Archivi del mese: marzo 2015

I luoghi di Bianciardi

Per me, fino a sabato scorso, il civico 3 di via Solferino era soltanto il palazzo che conteneva i ventidue metri quadrati in cui riscaldare le mie zuppe precotte e battere i tasti incrostati di miele di un Asus X55C, nella costante semioscurità di un primo piano affacciato sull’angusto cortile interno. Era soltanto casa mia, da qualche anno. Tutt’al più era l’edificio di cui avevo letto, durante un weekend romano del dicembre 2012, che era andato a fuoco. Al mio ritorno a Milano avevo scoperto che il disastro aveva interessato solo la scala E, la squisitamente inutile scala E, dal cui quarto piano fiammeggiante si era buttato un ultraottuagenario musicista in pensione, morendo. Per un inquilino della Scala D, quale io sono tutt’ora, la conseguenza più rilevante era stata quindi il proliferare di muratori che ritornavano nella corte dal Beverìn – all’incrocio di via Pontaccio – col panino al prosciutto sotto l’ascella, e di gru e di martelli pneumatici impegnati nella ristrutturazione della pleonastica scala E. Ecco l’intera gamma di rappresentazioni con la quale avevo movimentato la mia idea di via Solferino, 3, fino alla settimana scorsa.

Sabato mattina Gian Paolo Serino mi ha detto che in quello stesso palazzo ci era vissuto Luciano Bianciardi. Ora, potrei spacciarmi per un antico ammiratore dello scrittore toscano, ma così facendo tradirei il poco che ho imparato quella mattina. Il poco che ho imparato dalla letteratura. Di Bianciardi sapevo il nome, l’occupazione principale, il capolavoro, La vita agra, avendone letto per di più solamente qualche passo.

Al bar Jamaica Bianciardi ci prese la sua ultima sbronza. Anch’io qui ne ho prese parecchie ma molto più faticose: 8 euro una birra, 12 un cocktail

Con Serino e gli altri partecipanti ci siamo trovati alle 10 davanti al bar Jamaica – il caffè delle Antille de La vita agra – in via Brera, a cinquanta metri da Solferino 3. Era il punto di partenza per la presentazione peripatetica del libro Il precario esistenziale (Clichy), che il critico ha dedicato a Bianciardi. Lo scrittore frequentava il bar Jamaica insieme a tanti altri intellettuali e artisti degli anni 50 e 60, quando Brera era un quartiere popolare. Qui, come ci ha spiegato Serino, Bianciardi ci veniva per riscaldarsi, visto che il suo appartamento era freddo, e per sbronzarsi. Qui, nel 1971, lo scrittore, alcolizzato, ci prese la sua ultima sbronza: uscì dal bar, entrò in coma etilico, fu ricoverato al San Carlo e, dopo diciannove giorni di agonia, morì. Qui, anche io ci ho preso parecchie sbronze, molto più faticose di quelle di Bianciardi: 8 euro una birra, 12 un cocktail. Qui ho cercato di accattivarmi con “grazie mille” e “gentilissima” la simpatia delle due attuali proprietarie – o gestrici, chi lo sa – senza successo; qui ho raccontato alla ragazza di turno che sì, le proprietarie mi rispondevano a mugugni, che sì, mi guardavano come una carogna di ratto appoggiata sul bancone tra le ciotole di popcorn, ma, insomma, era proprio la loro antipatia a renderle simpatiche e…“hai visto la foto di Quasimodo alla parete?”

Fuori dal bar, Serino ci ha indicato l’edificio del Corriere, al 28 di Solferino: Indro Montanelli, dopo l’uscita de La vita agra, propose a Bianciardi di lavorare nel quotidiano per 300.000 lire al mese, un’ottima cifra specialmente per chi, come Bianciardi, pur in pieno boom economico, nella liretta non ci sguazzava affatto. Bianciardi rifiutò. Dal canto mio, di fronte a quello stesso edificio, qualche anno fa, riuscii a ottenere piratescamente un appuntamento con Beppe Severgnini (che di Montanelli ha fama di essere stato uno dei delfini). Uscii dal mio ripostiglio, attraversai la strada, ed eccolo lì, l’odontoceto: ghignante, latteo, mascelluto. Mi chiese di inviargli qualche articolo. Fino a quel giorno avevo intervistato un produttore di brugole del pavesotto per una rivista, realizzato un’inchiesta sulla riscoperta del gusto-pistacchio nei coni gelato per un’altra, scritto un reportage su una fiera di numismatica per un’altra ancora. Rispose: “Giudiziosi e professionali, ma non indimenticabili. La nostra è una professione che condanna all’eccellenza: può suonare antipatico, ma è così.”

Bianciardi

La passeggiata letteraria per il Biancia in zona Brera: Serino guida la ciurma

Sabato, abbiamo seguito Serino in via Fiori Chiari. Giù in fondo, al tempo di Bianciardi, si trovava la latteria delle “pie sorelle” Pirovini, tra due bordelli. «A parte il vantaggio del conto aperto”, dice Bianciardi, “si mangiava alla carta pagando il consumo al netto, senza coperto, servizio e tutte le altre bricicche che di solito mettono i ristoranti per fare salire il totale». Giusto la sera precedente alla camminata d’autore con Serino ho sentito il bisogno di fermarmi dalla cartomante, un tricorno rosso in testa, che esercita a pochi metri da dove decenni fa sorgeva la latteria. «Tu c’avrai la donna di servizio» m’aveva garantito ribaltando un tarocco: sapevo che sarebbe stata una pessima strategia di marketing predire catastrofi al coglione che sborsava 10 euro. «La sai la barzelletta del padre che picchia il figlio?» aveva continuato. «Perché lo picchia?». «Perché è un ambizioso». «È così grave?». «Sì. Voleva scoreggiare come suo padre e s’è cacato sotto».

