomi spazio tra i mastini della sicurezza e mi ritrovo nella mia via, la mia via Lago di Argentina, mi rendo conto che l’aria del mare le fabbriche non l’hanno ancora ammazzata.

Oh!

Non capisco… che sta succedendo? Il posacenere rosa dei venti, che… Cristo! Aspetta! Oh! La destra va per conto suo!

“Signor Metallurgi, signor Metallurgi! Tutto bene? Apra la porta! Apra la porta!”

“Ma la porta è aperta!” grido io e m’accorgo che invece il chiavistello è girato, serrato, kaputt; e nel palmo destro tengo il posacenere insanguinato e Alvaro… beh… lui tossisce sotto i colpi delle mie New Balance da plebeo, ah, ti piace il gusto della suola gommata?

Che Cristo ho combinato…

La porta viene aperta dall’esterno e due tipi, probabilmente dei confindustriali maiali, mi si gettano addosso ma ehi, suini! Io vengo da via Lago di Argentina e ho fatto a mazzate coi migliori sicché a uno gli tiro una testata e cade e insisto coi calci sulle gengive fino a rovinarlo; l’altro rimane quasi immobile e mi basta sferrare un mappino che deve avergli rotto lo zigomo, direi, e se ne va a terra anche lui. Metallurgi, intonso, con la testa sfracellata dal posacenere a rosa dei venti, resta sotto la scrivania per evitare un’ulteriore malaparata. Triste vendetta d’un uomo che avrebbe dovuto prendersi il suo bel Valium e tutt’al più doveva scannare la mente sadica e contorta di questo intrigo: Martina.

“M’hanno inculato! Non sono stato io!” lucculo come un animale in gabbia, alle strette.

E invece non hanno inculato proprio nessuno, è che mi sono solo ripreso quello che m’hanno tolto, in parte… e quando esco dalla stanza facendomi spazio tra i mastini della sicurezza e mi ritrovo nella mia via, la mia via Lago di Argentina, mi rendo conto che l’aria del mare le fabbriche non l’hanno ancora ammazzata e posso tutt’al più alzare le mani mentre due volanti della sbirraglia sgommano e infrangono questo momento di rivalsa che mi costerà, non so, boh, forse i domiciliari o forse una megamulta… Il cielo giù da noi a ‘st’ora è violaceo rivoluzionario e prevaricatore, un viola che prende a pugni l’azzurro poiché deve aprire la strada al tappeto nero che si srotolerà con l’arrivo della luna, previsto a momenti. Cristo, un bordello ho fatto… e penso alle cazzate poetiche che nemmeno quel cesso gobbo di Leopardi. Tanto mo’ chiamo l’avvocato mio, Galeoto, e quello c’ha mille peli sullo stomaco ed uscirò presto, cazzo se no. E comunque, pure che ci fosse una dannata cauzione all’americana, dovrei sfangarmela.

Meglio pagare ventimila euro per lesioni aggravate che non quarantamila per alimenti insoluti e farseschi, quest’è certo.

Lorenzo Monfredi

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05/10/14 17:05:30: ‪Emilio Periferico: Ho comprato tazzine bicchieri cose della casa

05/10/14 17:05:35: Ramino Pincherle: Bravo

05/10/14 17:05:41: Ramino Pincherle: È indicativo

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05/10/14 17:05:50: Ramino Pincherle: Ti vuoi bene

05/10/14 17:05:55: Emilio Periferico‬: Ah :)

05/10/14 17:05:56: Ramino Pincherle: Vuoi ordine

05/10/14 17:06:05: ‪Emilio Periferico ‬: Credevo che ero Frocio

05/10/14 17:06:14: Ramino Pincherle: Quello si sa

05/10/14 17:06:18: ‪Emilio Periferico ‬: Non voglio andare a bere

05/10/14 17:06:29: ‪Emilio Periferico : Ho fatto 4 lavatrici

05/10/14 17:06:34: ‪Emilio Periferico ‬: Comprato copri piumone

05/10/14 17:06:46: ‪Emilio Periferico ‬: Messo a posto cambio autunno

05/10/14 17:06:54: ‪Emilio Periferico ‬: Stase guardo Batman

05/10/14 17:07:07: ‪Emilio Periferico ‬: Mi pare di fa il militare

05/10/14 17:07:16: Emilio Periferico‬: Di essere in caserma

05/10/14 17:07:24: Emilio Periferico‬: Che aspetto gli ordini dei generali

05/10/14 17:07:36: Ramino Pincherle: Già… Io ho pensato a una invenzione

05/10/14 17:07:41: Ramino Pincherle: Il lavacazzo

05/10/14 17:07:55: Ramino Pincherle: Hai presente quello per asciuga le mani in autogrill

05/10/14 17:07:57: Ramino Pincherle: ?

