Archivi del mese: maggio 2015

La mia famiglia

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Joseph Conrad

In un sito dedicato alla cattiva scrittura bukowskiana possiamo millantare frequentazioni assidue con calibri distruttivi e politicamente ben più che scorretti.

Possiamo giocarcela di sponda con Joseph Conrad, che prima di diventare un gentiluomo deve aver giaciuto con numerose puttane malesi in porti assediati da peste lebbra e sifilide. Da marinaio testosteronizzato deve essere franato tra le gambe scure e lisce, ma con il delta limaccioso e tantrico in bettole adiacenti stazioni di scambio lungo fiumi inaccessibili, almeno sul finire dell’800. Ha tirato fuori simboli ignoti. Nel suo racconto Gli Idioti mi racconta di una famiglia che partorisce a raffica scemi da villaggio. In Un Avamposto del Progresso mi mette a parte di una cazzo di stazione fluviale dove due bianchi pazzi e accidiosi aspettano un battello che non arriverà mai. Il negro ai loro ordini vende una dozzina di uomini, dei portatori, a dei cannibali trafficanti di schiavi in cambio di alcune zanne di avorio. Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski dava del tu all’orrore a alle tenebre e non credo proprio avrebbe biasimato Francis Ford per aver scelto un figlio di puttana del calibro di Marlon Brando per impersonare Kurtz, sebbene anche la versione di John Malkovich potrebbe essergli finita sott’all’osso. Schizzi di acqua salata, la peggiore, quella degli oceani, soprattutto quello Indiano. Sputi con grumi di sangue finiti nel fango degli argini e nella sabbia dunica e benefattrice, questo il suo mondo remoto.

Sì, ho frequentato Conrad e continuo a farlo. Lo becco quasi sempre prendere il tè in una Londra di inizio 900, con le garze infette a proteggergli l’uccello

Sì, ho frequentato Conrad e continuo a farlo. Uno di famiglia, da queste parti. A volte se ne viene qui da me sottobraccio al negro del Narciso. Un bestione malato e coperto da scaglie gibbose frutto di qualche stregoneria daiaka. Altre volte sono io che gli vado incontro. Lo becco quasi sempre intorno a un fuoco con i cacciatori di teste che commentano le ultime segate. O a prendere il tè in una Londra di inizio 900, con le garze infette a proteggergli l’uccello e la scarnificazione su un braccio a deletare tatuaggi irriverenti. Ultimamente mi ha trascinato in una laguna fatta di paludi e spiriti del male. Lì, issati su una palafitta gialla e cadente, mi ha presentato a una coppia di malesi. Lei febbricitante e visionaria e lui silenzioso e spesso. Gli faccio, ehi, Joseph, la ragazza se la passa male. Deve essersi beccata una fascinazione. Gli spiriti della foresta là in fondo, oltre la laguna, mi risponde un Conrad corrucciato, le hanno instillato il male finale, il maligno compulsivo se l’è venuta a prendere. Vede cose che noi non vediamo e non per questo meno reali. Frutto di una dimensione a te e a me ignota.

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Henry Charles Bukowski

Mentre ce ne stiamo lì in ginocchio davanti alla pre morte della ragazza una chiatta di carico si avvicina dopo aver imboccato il canale che congiunge il fiume e la laguna.

È quel figlio di buona donna di Hermann che siede con un arpione sulle cosce straziate di cicatrici.

Questi più o meno quelli che amo, che frequento in bettole pregne di umidità. Gente che ha lottato e non ha fatto prigionieri nell’istante in cui è scesa in battaglia

Chi diavolo è? Mi domanda Conrad. Tranquillo, socio, è Melville, un tuo contemporaneo. Credo abbiate solcato gli stessi mari in momenti vicini. Solo che tu alla fine ti sei dato alla nueva borghesia europea mentre lui è caduto in disgrazia ed è finito in una dogana a contare i sacchi pieni di merda e granturco.

I ramponieri di Melville ci osservano con minacce serigrafate nelle pupille. Un altro coguaro. Un altro vecchio amico. Io non sarò Nathaniel Hawthorne e sono nato a Taranto piuttosto che a Salem, ma il rum con il padre putativo della maledetta Balena Bianca l’ho bevuto qualche migliaio di volte ed è stato piacevole, sì, piacevole ascoltare i suoi racconti riguardo alla follia autodistruttiva del capitano Achab. Il suo tormento fatto di legno e innesti nei tendini morti di un arto inservibile. Ho sottaciuto la mia ansia peregrina nell’ascoltare le vicende a cavallo di una bara di Ismaele o la paranoia delegittimata di un Bartleby ingobbito su uno scrittoio in uno studio legale in avanzato stato di decomposizione. Ma gli sono andato dietro come un cane rognoso in cerca di ossi quando mi ha presentato il suo uomo di fiducia. Un mutante che si è imposto di navigare tra i flutti di fiumi memorabili e non per questo meno amari degli scogli del Capo di Buona Speranza.