Bianciardi ha lavorato alla Feltrinelli, come me: 37 euro netti per la lettura di una bozza. Però lì ho incontrato Saviano senza scorta. Stavo per tirargli una testata, così, senza apparente motivo

Abbiamo passeggiato per via Brera, che Bianciardi chiamava via Braida, poi per via Verdi. Abbiamo svoltato a sinistra, in via Andegari,  fino al portone della sede di Feltrinelli. Lo scrittore grossetano, nel 1954, si trasferì nel capoluogo lombardo per lavorare come redattore proprio nella neonata casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli. A cui Luciano, tra le altre cose, rubò un cappotto. Già alla fine del 1957, leggo in Il precario esistenziale, «per le sue difficoltà ad adattarsi agli orari e allo stile di un lavoro che considera troppo burocratizzato, viene licenziato dall’editore milanese, con cui continua però a collaborare come traduttore». E, subito sotto: «Sono anni difficili, di isolamento e precarie condizioni economiche». Serino, sabato mattina, ha suonato a un campanello della Feltrinelli, il 20, così, senza apparente motivo, ma nessuno ha aperto. Eppure io, dentro a quell’edificio, ci sono entrato tante volte. Per ritirare i dattiloscritti pervenuti alla casa editrice e ipotizzarne l’eventuale così detta pubblicabilità: 37 euro netti a lettura. L’emozione più grande, lì dentro, l’ho provata quando, sulle scale, ho incrociato il Divo Saviano, senza scorta. Pensai allora che, agendo da vigliacco, per primo, avrei potuto stenderlo con facilità, quasi certamente sarei partito da una testata. Così, senza apparente motivo, ma non lo feci.

Pochi passi ancora, fino alla libreria Feltrinelli di via Manzoni, dove Alessandro Beretta del Corriere e Simone Mosca di Repubblica hanno presentato il libro di Serino, che lo stesso critico non definisce saggio critico. «Piuttosto, un invito alla lettura. Perché tutt’oggi Bianciardi è un autore più commentato che letto». In Il precario esistenziale Serino scrive: «Certo le sue lotte … le pagò sino all’ultimo. Con la sua vita agra di un anarchico che non cedette mai a nessun compromesso. Le pagò sino alla fine. Fino all’ultimo giorno di un’esistenza spesa a cercare di far comprendere come la cultura sia entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo».

A casa ci sono tornato a testa bassa, di buon passo, stringendo i pugni, felice.

Enrico Dal Buono

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L’autobiografia di Rocco Siffredi

QUESTA È UNA CONVERSAZIONE TRA ME E MORENO PISTO CHE ANDREBBE MESSA NEL SOTTOCAPITOLO PIS-BANH. QUANDO PARLO ALL’ALTRO, L’ALTRO È LUI

PS: TUUUUTTO SCRITTO CON IPHONE QUINDI SGRAMMATICATO E IMBORDELLATO. FATEVENE UNA RAGIONE

PREAMBOLO: Rocco, oppure la minchia di Rocco, sono un argomento su cui tutti ci siamo interrogati. Un mio caro amico mi ha detto “Il mio mito. MI HA INSEGNATO TUTTO” e mi ha lasciato di stucco.

Rocco è diventato Rocco perché è sempre stato Rocco. A undici o dodici anni gli viene la cistite cronica all’uretra. Troppe seghe.

Io non mi ci sono mai potuto rispecchiare, ovviamente. Avete mai visto un filmino (usiamo la parola giusta al posto di video che è una merda) di Rocco? Nei filmini di Rocco domina il grande duo: Rocco e la sua mazza, sono abbastanza tremendi. Comunque lui ha scritto un libro, ormai fuori stampa, che mi sono letto E CHE MERITA DI ESSERE LETTO, sulla sua vita…

Foto prese gentilmente dal libro

 

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PARTE FILOLOGICA: Il libro nell’insieme scorre veloce ed entusiasma ma purtroppo in alcuni punti è un po’ deludente, sotto al personaggio. Non so se l’ha scritto lui (è plausibile) o se l’ha dettato a qualcuno, ma credo che qualche editor ci abbia lavorato di pennarello nero.Troppi pochi nomi, pochi sputtanamenti, eccessi di cautela. Da Rocco Siffredi ti aspetti tutto tranne che il freno a mano tirato, ma sicuramente è una lettura più interessante di qualsiasi Premio Strega degli ultimi dieci anni (non importa leggere un premio strega per poter dire che è un libro di merda). E lo è anche per il linguaggio basico in cui è scritto. Non so spiegarlo ma alla fine è come se l’autore avesse avuto un sacchetto con 300 parole e avesse usato sempre quelle. La parola in opere del genere è solo accessoria alla descrizione, non c’è mai un aggettivo ricercato, una metafora, un’immagine. È tutto fatti. È una tabulazione di stati d’animo percorsi dal protagonista in tutta la vita. Ma ribadisco: a me piace questa cosa. Perchè tra le pagine trovi dei tesori come il rimedio di Rocco alla stanchezza sessuale: un beverone quotidiano con 1 litro di latte, 3 banane, vitamine in polvere, 5 uova. Ecco già così hai fatto una lettura utile. No?

BREVE BIO ANNI GIOVANILI: Rocco è diventato Rocco perché è sempre stato Rocco. A undici o dodici anni gli viene la cistite cronica all’uretra. Troppe seghe. nasce in un paesino d’Abruzzo. Sua nonna aveva più di 20 figli. È l’ennesimo di non so quanti fratelli. Da adolescente faceva il bagnino d’estate, era un casino perché gli veniva subito duro appena vedeva una in costume. Doveva segarsi in una cabina oppure buttarsi in acqua. a vent’anni la botta di fortuna: va a lavorare dal fratello a Parigi. Tramite una quarantenne entra nel giro dei locali giusti e si esibisce in diverse orge. Bum bum bang bang, è davvero lo stallone italiano. È figo e muscoloso e quando domina fa l’amore. Lo nota un famoso attore porno francese, che era il suo mito di infanzia. Il giorno dopo è sul set per un provino e tranne qualche raro episodio ci resta tutta la vita.

La madre lo sorprende a farsi una sega a undici anni e da li è tutto in discesa. “Ma glielo metti in culo davvero a quelle li? Disgraziato!” risposta “eh mamma che vuoi che faccia” e giù botte.

