Archivi del mese: febbraio 2015

WNR va agli STATI GENERALI

Ray_Banhoff_Milan

Signori, questa è la prima novità 2015 per WNR. Da oggi e ogni weekend saremo anche su Gli Stati Generali, sito di approfondimenti sull’attualità. Chi ci segue, Gli Stati Generali li conosce già: poco fa abbiamo pubblicato l’intervista al fondatore Jacopo Tondelli, prima puntata di #deadpresswalking. Dopo questa intervista con Jacopo abbiamo cominciato a pensare a vari modi per collaborare. Partiamo da qui, quindi, per arrivare chissà dove. Partiamo con pezzi vecchi: l’intervista di cui sopra sabato, Tricarico che sogna Lucio Dalla domenica (il primo marzo ricorre il terzo anniversario della morte) e i più assurdi discorsi da Oscar. Ma dalle prossime settimane cominceremo a produrre contenuti ex novo. State all’occhio perché grandi cose stanno per succedere. Questa è solo la prima novità, dicevamo. Importantissima

– Perché GSG è un sito serio, dove scrivono la propria opinione professionisti autorevoli. Niente ciarpame, zero fuffa (e ora tra questi brains, così li hanno chiamati, ci siamo pure noi).

– Perché è modo per farci conoscere da un pubblico più ampio e diverso da quello che abitualmente ci segue

E ci godiamo, perché lo viviamo come un riconoscimento. Poi agli Oscar ci arriveremo, però con calma

Dedicato alla cattiva scrittura

The Society

 

 

foto Banhoff

WNR

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L’orrore Kurtz… l’orrore

Signora

Siete anche voi di quelli che entrano nei bar e si soffermano a osservare le signore anziane che giocano alle slot machine? Se ne stanno lì, di spalle, a cliccare ripetutamente e spariscono nel silenzio un po’ imbarazzato dei clienti che si concentrano nei loro caffè. Fino a che vedevo gli uomini abbrutirsi così ero in uno schema di tolleranza, vederlo fare a delle signore dell’età di mia mamma devo ammettere che mi ha disturbato. Come se agli uomini il beneficio di degenerare fosse concesso pubblicamente, ora invece vige una grigia parità. Stamani ho pensato che non c’è tanta distanza tra me e loro, tra loro e i miei amici, tra loro e voi. Parlo con i miei amici, sono come delle sentinelle per me. Vivono in posti diversi, lontani e non si conoscono l’uno con l’altro. Il mese scorso ho scoperto che su di loro circa uno su cinque sa cosa è l’ISIS. Poi osservo le bachece di Facebook (Twitter non lo usano) impestate di vacuità (la mia è piena di gattini). Ieri sera mi sono soffermato sullo status di uno che conosco riguardo al pericolo di attacco missilistico su Roma. Diceva: siamo in guerra. In realtà al momento c’era solo stata una dichiarazione spaccona di uno abbastanza incazzato del califfato, il pericolo c’era, era possibile e la paura di uno scud che arrivi su Roma dalla Libia era realistica verosimilmente.  Ma non siamo in guerra, almeno lo siamo sempre ma in via sileziosa e inufficiale e non lo siamo ancora. Siamo l’occidente no? Mi ha sorpreso vedere che nessuno dei miei amici sapesse dell’ISIS in Libia.

Il mondo ci sta succedendo un attimo, dobbiamo essere forti ad ammetterlo. Non possiamo sempre invocare una guerra, un evento esterno a noi, l’invasione degli arabi, i marziani, il tumore che ci vengano a scuotere.

Percepisco lo scontento in persone che non avrebbero reali motivi di scontento se non quello derivato dai propri insuccessi personali. Ho anche amici che sono emigrati come gesto dimostrativo di questo scontento e ora se ne stanno in altri paesi a lavorare su lavori duri, pagati poco, con gli stessi sbattimenti che ha chiunque la sera quando torno a casa ne’ più ne’ meno: non hanno voglia di cucinare, sognano le vacanze, sognano una donna, sognano cose più grandi per loro etc. Le nostre bacheche vivono di slogan. Amo la frase di una mia amica che conosciuto un ragazzo visto sino a quel momento solo online gli fa: allora sei come su internet!