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William Faulkner

Sicché  ecco due grossi carnivori, due degenerati figli di puttana che Buk avrebbe volentieri preso dentro in una bevuta memorabile. Già me lo vedo il tavolo numero sette di uno degli squallidi bar di East Los Angeles. Buk ubriaco e offensivo, Melville cotto nel rum, Conrad a pieno regime nei distillati e a capotavola un Hemingway che non si tira mai indietro quando è tempo di bere e al vertice opposto William Faulkner intossicato dal whisky che cerca di rimuovere un ago dal braccio di un Bill Burroughs a secco di colpi nel tamburo della sua colt.

Lascio fuori dal consesso il febbrile Louis Ferdinand Céline, un astemio che irrideva gli alcolizzati

Una cinica masnada di geni fottuti, la mia famiglia, i miei cari.

Ernest ha ancora il cervello che fuma dopo le due cannonate che gli hanno sbriciolato le tonsille. Faulkner preso tra il rimorso di aver sverginato una liceale servendosi di una pannocchia e il letale dolore al cranio per aver guardato la morte di Addie imboscato in una caldaia arrugginita con una carriola rovesciata a fargli da scrittoio. Bill Burroughs che si strappa di dosso la scimmia ipodermica e rilascia un peto cut up in grado di risuonare in tutta Tangeri. È il suo segnale, lo scatenamento di un inferno parallelo inviso a Paul Bowles, un geniale bocchinaro che rimase fedele a sua moglie Jean Auer (non è tarantina, è una yankee) una leccatrice di fica magrebina da cabala.

Gran bella tavolata! E se non fosse un misantropo con i lineamenti da replicante androide porterei a sorseggiare agua caliente anche quell’acido confratello di Cormac McCarthy. Ma si sa che è uno che ama tenersi a distanza dal genere umano, il padre di Meridiano di sangue.

Lascio fuori dal consesso anche il febbrile Louis Ferdinand Céline, un astemio che irrideva gli alcolizzati e il misticoide Philip K. Dick che nel suo oscuro scrutare mondi paralleli nati ed estinti solo e soltanto nella sua mente alienata proverebbe a innaffiare di benzedrina il cupo conclave. Tengo fuori anche Franz la blatta. Più a suo agio in fortezze senza entrata e via di uscita o davanti a corti liquide da santa inquisizione boema, il re dei Carpazi, l’esoterico Kafka lo lascio volentieri a chiacchierare con il mutevole e microcosmico Fernando Pessoa. Due cappotti nella nebbia, quei due. Due latrati di immenso talento che restano tra i pochi a poter dare del tu a Fëdor l’infinito fattosi inchiostro.

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Cormac McCarthy

Questa più o meno la mia famiglia, quelli che amo, a cui voglio bene, che frequento in bettole pregne di umidità o in assolati bar all’aperto ai margini di boschi senza sponde. Gente che ha lottato e non ha fatto prigionieri nell’istante in cui è scesa in battaglia. Guerrieri di una stirpe di purosangue che hanno saputo scuoiare gli scalpi a lettori imbelli e invece segnare coi vessilli araldici tutti quelli che hanno saputo comprendere. Il Golgota letterario come un immenso campo di sterminio, ai miei occhi cisposi. Guerra chiama guerra, per citare quel deforme di Frank Miller.

E, come ci ricorda uno dei padri fondatori della letteratura mondiale, i nostri soldati ne uccisero tanti quanti gliene permise la durata del giorno… chi era costui?

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Louis-Ferdinand Céline

Cosimo Argentina

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La festa del presente

Aprile. Una serata di pioggia A Montecatini Terme, in piena provincia. Pago il conto di una cena di pesce da 40 euro a cranio che non mi posso permettere. Quando ho strisciato il bancomat ho incrociato le dita: speriamo che ci siano ancora. Ha funzionato. Il conto è a zero troppo presto questo mese, ma ho rischiato. La roulette russa di Cimino in versione odierna: il mio bancomat. Mi metto al volante del Saab del mio migliore amico.

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Lo guido io perché due mesi fa gli hanno tolto la patente ed è traumatizzato.

siamo cresciuti in un posto dove il niente è un dogma, proprio per questo lo conosciamo, non ci abbatte.

Partiamo in una notte che dorme nera dal sonno profondo, grassa, grattata solo dai grilli nei fossi, cantando le nostri canzoni da briai con una bottiglia da 13 euro. S’è mangiato il pesce senza i soldi, siamo dei signori. Ah, la vita. Curve morbide, guida gonza. Il Saab terrone è un trattore anni ’90.