NOTA INTELLETTUALE: Bellissime le pagine di riflessione sul porno francese in antitesi a quello americano negli anni 80. Nel francese l’attore non necessita della presenza della donna per avere un’erezione. Non la guarda, non la tocca, l’attore si prepara alla scena masturbandosi da solo in disparte. In America la donna è ferocemente protagonista, dice parole sconce e domina. Rocco non ha bisogno di tanta preparazione perché a lui basta vedere una tipa nuda che già viene duro. Guarda i francesi come si guarderebbero degli alieni. farsi una sega in disparte di fronte a una donna nuda? Bleaah. Per capirci.. Il suo rimedio alle ore sfiancanti di set se perdi l’erezione? “Non pillole o cagate del genere. Io amo il vecchio rimedio: un bel culo a novanta gradi tutto da leccare”.
Rocco ha ammaliato e conquistato il mondo americano, difficilissimo e ostico, chiuso e vendicativo, perché faceva sesso a modo suo. Ama ogni donna, ma più di tutto ama scoparsela.

NOTA: Altra cosa interessante: Rocco crede nel malocchio, nella magia nera, nelle maledizioni. Si evince da passaggi subliminali e autobiografici che ogni tanto vengono fuori.
NOTA: le malelingue diffondo nell’ambiente la voce che lui ha l’AIDS per non farlo lavorare.
NOTA PSICANALITICA: Bellissimo il rapporto con la madre e il padre. La madre lo sorprende a farsi una sega a undici anni e da li è tutto in discesa. “Ma glielo metti in culo davvero a quelle li? Disgraziato!” risposta “eh mamma che vuoi che faccia” e giù botte. Ma sono botte d’affetto. Qui Rocco vince il complesso edipico e metaforicamente spurga i suoi sensi di colpa in un amplesso al contrario. Le botte della madre sono metafora di contatto. Non c’è incesto ma il soggetto si emancipa dal senso di colpa grazie alla benedizione materna. Muore la madre e Rocco muore dentro. La amava tantissimo e le pagine che ne raccontano la perdita sono davvero nere. Stupenda la seconda vita del padre vedovo. Diventa arzillo, Rocco se lo porta a giro. Gli prova a pagare una puttana in Romania (questo si che è affrontare la figura autoritaria del genitore, questo si che è entrare a piedi pari nel mondo adulto). Il padre ringalluzzito si trova a dire in paese “eh sai io sono il padre di Rocco Siffredi…” e si fa le vedove. Cioè cose così, di livello.

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NOTA PERSONALE: Paura vera nelle pagine che riguardano gli incidnmenti di percorso. Ne ripercorro alcune immagini di fretta perchè mi si accappona la pelle: I punti sul glande dovuti al morso durante una fellatio di una pazzoide americana strafatta, il pisello fasciato in un asciugamano macchiato di sangue, le conseguenze disastrose di una circoncisione fatta male con tanto di trapianto di pelle di cazzo di morto, lui che prende il sole nudo sugli scogli per far cicatrizzare una ferita al cazzo e peggiora le cose, una scena girata sul set di Apocalipse Now con uno sciame di zanzare che punge il Nostro anche sulla minchia e lui che continua a girare con ferite come crateri. Un eroe.
Alla fine fa un calcolo. Cinque orgasmi al giorno sul set per 20 giorni al mese per 25 anni. Il risultato sono problemi di prostata. Tu immagina la quantità…
NOTA STORICA: quando parla di mondo del porno, Rocco lo chiama “mondo dell’hard”.
NOTA PRIVATA TRA ME E TE: mi sta simpatico. non è mai fuori dalle righe, non dice mai stronzate, non si bea mai. è onesto. è molto più figo del personaggio che i media hanno dipinto di lui. mi piacerebbe tanto andarlo a trovare in Romania. Così, un aperitivo. Uno davvero in gamba. Con Giordano invece vorresti mai averci a che fare? O con Piperno? ihhhhhhhhh…

APPUNTO: Nei film l’attrice c’è, ma è totalmente domata dalla coppia di bastoni. Rocco Tromba per trombare. Gode per godere. È nietschiano e palesemente dionisiaco. Nei suoi film la prima scena dopo un minimo di oral (che serve a lui per andare su di giri), di solito è l’anal. Rocco non passa neanche dal via, ma la donna non è mai la parte lesa in questo circuito. È come se il potere persuasivo di Rocco sublimasse nella donna il voler raggiungere il piacere, trasformandolo in un voler dare il piacere. Per farvi un’idea cercate il provino di Valentina Nappi per Rocco’s Pov (“Che fai? Non ci credo? Te lo metti in culo? Così, da sola, subito? Ragazzi se lo mette nel culo… incredibile” sussurrato languido da lui che tiene la telecamera). Appunti di riflessione per future analisi: è un omaggio agli dei? Un voto femminile di sottomissione? È una stronzata?

Ray Banhoff

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Considerazioni di uno Sconfitto/4

VIRGINIA

Mia figlia ha cominciato a parlare meglio. L’altra sera mi ha pure detto mi manchi. Seduta sul water, uno dei pochi momenti in cui è possibile avere l’attenzione dei bambini, indicandomi ha balbettato una cosa tipo: ma-mi.
Poteva significare qualsiasi cosa ma l’ha detto in un modo che ho capito, e l’ho capito perché è mia figlia e perché glielo ripeto sempre io. Manchi? Le ho chiesto
E lei: sì
E io: io?
E lei: sì
Amore, le ho detto, anche a me mi manchi.

Viviamo a 300 chilometri e migliaia di parole di distanza. Ma lei striscia un sacco, come le lucertole, come i serpenti, come i Marines, un esercizio che chissà come mai stimola il linguaggio, striscia circa 200 metri al giorno. Le ripeto: più strisci più parli, più parli meno strisci. Lei fa sì con la testa. Capisce? Mi piace pensare di sì.

Vederla o farla strisciare le prime volte era dura. Lei non voleva, è faticoso, ma alcune cose le devi fare, non hai molta scelta. Devi. Sei scettico e credi che non serva a niente? Se non provi hai già perso. Provarci vale la pena anche solo per la speranza.

Ho strisciato pure io, per capire cosa si prova. Strisciando conquisti metro dopo metro un traguardo che imponi a te stesso. La disciplina ultimamente mi è alleata.