05/10/14 17:08:00: ‪Emilio Periferico ‬: Si

05/10/14 17:08:03: Ramino Pincherle: Uguale ma per il cazzo

05/10/14 17:08:11: Emilio Periferico: Quindi per asciugarlo

05/10/14 17:08:13: Ramino Pincherle: Solo che ti lava e ti asciuga

05/10/14 17:08:15: ‪Emilio Periferico : Non per lavarlo

05/10/14 17:08:17: ‪Emilio Periferico ‬: Sh

05/10/14 17:08:20: ‪Emilio Periferico ‬: Il bidet

05/10/14 17:08:31: Ramino Pincherle: A cazzo Barsotto il top

05/10/14 17:08:35: Ramino Pincherle: Post sborrata

05/10/14 17:08:43: ‪Emilio Periferico ‬: Ahaha

05/10/14 17:08:49: ‪Emilio Periferico ‬: Ma come mai lo hai pensato

05/10/14 17:08:56: Ramino Pincherle: Claim

05/10/14 17:09:07: Ramino Pincherle: Mai più peli che ti si appiccicano

05/10/14 17:09:22: ‪Emilio Periferico ‬: Lo vorranno tutti

05/10/14 17:09:27: Ramino Pincherle: Sicuro

05/10/14 17:09:28: ‪Emilio Periferico ‬: Farai miliardo

05/10/14 17:09:32: Ramino Pincherle: Steve Sbors

05/10/14 17:09:35: ‪Emilio Periferico ‬: Te lo compr la apple

05/10/14 17:09:40: ‪Emilio Periferico ‬: Ahahah

05/10/14 17:09:44: Ramino Pincherle: Appunto

05/10/14 17:09:59: ‪Emilio Periferico ‬: Il bisogno impellente di lavarsi il caZzo

05/10/14 17:10:04: ‪Emilio Periferico ‬: È risolto

05/10/14 17:10:09: Ramino Pincherle: Esatto

05/10/14 17:10:18: Ramino Pincherle: Poi ci vole il lavapassera

05/10/14 17:10:19: ‪Emilio Periferico ‬: Sai quando hai voglia di lavarti SOLO il cazzo?

05/10/14 17:10:25: Ramino Pincherle: Esatto

05/10/14 17:10:31: Emilio Periferico‬: Che se lo costruiscano loro!

05/10/14 17:10:35: ‪Emilio Periferico ‬: Da sole

05/10/14 17:10:44: Ramino Pincherle: In 6 secondi te lo lavi e asciughi

05/10/14 17:11:04: Ramino Pincherle: E con le mani puoi continuare a mandare wapp alle fie

05/10/14 17:11:12: ‪Emilio Periferico ‬: Ahahaha

05/10/14 17:11:20: ‪Emilio Periferico ‬: Ecco il vero motivo

05/10/14 17:11:35: ‪Emilio Periferico ‬: Allora chiedo a whatsapp

05/10/14 17:11:43: ‪Emilio Periferico : Se ci finanzia una startup

05/10/14 17:11:43: Ramino Pincherle: Giusto

05/10/14 17:11:57: Ramino Pincherle: È di Facebook ormai wapp

05/10/14 17:12:03: Emilio Periferico‬: Ottimo

05/10/14 17:12:08: Ramino Pincherle: Bisogna parlarne a zuckerberg

05/10/14 17:12:08: ‪Emilio Periferico ‬: Meglio ancora

05/10/14 17:12:24: Ramino Pincherle: Lui è un figaiolo

05/10/14 17:12:29: ‪Emilio Periferico ‬: Ci riceve se facciamo un file con le slide fatte bene

05/10/14 17:12:32: Ramino Pincherle: Capisce siuro

05/10/14 17:12:38: ‪Emilio Periferico ‬: Si

05/10/14 17:12:47: Ramino Pincherle: Dickwashing

05/10/14 17:12:52: Ramino Pincherle: Oppure?