Guido fino al Caffè Rencontrè, una bar surreale, sulla statale che porta a Montecatini. È fermo agli anni ’80, ed uno dei pochissimi posti aperti fino a tarda notte. Negli anni ’90 andava forte, adesso è nascosto dietro a una siepe lercia accanto alla cappella dei testimoni di Geova e un ristorante che una volta era il glorioso Ginger e ora è un all u can eat coi camerieri che ballano coreografie del karaoke in coro e cibo fritto indigesto a 15 euro dal primo al dolce. Tuuutto fritto.

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Il Rencontrè è il bar del Frosini, che fa la guardia giudiziaria di giorno al tribunale di Firenze e il barman di notte. Lo chiamano il Cavaliere Nero o lo Sceriffo per il suo abbigliamento. Dice di dormire tre ore e mezzo al giorno, fuma due pacchetti, è sempre vestito da texano, con un gilet di pelle e i baffi ossigenati. Il Rencontrè è un posto di frontiera, un varco per altre dimensioni. Se fosse a Milano questo bar avrebbe la fila di amanti del trash, altro che il 113…Il Frosini col mio amico ormai un po’ ci parla, gli piace. Siamo forse tra i pochissimi trentenni che vengono al locale. Ci fa il Margarita come lo fa lui.

«Ieri s’era mi volevo sparà, s’era in cinque tutta la sera». Ma non c’è lagna nelle sue parole, si sa che le cose a volte vanno così.

Dire alla gente che c’è il motivo di fare una festa anche oggi, in questo anno sfigato, in queste loro povere vite sfigate

A un certo punto il Frosini, verso le 1.30, dopo un po’ che parlavamo con lui nel locale deserto, tra le luci rosse basse e dei quattordicenni così piccoli che non arrivavano neanche al bancone mi fa: la vuoi vedere una roba potente?

Tira fuori il metro e lo apre. Mi dice: 75 anni è il la media della vita di un uomo e porta il centimetro a 75. Te quanti n’hai bimbo? 32, quasi 33. bene metti la mano lì. E metto un dito a 33. Io 59, mi fa. E mette un dito a 59. Ecco guarda, da 33 in poi è la parte che ti manca, invece io ho questo pezzettino. Qualche secondo di silenzio.

Il Frosini mi fa: quando c’hai i pensieri strani, il metro ti aiuta sempre.

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Il silenzio è pieno di una musichetta anni ’80, uno strumentale da chiavata in macchina e il bar sembra un nightclub. È bellissimo, sembra che per un attimo di staccarsi da questa zolla di provincia per galleggiare nel mare nero della notte. Il piazzale fuori dal bar è illuminato da due palle di neon che sembrano una palma di lamiera. A occhio nudo sarebbe brutta, coi suoi neon a led, ma diventa perfetta in questa notte musicata solo dai grilli, in questo posto dimenticato da tutti. La statale è un serpentone vecchio che striscia, sulle sue scaglie vive una fauna di esseri notturni che peregrina in macchina tra un bar e un porchettaro, tra un distributore di sigarette e uno di preservativi. Come nel tragitto delle formiche dall’alto, gli uomini e le donne chiusi nelle loro auto compiono le stesse orbite di tutte le loro sere nelle strade di Montecatini. Nel quadro c’è l mio amico senza patente, ci sono io senza soldi, ci sono gli albanesi, i rumeni, mio zio che è morto troppo presto e ha lasciato troppi debiti e i cugini di Milano che verranno a requisire le stanze del piano di sopra dalla nonna, come gli spetta dalla sentenza.

Poi arriva il giorno e porta su le saracinesche, i pensieri saggi del Frosini se ne vanno con le prime luci e le strade si riempiono di signore anziane che vanno a fare la spesa e senegalesi in bicicletta. Rimane solo un po’ d’amarezza negli occhi di questa gente.