Ci sono quindi i miei amici nella realtà e i miei amici su Facebook. Penso da sempre che Facebook sia esattamente la realtà, non una sua protesi finta, la volontà di non fissare lucidamente il dubbio e di volerlo abbellire con degli orpelli. Penso sia anche giusto avere una valvola di sfogo del genere.

Il problema è: che succederà quando avremo tutti la necessità di essere realistici in entrambi i mondi: quello digitale e quello di carne? Me lo ha ricordato Marlon Brando nel monologo sull’orrore di Apocalipse Now, questo:

Ricordo quando ero nelle forze speciali,
Sembra siano passati mille secoli.

Siamo andati in un accampamento per vaccinare dei bambini;
Andati via dal campo,
Dopo averli vaccinati tutti contro la polio,
Un vecchio in lacrime ci raggiunge correndo, non riusciva a parlare,
Allora tornammo al campo,
Quegli uomini erano tornati e avevano mutilato
A tutti quei bambini il braccio vaccinato.
Stavano lì ammucchiate, un muchio di piccole braccia,
E, mi ricordo che ho pianto, io…ho pianto come…
Come una povera nonna,
Avrei voluto cavarmi tutti i denti.
Non sapevo nemmeno io cosa volevo fare,
Ma voglio ricordarmelo,
Non voglio dimenticarlo mai,
Non voglio dimenticarlo mai.

E a un certo punto ho capito,
Come se mi avessero sparato,
Mi avessero sparato un diamante,
E un diamante mi si fosse conficcato nella fronte,
E mi sono detto, Oddio, che genio c’era in quell’atto
Che genio, la volontà di compiere quel gesto.

Perfetto, genuino, completo, cristallino, puro.
Allora ho realizzato che loro erano più forti di noi
Perché riuscivano a sopportarlo.
Non erano mostri, erano uomini, squadre addestrate, questi uomini avevano un cuore,
Avevano famiglia, avevano bambini,
Erano comi d’amore
Ma avevano avuto la forza…
La forza di farlo.
Se avessi avuto 10 divisioni di uomini così,
I nostri problemi sarebbero finiti da tempo.
C’è bisogno di uomini con un senso morale.
E allo stesso tempo capaci di utilizzare
Il loro primordiale istinto di uccidere
Senza sentimenti, senza passione, senza giudizio,
Senza giudizio!!! Perché è il giudizio che ci indebolisce.

Cosa ci succederà quando dovremmo conciliare questi due mondi? Quando nessuno ci darà più la possibiltà di distrarci?

Signorra_2

Penso alla politica, ai giornali ammassati nelle edicole, alle ragazze che tornano a casa la sera e non amano più il loro fidanzato, ai sogni e ai viaggi rimandati perché non hai i soldi il tempo la testa. L’unico mio rammarico è vedere Jim Morrison che urla We want the world and we want it now! e pensare che oggi nessuno in Europa possa più urlare possa più niente del genere. Non lo urlano i rapper che parlano di cazzate tra di loro, non lo urlano i giovani attivisti politici che sposano cause di paesi lontani di cui non sai nemmeno la posizione sulla cartina geografica, non lo urlano gli intellettuali che promuovono idee di cultura da setta che si riunisce dopo la quinta ora fuori dal liceo.

Percepisco lo scontento in persone che non avrebbero reali motivi di scontento se non quello derivato dai propri insuccessi personali.

