Archivi del mese: ottobre 2015

La migliore intervista mai fatta a Maradona

Tra le numerose regole non scritte c’è anche questa: chi scrive o parla di Maradona deve essere argentino o napoletano; di nascita, di adozione, di carattere, poco importa. Perché se non lo sei, non (lo) puoi capire. Non puoi capire l’amore di quel popolo che da Forcella andava alle fabbriche del nord Italia per non morire di camorra fame e vergogna. Non puoi capire chi ancora oggi si sente dire “terrone”, non puoi capire i figli di quel Dio minore e la loro voglia di mandare a fare in culo te e lo Stato che non è mai stato.

Seconda regola non scritta: chi scrive o parla di Maradona, deve farlo utilizzando parametri diversi da quelli riservati agli esseri umani perché lui non è mai stato un uomo comune. Lui è quell’incrocio tra inferno e paradiso, tra strafottenza e umiltà, tra vizio e sacrificio. Un uomo di una semplicità eversiva. Il Dioniso del calcio, secondo Luciano De Crescenzo. “Maradona ha incarnato la mistica dell’emancipazione sottoproletaria, dissipativo e arrogante come gli anni Ottanta” (Manuel Vazquez Montalbàn). Lui, il più grande calciatore di tutti tempi, con suoi anatemi e quel piede sinistro. Messi superiore a El Diego? Mio zio, ovviamente napoletano, una volta mi disse: “Guaglió, Messi è la uallera di Maradona”.

Diego Maradona practices his ball skills

Quand’è che è iniziato tutto?

«Il primo pallone me lo ha regalato mio cugino, con il primo stipendio che ha preso. Il primo desiderio era andare via dal posto in cui vivevamo, non avevamo niente, né acqua, né luce. La prima cosa che pensavo era prendere una casa bella a mia madre. Oggi mia madre se ne è andata ma lei sa che continuo ad amarla con tutto il mio cuore. Ho voluto darle tutto quello che lei mi ha dato senza niente… A tredici anni mi resi conto che mia mamma diceva sempre di avere mal di pancia per non mangiare, perché quel poco che c’era lo dava a noi figli».

Qual era il tuo sogno da ragazzino?

«Avevo due sogni: il primo era giocare la Coppa del Mondo, il secondo era vincerla».

Chi è stato e cosa voleva Diego Armando Maradona dal calcio?

«Quello che so è che non sono mai stato un uomo comune. E quello che volevo era diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro erano come ero io a Buenos Aires».

Quando hai capito di essere Maradona?

«L’ho sempre saputo. Era lo stesso giocare da solo con la mia famiglia in tribuna che giocare nello stadio del Napoli davanti a centomila persone. Nel mio sangue scorrono palline di calcio».

Come giudichi oggi il tuo gol di mano contro l’Inghilterra?

«Chi ruba a un ladro ha cento anni di perdono».

Mentre ti avviavi verso il podio per innalzare la coppa Uefa, Ferlaino si avvicinò a te. Cosa ti disse?

«Ferlaino mi disse: “Non ho mai voluto venderti, l’ho detto solo per motivarti”… In quel momento avrei voluto spaccargli la Coppa Uefa in testa».

Nessuno riuscirà a farmi credere che gli errori con la droga o con gli affari abbiano cambiato i miei sentimenti. Nessuno. Sono lo stesso, quello di sempre. Sono io. Io sono El Diego

Sei riuscito a spiegare alle tue figlie i tuoi problemi con la droga?

«Sì. Non voglio fare affrontare loro barriere che non sanno superare neanche i grandi. Noi abbiamo un Paese, l’Argentina, dove parlano tutti senza sapere di cosa parlano. Dicono che il giocatore di calcio è ignorante, ma a me fa molta vergogna quando parlano senza sapere, solo per aggiungere qualche pettegolezzo in più, non capiscono un cazzo! Nessuno può parlare, giudicare, dare opinioni su quello che non sa, però, nel mio Paese, l’Argentina, tutti quanti si sentono professori».

Se uno ha problemi con la droga è colpa di una sua scelta?

«Sicuramente».

Perché tu non hai saputo dire di no alla cocaina?

«Io ho fatto una scelta: cattiva, ma l’ho fatta. A me nessuno ha puntato la pistola alla testa».

Questo è onesto da parte tua.

«Però, io non sventolo la bandiera della droga: viva la droga! No. La droga è la cosa peggiore che c’è al mondo. Ma è anche vero che i nostri, quelli che ci comandano, sono tutti coinvolti nella droga: se non la prendono, intascano i soldi riciclati del narcotraffico».

Il narcotraffico?

«Guarda: sembra che l’unico a prendere la droga sia stato io! Con tutta quella che si vende, sarei già esploso! Quando si parla di droga però fanno sempre un solo nome… Dieguito Maradona!».

Ti ritieni una delle tante vittime?

«Io l’ho voluto solo raccontare, perché non succeda ad altri, ai bambini… La droga è tanto difficile da sconfiggere. L’amore e l’affetto delle mie figlie mi hanno salvato. Non mi drogo più da dieci anni. Nessuno riuscirà a farmi credere che gli errori con la droga o con gli affari abbiano cambiato i miei sentimenti. Nessuno. Sono lo stesso, quello di sempre. Sono io. Io sono El Diego».

Undated: Diego Maradona of Argentina rises from his bed. Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport

Cosa ti ha colpito della tua vita a L’Avana?

«Vivendo a Cuba ho visto bambini che diventavano ciechi perché non arrivavano i vaccini, perché l’embargo americano li bloccava alla frontiera. Questo non è terrorismo? Castro avrà mille difetti, come tutti noi. A Cuba non si sguazza nel lusso, ma meglio mille volte la Cuba di Fidel Castro che l’America di Bush. Gli americani credono di comandare il mondo, ma noi non siamo americani. La loro propaganda ti fa credere di tutto… No, non ci sto! Io non sostengo il comunismo, io sostengo le persone, la gente di Cuba, la sua onestà, la sua nobiltà, la sua tempra, il suo patriottismo. Noi argentini sosteniamo di essere patrioti, ma col cazzo che lo siamo! Volevamo mettere la bandierina sulle Falkland e mandavamo avanti i ragazzini di diciotto anni? No, io non voglio essere intelligente, o meglio, non sono intelligente, ma non voglio essere considerato più coglione di quello che sono».

La Federcalcio italiana invitò i napoletani a tifare per l’Italia e non per l’Argentina nella semifinale allo stadio San Paolo. Io dissi solo questo: chiedono ai napoletani di essere italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno li chiamano terroni

Perché hai scelto Cuba? Potevi andare in Canada, o rimanere in Argentina. Invece… 

«No. In Argentina non si cura nessuno. Figurati, in Argentina chi non ha i soldi muore».

Quando ti consegnarono a Roma il trofeo di calciatore del secolo dedicasti il premio al popolo argentino, al popolo di Cuba e a Fidel Castro. E poi hai aggiunto: “Anche all’argentino più famoso del mondo”. Intendendo Ernesto Che Guevara, che hai tatuato sulla spalla. È stata una provocazione, un sentimento? 