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Ci sono appena stati il 25 aprile e il primo maggio, due giorni grigi di saracinesche abbassate e strade deserte. Ma credo che qui a Montecatini, o in tanti altri buchi di culo dimenticati dal Signore, ci vorrebbe una Festa del Presente. Non l’ha ancora inventata nessuno la festa del presente. Nessuno sa che cazzo è successo il primo maggio di cento anni fa. Ed è importante si, importantissimo, ma una festa del presente lo sarebbe di più. Perché siamo in un momento in cui solo in pochi si possono permettere di vedere la realtà in prospettiva alla storia. La gente è melanconica, i miei amici trentenni rimpiangono già l’adolescenza. Come si fa a rimpiangere l’adolescenza a 30 anni? I 30 anni dovrebbero essere un gran momento no? Ecco perché dire alla gente che c’è il motivo di fare una festa anche oggi, in questo anno sfigato, in queste loro povere vite sfigate. Magari si rendono conto che così sfigate non lo sono. Oppure un giorno di stacco, senza festa, un giorno in cui si sta fermi per un solo motivo: per sentire la vita scorrere. Si prende la gente e la si mette tutta assieme nelle piazze. Nessuno può stare a casa nel giorno del presente. Poi che ne so, gli si fa scavare una buca, si fanno giocare a scacchi o a pallone. Salto della corda, gioco della bandiera, si mandano al mare gli si spenge Instagram a tutti per 24 ore e li lasciamo lì. Tipo durante le dittature che si fanno le giornate di socialità condivisa o robe del genere. Il primo che nomina la rubrica dei cervelli in fuga de Il Fatto Quotidiano lo mandiamo affanculo, il primo che parla di soldi lo mandiamo affanculo e così via.

Il mio mondo, quello che vedo io, è sempre più popolato di bar vuoti, di commercianti che battono la fiacca, di precari. Gente come il Frosini, come il mio amico, come le facce stanche che vedo trascinarsi sui baracci della stradale. Questi bar del cazzo con le macchinette VLT e la televesione sempre accesa che dilagano e diventano tutti uguali così in fretta, i tavolini pieni della polverina dei gratta e vinci, quel rumore del cazzo delle slot machines, le schedine delle scommesse accartocciate a terra. C’è un velo di bruttezza che si insinua nel presente, lo rende grigio, vestito male, disarmante. Quasi non te ne accorgi e i posti diventano una merda. Il Frosini è un eroe, tiene aperto il bar degli anni ’80 per cinque clienti a sera, non ha un locale ha una macchina del tempo. La festa del presente va fatta a lui, per lui e con lui che ogni giorno mantiene la sua dignità. Si mette col cappello di pelle nera a Montecatini, dove i vecchi sono tutti spalmati dello stesso grigio e oziano nei bar a lamentarsi di un passato che era meglio, degli immigrati, delle medicine. Nei bar dove senti la gente ciarlare a cazzo di Salvini, della politica. Tutti sanno tutto ma nessuno sa un cazzo. Parlassero di calcio sarebbe uguale, infatti poi passano al calcio.

La politica non aiuterà mai in questo paese a ritrovare la speranza in qualcosa di concreto. Non c’è salvezza lì, c’è solo la continuazione di una specie. Ma quella specie non è per forza dominante, la potremmo lasciare a vivere per conto suo no? Una bella festa del presente, con invitati tutti gli abitanti di questo presente vuoto, tutti gli esclusi, tutti quelli che non si rendono conto che nessuno ha tolto loro il mondo, ma che forse devono cambiare settore del mondo in cui collocarsi. Non lo so, vai al mare, leggi Steinbeck, fai l’amore con qualcuno tutto il giorno. Come dice Ferretti: in questi tempi dobbiamo costruirci tutti dei grandi ripari contro il cinismo. Io il mio l’ho trovato nel mio barrino di frontiera, ma non voglio essere un viandante. Magari un pellegrino. La festa del presente la deve organizzare ognuno di noi da solo, una volta ogni tanto. Non c’è altro da dire.

Ray Banhoff

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Il Nostro Primo Libro

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Vi vogliamo bene. Andate in tormento. The Society

 

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WNR

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Anton Newcombe

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Inutile che vi sforziate, la stragrande maggioranza di voi non lo conosce. Anton Newcombe è un musicista californiano, fondatore dei The Brian Jonestown Massacre, una band attiva dagli anni 90 (la playlist è in fondo al post), fenomeno di culto per decenni. Pioniere di una nuova psichedelia, miscelatore di suoni del passato riattualizzati nel caos del presente, con la missione di scrivere un pezzo in ogni lingua del mondo, gli occhi sbarrati e lo stupore disegnato in faccia che lo fanno sembrare un bambino, mi ha ospitato nel suo studio a Berlino dove vive da qualche anno. Nonostante sia un punto di riferimento per un’intera generazione di musicisti, Newcombe è più conosciuto per il suo passato turbolento che per la sua musica. Colpa, o merito, di Dig! Il documentario che nel 2004 ha vinto il Sundance in cui la sua vita di eccessi è resa di dominio pubblico. Strisce di coca, scazzottate, litigi, inseguimenti notturni e tutto un campionario di atti degenerativi, lo tratteggiano come un vero pericolo ambulante. Esiste, anzi esisteva, quell’Anton Newcombe ma  poi esiste l’Anton Newcombe che ho intravisto a Berlino. Si tratta di un americanotto sulla cinquantina che dimostra 36 anni al massimo, con il sorriso di un ragazzo sovraeccitato, anzi sovrasensibile. Qualche giorno fa è uscito Musique du film imaginé, ultimo disco a firma della band ma concretamente tutto di Anton, in cui compaiono due voci femminili: la cantante Soko e… Asia Argento. Bene, in questo pezzo non si parla del disco.