Il mondo ci sta succedendo un attimo, dobbiamo essere forti ad ammetterlo. Non possiamo sempre invocare una guerra, un evento esterno a noi, l’invasione degli arabi, i negri, i marziani, il tumore che ci vengano a minacciare. Non possiamo rilegare agli altri questo nostro sacrificio. Per questo nella bio di WNR c’è scritto: l’ultimo barlume di lucidità prima del Grande Nero. Il Nero è già là fuori ragazzi, lo sentite anche voi e vi viene un brividino a pensarci. L’unico modo per sconfiggerlo? Non allontanatevi da noi quando ci metteremo in marcia. Trovate il coraggio di non controllare compulsivamente WhatsApp, condividete meno, scrivetevi gli incubi che fate la notte su un quadernino. L’altro giorno in ufficio ho detto a tutti una frase di Lao Tsu: Per vincere devi prima capitolare, perdere tutto. Tutti hanno annuito stupiti, sì sì è vero.

La frase me la sono inventata io al momento, o forse me l’ha detta una ragazza che ora non mi parla più o forse la scrissi due anni fa. Nessuno gliene frega nulla della frase, l’importante era il senso. Dobbiamo capitolare. Ecco, ci sono delle bugie buone e tutto vale se è per la Causa.

Ray Banhoff

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Controcultura de Il Giornale

Come fare un inserto culturale senza sforzarsi troppo. Domenica scorsa è uscito Controcultura su Il Giornale: mi aspettavo di più, sinceramente. Chi lo ha pensato, coordinato, gestito non ha fatto altro che chiedere ai collaboratori del Giornale di produrre il compitino. Scrivimi il pezzo su questo qua, mandami un po’ di roba inedita, parliamo di arte, di musica, non tralasciamo nessun argomento e l’inserto è fatto. Risultato: insoddisfacente. E dire che i calibri grossi al Giornale non mancano: Gian Paolo Serino, Massimiliano Parente, Sgarbi, Feltri, Luca Beatrice: tutti giganti. Ma a leggere quelle dieci pagine si ha la sensazione che la cultura sia disperata, spiaggiata, nemmanco clandestina (magara!), ma involuta. Signori de Il Giornale, vi do una notizia: la cultura è vivissima, solo che voi che fate questi quotidiani non lo sapete, non la vedete, e non la vedete per una colpa chiara, netta, senza appello, e cioè questa: guardate ai vostri orticelli ormai rastrellati, e fuori non ci guardate, semplice. La curiosità ragazzi, dove l’avete seppellita? Dai, fatevi venire un’idea che non sia ognuno faccia il suo compitino. Restate a Bordo, almeno voi, Non abbandonate la Nave, non ora, ché già ci dobbiamo sorbire La Lettura e altre cose così, per favore. Lo dico con tutta la stima e l’affetto di cui sono capace.

Nel dettaglio. Si parte dalle lettere inedite trovate da Serino di un Gadda presomaledatutto, che parla di dieta, dei cretini bipedi che lo circondano, quindi di un Gadda che giustamente si sfoga, ma che ingiustamente ci viene propinato in tre lettere tre abbastanza insulse. Volete pubblicare Gadda inedito? Andateci giù e fateci una doppia, oppure quattro pagine, fate in modo che io lettore chiuda il vostro inserto pensando: ah, Gadda, finalmente ti conosco. Invece con quelle tre lettere tre non mi resta attaccato niente. È un’operazione culturale un po’ paracula, lasciatevelo dire.

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E poi ti trovi il pezzone sul genocidio armeno di 100 anni fa. Con tutto il rispetto per gli armeni, manco nelle più pallose autogestioni del Liceo

Si continua con il genocidio degli armeni di cento anni fa. Avete letto bene. Genocidio. Armeno. Di. 100. anni. fa. Ora, con tutto il rispetto per gli armeni, manco nelle più pallose autogestioni del Liceo o nelle più pesanti Riunioni di un Centro Sociale. Eddai, eddai, EDDAI. Ma il top è a pagina 3 dell’inserto: la solita spataffiata pipponara sull’egemonia culturale presunta tale della sinistra. Scritta da Veneziani, of course. Ancora? Ancora. Ma che davero? Davero. Non diventatemi patetici. A fare le vittime anche basta, vi prego. Piuttosto tirate fuori delle riflessioni, degli intellettuali (anche se non sono vostri amici o collaboratori vanno bene lo stesso, eh), delle idee che dimostrino definitivamente che l’egemonia culturale di sinistra sia in effetti superata. Se no a furia di lamentarvi entrerete di diritto nel club dei rosiconi.