«È stata una provocazione e un sentimento, un voler dire “guarda che questo non è un terrorista, come dicono al mio Paese. Nel mio Paese, questo sarebbe un terrorista, per i suoi ideali”. Galtieri, che ha fatto ammazzare tanti ragazzini, non è un terrorista. Videla no! Non è un terrorista, no! Portavano via i bambini, toglievano i neonati alle madri, li rubavano, uccidevano le stesse madri quando non sopportavano più il dolore! E questo che ho tatuato sulla spalla, invece, è un terrorista! Non mi prendete in giro. I terroristi sono Videla, Massera, Galtieri, Menéndez… tutti quelli che oggi sono agli arresti domiciliari, che hanno l’aria condizionata, che bevono tutti i giorni il vino che scelgono, e mangiano ciò che vogliono».


Credi di aver meritato quel premio?

«Ho meritato quel premio perché ho sempre rispettato il calcio, non ho mai voltato le spalle al campo da gioco. Casomai non ho rispettato me stesso, il mio corpo. Ma io non voglio essere un esempio per nessuno».

Una volta, Danielle Mitterrand, la moglie dell’ ex Presidente francese, ha detto: “Bisognerà che il mondo occidentale, che chiama tutti ‘terroristi’, incominci a distinguere tra terrorismo e resistenza. La resistenza la fanno i popoli che non ce la fanno a vivere e hanno il diritto di lottare per cambiare la propria vita. Il terrorismo è di chi usa gli innocenti per delle battaglie più o meno accettabili.”

«I nostri Paesi li confondono apposta. E ti fanno diventare terrorista quando tu sei solo un difensore delle cose belle, delle cose che fanno bene alla gente. Ma dato che non conviene, a questi assassini – perché sono assassini, assassini… con i gradi -, allora tentano di confondere la gente! Per questo io non posso accettare l’indulto… E morirò senza accettarlo. L’ho detto a Menem, che rispetto: io non posso accettare l’indulto».

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Ti è costato lasciare il calcio? 

«Non me la sentivo più di essere un simbolo, di rappresentare qualcosa, di reggere tutto lo stress che procura questa macchina, questo calcio. Confesso la mia incapacità, la mia fragilità, anche se la mia presunzione, il mio orgoglio… mi facevano apparire diverso. Oggi vado in vacanza in paesi in cui il calcio non è seguito, altrimenti non riuscirei a rilassarmi. Spesso mi capita di incontrare persone che mi dicono di avergli salvato la vita. Ma io non ho mai voluto essere l’esempio di nessuno. Gli unici esempi sono il padre e la madre. Io posso essere da esempio, in parte, sul campo da calcio. Ma finisce lì. Quando penso agli ultimi tempi in Italia… ero come un bolide di Formula Uno che andava a trecento all’ora e non si fermava mai. Ma questo non importava a nessuno. Quando sono stato arrestato a Buenos Aires qualcuno che conta mi ha detto: “E adesso, che dirà mio figlio?”. Non gli fregava niente del Maradona in crisi, dell’uomo prostrato, in difficoltà, distrutto, bisognoso di aiuto, era solo preoccupato dell’idolo infranto, del giocattolo che s’era rotto. E non gli passava nemmeno per la testa che l’esempio per suo figlio dovesse essere lui, non un giocatore di pallone. La decisione di lasciare il calcio l’ho presa quando tutti quanti volevano che io continuassi, perché un giorno hanno ammazzato mio padre…».

Maradona, lui, il più grande calciatore di tutti tempi, con suoi anatemi e quel piede sinistro. Messi superiore a El Diego? Mio zio, ovviamente napoletano, una volta mi disse: “Guaglió, Messi è la uallera di Maradona”.

Cioè? 

«Cioè, io stavo dormendo, dovevamo giocare contro il Vélez, la sera. Ed è arrivata la notizia che era morto mio padre. Ero in ritiro con il Boca junior. Chiamo a casa e dico: “Mamma… e papà?”. “Sta bene”. E io: “Mamma, mamma, dimmi la verità”. E lei: “Tu sei pazzo”. Va bene. Attacco il telefono, prendo la macchina con Guillermo Coppola che piangeva e anche io piangevo: arrivo a casa, suono il campanello, esce mia mamma, con una faccia, bellissima, come sempre. Io non la saluto nemmeno, guardo di lato e vedo mio padre che stava lavando la piscina. E allora ho pensato, basta prendermi per il culo. È la cattiveria della gente. Questa è cattiveria. Non si gioca con la vita degli altri. Comunque non mi è costato tanto ritirarmi. Preferisco vedere il mio vecchio tutte le mattine, che mi venga a trovare e che, anche se sto dormendo, mi dia un bacio, o che porti le mie figlie ai giardini, piuttosto che fare un gol a Chilavert».

Un bacio di tuo padre non vale un gol a Chilavert. 

«Non vale un gol, neanche ai Mondiali».

Cosa rappresenta per te il Boca junior?

«Io ho sempre voluto giocare nel Boca. Loro non avevano soldi, e mi hanno comprato a cambio di un appartamento, non so bene dove… E uno dei gol più belli resta quello al River nel 1981».


E Napoli?


«Napoli sarà sempre la mia casa. E se non hai paura nel campo del Napoli, non ce l’hai in nessuna parte del mondo. Tutti dicono: questo è stato il migliore del Barcellona, questo è stato il migliore del Real Madrid, questo è stato il migliore del Chelsea… Io sono orgoglioso di essere stato il migliore a Napoli».

In tantissimi stadi del Nord, i napoletani erano vittima fin da prima dell’inizio della partita di cori e striscioni razzisti: “Benvenuti in Italia”, “Lavatevi”, “Vesuvio pensaci tu”. Pierpaolo Marino, allora direttore sportivo del Napoli, racconta che durante una partita contro il Verona, tu ti avvicinasti alla panchina e dicesti: “Ora vado a vendicare i napoletani”. È vero?

«Sì».

Nella partita d’andata, segnasti da più di trenta metri, defilato sulla sinistra, calciando con l’esterno sinistro un pallone di controbalzo, la tua prima vendetta contro i veronesi.

«Ci ricevettero con uno striscione che mi aiutò a capire di colpo che la battaglia del Napoli non era solo calcistica: era il Nord contro il Sud, i razzisti contro i poveri. Vincere contro certe squadre era importante. C’era la sensazione che il Sud non potesse vincere contro il Nord. Ricordo anche un’altra partita… andammo a giocare contro la Juve a Torino e gliene facemmo sei: sai che significa che una squadra del Sud gliene mette sei all’avvocato Agnelli?».

In una famosa intervista, Gianni Minà ti chiese cosa avevi provato vedendo mezzo stadio San Paolo con la parrucca di Maradona.

«Mi domandai se qualcuno lo avesse fatto per guadagnare. A me piace quando la gente fa questo, io voglio che la gente viva; se la gente fa questo sì, però io non voglio che il miliardario si faccia più miliardario con Maradona, questo non lo sopporto proprio. Però se è la gente normale che si inventa la vita, che fa questo per vivere, io sono orgoglioso perché in parte anche Maradona gli dà il suo contributo».

Sui mondiali del 1990 in Italia hai cambiato opinione?

«Io volevo solo il rispetto dei napoletani, non volevo il tifo, perché io e la mia nazionale sapevamo che il napoletano, essendo italiano, avrebbe tifato Italia. Ma erano gli italiani che dovevano capire che il napoletano è anche italiano».