05/10/14 17:12:59: Ramino Pincherle: Ci vole il nome

05/10/14 17:13:01: Ramino Pincherle: Il brand

05/10/14 17:13:03: ‪Emilio Periferico ‬: Ci vuole un testimonial credibile

05/10/14 17:13:14: Ramino Pincherle: Clooney

05/10/14 17:13:18: ‪Emilio Periferico ‬: Il doccino

05/10/14 17:13:21: ‪Emilio Periferico : No uno Social

05/10/14 17:13:30: ‪Emilio Periferico ‬: Tipo lana del rey e James Franco

05/10/14 17:13:38: ‪Emilio Periferico ‬: Sono social

05/10/14 17:13:41: Ramino Pincherle: James Franco ottimo

05/10/14 17:14:01: ‪Emilio Periferico ‬: Però è mezzo feocio non vorrei nuocesse al brand

05/10/14 17:14:22: ‪Emilio Periferico ‬: Dai menomale che abbiamo svoltatp

05/10/14 17:18:34: Ramino Pincherle: Target giusto invece

05/10/14 17:18:39: Ramino Pincherle: Meglio se frocio

05/10/14 17:18:47: Ramino Pincherle: Si lavan di più

 

 

WNR

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Rocco, factotum

Rocco ha le mani grosse e la testa rasata, con degli occhiali che restano sospesi sulle sue guance ben gonfie. Ogni volta che vado al supermercato sta bestemmiando qualche entità parallela o scarica le casse d’acqua, sposta le partite di merce, cerca di fare il brillante coi clienti senza mandarli affanculo uno alla volta. Pochi incarnano la M-L’ano radicale del sottobosco lavorativo come lui: vive a Pieve Emanuele e grazie a Trenord passa due ore in un treno sudicio per completare una tratta di quindici chilometri; vorrebbe vivere nel centro estremo di Milano e riesce a rilassarsi solo se legge l’Eneide prima di crollare nel letto. Quando gli ho proposto l’intervista s’è messo subito sull’attenti e m’ha proposto di farla il prima possibile. Il giorno X arrivo in Viale Abruzzi e dopo essere stato cacciato dal suo capo perché volevo curiosare nello spogliatoio dei dipendenti, ce ne siamo andati in un bar orientaleggiante per fare due chiacchiere. Parlando con lui mi sono accorto di quanto cazzo conti venire posizionato sulla giusta asse cartesiana, perché noi studenti ridiamo e scherziamo e ci lamentiamo dei professori teste di legno, ma compañeros, tra me e Rocco ci sono trecentosessanta gradi di separazione, una totale diversa visione delle cose, del tempo. Noi siamo fortunati perché abbiamo avuto la grazia del cazzeggio reiterato, possiamo studiare cinque concetti balordi e considerarci dei fighi della madonna. Rocco, qui, torna a casa a mezzanott’emmezza e alle cinque si alza di nuovo per prendere la dannata S-13 direzione Porta Venezia. Io sogno di fare qualcosa di creativo della mia vita, lui mi dice di iscrivermi alle patenti per guidare muletti, camion eccetera, che non si sa mai.

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Ma tu quanti anni hai? «Ventisei e vado per i ventisette a settembre». Sembri già un over trenta. Il lavoro nobilita e invecchia, eh?« Ed ho un part-time da ventiquattr’ore settimanali. Però sai se ci sono straordinari li prendo. Mi vedi vecchio»? No, ma va. Come ti trovi a lavorare qui? «Bene, il mio capo è bravo, mi spacca il culo ma è bravo. Però certe consegne sono faticose ed il contatto con la clientela ti stressa. Ci sono alcuni clienti davvero… estremi». Cioè? «Gli anziani. Ci sono tanti maleducati ma gli zarri, o i tossicodipendenti, sono meglio, mille volte meglio degli anziani. Una categoria di maleducati. Maledetti». Abiti in zona? «Macché, vengo da Pieve Emanuele, quindici chilometri da Milano». E la mitica Trenord si comporta bene, con te? (mi guarda con l’occhio di chi vorrebbe buttarmi la tazzina di caffè in faccia). «Ti dico solo una cosa: SUBURBANA S-13. IL MALE. Prezzi assurdi, 75 euro un mensile per i treni che c’impiegano anche due ore a fare la tratta di competenza». In pratica Trenord ti succhia un decimo dello stipendio. «Ieri sono partito da Porta Venezia alle 21,39 e stavo a casa per mezzanotte e mezza. E non abito lontano dalla fermata di Pieve. Ora, uno come me che non paga un cazzo di abbonamenti non dovrebbe lamentarsi dei servizi…» Ah, portoghese! «Eh ma dai, guarda che servizi. Ieri t’ho detto sono stato DUE ORE E TRE QUARTI IN BALLO, DUE ORE E QUARANTACINQUE MINUTI PER QUINDICI CHILOMETRI. Non è giusto non pagare e lo so. Ma che posso farci? Non arrivo a fine mese poi. Offrissero almeno servizi continuativi, invoglieresti la gente come me a fare il mensile».