Ho sempre invidiato chi si mette lì e scrive, si mette lì e produce 30 righe in dieci minuti. Per me, cazzo, è una sofferenza. Odio farlo, ma a un certo punto scrivere per me diventa come un bisogno primario. Consumo tempo e sigarette, tasti e polmoni ma o scrivo o non riesco ad andare avanti. Come pisciare: la trattieni la trattieni la trattieni ma poi da qualche parte la devi fare.

Mi manca. Mi manca la sua voce. Mi manca sapere quali sono le sue esigenze, le sfumature, ché sono le sottigliezze di un ragionamento a interessarmi

Io cerco di lavorare sulle parole, le misuro, le soppeso, le giudico, le scelgo, le critico mentre lei  ogni parola la suda. Si ferma, si concentra, si sforza e poi la sputa balbettando. Intenzionalità comunicativa, si chiama. Uno scherzo, penso spesso. Una beffa. Virginia mi ricorda costantemente che le parole si conquistano. Una dopo l’altra. Come i metri quando strisci.

Anni fa avevo l’idea di fare un documentario su di lei. Il mio amico Pablo mi propose di mettere la sua voce in sottofondo, dando forma a dei pensieri che avrebbe potuto dire lei. Io ci ho pensato un po’ poi ho detto no, ché io non sono nessuno per darle una voce, per attribuirle una frase, un’espressione, le parole sono solo sue, non avrei mai potuto immaginare quale concetto avrebbe potuto esprimere o quale domanda avrebbe potuto fare in una determinata situazione.

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Mi manca. Mi manca la sua voce. Mi manca sapere quali sono le sue esigenze. Si fa capire, certo. Ma sono le sfumature che mi mancano, sono le sottigliezze di un ragionamento che mi interessano. Quando è nata io e Ginevra ci dicevamo che avremmo barattato un nostro braccio o una gamba per sentirci dire che la diagnosi era sbagliata, niente sindrome niente cromosoma difettoso niente difficoltà motorie o di linguaggio, tutto normale. Dopo otto anni continuo a dubitare dei genitori  che dicono: mio figlio disabile è stato un dono. È un modo (legittimo) per raccontarsela e sopportare. Di quel dono ne avrei fatto a meno volentieri e quel braccio lo darei pure adesso. E Virginia la amo ma non so quanto, non ancora.

E mi sento in colpa. La notte quando non la penso. Quando con lei non riesco ad avere quella confidenza che vorrei avere. Quando penso che se non fosse arrivato Orlando, che se non fosse stato per la tenacia di Ginevra probabilmente sarei scappato.

Le paure, le insicurezze, i dubbi restano, sono sempre lì e vengono fuori quando vogliono loro, pure se li hai rimossi. Il fatto non è cancellarli. Il fatto è superarli, ogni volta. Ogni paura è una battaglia.

Non ricordo chi l’ha detto, ma ha detto così: «Non ci libereremo mai delle catene che abbiamo spezzato».

In fondo alle inquietudini c’è sempre un motivo. Bisogna guardarci dentro. E ammetterle. E parlarne. E provare ad andare oltre, anche se non le abbandonerai mai.

@moreneria

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Obama e il ganzo journalism

Tre indizi fanno una prova. A dire il vero ne bastava uno ma tanto meglio.

Eccoli:

1. Un mese fa Obama ha rilasciato un’intervista video a Vox. Spettacolare da molti punti di vista. Fate prima voi a vederla (anche pochi secondi) che io a spiegarla, ma per i più pigri il carattere di novità consiste in questo: mentre Obama parlava e gesticolava si aprivano delle finestre con testi o grafici ad accompagnare la visione e l’ascolto. Una figata unica. Non a caso quell’intervista da molti analisti è stata vista come un punto di svolta. Analisti quasi tutti stranieri, va da sé. Commenti in Italia di questa cosa? Pochissimi. A memoria me ne ricordo uno solo, di Marco Bardazzi, ex responsabile digitale de La Stampa e ora capo della comunicazione Eni, ma magari altri me ne sono sfuggiti.

2. Poco dopo è uscita un’altra intervista di Obama, stavolta a Buzzfeed. Obama nel trailer dell’intervista appare con uno di quei cosi che vendono i cingalesi in corso Como per farsi i selfie più belli, fa facce strane, le fa pure davanti allo specchio. Altro punto di svolta. Nessun politico (tantomeno un Presidente, il Presidente) si era mai spinto a fare una cosa del genere. Commenti? Pochi, tutti sul web. I quotidiani ne hanno parlato, hanno approfondito? Zero.

3. Ieri Vice ha annunciato: domani intervisteremo Obama. Ma non si è limitato a questo, ha fatto di più: ha spiegato dove lo avrebbe incontrato, cosa avrebbero fatto insieme e con che tempi. Infine ha lanciato un hashtag, #vicemeetsobama, chiedendo al proprio pubblico di inviare spunti domande riflessioni. Il pezzo si conclude così: l’unione fa la forza.

Ora. È un caso che Obama abbia deciso di mettersi a disposizione così tanto per tre siti web? Stiamo parlando del presidente degli Stati Fucking Uniti d’America, quindi della persona più impegnata sulla faccia della terra. Oltretutto, per ovvie ragioni, quando Obama fa una cosa sa perfettamente perché la fa e come la deve fare. Niente scherzi, nessuna improvvisazione. È tutto concordato al dettaglio. Ergo: Obama, nel caso di Vox, sapeva che durante le sue risposte si sarebbero aperti dei pop up con delle info, così come nel caso di Buzzfeed sapeva già che prima o dopo l’intervista istituzionale avrebbe dovuto recitare come un attore, e idem nell’ultimo caso ha dato il suo assenso affinché Vice spiattellasse con un giorno di anticipo i suoi programmi e la notizia dell’intervista. Tutto questo cosa ci dice?

Altre tre cose:

1. Obama ha scelto di puntare pesantemente – attenzione! – non sul digitale, non sui social (come ha già fatto in passato) ma sull’informazione digitale, sui media che vivono soltanto online. E non sull’informazione digitale sui generis ma la più innovativa, la più sperimentale, la più figa. In America Vox, Buzzfeed e Vice fanno numeri esagerati, ma non è solo questo il punto, c’è anche un discorso di target (diversi tra loro), di linguaggio, di freschezza. Obama si dimostra avanti anni luce. Renzi tu che fai, ce la dai a noi un’intervista che rispetti questi canoni?