Eri diventato troppo scomodo? Non avevano ancora accettato che i napoletani potessero avere un difensore che grazie al suo talento sportivo poteva essere ascoltato in tutto il mondo. 

«La Federcalcio italiana invitò i napoletani a tifare per l’Italia e non per l’Argentina nella semifinale allo stadio San Paolo. Io dissi solo questo: chiedono ai napoletani di essere italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno li chiamano terroni».

Nel 2009, dopo la qualificazione al Mondiale, ti sei tolto qualche sassolino dalla scarpa… Diciamo che non hai mai avuto rapporti facili con i giornalisti.

«Ho detto quello che pensavo».

Lo hai fatto alla tua maniera.

«Forse (sorride, ndr). Dissi: “Adesso, e chiedo scusa alle signore, me lo potete succhiare, e continuare a succhiarmelo”.

Ti va di parlare della presunta evasione fiscale?

«Non sono un evasore e lo dico senza problemi a Equitalia. Si occupino di chi ha firmato i contratti, di Coppola o Ferlaino, che oggi possono girare indisturbati. A me invece tolgono gli orecchini, gli orologi. Oggi però non ce l’ho (sorride e fa il gesto dell’ombrello). Mi hanno cercato degli sponsor offrendosi di pagare il mio debito per farsi pubblicità, io ho rifiutato perché non sono un evasore. Voglio la verità. Chi si fa pubblicità sono quelli di Equitalia venendo da me. Ma hanno un altro lavoro, il loro lavoro non è Maradona. Io non mi nascondo».

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Vedi ancora i tuoi amici di un tempo?

«Sono stato tradito da tanti, me ne rimangono pochi. Li conto fino a dieci, come la mia maglia».

A proposito della mag(l)ia numero 10, le cose sono cambiate…

«Assolutamente. Una volta il numero 10 era un simbolo. Ora lo portano anche giocatori qualsiasi…»

 Come giudichi oggi il tuo gol di mano contro l’Inghilterra? «Chi ruba a un ladro ha cento anni di perdono»

Nostalgia o credi che non ci siano più i fuoriclasse di un tempo?

«Io non mi dimentico di alcuni, come Marco van Basten, Gullit. Oggi non so se il calcio sia di livello migliore o peggiore. Quello che volevo dire è che oggi uno cambia la maglia come fossero pantaloni. Le bandiere non si cambiavano facilmente prima. Guadagnavamo tanto, perché tradire la gente?».

Un’ultima domanda prima di farti gli auguri: è davvero importante saper perdere?

«Yo fue siempre ganador (Io ho sempre vinto, ndr)».

@polpoincanna

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Considerazioni di uno sconfitto/6

Stanotte, nove anni fa, è nata mia figlia. E anche stanotte non riesco a dormire. Sono tornato da una festa e mi sento incompiuto. Cos’è? Non ho bevuto troppo. Non ho fumato troppo. Ma c’è qualcosa che non mi torna e che questo abbia a che fare con mia figlia non lo so. Anzi lo so. E credo che sia normale.

(Foto di Orlando Pisto, 5 anni)

Da quel giorno dentro di me ha cominciato a insinuarsi il pensiero di non voler mai morire. Mai. Io non dormo stanotte perché non voglio morire. Non voglio morire mai.

C’è un momento che pensi al prima, quando hai una bambina handicappata, come è potuto succedere qual è la causa perché? C’è un momento in cui non vedi la fine e sei costretto a pensare al presente. Il presente. Sa di pesante. Le cose da fare, come affrontarle. Ma poi e sempre più spesso cominci a pensare al dopo, come sarà, cosa succederà quando io non ci sarò.

Degli altri non sappiamo niente, e i problemi son sempre relativi a chi li ha, al contesto in cui si trovano e a chi lo guarda, e i sensi di colpa si superano e non servono a granché

Dove va a finire tutto questo? Il mio amore. Dove va a finire lei? Chi la capirà?

Cazzo. Chi si sforzerà talmente tanto di interpretare ciò che vuol dire al punto di riuscire a tradurre in parole comuni e in una frase di senso compiuto una sola o qualche sillaba?

La verità? È che io 9 anni fa ho perso la leggerezza. Virginia compie 9 anni e io a questa perdita mi ci sono abbandonato e rassegnato solo poco fa; per anni di questi 9 c’ho lottato contro, non la volevo perdere e non mi rendevo conto che invece, facendo finta di essere leggero, nell’inquietudine ci sprofondavo.

Mi capitava di guardarmi intorno e invidiare chi poteva esserlo, avrei voluto essere leggero come loro che magari avevano problemi sì, ma Cristo non gigante come il tuo. Guardavi gli altri e ti veniva in mente che tu non ne avevi il diritto di ridere come fanno gli altri, come se infondo agli occhi, ai tuoi occhi, ci fosse stata una macchia. Una ragazza che aveva subito una violenza mi raccontò più o meno la stessa sensazione. Ora a ripensarci mi sento piccolo, perché degli altri non so niente, e i problemi son sempre relativi a chi li ha, al contesto in cui si trovano e a chi lo guarda, e so che i sensi di colpa si superano e non servono a granché, e…

Troppe volte ho concluso queste serate per non sentirmi solo, troppe volte ho chiesto aiuto alle parentesi, sperando che non lasciassero traccia.

Mi piace il cielo, quando è libero.
Mi piace mia figlia Agata, quando la porto in bici e lei si gira a guardarmi e ride
E io sento forte una sensazione di felicità
Mi piace quando mio figlio dice babbo vieni a vedere cosa ho fatto
Mi piacciono le colline quando è estate
Mi piace quando è il momento giusto per fumare e sento che ho l’accendino in tasca
Mi piacerebbe piangere il giorno dopo la sbornia o avere l’appuntamento con lo psichiatra

La verità? È che io 9 anni fa ho perso la leggerezza. Virginia compie 9 anni e io a questa perdita mi ci sono abbandonato solo poco fa

Ma ho imparato: bere solo birra, niente superalcolici, non fumare troppo, non credere alle tentazioni, non pensare che una serata sia la vita.

La debolezza troppe volte è una scusa
La mia generazione la USA costantemente

… E il quadro di Klimt mi rasserena, quando lo guardo dalla mia camera da letto, e la porta del bagno è aperta e penso che quelle due che si incastrano perfettamente in un abbraccio, la ragazza e la bambina, sembravano Ginevra e Virginia, anni fa, e che ora sembrano Ginevra e Agata. Lo guardo e penso che lì c’è tutto. E quel tutto non ha un nome, è il motivo per cui vale la pena vivere, ed è incredibile ed è bellissimo che io lo senta: è il calore.

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@moreneria

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Bugo

Nuovo articolo in collaborazione con Rockit.

Cliccate qui sotto per l’intervista integrale:

Bugo

Penso fosse il 2001 o il 2002, ma son sicuro che era alla Festa dell’Unità di Pistoia. Al Parco della Rana, tra comunistoni con la maglia del Che, gente che fumava il cilum e nonne a mangiare la pizza coi nipoti. Fu li che vidi il mio primo e unico concerto di Bugo. Bugo ai tempi suonava musica lo-fi, che per chi non lo sapesse Wikipedia definisce così: “con il termine bassa fedeltà (low-fi) si indica un tipo di produzione musicale povera rispetto agli standard usuali (high fidelity) e realizzata utilizzando una strumentazione non particolarmente eccelsa ed elaborata nella fase di registrazione, sia per carenza di mezzi e di risorse adeguate, ma anche per scelta consapevole e volontaria“.