La Lega ha governato per vent’anni, e veniva finanziata dagli stessi imprenditori di destra che tenevano a venticinque euro gli schiavi immigrati nelle campagne di Gioia Tauro, Rosarno eccetra. Ma di che stiamo parlando? 

Cosa ne pensi di Expo? «Expo sarebbe stato una bellissima cosa se avesse dato lavoro REALMENTE alla GENTE, per cinque anni, per dieci anni. Sarebbe stato bello dare lavoro umanamente accettabile, non a cinque e cinquanta l’ora, senza rimborso, senza niente. I lavoratori di EXPO vengono trattati in parole povere COME LA MERDA. E poi oh, diciamocelo: non c’è un italiano in cantiere. Ma non è xenofobia. È che quelli accettano ogni proposta». La logica del prezzo più basso. «Sì, esatto». Tu prima dov’è che lavoravi? «Ho fatto di tutto. Pure un anno di università. Cooperative, call center di Edinson, fabbrica, Poste Italiane… tutte le giostre». Manco factotum di Bukowski. «Un’esperienza assurda quella della cooperativa. Quattrocento euro al mese, la società che cambiava nome e falliva e rinasceva, le montagne russe. Anche là non c’era UN italiano. Extracomunitari che non sapevano fare NULLA, ma NULLA, e li mettevano sott’azienda. Io facevo in nero straordinari e turni di notte, mentre dei ragazzi del Centrafrica che non riuscivano nemmeno a scaricare le casse d’acqua gli facevano i contratti». Perché Salvini per te non parla del lavoro a basso costo e s’infarcisce la bocca con le “coste da difendere” e compagnia bella? «Salvini sarà anche un bravo ragazzo ma parla troppo e quaglia niente. Oh, ma la gente quand’è che si sveglia? La Lega ha governato per vent’anni, assumendo anche posizioni di rilievo, e mica è cambiato qualcosa! La Lega Nord veniva finanziata dagli stessi imprenditori di destra che tenevano a venticinque euro gli schiavi immigrati nelle campagne di Gioia Tauro, Rosarno eccetra. Ma di che stiamo parlando?»

Odio tutto. Sì, sono nichilista, ma se leggo l’Eneide prima di addormentarmi tutto il resto non conta.

Dove abiteresti a M-L’ano? Questa zona qui (Piola-Lima ndr). «Nooo, mai, che schifo!» Ellamadonna, perché? «Io mi devo affacciare del balcone e non devo mica vedermi trans e prostitute. Vengo da un paese, certe cose non le vedo. Abiterei in centro. Missori, Crocetta, Duomo. Le zone pettinate». Tu ci andresti a mignotte? «Ma sei scemo? No. Uno che conoscevo fa il gigolò. Con tutti. Maschi e femmine. Era un babbo di minchia palestrato che ora va pieno di soldi. E però meglio fare settecent’euro di lavoro duro come il mio che non prendersene cinquemila-seimila e andare in giro col culo rotto». Hai qualche svago? «Il teatro. Non lo studio quanto dovrei ma lo amo. Attualmente vado spesso a recitare al teatro Vittorio De Sica a Peschiera Borromeo. Tipo che ora stiamo studiando una bella commedia “Niente sesso siamo inglesi”, simpatica».