Poi le classifiche. Per carità, ci vogliono. Bella l’idea di segnalare il numero di copie vendute ogni settimana, ma anche qui, perché non farsi coraggio e invece di mettere le classifiche dei libri più venduti come qualsiasi pamphlet egemonico cultural di sinistra non pubblicate, chessò, la classifica dei più consigliati dai migliori librai italiani? Facendo insomma qualcosa effettivamente di rottura, di destra in senso nobile, fottendovene dei De Luca, Cazzullo Calabresi Eco?

Magari, mi dicevo prima di sfogliare l’inserto, ci troverò recensioni sulle più interessanti librerie indipendenti di cui stranamente si sta riempiendo l’Italia? Niente. Ci troverò, sollecitato dal claim sotto la testata «Arte, letteratura, Nuovi Media, TV», un pezzone su come il giornalismo stia cambiando grazie al digitale (a proposito, avete visto quel capolavoro che è l’intervista di Obama fatta da Vox?)? Ci troverò insomma qualcosa capace di stupirmi? Invece no. In compenso c’ho trovato un servizio su Caporetto (vi mancava, eh?), la paginata di Sgarbi su un artista di cui mi sono già dimenticato il nome (capra!) e uno, udite udite, sul linguaggio violento dei rapper. Repubblica un pezzo così lo ha fatto come minimo nel 2011, altro che egemonia culturale. Ed era un pezzo già vecchio allora.

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Novità? Poche. In compenso il solito pippone sull’egemonia culturale di sinistra e il riempitivo sul linguaggio violento dei rapper

Poi, per carità, alcune cose godibili le ho avvistate. Le recensioni, per esempio. Il trafiletto su un saggio intitolato Laicità dove Nicola Porro, parlando del paradosso di chi non vuole più uno Stato assoluto ma che allo stesso tempo sente il bisogno di riscoprire le radici cristiane, mette in correlazione Houellebecq, Benedetto XVI fino ad arrivare a Marx, chiedendosi: non è che ha vinto lui, quando lo danno per morto? Però in generale è tutto talmente basico che mi è venuto da pensare: ma non è che ha vinto davvero Marx? Non è che hanno vinto quelli di sinistra, che a forza di dirlo che erano superiori, superiori lo sono sul serio?

No, non è così. È che a forza di guardare lì, agli stronzi di sinistra che hanno egemonizzato il dibattito, quelli di destra non riescono a guardare da altre parti, quelle sì più interessanti, e finiscono a dire come fa Massimiliano Parente: «Nessuno italiano ha mai saputo scrivere in italiano, basta vedere chi vince i premi letterari». Perché, cari miei, è naturale pensare che nessun italiano sappia scrivere in italiano se rivolgete le vostre attenzioni solo a chi vince i premi letterari. È chiaro? E basta con sto senso di inferiorità, andiamo oltre.

Ma Parente è giustificato, non fa altro che scrivere che la cultura italiana è rimasta all’800, che non tiene conto dei progressi scientifici. Quindi mi sorge un dubbio: ma quelli de Il Giornale Parente lo leggono?

Restano un rammarico, una domanda e una preghiera.

Il rammarico: non aver visto le interviste di Stefano Lorenzetto all’interno di Controcultura, lui sì che scova gente che non sa nemmeno di far cultura, attraverso la sua storia o anche solo una propria frase, ma che cultura invece la fa (domenica scorsa c’era un collezionista di necrologi, questa sì una forma d’arte meravigliosa).