Bugo suonava con un piccolo ampli scassato, facendo un grande spettacolo dal vivo. Pistoia non era Milano, non c’era ancora nemmeno MySpace credo, non era facile sentire certi suoni. Era un suono attuale, dirompente, così diverso dal pop melenso di quegli anni. Questo tizio smilzo cantava: quando mi sento giù non faccio le flessioni, non guardo neanche la tv, perché mi rompo i coglioni. Il suo era lo-fi fatto bene, poteva essere uno di New York per quello che ne sapevo. Bugo era selvaggio, aveva gli occhi da scheggia impazzita. Non capivo se ci faceva o ci era. Era spigoloso. Familiare ma capace di tenerti a distanza, in grado di farti capire che la fiducia te la devi guadagnare. Finimmo la serata a firmare autografi assieme, lui firmava col mio nome, io col suo. Cristian appiccicava ovunque dei suoi adesivi con scritto Io mi Bugo. Avevamo i capelli lunghi uguali, eravamo magri e senza barba. Dopo quella sera mi chiamavano Gianbugo.

Negli anni dal 2000 al 2004, il nome di Bugo si fece largo velocemente tra chi suonava e chi bazzicava i concerti. L’aura di curiosità attorno a lui era motivata dal fatto che avesse pubblicato “Sentimento Westernato” e “Dal LoFai al CiSei”, due dischi onesti, originali e belli, unici nel panorama musicale italiano. Bugo a tutti gli effetti era il Beck italiano, definizione che da una parte lo faceva apparire interessantissimo, dall’altra gli segava le gambe. Verso il 2008 con il disco “Contatti” la sua immagine si era rinnovata. Era più cool, meno indie, e pure i suoi suoni erano diversi. Cantava “Fammi entrare per favore, nel tuo giro giusto, ho bisogno di socializzare, di uscire dal guscio”. Oppure “C’è crisi, dappertutto si dice così, io lo leggo sui visi”, che divenne una sorta di tormentone profetico. Il pubblico indie, che è il pubblico più menoso del mondo, si divise. Aveva tradito la causa. Lui ha continuato a diritto per la sua strada, credo non senza soffrire per questa cosa.

L’ho rincontrato a Milano anni fa e ci siamo ripersi. Poi l’ho riagganciato questa estate perché dopo almeno sei anni che non ascoltavo la sua musica son rimasto folgorato da “Cosa ne pensi Sergio”, il suo ultimo singolo. Da li partono dei messaggi al cellulare. Ti voglio intervistare e lui: tu mi piaci ma sei troppo hipster! Oppure Senti ok, ma non scassarmi le palle. Io sono un rompipalle, non faccio interviste con tutti.

Neanche noi Cristian. E l’intervista comincia da li…

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<p align=(foto di Mattia Zoppellaro. Articolo in collaborazione con Writeandroll Society)

Ti ricordi di quella sera che suonasti a Pistoia?
Ah si, credo. Anche se sembro un tipo un po’ svagato mi ricordo tutto eh… Io son veramente l’apparenza che inganna! Provate a lavorare con me che vi faccio un mazzo così poi!

Eh infatti, tu sei un po’ passivo aggressivo vero?
In che senso? Bipolare?

No, che te sembri un super tranquillo e poi invece non lo sei…
Sono puntiglioso, ma credo sia una forma di difesa.

Sei un po’ diffidente no? Anche l’intervista non la volevi fare.
Ma no, dipende, è che mi piace giocare. Il rock and roll deve essere anche un gioco. È una cosa che mi viene naturale e non sono mai riuscito a spiegarla. La gente vede che sono alla mano e pensa: eh vabbè ci si può permettere tutto con lui. Però sono un professionista, sul lavoro sono serio. Non avrei fatto cinque dischi con Universal se non fossi stato serio, se fossi stato sempre e solo il ragazzo svagato che ama il sentimento westernato.

“La salita” l’ho scritta dopo aver letto un passo della Bibbia. La Bibbia è pazzesca. Scrissi una poesia sulla fatica e metà del testo è diventato La salita. 

Sei un po’ control freak
La libertà non esiste. È una meta. Non lo so… Recentemente ho letto un intervista a Maurizio Cattelan in cui diceva che quando ha iniziato a fare arte voleva creare l’impossibile. Ovvero far due cose assieme. Come giocare e lavorare al tempo stesso… son quelle cose che fanno la poesia.

Hai aperto un Tumblr in cui scrivi senza farti troppi problemi di paure, paranoie e ansie.
Si l’ho fatto per darmi un metodo. Io non sono un fricchettone. Anche ai tempi di Sentimento non lo sono mai stato. Anche all’epoca potevo fare un disco prodotto meglio. Ma per me era tutto voluto, avevo necessità di fare qualcosa di dirompente, ovvero il lo-fi che in Italia non lo conosceva nessuno. Però sai era facile farlo in garage … ma poi portalo alla Universal … quella è la sfida!

Nel 2011 scrivevi “La salita” in cui canti: Un tale sforzo/ tu mi devi credere/ ogni giorno faccio/ per scacciare la paura./ Ed è buia/ la strada che ho davanti a me/ pensieri neri mi oscurano/ e i cani mi abbaiano contro/ Che gran fatica/ da quando sono nato/ così è la mia vita/ è la mia vita.
Si, è un pezzo amaro, un pezzo importante per me. Io non sono uno che la mena agli altri con tutta la gavetta che ha fatto, è vero ma me lo tengo per me senza sventolarlo. Arrivare a firmare con la Universal nel 2002 a 27 anni, quando un gruppo di ventenni mi dice eh non abbiamo ancora firmato niente, mi vien da dire: sta tranquillo e lavora sodo!“La salita” l’ho scritta dopo aver letto un passo della Bibbia. La Bibbia è pazzesca. Scrissi una poesia sulla fatica e metà del testo è diventato La salita.

(foto di Mattia Zoppellaro)

Come sei diventato un musicista?
Non è stato facile. Non vengo da una famiglia di artisti quindi nessuno mi ha mai inserito nel mondo della musica o dell’arte. I miei non mi hanno mai criticato ma mia madre è una casalinga e mio padre commercia in metalli. Non c’è mai stata l’arte in casa mia.

E prima? La scuola?
Le elementari le ho fatte in una scuola dai preti, ho fatto anche il chierichetto cinque anni. Ah ecco, non mi piace sentir sparare a zero sulla Chiesa, non è nel mio stile, è troppo facile. 

Mi ricordo la tua “Vorrei avere un dio”, in cui cantavi: Vorrei avere un dio/Per scrivere sui giornali che finalmente ce l’ho anche io…
Ci sarà sempre in me un lato religioso o spirituale, mio, privato. Penso che Gesù abbia detto delle cose bellissime. Porgi l’altra guancia… Comunque per me la divinità è molto umana. Che ne so come in un film di Celentano, quando il prete (interpretato da Celentano) parla con Gesù. Ecco quella scena è un modo di parlare di spiritualità in modo umano.