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Segui qualche sport? «No, cioè mi piace sfogarmi con lo sport… ma seguire quelle ballerine strapagate come Cristian Ronaldo e gli altri MAI. MAI». Perché non ti sfoghi con rugby e boxe? «Lore, non ho manco il tempo per cagare. Non riesco a regolare il mio intestino, cristo». C’hai un locale preferito, a M-L’ano? «Ho passato gli ultimi anni della mia vita al The Beach in Viale Forlanini. Ma adesso col mutuo per la casa non posso fare molto, e mi manca. Mi vedo molto peggiorato, socialmente parlando. Sono ingrassato… non mi diverto». Vabbè e se non vai in discoteca, dove vai? «Una birra a Pavia. L’exotic a Milano, il Reef… ma parliamoci chiaro: spesso rimango in paese. Perché i mezzi non funzionano la notte e per noi paesani parcheggiare a Milano è impossibile». Cosa manca a M-L’ano? «I servizi. I maledetti servizi. Cioè non ti puoi professare una delle grandi città europee se la metro ti chiude a cinque minuti dalla mezzanotte». Odi qualcuno? «Odio tutti. Odio i leccaculo, odio quelli che non fanno un cazzo e si lamentano che non c’è lavoro ma se non lo cerchi come minchia vuoi trovarlo; odio le malelingue che mi dicono che sono raccomandato e invece ho sudato anche per trovarmi qui; odio gl’altri che c’hanno il papà che gli compra la macchinetta e gli trova il posto di lavoro; odio i cinesi che non ti fanno gli scontrini; odio la merda che ci circonda». Sei un nichilista insomma. «Odio tutto, sì, sono un nichilista. Ma se leggo l’Eneide prima di addormentarmi tutto il resto non conta»

Lorenzo Monfredi

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Capolinea: Lavanderia Industriale

Nella vita di ogni uomo c’è un istante in cui le cose cambiano.

Ed è in quello stesso istante, in quella piccola frazione di secondo, che tutto quello che fino ad allora si era dato per scontato crolla, trasformandosi in un pantano di indefinita e sterile fissità. Questo è grossomodo ciò che è successo anche a me. Ero in un periodo di buia e stitica capacità creativa. Avevo fatto domanda per un master di specializzazione a Milano, domanda che era stata rispedita al mittente con la solita formula a metà tra buona educazione e dovere formale. La persona di cui ero innamorato scopava con un altro e, come se non bastasse, vivevo ancora con i miei. Superati i trent’anni, rischiavo di diventare più una barzelletta che altro. Mi ubriacavo praticamente tutti i giorni, fumavo troppo e non lavoravo. Il che, per uno che ha appena superato i trenta, con una laurea alle spalle e un’ambizione che rischiava di superare di gran lunga il proprio talento, non era una bella cosa.

Non ricordo quand’è che la mia vita ha subito quella sterzata negativa di cui vi sto parlando. Forse era un triste pomeriggio di marzo, mentre sorseggiavo la mia solita birra belga al solito bar, birra comprata a credito, grazie alla compiacenza del barista mio amico.

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Svolgevo lavori occasionali. Di tanto in tanto venivo chiamato per suonare in qualche squallido locale, dato che resto sempre un musicista, nonostante due anni fa abbia deciso di lasciare la band dove ho militato per cinque lunghi anni e che ora, per qualche stupido scherzo del destino, senza di me, sta riscuotendo un discreto successo. Mi sentivo come si è sentito Pete Best all’indomani del suo allontanamento, se non fosse che la mia è stata una decisione ponderata e non tanto istintiva. Ma questa è un’altra storia e non ho tempo né voglia di stare qui a menarmela. In più, sempre occasionalmente, mi capitava qualche servizio fotografico, tipo matrimoni, battesimi o compleanni. Situazioni non molto esaltanti, in sostanza.

Funziona sempre così: uno ha bisogno di soldi e si accontenta del primo lavoro che trova. E’ un assioma barbaramente accettato. Non ricordo come, ma trovai lavoro in una lavanderia industriale. Era l’inizio di aprile ed ero iscritto ad un’agenzia per il lavoro. La mattina del colloquio misi il mio vestito migliore. Misi il mio profumo migliore. Misi le mie scarpe migliori (un paio di adidas gazelle, che porto tutt’ora). Scoprii solo più tardi che non ce n’era bisogno, che questi formalismi non avevano nulla da spartire né con il luogo preposto al colloquio né con il lavoro stesso per cui l’agenzia mi aveva contattato.