La domanda: l’ha posta in termini politici Maurizio Crippa su Il Foglio: «Com’è che in vent’anni la sinistra ha saputo fare politiche di sinistra e di destra e la destra, invece, quando governa, non sa farne né di destra né di sinistra?». Per la cultura vale più o meno la stessa cosa. Com’è che la destra non riesce oggi a definire una propria, coraggiosa, ATTUALE cultura di destra?

La preghiera: vi scongiuro, teste che realizzate Controcultura, datevi da fare, spolverate le vostre giacche, cambiate montatura ai vostri occhiali, stretchatevi ben bene con l’obiettivo di allungare i muscoli del collo per guardare oltre i vostri orticelli di riferimento, chiedete di più ai vostri collaboratori e non il classico compitino. Niente pezzi su Fazio, la prossima domenica, niente riempitivi (riempitivi, sì), ché mia moglie ha il virus col vomito e il weekend con lei malata non ho tempo che per i miei figli. Quello che dedicherò alla vostra prova d’appello fate che sia speso meritatamente. Amen.

@moreneria

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Un anno di WNR

Fatevi uno shottino di rum dopo pranzo. Così, alé. Per festeggiare un anno di WNR, nato il 5 febbraio 2014, 100 anni dopo la nascita di William S. Burroughs. Un anno di cazzo duro, di cattiva scrittura, di interviste e post allucinanti. Che sia chiaro, avremmo potuto e voluto fare di più ma siamo come siamo, più o meno inaffidabili, ci piace perderci, stare con i persi, i dubbiosi, le donne pesanti, ci piacciono gli eroi. I nostri. Quelli morti, come ha detto Banhoff, sono morti. Quelli vivi non sanno manco che esistiamo. Ma qualcuno comincia a saperlo. Poi un anno è solo un anno e a noi sembrava francamente di più. Dicono sia un buon segno. Come  lo è quando ci dite: vi cercavo da un po’. Un altro buon segno è che la Society sta crescendo. E quello che verrà, vedrete, vi darà soddisfazioni. Andale, POETI. Andale, PEONES. Andale, SUPERIOR. Per chi c’è stato da subito, per chi è arrivato, per chi arriverà. Giù lo shottino, stringiamo i denti, serriamo i ranghi. E continuiamo.

Il best of, Canaglye.

THE SOCIETY
Ray Banhoff, Alberto Capra, Moreno Pisto, Marco Rosella
(i ringraziamenti in fondo)

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Fuori i nomi. Grazie a Giorgio Serinelli, Alberto Gottardo, Michele Malasoma, Lorenzo Monfredi

e poi: Jacopo Benassi, Max Bertoli, Francesco Venturi alias Tafarno, Beppe Calgaro, Pierpaolo Capovilla, Marta Ciccolari Micaldi, Giorgio Cremonesi, Leone Di Lernia, Enrico Dal Buono, Andrea Diprè, Alan Durazzo, Edda, Nicola Favaron, Fabio Fogu, Francesco Giubilei, Peter Gomez, Delbert Grogan, Linda Ferrari, Luca Locatelli, Stefania Molteni, Gianni Mura, Anton Newcombe, Nonna di Giorgio Serinelli, Massimiliano Parente, Sandro Piccinini, Prospero Pisto, Emilio Periferico, Fede Perro e la brut epoque, Emiliano Ponzi, Francesco Roggero, Marcello Rossi, Gabriele Rubini Chef Rubio, Pippo Russo, Gian Paolo Serino, Umberto Smaila, Medea Teixeira, Toni Thorimbert, Francesco Tricarico, Jacopo Tondelli, Bianca S. Villa, Andrea Nuvoloni, Alberto Gottardo, Chiara Mirelli, Gianfranco Zigoni, Mattia Zoppellaro.

WNR

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Cosa è Write and Roll?/2

Sempre più spesso mi capita di dover rispondere alla domanda «Che cos’è Write and Roll?» e sempre più spesso mi capita di sentirmi in estrema difficoltà nel riuscire a trasmettere, in poche parole, qualcosa che probabilmente neppure io ho ben in mente.