Prima che accendessi il registratore, al bar dicevi che si deve amare il proprio nemico. È un pensiero taoista.
Sì. Meglio avere nemici veri che amici falsi. Io infatti non ho amici, anzi ne ho due. Io non voglio tanti amici. Me ne bastano due. Io ho già: me stesso, la mia donna, mio padre e i miei due amici. Però sono un tipo simpatico io!

Con le donne che rapporto hai?
Complesso. (sorride) Umanità, emotività, sentimentalismo, sono fattori talmente forti in me che sono ultra sensibile e selettivo. Sono sposato infatti. Mi son sposato a 38 anni, non a 22. C’è stato tanto cuore e tanta mente. L’amore è un rapporto a due, se anche uno solo dei due per un attimo non ci crede tutto salta. Io non amo parlarne nelle mie interviste, perché è talmente complesso il tema che…

La libertà non esiste. È una meta. Non lo so…

Però scrivi un sacco di pezzi d’amore
Esatto ne parlo così tanto nelle canzoni che quasi è inutile parlarne qui.

Ma te lo sai che sei un po’ un sex symbol? Piaci un sacco
Ahah un po’ si, lo son sempre stato, anche ai tempi.

Nel caso non lo aveste capito, l’intervista integrale la trovate su Rockit. Cliccate qui

Ray Banhoff

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La guardia del corpo degli Oasis

Questo pezzo è scritto per un libro speciale che ho comprato nel 1997 e che mi ero completamente scordato di avere ovvero What’s the story? Oasis di Ian Robertson edito da Mondadori e fuori stampa e introvabile come la maggior parte dei libri decenti oggi giorno. Ian Robertson è un ex paracadutista scelto dell’esercito inglese che una volta in congedo ha cominciato a lavorare nel settore della security delle rock band, esperienza che ha avuto il suo culmine nel periodo in cui ha seguito gli Oasis. Il libro parla dei diciotto mesi (esattamente dal tour di Definitely Maybe alle registrazioni di What’s the story) in cui è stato capo della sicurezza, road manager e sesto membro del gruppo a detta di tutti, col plauso di Liam.

Perchè ne parliamo? Perché è stupendo.

Questa è la frase che lo chiude: Mi rendo conto perfettamente che il canovaccio su cui il mondo rock and roll si dipinge non può essere paragonato in alcun modo all’orribile realtà della guerra, ma per alcuni versi, un anno on the road con gli Oasis è come la guerra. È “noi e loro”; io ero noi e adesso sono loro. Ora quando sento una canzone degli Oasis alla radio, o la loro immagine virtuale appare sulle tv musicali, la sensazione di vergogna è la stessa, e non posso tollerare di guardarli o ascoltarli, devo cambiare canale. Mi vergogno di non aver tenuto duro, per non essere stato all’altezza del mio compito.

Oasis_Ian_Robertson

L’introvabile edizione italiana

Non fate l’errore di prendere questa confessione come il lamentino isterico di un perdente, questa frase arriva dopo 250 pagine di libro scritte a palle in mano, da un uomo di acciaio, che ha amato questa band e l’ha seguita con la dedizione di una missione. Il libro poi ha uno stile narrativo un po’ ridicolo, ci sono metafore da bar, sciocchi giochi di parole e stereotipi sul mondo del rock visto come un Parnaso superganzo, ma gli si può perdonare.

Partiamo dall’inizio, Ian è un ragazzaccio inglese, ha un senso dell’humor patetico e ascolta solo il rock and roll. Il collegio militare dura fino a 21 anni e a quel punto è un uomo fatto e finito. Gira in paesi di merda lontani dall’Inghilterra (che per gli inglesi sono un po’ tutti gli altri paesi appena fuori dall’Inghilterra), tra un conflitto e una base militare.

La sera al Wetlands, quella dell’incontro tra Ian e la band. Su YouTube c’è TUTTO

Durante un tour di supporto a una band scadente Ian in America, al Wetlands di NY per essere precisi, si trova a fare la sicurezza in un locale dove suonano anche gli Oasis. Sono solo al primo album, negli Usa non li conosce nessuno ma in Inghilterra già se ne parla bene. Al sound check la band si presenta con il consueto ritardo, con quell’aura mistica di grandezza, quel noi possiamo fare tutto che non è un atteggiamento studiato a tavolino ma una spavalderia dovuta dalla consapevolezza. Ecco in questa scena c’è già tutto, la grandezza e la disfatta, l’imprevidibilità, l’incapacità di contenersi di di cinque ex ragazzini poveri che stavano per diventare milionari. Questo libro è utile per entrare nell’ottica Oasis, nella dinamica assurda del loro carrozzone di traumi familiari e affinità con la droga. La fortuna di Ian è che con gli Oasis lavora un personaggio con cui fa subito amicizia, tale Mark il loro manager e quella sera a NY, Ian rimane così stregato dalla performance del gruppo che vuole solo una cosa: andarsene con loro. Non è una questione di lavoro, anzi per lui sarebbe pure un passo indietro professionale visto che loro hanno bisogno al massimo di una security guard, ma dal momento in cui lui viene esposto al sogno, nessun altra cosa può contare più.

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Viene assunto e vive con la band forse il periodo migliore della band. Ma erano già gli Oasis, quindi aspettatevi pagine su piste e piste di coca, risse, Liam che esplode e picchia un francese, poi picchia Bonehead, poi picchia Noel, poi picchia suo fratello più grande per cui aveva chiesto espressamente che fosse vietato l’accesso al camerino. E poi soldi, soldi e soldi sperperati, carte di credito che tagliano piste di coca e strisciano ovunque a prezzi folli. Sul set del video di Whatever la band ci è dovuta andare tre giorni di fila perché per i primi due Liam ha paccato. L’orario era sempre per le tre del pomeriggio perché prima sarebbe stato impossibile che qualcuno di loro si alzasse dal letto e questo non solo per la spavalderia da megagruppo rock, ma per una vita vissuta sui tourbus, a percorrere distanze interminabili, tra un sound check e un impegno promozionale (che gravava solo sulle spalle di Liam e Noel). Ian diventa sempre di più quello che si occupa della salute personale dei ragazzi, quello che li va a ripescare in qualche camera d’albergo strafatti in mezzo a donne nude per non perdere un volo e pagare una penale, quello che porta Liam da dottori specializzati al momento in cui lui perde la voce e piange, quello che ci pensa lui a togliere a loro ogni grana.

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Diventa il loro coach, il sesto membro appunto, ci sono notti che passa al bar a farsi e a bere con Noel che gli dice che a Manchester non ci vuole tornare, che c’è stata una ragazza tanto tempo fa e fa ancora male, oppure con Liam che ammette di notte in Giappone di essere un ragazzotto viziato perchè è cresciuto senza padre. La pagina più bella è quella di Noel sul tour bus in America, quando la band è ormai a pezzi, Bonehead è stato preso a pugni nella follia tossica di Liam, Tony lo stanno cacciando, Ian ha le ore contate con la violenza di Liam di cui vedete una pagina sotto. tutti sono scazzati ma sobri, nessuno è fatto e Noel si mette a suonare nell’autobus i pezzi del futuro What’s the Story? Morning Glory. Su Champagne Supernova Bonehead piange. Non lo fecero scendere dal bus fino a che non ebbe suonato tre volte ogni singolo pezzo. Gli mancano tanto a Ian gli Oasis e anche a noi.