2. Vice, poi, si allarga: ce ne sono già stati di esempi di giornalismo partecipativo, ma di certo non con un Presidente, il Presidente. La mentalità giornalistica classica è quella di fare le cose di nascosto per poi uscire con un’esclusiva. Soprattutto se l’intervista è a un Presidente, il Presidente. Invece no, se ne fregano, aprono a tutti, Open source a manetta.

3. Questo rafforza una convinzione: il giornalismo è morto; che novità direte, sì, ma per me dire che il giornalismo è morto significa dire che sono morti pure tutti quei discorsi sul giornalismo, su come sta cambiando, cosa c’è dopo, sulla differenza tra il digitale e carta stampata. Mi sto sempre di più convincendo che sia proprio il caso di chiamare il giornalismo con un altro nome, forse ganzo journalism, o che perlomeno un altro tipo di giornalismo debba essere fatto: qualcosa di più arrapante e coinvolgente di sicuro, perché lo spirito critico e l’indipendenza sono fattori fondamentali ma da soli non bastano, non basta più l’autorevolezza bisogna essere anche veloci, fruibili, ammiccanti, con un video un’intervista un servizio. Bisogna far eccitare chi guarda, chi ascolta, chi legge. In una parola, bisogna essere ganzi. Sì, per me l’era del ganzo journalism è definitivamente iniziata. Occhio perché giornalismo e arte non sono mai stati così vicini. Tre indizi, una prova.

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@moreneria

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L’intervista di Rivista Studio a De Bortoli

Premessa per i lettori che non seguono il giornalismo: De Bortoli è il direttore del più importante quotidiano italiano, Il Corriere della Sera, è dimissionario da mesi ormai, ad aprile si conoscerà il nome del suo successore. Forse, perché quando c’è di mezzo il potere non si sa mai. Poco dopo l’annuncio delle sue dimissioni, De Bortoli sul Corriere lanciò per mezzo di un editoriale in prima pagina i suoi moniti contro il Patto tra B. e Renzi (puzza di massoneria, scrisse). I commentatori dissero che era solo il primo di tanti editoriali che sarebbero venuti e che avrebbero fatto discutere.

In questa intervista a Rivista Studio, Federico Sarica domanda: come si fa a convincere le nuove generazioni che Il Corriere della Sera è sempre Il Corriere della Sera? Risposta di De Bortoli: «Dobbiamo riuscire a farli innamorare in qualche modo dello spirito critico che il giornale per sua natura promuove». Risposta che, con tutto il rispetto per il Direttore, suggeriamo noi: come fa il New York Times (ma gli esempi sono tanti e non tutti con le risorse del NYT, anzi: alcuni sono anche giornali locali), e quindi con un sito nativo, innovativo, pieno di contenuti e non solo con articoli brevi, richiami al giornale o alle altre riviste del gruppo. Bisogna investire in giornalisti, videomaker, infografici, in tutte quelle professionalità che nelle redazioni dei siti dei quotidiani non sono ancora entrate e, da quanto mi risulta, non ci sono nemmeno al Corriere.

Si va avanti e De Bortoli continua: «Se dovessimo essere guidati dai clic ci occuperemmo solo di cose sciocche, irrilevanti e molte volte false». E qui il terreno è scivoloso: la home del Corriere è da sempre presa a riferimento negativo, come panacea in cui vengono collocate notizie acchiappaclic. Vero, non vero? Controllo: nel momento in cui scrivo, per esempio, c’è tutta una spataffiata di notizie leggerine su Sanremo che, certo non sono il massimo dell’intelligenza, ma manco i gattini e le donnine. Però l’autorevolezza e la credibilità sono un’altra cosa online, eh.

Poi De Bortoli parla del futuro dicendo: «La grande sfida per noi resta il passaggio delle news gratuite online ai contenuti a pagamento». Perfetto, i contenuti però vanno prodotti, e prodotti in modo nativo (storytelling, snowfall, documentari, video alla Vox o alla Buzzfeed con Obama), a meno che De Bortoli non intenda il sito semplicemente come i pezzi del cartaceo messi sul web. E al che mi spingo a un appello: non fatelo, non è solo una questione di autorevolezza riconosciuta o no ma anche di mezzo. Le giovani generazioni non comprano i quotidiani non perché non li vedono credibili ma proprio perché non li vedono e basta. Non c’entra più solo l’alta qualità o meno del giornale, c’entrano i telefonini, i tablet, il linguaggio, la presenza sui social, la capacità di tenersi i lettori attaccati attraverso strategie e algoritmi. È un’altra cosa, la qualità da sola non è più sufficiente.

Nella seconda parte dell’intervista De Bortoli è più duro. Va contro i finti editori che si sono impossessati dei giornali, parla di rapporto «obliquo se non osceno» tra potere politico e capitalismo privato (guardate che per il direttore del Corsera non sono frasi scontate). Insomma, torna a bacchettare. Concludo con le sue parole: «Spero che sempre più giornalisti possano diventare editori di se stessi». Dopo essersi scagliato contro i grandi gruppi che vagheggiano branded content invece di investire nel rapporto coi lettori, non è proprio un augurio su cui evitare di riflettere. Però, poi, chi è che li paga? Qual è un modello di business che possa tenere insieme tutto ciò? Continuiamo a pensarci.

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@moreneria

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La fashion week

Fiore modificato-5

La cosa è andata così: una ragazza di ventitré anni che gestisce un importante blog di moda newyorkese mi ha contattato dopo aver visto il mio profilo Instagram dicendomi che il mio lavoro era fantastico (great) e che volevano commissionarmi un servizio per la Fashion Week di Milano. Beh, penso io, siete sicuri? Il mio Instagram è tutto fatto con la fotocamera del cellulare e prevalentemente si tratta di foto di gente in strada: vecchi, cani, donne e mostri vari della vita milanese. Mi piace lo sporco, mi piace il vissuto, mi piace andargli in faccia con la telecamera e scattare. Non me ne frega niente se sono un fotografo o meno, mi piace fare questa cosa, mi dà adrenalina e soddisfazione.