Io son cresciuto nella cultura pop, volevo fare qualcosa di oltraggioso, di non commerciale, di pericoloso.

Anton è un musicista prima di tutto. Guru psichedelico, rockstar fuori di testa, l’ho sentito dipingere in tanti modi. A me pare una sorta di cowboy hippie, un curioso, un twitter compulsivo, un Peter Pan a cui piace lo humor nero, uno di quelli che potrebbe parlarti delle scie chimiche come del problema razziale negli USA, uno studioso della musica, un padre premuroso, un tizio che non riesce a stare fermo nemmeno cinque minuti di fila. Sono arrivato il giorno dopo l’attentato a Charlie Hebdo e la sua attenzione era tutta catalizzata li. Anton saliva e scendeva le scale rapsodicamente, tra una news su un attentato e una linea di Hammond da provare al volo. Sbobinando l’intervista mi sono accorto che a volte non ci capivamo, lui parla in slang, io ero esausto. Il suo livello di energia rimaneva sempre altissimo. Riusciva a twittare, alzarsi, farsi il caffè. Telefonare, fumare, parlare di tre cose  diverse e passare da un argomento all’altro. Un tornado. Poi prendeva delle enormi pause, in cui si isolava, twittava, parlava con qualcuno di come allestire il palco. Dopo due ore e mille pause di dialogo ho detto ok, ho tutto quello che mi serve. L’intervista vi parrà assurda e sconnessa e forse lo è, ma anche noi siamo così, anche lui è così.

(alzo la voce perchè lui è alla finestra) La Germania è un bel posto in cui stare giusto? È tranquilla?
Si, la gente sta abbastanza bene economicamente. Non ci sono gli sbattimenti della disoccupazione, i soldi non saranno tantissimi ma ci si arrangia comprando merdaglia cinese e paccottiglia nei mercatini.

Sembri molto interessato alla politica, alla storia, ti informi tanto?
Mah, a volte. Vedi ho una cartina geografica del mondo appesa al muro. Ma mi serve solo come promemoria…

Per ricordarti dove sei? O da dove vieni?
(silenzio) Beh… (silenzio) ogni tanto ci do un occhio… tutto qui. È un mondo pazzo no?

A volte mi fa parecchia paura.
Anche a me… Sai, nel 2010 ho avuto dei tracolli nervosi, sono stato male. E mi sono trovato in mezzo ad altra gente ricoverato, gente i cui sogni erano stati spazzati via.

Hai avuto paura…
No, non era paura era tristezza.

Sei parecchio lontano da casa (indicando il mappamondo)
Io? Si… (silenzio) ma è ok. Io vengo dalla California, un posto di pazzi totali. Sono tutti repubblicani con la bandiera stelle e strisce che sventola in giardino. A Berlino nemmeno i nazi e la Stasi erano così fissati con le bandiere. Qui hanno la Coppa del Mondo di calcio. E sanno che avete fatto il culo a tutti a calcio. Cazzo la bandiera cosa rappresenta? Lo Stato! Lo Stato! In America ti trovi sta bandierona dappertutto, sugli adesivi, sulle macchine, sulla porta del cesso… E dai! Mollatemi. Un giorno ero su una sopraelevata a Los Angeles. E sotto c’era una sorta di manifestazione, tutta piena di bandiere. E un tizio con la fantasia della bandiera sui pantaloni e sulla maglia, sul cappellino, la bandiera in mano… era una bandiera umana e marciava con un’altra tipa uguale a lui e si univano a altri dieci formando un’unica bandierona camminante… e ho pensato: ma che cazzo… ripigliatevi! (ride)

Una bella allegoria
(qui non credo che abbia capito e risponde una cosa sconnessa) Senti è come il successo dei Bush. Il padre era un guerrigliero che girava nel congresso, che è diventato presidente. Aveva un figlio che era governatore e che poi è diventato presidente…

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(rimango sulla politica) Qualcosa è cambiato con Obama?
Io penso che sia stato messo li per distrarre un po’ tutti. Questo tizio è arrivato dal nulla, nessuno lo aveva mai visto… Ecco quello giusto! È pure ottimo per spostare l’attenzione sui problemi razziali… Ecco il nostro uomo! Ecco uno venuto dal niente, senza storia, che distoglie l’attenzione. Quando ho visto quello che stava succedendo ho detto: no basta, devo levare le tende.