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Ray Banhoff

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Gianni “Gipi” Pacinotti

Questa è un’intervista fiume fatta nel 2013, quasi tre anni fa ormai. Nonostante ciò resta ancora totale nella descrizione di Gipi, una persona vera, una persona che ha affrontato le sue paranoie magari senza sconfiggerle, ma almeno riuscendo a conviverci consapevolmente.

Gipi Pacinotti nasce a Pisa nel 1963. Si diploma e a 19 anni diventa un grafico pubblicitario. Nella vita ha insegnato alla scuola di fumetto Comics di Firenze, ha vissuto a Parigi e ha sempre disegnato. Nel 2003 pubblica Esterno Notte il suo primo libro per Cocconino Press. Nel 2008 esce LVDM – La mia vita disegnata male, un caso editoriale che lo rende celebre. Ha appena finito di girare L’ultimo terrestre, il suo primo film per Fandango. Questa intervista è stata registrata nella sua casa in Toscana circa un anno e mezzo fa.

La sera della sua intervista barbarica con Daria Bignardi, Gianni Pacinotti si contorceva continuamente sulla sedia. Rispondeva in pisano, raccoglieva applausi, creava una cappa di silenzio attorno alla sua figura e ai suoi tratti rudi. Il Paese faceva zapping distrattamente, tra una puntata di Porta a Porta e una fiction Rai, senza forse prestare troppa attenzione al tizio sullo schermo. Chi diavolo era quel tipo in televisione? Chi era quel tipo che aveva fatto parlare tutta la stampa di settore italiana di un libro a fumetti, La mia vita disegnata male? Chi era quel tipo che quella stessa sera, tornato in albergo, trovava cinquecento (non è un numero tanto per dire, è la realtà) mail di donne che lo volevano conoscere e cadeva in depressione?

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Ma soprattutto, come ti sentivi? 

Una volta tornato a casa sono impazzito. Mi prendevano attacchi di disperazione. Avevo letteralmente paura. Sono stato ricoverato a Pisa, dal prof. Cassano, mi hanno fatto il foglino che certifica che sono esaurito. Il casino è che non c’è alcun tipo di legame tra la disperazione e la creatività. I giovani a volte pensano che l’artista deve essere dannato. Col cazzo. Io non scrivevo una parola.

Come dice Lynch, che l’energia positiva è più utile alla creatività?

Esatto. Son contento che si pensa uguale, io e Lynch (ride).

Va tanto di moda il cinismo nell’espressione artistica, ma pensi che ne abbiamo bisogno? Abbiamo bisogno di bellezza. Di luce.

Dopo che è successo?

Ho chiuso una relazione sentimentale che non andava più. Ho lasciato Parigi. Ho ripreso le misure di me. Il problema del micro successo è che per quanto tu ci possa stare attento ti succedono cose strane, ti sopraggiunge una sensazione di smania di potere che è pericolosissima. Ti perdi.

È un po’ come la droga, ti senti bene e vorresti restarci?

Non solo. C’è una cosa in psicologia che si chiama falso-se. Quello che te credi di essere. Come un bambino che di suo è agitato, i genitori lo reprimono, gli fanno capire che quel suo istinto tendente al casino non è la cosa che li rende felici, fieri. A loro rende felici che lui sia bravo. Allora il bambino che vuole essere amato, reprime questo istinto originario, lo spegne e prova a costruire l’aspetto che porta l’amore dei genitori. Questo lo fai per sempre incosciamente, per tutta la vita. E alla fine ti ritrovi che dici io sono quello che sono e invece non lo sei. Sei ancora quel bimbo che voleva altro. Solo che l’hai ammazzato e allora soffri. Non sei te e fai una parte ma nemmeno te lo ricordi.

E te che hai fatto?

Io lavoro nel campo artistico, lì il falso-se è un muro. Io devo dire la verità altrimenti non dico niente. Più ti sembra di avere successo e più sei debole, più ti allontani dal tuo nucleo. Sono cresciuto, ho abbandonato le bugie. Io ero un italiano andato all’estero, mi vestivo bene, parlavo diversamente (ride)…

Eri arrivato!

Beh si, cioè per niente. Io nella vita ho solo la creazione artistica, non posso avere che quella. Piano piano questa mutazione mi allontanava da quelli che sono i motori della creazione mia. Non producevo più niente.

La scoperta per me è stata che dentro non c’era niente. Come dice Shakespeare “ci sono più cose tra cielo e Terra di quante ne possa immaginare la tua filosofia”. Io c’ho costruito una carriera su questo. Fuori di me c’è il creato e quando l’ho visto ho capito tutto.

“E con l’abitudine ti han spento già, dando alla violenza una profondità” mi viene in mente il pezzo degli Afterours. Ti eri inaridito. Ti eri rinsecchito. Come hai fatto a riprenderti?

Mi son chiesto quale era la mia voce vera. Son ritornato vi! Che per me vuol dire proprio vi in pisano, ho ricominciato a parlare in dialetto, ho ritrovato i miei amici quelli che se ne fottono della letteratura e dei fumetti. Ho detto mi garba sonà, perché non lo faccio più? Perché ho smesso? Faccio schifo? Ecchisenefrega voglio suonare.

Beh comunque, diciamola tutta: l’altro se, quello che voleva fare contenti i genitori, ha dato una bella mano al bambino casinista. Altrimenti non saresti qui.

No no no. Ma non è del tutto negativo quel “se” lì. Il fatto che mia madre si entusiasmasse solo quando primeggiavo ha fatto sì che io imparassi un botto di cose. È stato molto importante. Io sono bravo. Il problema è che forse non volevo esserlo.

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Aspetta come sarebbe a dire?

Beh non per nulla io ho trovato la pace artistica solo quando ho passato lo scoglio di riuscire a disegnare male. Quando ho abbandonato, almeno in quel campo lì, l’apparenza. Ed è stata la mia fortuna professionale, quello adesso è riconosciuto come il mio linguaggio. Ma anche quella è una battaglia. I miei amici dicevano “che cazzo è sto coso” vedendosi ritratti mentre prima tutti a farmi i complimenti per un’anatomia perfetta. Io non ho figli, non ne avrò. La mia vita è la creazione artistica. E io ho sempre paura di sputtanarmela, di perderla. Per quello mi faccio tante menate. Se avessi i figli la mia vita sarebbe spostata in un’altra direzione.

Oh mamma ora che mi ci fai pensare anche mio padre voleva che facessi carriera nell’esercito. E io non so come mai ma vorrei tatuarmi un gendarme. Me ne sono ricordato solo ora parlando con te.

(Ride di gusto)

Ho letto una frase tua in cui dici che a Parigi disegnavi solo i campi della Maremma toscana. Niente boulevardes, niente parigine, fighe e baguettes. Ma come mai ci sei andato?

Deh. Andai là per un festival poi si liberò la casa di un mio amico e mi ci insediai. Erano 12 anni che ero qui. Volevo scappare, quindi ho detto si. Vado a sciogliermi nella metropoli, a svanire. E così ho fatto. Poi mi son messo con una ragazza e mi son legato a lei. Avevo amici disegnatori, era anche bellino. Ma non era casa mia. Io qui provo cose diverse. Per me ritrovare il qui è ritrovare il nocciolo della questione.