Write and Roll è una piccola comunità di persone che ama interrogarsi sul senso delle cose.

È come se, in maniera del tutto inconscia, ci fossimo accorti che il miglior modo per trovare delle risposte sia ascoltare cosa hanno da dire gli altri di fronte alle stesse domande. Per questo intervistiamo, leggiamo, ci perdiamo ad ascoltare con tanta curiosità i racconti delle persone che più ci colpiscono. In base a cosa le individuiamo? Non è facile spiegare neppure questo perché per noi si tratta di un processo del tutto istintivo.

Se potessimo intervistare Madre Tersa di Calcutta o San Francesco, lo faremmo domani mattina

Ci scriviamo, ci telefoniamo e con entusiasmo sottoponiamo l’un l’altro le nostre idee. Certo, qualcuno potrebbe domandarsi: che cos’hanno in comune Bukowski e Andrea Dipré, Massimiliano Parente e Gianfranco Zigoni, Burroughs e Chef Rubio? Ecco, ci siamo convinti che le risposte migliori provengano da chi, nelle più disparate maniere, si è spinto fino al limite, da chi ci è andato senza accorgersene e da chi si reca tanto spesso a vedere che succede “oltre”. Non c’è una sola dimensione, non vogliamo solo sbandati o depressi o gente matta da legare. Se potessimo intervistare Madre Tersa di Calcutta o San Francesco, lo faremmo domani mattina. Abbiamo molti dubbi e nessuna risposta. Vogliamo fare esperienza con gli occhi degli altri. Lo stesso motivo per cui la scrittura e la letteratura sono così importanti, per noi. C’è uno slogan – che, per altro, potrebbe essere la frase di qualche illustrissimo personaggio, ma io non lo so e non ho voglia di controllare – che dice una cosa del tipo: «I libri sono finestre sul mondo». È po’ stucchevole ma il punto è buono: posto che, anche nelle migliori condizioni immaginabili, non è materialmente possibile fare esperienza di tutto ciò che si desidera, la lettura ci aiuta ad impossessarci di quelle degli altri. Non tutto merita di essere letto, però. Ad interessarci, in generale, sono soltanto le cose “vere”. Moreno me lo diceva qualche giorno fa, a proposito di una cosa che ho scritto e che non so se vedrete mai: qual è la differenza tra una cosa scritta bene e una che vale la pena di leggere? L’autenticità. Le cose finte non servono a nulla! Non arricchiscono nessuno, non permettono di capire.

Qual è la differenza tra una cosa scritta bene e una che vale la pena di leggere?

Ecco il motivo per cui ci teniamo tanto a dirvi che cosa non vale la pena che leggiate – vi doniamo il nostro tempo – ed ecco perché cerchiamo di ridurre sempre, il più possibile, la distanza che separa quello che vogliamo condividere con voi, da voi stessi. Niente giri di parole, quindi, niente censure su queste pagine. Nessun filtro – tanto che Banhoff mi chiama perché ha paura di quello che scrive. Sapori forti, proiettili che vi colpiranno senza che abbiate il tempo di accorgervene. Dritti al punto. Troverete foto scattate con il cellulare, racconti scritti tutti d’un fiato, poesie come non le avete mai lette sui banchi di scuola. Troverete provocazioni, perché, come amava ripetere un mio ex collega – un avvocato in carriera di uno studio milanese – «cerchiamo di stressare il concetto». Lo facciamo, prendiamo le idee dalle loro estremità e le tiriamo, vediamo che ne viene fuori. Ci portiamo anche le idee vicino al limite, osserviamo come si comportano, se scoppiano, se cambiano, se si annacquano.

WNR è tutto questo. E io non lo so davvero se ci sia una sola parola per spiegarlo ma, se questa cosa ha un nome, usatelo voi al posto nostro e poi fatecelo sapere.

@giovane_albert

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