Lo sai che per noi voi rappresentate un modello? Che forse il sogno americano è più un complesso di inferiorità nostro, uno stereotipo, a cui ci appendiamo per evadere dalla quotidianità?
Allora guarda… oggi ero su Twitter a vedere gli antichi nomi delle famiglie inglesi più ricche. Sono gli stessi da venti generazioni. Per rimanere ricchi non devono svendere le loro proprietà. Per essere ricco non devi comprarti la roba, devi stare con quello che hai e farlo fruttare. Il Sogno americano…

Il tuo è una specie di esilio culturale?
No è il contrario. Qui la gente mi sembra così a contatto con la realtà della propria esistenza che l’arte l’apprezza ancora di più. Sai in America sono tutti woooooooosh (fa un verso come un’esplosione) tutti persi nel loro ego trip. Cammini in strada tra milioni di persone e nessuno entra in contatto con l’altro. Nelle piccole città c’è tanta violenza, la gente è stressata…

Aspetta ma tu sei ancora nella fase in cui pensi che sei eterno e vivrai per sempre?

Ho letto tante interviste tue in cui dicevi che al tuo arrivo a Berlino non hai voluto imparare il tedesco, che ti sentivi protetto a non conoscere la lingua. Che volevi essere un fantasma. Ora l’hai imparata?
(ride) No. È figo eh… però è un casino quando ti trovi un conto da pagare nella cassetta della posta. Capisci solo la cifra: 800 euro e ti chiedi oh cazzo ma da dove vengono? Ahahaah. No, un po’ lo devo imparare per mio figlio, che è piccolo. La cosa figa del tedesco è come suona. E che puoi parlarlo con degli accenti buffi.

Sei parecchio interessato al linguaggio. Avevi l’obiettivo di registrare una canzone in ogni lingua del mondo… come mai questo pallino?
Si. I veri artisti cercano di comunicare non tanto per se stessi, ma per il futuro, per i posteri. Messaggi che arrivino ovunque, la musica è un linguaggio universale. Tuttavia comunque odio quei cazzoni che ti dicono: ciao siamo una band siciliana e cantiamo in inglese. Dovete cantare prima in italiano.

Tu l’Italia la conosci eh?
Solo il nord.

Mi hai parlato di una collaborazione con Asia Argento. Non sapevo che fosse una musicista.
Sì. Nemmeno io. Credo che Asia possa essere ogni cosa che vuole essere. Fece un remix con Tim Burgess dei Charlatans e mi piacque tanto. Così dissi: facciamo qualcosa assieme. E lei disse: ok! Fu assurdo. Venne qui nel mio studio e pareva non riuscisse a cantare. E proprio quando stava per andare all’aeroporto per tornare a casa mi disse: aspetta, facciamone un altra. E sbam! Venne fuori benissimo. Sono davvero felice di aver suonato con lei. È fantastica, la adoro.

Stai facendo un album in francese con lei vero?
Con lei e Soko. Su un film che non esiste, un film degli anni 40.

È arrapante essere una rockstar, deve darti molto alla testa. Come ti sei difeso da questo?

Sai nella mia vita essere una rockstar ha distrutto ogni tipo di relazione che ho provato ad avere. Con le donne… sai… troppa roba. Ami la musica più di me! Devi trovarti un lavoro serio! Che futuro abbiamo? Tutte queste stronzate mi hanno distrutto. Io ho anche un figlio più grande e sua madre me la ricordo che mi rimproverava: come gli pagheremo il college? E io pensavo: sei incinta solo da sei mesi, credo che un modo lo troveremo. Ma non era una risposta che la soddisfaceva. Non era quello che voleva sentirsi dire.

Ah quindi ne hai due di figli
Due. Wolfgang che è piccolissimo ed Herman che ha 12 anni.

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Sai la tua musica me l’hanno fatta sentire dei miei amici più grandi anni fa. Non sapevo niente di te, della tua storia. Poi ho visto DIG! e… mi sono un po’ cagato sotto. Era così selvaggio, ne uscivi così cattivo. Mi piaceva quell’idea di r’n’r ma ne uscivi distrutto.
Sai non parlo molto del film. Ondi Timoner ci ha dipinti come un vero casino ambulante e si lo eravamo, ma non è che il livello di tensione era sempre così alto. Era più una lotta impari con l’esterno. Il film mostra solo le reazioni esagerate che avevamo ma mai i motivi che le scatenavano. Non va a fondo. Io non mi son sentito troppo rappresentato e mi son espresso contro. Combatti il fuoco col fuoco no? Sai. La musica che facevamo era grandiosa e c’era un solo modo per non farci spolpare dalle multinazionali che volevano dei manichini: quel modo era essere pericolosi. Essere dei veri figli di puttana. Così tutti ci avrebbero pensato due volte prima di venire a speculare su di noi. Adoro pensare ai Brian Jonestown Massacre come un frutto esotico: spinoso e aspro fuori ma che quando lo apri è dooooolce, amico mio. Ed è la musica che rimarrà, la musica che mi sopravviverà. Il resto sarà solo rumore. Ma c’è un’etichetta invisibile sulla mia testa che dice: fattone, tossico, pericoloso! Achtung!