Questa Toscana che è una croce e delizia, fatta di case del popolo e genuinità, ma anche di noia. O ti rimane dentro, o ti fa incazzare. È da lei che sei scappato?

Io ce l’ho con la vanità. È lei che ti porta via.

Sei severissimo con te stesso.

Ho visto che quando lo sono quantomeno sto bene. Sì sono severo, non con me stesso, ma per me stesso.

Che ruolo ha avuto la famiglia nella tua vita?

Grosso. Io vengo da una famiglia che mi ha sempre permesso di poter trovare dei buchi dove mettermi. Io ho cominciato a lavorare sin da giovane. Inizialmente la rifiutavo ma non mi sono mai trovato con il culo per terra. Mio padre aveva un negozio in centro di ottica e cineprese e dovevo prenderlo io. Insomma sarei stato parato ma volevo lavorare coi disegni. Ho iniziato a diciannove anni. Facevo conigli per le agenzie degli uova di Pasqua, facevo pubblicità. Tra l’altro il primo lavoro che ho fatto, dopo che ero stato in galera dieci giorni, era…

In che senso in galera?

Nel senso in galera. Mi avevano trovato dentro un campo di marijuana.

Dentro fa ridere come definizione, che vuol dire?

Deh non era mio, io ci ero passato col padrone, ero lì fermo. Infatti in galera ci sono stato solo dieci giorni.

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E come è?

Bellissimo. Dieci giorni li consiglio a tutti. Undici no. Ho sempre pudore a parlarne anche per rispetto a chi ci stà.

Beh c’è anche un motivo spesso per cui ci stanno dentro, no?

Si c’è, ma la galera è una follia. È una vendetta. Una merda e basta. Io ci ho imparato la solitudine. Quella vera che se ti senti male in isolamento muori.

Ho trovato la pace artistica solo quando ho passato lo scoglio di riuscire a disegnare male. Quando ho abbandonato, almeno in quel campo lì, l’apparenza.

Ma sei stato anche in isolamento?

Per i primi sei giorni si. I primi due non ho mangiato e i primi tre non ho fatto l’ora d’aria. Son stato in cella poi con un accusato di terrorismo che aveva fatto due anni e mezzo in isolamento. Aprivano la cella entrava la camorra e lo pestavano. Lui era impazzito. Ora è uscito e ci scriviamo ancora. Aveva ospitato una notte a dormire un tipo implicato nel rapimento di una persona. Quasi per caso. E via quattro anni della sua vita. Non aveva idea di chi fosse, lo aveva preso in casa per fare un favore a un amico. Pensa te. Nella mia vita disegnata male io ero in piena distruzione fisica per colpa degli acidi. Ero ipocondriaco totale. Impazzivo. Avevo paura di tutto non riuscivo mai a finire una pietanza o un caffè, ero pieno di disturbi.

Ah io pensavo fosse finzione narrativa. Ma ti aiutava la droga a creare?

Ma che sei matto? Niente. Buio! Non capivo mica niente. Poi non ero io… ho iniziato da grande a disegnare. Ero Andrea Pazienza andato a male.

Come crea un giovane?

Il problema dei ragazzi giovani è che guardano dentro di se. Pensano che dentro ci sia roba. La scoperta per me è stata che dentro non c’era niente. Che ogni volta che facevo introspezione fallivo. Insomma da giovane te pensi di avere dei pensieri, che dentro di te ci sia materiale, invece non vedi cosa c’è fuori. Come dice Shakespeare “ci sono più cose tra cielo e Terra di quante ne possa immaginare la tua filosofia”. Io c’ho costruito una carriera su questo. Fuori di me c’è il creato e quando l’ho visto ho capito tutto. Te devi levarti di torno, non ci devi essere, devi essere solo un filtro. Ma devi anche avere una fiducia smodata nel cosmo, pensare che in un albero c’è più bellezza di quanto tu possa mai provare a fare in una vita intera.

Vuoi dire che tu sei solo un cronista?

No, uno che tenta. Anche la cronaca è una battaglia persa.

Sembri quasi religioso.

Il fatto è che quando ti si ribalta l’estetica non vedi solo il mondo, ma anche le persone. La base del mio lavoro è la compassione, percepire gli altri come esseri viventi. O siamo tutti alla pari o siamo tutte comparse di qualcosa di più grande. Io la vedo nel secondo modo. Solo così si raccontano i sentimenti. Non racconti i tuoi ma quelli che provano gli esseri umani nel loro interesse. Quindi ti ridimensioni, perde molto senso l’idea di essere acuto. Il colpo di genio, la figata. Tutta roba che per me è merda. Io voglio stare giù, più in terra possibile.

Cosa manca ai giovani artisti d’oggi?

Non lo so. So che il problema di tanti giovani artisti è che si crogiolano nel vuoto. Se vivi in una società del cavolo e dici di essere un’artista il tuo compito potrebbe essere anche quello di dare un’alternativa. Mi fai vedere un’altra possibilità? Va tanto di moda il cinismo nell’espressione artstica, ma pensi che ne abbiamo bisogno? Abbiamo bisogno di bellezza. Di luce.

E come si trova?

Con le piccole cose. Ma piccole davvero. Tipo, che quando io faccio gli spettacoli con altri, anche se l’idea è mia anche se sono io quello famoso, ci dividiamo tutto in parti uguali. Oppure, quanto vale un mio disegno? Potrei mettermi in mano a un agente milanese che vende una tavola a diecimila eruo. Ma poi come ci mangio accanto agli operai di oggi? con che faccia li guardo? Poi intendiamoci se ti servono più di cinquemila euro al mese per campare vuol dire che hai dei grossi problemi.

 

Ray Banhoff

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Considerazioni di uno Sconfitto/5

Eravamo nel cortile di casa, fine della scorsa estate. Lui mi ha chiesto come mi chiede sempre, papà mi prendi sulle spalle? Ginevra urlava se avevo chiuso la porta, stavamo andando a fare un giro di sabato o domenica mattina in centro a Pescia, il sole era perfetto, Agata era sul passeggino. Presi Orlando sulle spalle e gli dissi va’, facciamoci un selfie. Tirai fuori il cellulare, alzai il braccio destro e scattai. A caso.
Ginevra rigridò: hai chiuso la pooorta? Io le dissi di no, lei sicuramente mi avrà risposto ecco, come al solito devo fare tutto io qui. Mi rimisi il telefono in tasca e poi mentre eravamo in strada guardai la foto. Sbram.

La guardai e dissi madonna che bella. Ma allora non capii perché quella foto PER ME era così bella.
Non l’ho capito nemmeno dopo.
Non l’ho capito fino a quando Tafarno non mi ha mandato questa illustrazione.

 

Quella foto, e il ritratto di Taf, sono importanti perché in un rapporto tra padre e figlio l’iconografia ha un valore gigantesco che fino a ora avevo sottovalutato. È fondamentale. È una prova di felicità. E in quella foto, in quel ritratto, siamo io e lui, visti da noi, non da un altro fotografo o da un’altra persona. Io e lui che ci siamo autoritratti a caso. Nessun intermediario. Un momento, uno scatto e poi quando ci riguarderemo nei momenti difficili che verranno avremo quella foto, quel ritratto, a dirci: siamo stati felici, per quale ragione non dovremmo esserlo adesso?