Dieci minuti di pausa per colazione, un’ora per pranzo, cinque minuti il pomeriggio. Poi tornavi a casa a pezzi, con le dita intorpidite e le gambe tremolanti,  e il cerchio si chiudeva intorno a te, come una prigione.

Quando entrai nell’ufficio dell’agenzia, ricavato da una piccola stanzetta all’interno della struttura in cemento armato in cui era ubicata la lavanderia, fui assalito subito da un senso di vuoto. Mi prese il panico, non tanto per il colloquio in sé, quanto forse per la consapevolezza che, in un modo o nell’altro, se in quel preciso istante mi trovavo lì, significava che avevo fallito. Se dieci anni prima mi avessero detto che a trent’anni mi sarei ritrovato ad assere assunto, con un contratto di lavoro somministrato, in una lavanderia industriale come addetto alla cernita di biancheria dell’ospedale, non ci avrei creduto. Mi vedevo da tutt’altra parte, su qualche spiaggia assolata a bere cocktail e fumare marjiuana tutto il giorno. Ascoltai la voce metallica della responsabile dell’agenzia parlarmi di sicurezza sul lavoro, dpi, mansioni, diritti, doveri, tfr, contratti di somministrazione.

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Ero in una sorta di limbo perverso: avevo un piede nella fossa e l’altro mi era stato già troncato. Firmai. Senza esitazione. Avevo bisogno di soldi. Stavo progettando un viaggio in India, per un reportage fotografico. Mi dissi: due o tre stipendi e poi parti. Ovviamente, non andò così. In compenso sono andato a vivere da solo, il che può essere certo una cosa gratificante, ma di certo non compensa la sensazione di fallimento che permeava tutta la mia epidermide.

Mi ubriacavo praticamente tutti i giorni, fumavo troppo e non lavoravo. Il che, per uno che ha appena superato i trenta, con una laurea alle spalle e un’ambizione che rischiava di superare di gran lunga il proprio talento, non era una bella cosa.

Il lavoro, tuttavia, era semplice. Almeno sulla carta. Mi occupavo della cernita della biancheria. C’erano quattro diverse postazioni di cernita e sei postazione di pinzatura. Funzionava così: tre diversi nastri trasportatori che raccoglievano la biancheria lavata e pressata. Al nastro lungo ci lavoravano quattro persone, ognuna per circa tre ore. Era la postazione più dura, perché la biancheria arrivava troppo pressata e si faceva una fatica enorme a sciogliere i vari nodi che si creavano tra lenzuola e coperte, ad esempio. La biancheria una volta cernita veniva posta su dei carrelli che, riempiti, uno dei quattro doveva portar via.

Dal nastro lungo si passava alle pinze Biko, con le quali la biancheria raggiungeva i vari mangani posti al piano di sotto, passando su due distinti binari, uno per le lenzuola, l’altro per le traverse. I turni in pinzatura variavano a seconda della mole di lavoro, delle assenze e, soprattutto, dell’esperienza creativa del capoturno. Dal reparto pinzatura si passava ad un altro nastro trasportatore e poi ad un altro ancora per tornare da dove si era cominciato. Otto ore in questo modo, interrotte solo da una fastidiosissima sirena che scandiva le pause, come una prigione senza tempo in cui degli aguzzini invisibili ci cullavano nella falsa speranza di un contratto a tempo indeterminato e di una vita fatta comunque di stenti. Dieci minuti di pausa per colazione, un’ora per pranzo, cinque minuti il pomeriggio.

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Poi tornavi a casa a pezzi, con le dita intorpidite e le gambe tremolanti, capace solo di mangiare qualche boccone per cena e poi andartene a letto, perché il giorno seguente la vita riprendeva a scorrere, sempre uguale, con la speranza che il weekend arrivasse presto per fare tutto ciò che durante la settimana non avevi potuto fare. Poi scoprivi che il weekend che avevi aspettato così tanto lo avresti passato sul divano a riposare le tue gambe molli e a guardarti allo specchio mentre dimagrivi a vista d’occhio. E il cerchio si chiudeva intorno a te, come una prigione.

Per la cronaca, in India non sono ancora stato. I soldi non sono bastati.

Giovanni Paolone

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