Posso parlarti di armonia perché la conosco, sono un musicista, ho studiato, posso suonare anche il mio culo.

Ma tutti sanno che è una vecchia storia, no? Che lo hai superato
No, non conta niente amico. Proprio niente. Io ho scritto della moglie con una gamba sola di Paul McCartney…

Eh?
Non sai la storia?

No…
Allora… Paul aveva una moglie modella, che picchiava e maltrattava. La moglie perse la gamba in un incidente nel 1993 e anche all’epoca lui la costringeva a cucinare due pasti a sera, uno per lui e uno per la bambina.  E io ho scritto una canzone che si chiama Bring me the head of Paul McCartney On Heather Mills Wooden Peg (Bombs on the White House) ed è stato come se avessi bombardato davvero la Casa Bianca. Nessuno poteva dire quelle cose. La canzone non parla manco di quello volevo solo lasciarla nella libreria di iTunes per i posteri che si sarebbero chiesti: ma di che cazzo parla sto matto? (ride)

Avevi paura di trasformare The Brian Jonestown Massacre una band da stadio? Di venderti?
No, no, no. Non è questo. Sai le etichette ci facevano la corte. Arrivavano i produttori e mi dicevano: oh Dio siete grandi, faremo di voi i prossimi Nirvana. E io rispondevo: No! Cazzo quel tizio è morto per il successo, per quel tipo di successo. Non è quello che cercavo. Io volevo fare dei dischi stupendi… ti faccio vedere una cosa… (prende l’iPhone, apre internet e digita il nome della sua band su Google, appaiono alcune foto, abbastanza brutte, qualche volta il logo o immagini del film) vedi, per una band che è attiva dagli anni 90, che ha fatto dischi, concerti… non ci sono tante foto promozionali. Se cerchi i Dandy Warhols scoppia Google Image, sembrano dei modelli. Noi non siamo mai stati interessati a farci fotografare. Cazzo gli Warhols sono una roba che manco i Beatles, si saranno fatti fare uno shooting al giorno. Io sono sempre stato interessato alla musica. Impararla e insegnarla. Io la musica la conosco. Posso parlarti di armonia perché la conosco, sono un musicista, ho studiato, posso suonare anche il mio culo. Quando suono, io le vedo le note. Che sia un piano o qualsiasi cosa… io mi diverto. Mi tiene la mente fresca. Io lo faccio per questo, non cerco altro…

Ti interessa la spiritualità? Ti influenza?
Sono nato nel 1967 e i dischi di mia mamma erano zuppi di quella roba. Sono cresciuto tra suonini psichedelici, garage rock e funky. Ma non me ne è mai fregato un cazzo delle magliette a fiorellini . Mica sono Eric Clapton! Mi intrippavano i suoni. E mi piace il modo in cui la psichedelia ha mandato tutto a puttane, ha portato un’eruzione vulcanica nella musica a livello di armonia. Parlo proprio di melodie, di accordi, di tonalità.

Dove eri l’11 settembre 2001?
Los Angeles. Appena sveglio accesi il computer e mi collegai e sbam! Pensai… oh caaaaaazzo. Così uscii di casa. Poi arrivai al supermercato e sembravano tutti morti.

Non avevi paura?
Guarda, appena successo il fattaccio, già nelle settimane dopo si sparse una voce: New York è aperta al business, non abbiate paura, venite gente! Venite! Così presi un aereo e mi trasferii.

Tu che hai figli come ti immagini il loro futuro in questo mondo?
(silenzio decisamente lungo in cui respira affannosamente e fuma) Credo che la gente sarà triste. Di base. Non possiamo proprio farci niente, non andrà migliorando.

Ti ho sentito parlare di Berlusconi , Tartaglia e la P2, come fai a conoscere ste cose?
Sono affascinato dalle società segrete. Come internet ai suoi albori. Ci furono due correnti di pensiero. La prima: un sacco di porno gratis. La seconda: oh ok, possiamo acculturarci! Ecco io sono in quell’insieme di stramboidi lì, il secondo. Sul finire degli anni 90 trovavi informazioni del governo, robe secretate… io impazzivo, avrei voluto stampare tutto e farci un bel libro di tutte le cose assurde che conoscevano.