Quindi accetto pensando che sarà una figata e che avrò la possibilità di lavorare con gli americani che sono trooooppo avanti, che mi contattano da Instagram, che hanno ventitré anni e gestiscono un sito con milioni di follower sui vari social. Non migliaia, milioni. E vogliono darmi 1000 bombe. Mille bombe per sette foto. Bingo!

Chi siamo, dove andiamo, perché lo facciamo? Che ci faccio qui con una macchina fotografica al collo, a scornarmi con addetti stampa e fotografi, a cercare l’angolo giusto?

E qui comincia l’intoppo. In tre giorni mi cambiano tre volte direttive dall’America. Primo colloquio Skype: «Ray il lavoro è fantastico ma dovrai scattare solo in interni e col flash». Ah, allora non posso usare l’iPhone, mi serve la macchina perché il flash del telefono è troppo brutto anche per me. Solo che con la macchina cambia un po’ tutto. Va beh, mille bombe, ti pulisco anche il cesso di casa per mille bombe, e poi l’America, NY, la ventitreenne. Casomai a giugno faccio un salto lì, ci conosciamo, che ne so magari mi commissionano altro, magari trovo casa lì, magari divento uno figo. Ok ok lo faccio. Mi snaturo! A ventiquattro ore dal servizio la rettifica: mi arriva una email con degli esempi di foto diversissime l’una dall’altra, scattate su dei set. Ogni soggetto ha in mano una cornice o è dietro a qualche forma geometrica. Rispondo che quelli sono dei set, che io non avrò un set e che è tutto diverso da come dicevamo il giorno prima. Poi penso: 1000 bombe, ok mi invento qualcosa. Mi permetto di chiederle perché. E lei mi dice: «perché vogliamo delle foto diverse». Ah, ok, diverse ma a cazzo, penso. Ritaglio dei cartoncini con delle forme e provo a scattare. Il risultato è una merda unica. Ricevo il programma delle sfilate: Philip Plein, Trussardi, Armani, Marras. Io non so niente di sto mondo, la mia preoccupazione più grande è come andarci vestito. Una volta per scattare le foto a un principe sono andato da Zara, mi sono preso un completo a cui ho lasciato attaccati i cartellini e il giorno dopo l’ho riportato indietro cambiandolo con praticamente il mio armadio estivo di quell’anno. Ma qui non posso andare da Zara, questi mi sgamano. Qui mi tocca andare come sono. Si inizia.

Philip_Plein

Philip Plein

Palazzo delle scintille, un posto bellissimo in zona Amendola. È notte, ci sono stormi di fighe fuori e uomini depilati. Gente ricca e imbucati, gente famosa che non so identificare, calciatori e camerieri. Da qui in poi c’è una frase che verrà fuori ogni volta al momento del ritiro dell’accredito: «il tuo nome non è sulla lista? Pano? Bano? Eh???». E io: «guarda bene c’è scritto RAY BANHOFF. B-A-N-H-OCAZZO BANHOFF». «Ah sì, ci sei, scusa».

Gli americani sono così potenti che sono accreditato per tutto: backstage, beauty, podium, culum. Posso andarci a parlare, con Philip. C’è la Sozzani vestita di pelle nera borchiata che scatta foto con dei cinegri. Non ci sono le tartine. Scrivo alla tipa di NY: mi manda una foto di esempio. È una mia vecchia foto profilo di Facebook, me l’ha fatta Beppe Calgaro. Sono io ma davanti all’obiettivo c’erano dei bicchieri e sembra che sia dietro a un vetro. Ah figa, devo trovare dei bicchieri. Ma l’obiettivo non lavora bene con un bicchiere davanti e qui non ci sono dei maledetti bicchieri. Ansia che sale forte. Gente vestita assurda, un circo, una mandria di ricchioni che cinguettano e saltellano, ogni tanto partono degli applausi nel backstage e la gente si abbraccia, musica minimal sparata forte ovunque e fighe siderali che passando ti sconcentrano. Io non bevo sul lavoro. Trovo un bicchiere faccio foto: boh. Mando una preview a NY, figa se sono smart. Dopo mezzora che giro con sto bicchiere, la stronza mi risponde: «fai senza bicchiere, non funziona».

Il programma delle sfilate: Philip Plein, Trussardi, Armani, Marras. Io non so niente di sto mondo, la mia preoccupazione più grande è come andarci vestito

Unica cosa che si ricorda di dirmi è: «I COLORI, DACCI ROBA PIENA DI COLORI». Beh Philip, con cui scambio due occhiate credendo fosse una specie di tipo della security, ha un pallino solo: il nero. Siamo in un hangar nero alto 30 metri.

Mura nere, pareti nere, pavimento nero. Buio pesto, l’unica illuminazione sono dei led luminosi in terra. Arriva una tipa algida, mi cercava. La guardo, è bella. Mi dico: «vai che arriva una buona notizia». Lei mi squadra e dice: «devi uscire». Ok, vado dove c’è la sfilata. È un’arena con le tribune. Al centro c’è una montagna russa montata e in funzione. C’è anche Mexes. Ha il colore della pelle di Hulk Hogan e il colore dei capelli di Hulk Hogan. Anche le scarpe che indossa su un completo grigio sono di quel colore e accanto a lui c’è una donna di quel colore, fantastica. Tutto gira forte, la mia ansia gira forte, il bicchiere non funziona. Scrivo alla tipa: «ehi, qui è il VIETNAM!». Lei risponde: «LOL». Lol un cazzo. Faccio a modo mio, faccio i mostri, quelli li so fare. E allora flash in faccia a tutti, flash da sotto che fa le ombre. Bang Bang Banhoff. Non Pano, non Bano, BANHOFF. E ci godo. Sì, non me ne frega un cazzo. Cinquanta, sessanta cinesi escono e cominciano a spazzare compulsivamente la passerella. Sono tutti uguali, vestiti uguale, e si muovono allo stesso ritmo. È bellissimo. Penso: sarà un’installazione. No, è la servitù che fa le pulizie.