Mi sono chiesto: io con mio padre che foto ho? Non me ne ricordo una. Noi forse non avevamo manco una macchina fotografica in casa ché mio padre delle foto non glien’è mai fregato granché, aveva altro a cui pensare

Quando penso al rapporto che ho con i miei figli mi torna sempre un’immagine: sono in redazione a Donna Moderna, i due figli di un mio collega entrano in ufficio, corrono incontro al padre seduto alla mia destra e – urlando papà! – lo abbracciano. Anni dopo quello stesso collega l’ho rivisto per un aperitivo e mi ha raccontato che col figlio non andava per niente bene, stavano attraversando un periodo pesantissimo. E io gli ho chiesto: cazzo, ti avevo lasciato a loro che ti correvano incontro e ti ritrovo in guerra. Dov’è, dov’è il punto di rottura? La risposta era complessa. Ma ora capisco che una foto di quel genere è importante perché il punto di rottura e i periodi difficili arriveranno, non mancheranno, ma potremmo dire io e Orlando: vedi? fanculo tutto.

Allora mi sono chiesto: io con mio padre che foto ho? Non me ne ricordo una. Erano tempi in cui i telefonini non esistevano, e noi forse non avevamo manco una macchina fotografica in casa ché mio padre delle foto non glien’è mai fregato granché, aveva altro a cui pensare, me, le mie sorelle, lo stipendio per farci crescere lontano da casa, tutti gli stress lavorativi i bocconi amari che lui affrontava e buttava giù e che io allora non potevo vedere.

E allora mi sono chiesto: se io avessi avuto in casa e avessi visto qualche foto di me e lui abbracciati sarebbe cambiato qualcosa nel rapporto tra me e lui? Il nostro rapporto sarebbe diverso?

Mi viene in mente Rocky che mette la foto di Drago sullo specchio per non distrarsi mai dal suo obiettivo: batterlo. Mi viene in mente Mourinho quando ha raccontato che negli spogliatoi dell’Inter del triplete appendeva le foto degli avversari o scriveva delle frasi sui muri per tenere i giocatori in tensione, per far sì che non pensassero ad altro che a quello, per creare nella loro testa un’ossessione. Vincere. Perché una foto, un’immagine è potente. Cazzo, se lo è.

Io, a mio padre voglio bene nonostante tutti i difetti che ha, perché gli riconosco dei valori (l’onestà e la perseveranza su tutti) ma non mi ricordo un abbraccio con lui, non mi ricordo di avergli mai detto ti voglio bene, idem con mia madre, e solo adesso mi rendo conto del valore di un semplice abbraccio o di una parola scontata che scontata non lo è manco per niente. E ci sono stati dei momenti in cui a mio padre ho fatto una colpa dei tarli che mi ha trasmesso. Poi un giorno salutando Orlando dalla banchina della stazione per andare a prendere uno dei miei treni, quasi piangendo perché mi sentivo mancare a separarmene ancora una volta, come tutte le settimane, mi uscì fuori questa poesia (qui c’è tutta) che ho subito scritto sul mio iPhone

Padre, tu mi hai insegnato a non oltrepassare la linea gialla
(….) Sono sempre stato convinto che tu
Di me
Non avessi mai capito niente
Ma io cosa ho mai capito di te?

E poi chiudevo:

Non ci riuniremo mai
Non ci lasceremo mai
Troppi giorni non abbiamo parlato
Ho sempre preteso da te
Ho dato quel che ho dato
Io ho continuato a chiederti
Tu
Ti sei accontentato  

Gliel’ho regalata per i suoi 60 anni con la promessa di fare un viaggio insieme nei luoghi della sua infanzia; viaggio che non abbiamo ancora fatto. Non so se la poesia gli è piaciuta o se sono stato capace di trasmettergli quello che gli volevo dire. Non ne abbiamo più parlato. Ma volevo solo dirgli che se per anni mi sono sentito incompreso da lui, solo adesso ho capito io quanto cazzo fossero difficili e complesse le battaglie quotidiane e la vita e quante energie portano via. Ma io cosa ho mai capito di te?

Volevo solo dirgli che se per anni mi sono sentito incompreso da lui, solo adesso ho capito io quanto cazzo fossero difficili e complesse le battaglie quotidiane e la vita e quante energie portano via. Ma io cosa ho mai capito di te?

Questo Natale però mi ha detto che doveva darmi una cosa e mi ha lasciato sul tavolo un libro rilegato. Ho scritto questo, mi ha detto. Io ho immaginato il solito pippone del padre che scrive la propria storia e la racconta al figlio. Poi quella stessa sera nel letto ho cominciato a leggere. E mi sono sentito crollare. Lì dentro c’era sì la sua storia, ma era una storia che non avrei mai immaginato, di un dolore e di una dignità pazzesca. La sua storia mi ha lacerato, avrei voluto urlare. Il giorno dopo l’ho visto ma non sapendo come affrontare la situazione gli ho mentito dicendo che non avevo ancora cominciato a leggerlo. Non ce l’ho fatta. C’ho dovuto pensare ancora 24 ore prima di parlargliene e parlargliene male, velocemente, facendo le domande più superficiali. È una cosa così gigantesca che anche adesso, a mesi di distanza, dovremmo parlarne tutti i giorni. Ma al di là delle parole di circostanza non andiamo. Troppi giorni non abbiamo parlato. E con mia madre ancora peggio. Insieme della storia raccontata nel libro ne abbiamo parlato solo al telefono e quando l’ho sentita piangere non sono riuscito ad andare avanti. E non so se ne riparleremo nemmeno dopo che leggeranno questo pezzo. E forse va bene così.

Una volta Gabriele Romagnoli a Paolo Sorrentino ha scritto: «Se avessi avuto un fratello non avrei voluto un fratello come te, avrei voluto te». Io oggi glielo scrivo a loro: «Se non avessi avuto voi come genitori non avrei voluto genitori come voi, avrei voluto voi».

Perché loro, con i loro silenzi, mi hanno insegnato che ai miei figli invece queste cose oltre che a scrivergliele gliele devo dire. Ché le parole sono come le foto, potenti, e ripeterle è un modo per appenderle al muro. E allora li bacio continuamente, li tocco, i miei figli, e loro ora cominciano a dirmi basta, ma io insisto e tutte le volte che ho voglia di baciarli lo faccio perché l’esistenza sa essere bastarda e poi io penso alla morte continuamente e voglio che ogni momento con loro sia goduto, vissuto e nonostante questo non sempre ci riesco. E ogni volta che mi viene da dirgli ti amo, mi manchi, ti voglio bene, glielo dico. E quando sento rispondermi: ti amo, mi manchi, ti voglio bene, mi sento cadere gli zigomi.

Le foto, quella foto, e ora quell’illustrazione, sono lì a ricordarmi, a ricordare a me e a mio figlio, a me e ai miei figli, più di altro, tutto questo. Appena li ho visti gliel’ho spiegato. Sono piccoli, non hanno capito tutto. Ma è stata la prima volta che l’ho fatto e non sarà l’ultima.

Poi sono andato da mio padre e da mia madre e ho fatto un selfie anche con loro.

Non ci riuniremo mai. Non ci lasceremo mai.

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@moreneria

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