Anton newcombe by Ray banhoff

Senti sul nostro sito parliamo di scrittori, ho letto che tu hai definito Huxley uno schiavo del sistema non un rivoluzionario.
Ok, in Inghilterra negli anni 30… c’era lo spettro del controllo sociale. 1984 di Orwell parlava della psico polizia e spiegava che nel futuro saremo stati controllati tramite lavaggio del cervello sociale e uso massiccio di droghe. Huxley cosa era? Era un dottore, un saggista… c’è un motivo per cui 1984 lo insegnano in tutte le scuole, perché è ancora rivoluzionario. È stato scritto in un momento in cui scriverlo era difficile, nasceva lo stato di polizia, il fascismo, si manifestava il Matrix.

Quando hai pubblicato Who killed Sgt Peppers? parlavi molto della crocifissione e c’era il volto di Cristo in copertina.
Pensavo fosse figo mischiare il concetto di Sgt Peppers con Gesù, come fosse una metafora degli anni 60. Chi ha ucciso gli anni 60? Chi ha ucciso il figlio di Dio? Sgt Peppers rimarrà per sempre è un disco eterno. Sgt. Pepper rimarrà per sempre come Cristo. (qui divaga un po’) Io amo Dio, guardati attorno… tutto è così vicino a Dio. Però nel cattolicesimo tu hai il prete che ti insegna a parlare alla Vergine Maria o a suo figlio. Trovo bello il rituale, ma non le catene che ti impone.
Se Dio ha creato il diavolo allora ci può scendere a patti.
Se non ho capito male il messaggio centrale di Cristo al mondo è la compassione, non la distruzione, quindi c’è amore in ogni cosa no?
Sto provando a capirci qualcosa ma non mi interessa la religione. Voglio solo essere felice. Nel senso ampio del termine.

È la musica che rimarrà, la musica che mi sopravviverà. Il resto sarà solo rumore.

Hai mai rischiato di morire?
Un sacco di volte…

Che tipo di esperienza è stato?
Che intendi? Aspetta ma tu sei ancora nella fase in cui pensi che sei eterno e vivrai per sempre? Vivete la vostra vita santoddio. Magari non andrà tutto come vorrete, magari non avrete il lavoro dei sogni, ma provateci. Cosa possiamo farci? Nulla!

Hai definito Keith Richard a guilty guy perché sostieni che non è stato lui a scrivere  Satisfiction…
ahahah. Non mi ricordo dove l’ho letto, ma so che fu Brian Jonson a scriverla

Sei proprio intrippato con Brian Jonson
Non tanto come tu credi sai… Lui era un purista, un fissato del blues reale e sapeva portare i suoni al limite. Non credo di essere così.
Ti ricordi i sogni al risveglio?
Si. L’ultimo ero in Islanda ed era estate ero cresciuto su un lago e c’erano tutti i negozi aperti. Io volavo, perché nei sogni volo, ed era tutto strambo. Rischiavo di precipitare… oddio era stamani

Cosa ti lascerai dietro?
Non lo so, a volte penso che morirò e lo stesso istante moriranno tutti. Altre volte spero solo che i miei figli siano felici.

Mi fa vedere tutti i suoi disegnini al muro, i fotomontaggi, mi dice che li fa con photoshop. Ha un altarino con un teschio, me lo mostra, gli chiedo se è vero e lui mi dice certo che è vero. Rimango terrorizzato. Toccalo, con rispetto ma toccalo. Gli chiedo dove l’ha trovato ma non me lo dice. Mi continua solo a dire bellissimo vero? Con questa campana invece faccio meditazione. La suona e intona un mantra assurdo, la faccia gli cambia mi fa quasi paura.

Ormai è una pallina da flipper che vaga per la stanza. Io sono esausto. Fa freddo, è buio, chiudo con una domanda che avrei anche potuto risparmiarmi.

Sei nato sul mare… come fai a vivere a Berlino al freddo tra ‘sti palazzoni?
Boh… mi piace

Usciamo assieme dallo studio e andiamo verso la metro. Prima lo accompagno a fare bancomat e mi spiega che lui non vuole assolutamente sapere quanto ha sul conto. Va e preleva. Ma non vuole mai vedere quanto c’è sopra. Poi saliamo in metro e dopo un paio di fermate schizza fuori. Prima mi aveva dato un bell’abbraccione. Che le facciamo a fare le interviste? Io sono venuto qui solo per conoscerlo. Ogni volta che incontro una rock star vera ho lo stesso amaro in bocca. Io non avrei mai le palle di essere così fuori come loro.

E adesso ascoltatevi 15 pezzoni selezionati da noi dei BJM!

Ray Banhoff

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