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Le modelle sono ammassate dietro un pertugio come i cavalli al Palio prima della partenza, c’è un cancello dietro a cui scalpitano che dà proprio sulla pista. Sono tutte uguali: fregne reali proprio. Sono lì che le guardo e dico: «minchia le sanno fare le cose questi». Poi un colpo, silenzio, musica a palla, l’arena è vuota, i fotografi fanno a spintoni per ammassarsi sul podium, io resto fuori chiaramente. A me il podium mi fa cagare. Cazzo, esce una cantante, forse Azelaya Banks, e comincia sto rap assurdo, e poi sale sulle montagne russe e ci sono giochi di luce e rumore tipo di tuoni. Poi, cazzo, guardo le tribune e sono tutti lì fermi, annoiati, scoglionati che fanno foto col cellulare o smessaggiano. Ma sti ragazzi non dovrebbero goderci più di me? Invece niente, se sei del giro forse non te lo puoi permettere. E poi si apre il cancello e escono le tipe e sfilano, bum bum la musica a palla, oh sì sì sì, i fotografi scattano, loro prese male come il demonio dopo un esorcismo, dei musi luuuuuuunghi, secche come chiodi. Le guardo bene e penso che è più figa la cameriera puppotta. E scatto e scatto e poi penso che sì, ora basta, vo a casa ciao. Arrivo, scarico e mando e mi dicono:«non vanno bene, la gente vuole vedersi bella». Eh che cazzo, ma allora di che stiamo parlando? Qui ci sono solo indemoniati e mostri! A me piace da matti osservarli! Ma non ero quello delle foto diverse, quello del lavoro greaaaaaat? Questa è stata la mia prima sfilata.

Però ecco, la fashion Week è una scoreggia lenta e soporifera

Nei giorni successivi ho perso un po’ di entusiasmo. Mi sono lasciato ipnotizzare dalla sfilata vera che era quella fuori dalla passerella. C’è gente che si prepara da mesi a questo evento, gente che ha dei vestiti così assurdi addosso che veramente sembra il circo. Mi piace il fatto che si vestano bene, li invidio anche un po’, ma non mi piace il loro portamento. Parlano solo per emoticon e si mettono in posa di continuo, è tutto così simile. Ma chi se ne frega.

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Cademartori, Marras

Nel frattempo, compare a Milano, a sorpresa, il mio migliore amico: Maurizio, Mau, il Guru, che nella vita gestisce una sala scommesse in provincia di Pistoia e vende contratti energetici per un’azienda svizzera. Viene a stare da me. Sono contento perché lui ha doti relazionali altissime, ha la faccia buona proprio e ci sa fare con tutti. Negli ultimi mesi mi sveglia al mattino con dei messaggi vocali su Whatsapp in cui canta canzoncine sporche inventate da lui. Ha una parola ricorrente: NOCE! Noce è la forma di una vagina depilata vista da vicino, fui io a mandargliela per primo e lui, da quel giorno, come un bambino che impara a parlare, usa NOCE un po’ per tutto. Lo urla con la sua voce profonda e gutturale.

Tutti si prendono sul serio, tutti mi pare che abbiano solo bisogno di un grande abbraccio ma nessuno ha le palle per darselo

C’è la MFW e mi dispiace non poterci passare del tempo assieme. Gli dico: «Ti porto con me ma dovrai rimanere fuori, sono severissimi all’ingresso e se non sei accreditato non c’è storia». Lui che ha il borsello (gli ho imposto di lasciarlo a casa) e un cromatismo marroncino beige di piumini e pantaloni, di sicuro non lo lasceranno entrare. E invece mi ricorda ancora una volta perché lo chiamiamo Guru. Lui entra. Sempre! E io sono allibito. E anche serissimo, quando lo presento come mio assistente. Nello show room di Paola Cademartori, ad esempio, siamo in pochissimi. Lo cerco perché voglio andare al ristorante. Quando lo trovo mi dice «aspetta, devo salutare Paula». Aveva fatto amicizia. Così, abbiamo parlato di candele profumate al basilico, ci siamo sbafati il buffett ridendo come cretini e camminando in punta dei piedi come solo quelli di classe. Strafatti dall’odorino di timo molto da ricchi che si diffondeva nell’aria, ci siamo scambiati i biglietti da visita e ciao ciao.

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Idem da Marras, in via Cola di Rienzo, a uno show bellissimo tra drappi, lampadari di cristallo e tappeti eleganti. Mi giro e lo vedo intento a filmare la passerella. Sovrastando un attimo il casino collettivo, mi urla «NOCE!» e scoppiamo a ridere. Il video finirà in qualche gruppo di Whatsapp con commenti pesanti sulle fighe. E qui realizzo un po’ tutto. Chi siamo, dove andiamo, perché lo facciamo? Che ci faccio qui con una macchina fotografica al collo, a scornarmi con addetti stampa e fotografi, a cercare l’angolo giusto? Che ci fanno tutti questi tizi vestiti strani, queste modelle che non parlano quasi mai, che ci fa il mio amico venuto da lontano? Non lo sappiamo ma ci siamo tutti, un senso deve averlo. Intanto dall’America non scaricano neanche più le mie foto, non gliene è piaciuta una e continuano a pubblicare foto classiche da gallery da sitino ammodo. Io che penso: avete proprio sbagliato uomo!

Da Trussardi non entro, non sono in lista. E che cazzo, maledette americane, ormai le odio. Scatto in strada. Da Armani solo backstage: bruttino ma finalmente modelle belle. Quelle di Marras erano inguardabili, tutte uomini parevano. Da Armani vedo modelle che si cambiano! Cazzo sono nude! Osservo la scena e mentre i fotografi scattano, io fotografo le loro tettine al vento. Ho rischiato la morte, una viene da me e mi dice: «smetti». Marti di Strip-Project, che si è imbucata con me come mia assistente e che la moda la conosce e la pratica nel suo modo freak, mi dice:«eh! ma secondo te?! Mica le puoi fotografare!».

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La moda è aspirazionale, non è niente male. La preferisco ai piumini del cazzo e alle robe tecniche della Quequa. Una mia amica mi dice che sono snob, io credo che mi piaccia la roba che piace. Come dice un’altra mia amica: «mi piace Starbucks, che c’è di male? Voglio essere come tutti». Chi se ne frega. Però ecco, la Fashion Week è una scoreggia lenta e soporifera. Io mi immaginavo i festini a base di bamba, toccate di pacco da parte di Gabbana e aftershow mirabolanti. Sicuramente ci saranno stati e non li ho visti, ma mi sono puppato ore di isterici in coda, attrezzature e abbigliamento tecnico dei fotografi e tizi che erano solo vestiti. Tutti si prendono sul serio, tutti mi pare che abbiano solo bisogno di un grande abbraccio ma nessuno ha le palle per darselo. Credo che in certe epoche la moda abbia interpretato il mondo ma, a mio modesto parere, adesso parla solo di sé stessa. I blogger di moda fanno tutti roba che fa cagare, le foto dei fotografi alle sfilate fanno tutte cagare, il tutto è di una noia mortale. Per carità una noia stupenda, da ricchi, di risposizionamento sociale. A me poi me ne fregava solo delle mie foto, qualcosa ho portato a casa ma ci voglio tornare il prossimo anno. Non scriverò all’ufficio stampa né a un blog, chiedo al mio amico Maurizio se scrive a quella tipa dello showroom, secondo me è più facile che entri.

 

PS: alla fine il blog americano non ha pubblicato manco uno scatto mio, allora ho dato tutte le foto a Strip-Project. Eccole qui

Ray Banhoff

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Elogio degli spoiler e degli spoileratori

Il seguente articolo farà incazzare molti miei amici e molti che miei amici non lo saranno mai. Io sono a favore degli spoiler. O meglio: non è che gli do tutta questa importanza.

Vi racconto questa: l’anno scorso, appena finita la puntata di Gomorra-La Serie in cui veniva uccisa Donna Imma twittai una cosa tipo «Gomorra non sarà più la stessa senza di te». Un omaggio anche piuttosto banale, forse fatto solo per avere un retweet dall’attrice che interpretava Donna Imma stessa (ovviamente menzionata). Apriti cielo. Mail, telefonate, cazziate.

Manco avessi scuoiato un gatto con una felpa di Salvini addosso.

E la cosa peggiore (a dir loro) è che quando qualcuno me loha fatto notare io mi sono opposto: se uno non ha visto la puntata non può pensare che il mondo non ne parli aspettando lui. E no, cazzo. Perché si chiama spoiler ma potrebbe chiamarsi pure limitazione della mia libertà o omertà, e in un talk show inutile e immaginario avrei tutti gli altri ospiti contro ma riuscirei comunque a sostenere la mia posizione in modo degno.

A Masterchef, però, la puntata non è andata nemmeno in onda. E Striscia la notizia l’ha fatta grossa.

L’ha fatta grossa?

Aspettiamo un attimo.

Il fatto è: anticipare il nome del vincitore di un talent di successo prima che la finale vada in onda è una notizia? La risposta, cari miei, è sì. Quindi Striscia ha fatto bene a darla. Striscia si è comportata né più né meno come si sarebbe dovuto comportare un giornalista che non ha firmato alcun embargo.

Pubblico ministero 1: ma Striscia non è giornalismo.
Difesa: non è vero, fa più giornalismo Striscia che molti dei miei colleghi messi insieme, impegnati a smarchettare questo e quello, ad abbellire comunicati stampa, a vantarsi di interviste piattissime. Caro pubblico ministero, spesso chi la pensa come lei non ha mai trovato una notizia una in vita sua.

Pm 2: perché gli anni passati non è successo?
Difesa: e che ne so. Questo sarebbe proprio interessante da sapere, e siccome notizia chiama notizia, può darsi che qualcuno prima o poi ce lo spiegherà. E quando succederà saremo più informati e la consecutio dovrà far riflettere: perché se Striscia non avesse spoilerato Masterchef nessuno probabilmente ce lo avrebbe mai raccontato.

Pm 3: la notizia è (era) un’altra.
Difesa: è vero, e cioè che uno dei finalisti avrebbe già lavorato per un noto ristorante prima di partecipare al talent, cosa vietata dal regolamento (per la cronaca: Sadler ieri ha smentito). Oltretutto questo stesso finalista sta già lavorando nella cucina di uno dei ristoranti di Cracco: altro scandalo, per molti; non per me, se uno è bravo è bravo: e tra la fine delle registrazioni e l’ultima puntata in tv passa troppo tempo per tenere uno bravo lontano dai giochi.
Pm 3: sì, ok, quindi lo spoiler era gratuito e poteva non essere fatto
Difesa: no, è una notizia, lo abbiamo già detto.

The-End

Pm 4: e il rispetto? Il rispetto per l’abbonato? Eh? Eh? Eh?
Difesa: Suvvia, signori. Non stiamo parlando del nome di un soldato morto in Libia dato in tv prima di aver informato la famiglia. Stiamo parlando di un talent carino sì (io ne sono un fan da quando è nato), fatto da dio sì, coinvolgente ok, ma pur sempre di un programma di alleggerimento. Quindi proviamo a essere più leggeri pure noi. Ché un talent è solo un talent, una serie tv solo una serie tv, ché ciò che importa non è sapere chi vince o no, chi muore o no, ma la narrazione, la poesia, perché io e tutti quelli che seguiamo Masterchef stasera la finale la vedremo lo stesso nonostante Striscia.

Il punto semmai è un altro: com’è che la produzione di Masterchef quando si tratta della finale non ne azzecca più una? L’anno scorso provarono la diretta, che fu un flop. Quest’anno sono state vittime di una soffiata. Cosa c’è che non va Sky Uno?

In ogni caso, evviva gli spoiler, evviva gli spoileratori, se non altro perché ci ricordano che abbiamo una vita oltre i talent e le serie tv, che sono altre le notizie che potrebbero cambiarci la quotidianità e di cui, di queste sì, ne facciamo volentieri a meno: di leggerle, commentarle, approfondirle. Colpa nostra o colpa di Striscia?

 

leggi-su-gsg

@moreneria

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