Archivi del mese: gennaio 2015

Numero Zero di Eco

Vaffanculo gli intellettuali. Vaffanculo lo snobismo. Lo diceva Hank: «agli scrittori piace annusare solo la puzza delle proprie scoregge». Perché lo dico? Perché ho letto solo stroncature di Numero Zero e non ne capisco il motivo. Noioso, autocelabrativo, vecchio, ho letto queste cose. Ma davvero qualcuno di voi può essere deluso perché Numero Zero non è innovativo? Eco è un vecchio trombone del Novecento con tutti i suoi pregi e difetti. Leggerlo è come sentir parlare il nonno colto, un nonno marxista ex filosofo ma affiliato ai Lions e docente di un liceo di provincia. A volte è bello, altre non ne hai voglia, ma è quella roba lì. Andresti mai a casa di Battiato a chiedergli di farti un pezzo hip hop? No, cazzo! Ps: Battiato canta in arabo ultimamente.

Ma davvero qualcuno di voi può essere deluso perché Numero Zero non è innovativo?

Diciamoci la verità: la cultura non ha mai contribuito al progresso della società, non ci ha mai emancipato da niente, non ci ha mai risparmiato guerre, morte, distruzione, odio razziale. Ci ha solo dato grossi problemi con le donne e un sacco di menate personali. Ieri ascoltavo J-Ax che diceva: «Siamo andati sulla Luna, abbiamo infranto la barriera del suono, solo per far colpo su delle ragazze». Sono contento di poter sposare una tesi del genere a quasi trentatré anni, penso che mi dia la leggerezza necessaria per svegliarmi al mattino e non menarmela troppo. Tutti quanti si prendono troppo sul serio, lo dice Fibra, altro mio punto di riferimento. Eh sì cazzo, che devo dirti sarò un mentecatto. Eppure ho studiato italianistica, ho scritto una tesi in Storia della Critica Letteraria, ho letto Faust, D’Annunzio, tutto Nietzsche, Cioran, Pessoa, Luzi e Zanzotto, però se mi chiedi gli utlimi libri che mi ricordo ti rispondo Io, Ibra nel 2012.

Copertina

Quarta di copertina non proprio azzeccata. Che foto è? Senza scritte…

Passiamo a Eco.

Lo stanno massacrando. Su Il Foglio, sui paginoni culturarli dei quotidiani, Fofi su Internazionale ne parla malissimo e c’è pure un pezzo (molto bello però) de Gli Stati Generali che addirittura rispolvera il vecchio saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno per difendere il povero Mike, che pare abbia pianto per anni quando ha letto quelle brutte pagine di Eco. In realtà Fenomenologia era solo un lungo pezzo da troll, molto tagliente e cinico che anticipava di decenni la scrittura di oggi. E poi che cazzo… c’è bisogno di difendere Mike Bongiorno?

Ora la domanda che mi faccio è: perché tutti trollano Eco? Nessuno di voi che si incazza con Baricco, Paolo Giordano, De Carlo, Genna, Moresco

Tuttavia il libro è bruttino. Più che altro è novecentesco. Una palla in certi punti, un po’ figo in altri. Per essere bello doveva essere un mattone di mille pagine. Ci sono delle passate alla Augias sulla storia di Milano che fanno colore e un personaggio che è il grillino col Complesso del Komplotto Komunque odierno. Il romanzo parla di come funzionano i media, secondo Eco e secondo tutti alla fine. É tutto finto. La ganzata è questa teoria secondo cui Mussolini non è mai morto e quello esposto in piazzale Loreto è solo un sosia. Uno dei giornalisti della redazione che lavora al numero zero di un giornale che non uscirà mai, ricostruisce da questa teoria un enorme macchinazione politica che ha segnato la storia d’Italia nei decenni successivi. Il personaggio in questione è un pazzo ossessivo paranoide e finisce male. Spoiler. Così così dai. Tuttavia penso sia meglio della maggior parte delle cose uscite in libreria negli ultimi mesi e l’ho letto senza troppa fatica.

Fofi: «Sembra non poter più giocare – col romanzo, con i segni, con la storia». Il romanzo… i segni… che due coglioni. Giocare col romanzo? Ma perché uno deve giocare, perché a uno gliene deve fottere della storia del romanzo? Immagine: La Le Pen che gli dice a D’Alema «Mo basta!».

Ora la domanda che mi faccio è: perché tutti trollano Eco? Nessuno di voi che si incazza con Baricco, Paolo Giordano, De Carlo, Genna, Moresco, Camilleri, Faletti, Bignardi, (Volo a noi piace tiè!), che ci sfrangono i coglioni da decenni con la loro robaccia. Mai visto una stroncatura seria su Corriere, Repubblica etc di quelli che sono gli autori di punta di Mondadori, Einaudi e Bompiani. Vedo solo delle grandi leccate di culo. E invece a Eco gliela menate. È perché c’ha 130 lauree? È perché ha venduto i diritti per Il Nome della Rosa e ancora ci va in vacanza? O è davvero perché state difendendo la grande storia del romanzo?

A voi critici chiedo: ma non è che niente niente, ve rode er culo?

Ray Banhoff

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L’ultimo libro di De Carlo

foto-AndreaDeCarlo-per-Greenpeace

Sorriso acchiappafighe dell’autore con strano strumento in mano

Sono contento di poter scrivere la recensione del nuovo libro di Andrea De Carlo. Sono contento soprattutto di non averne letta neanche una pagina. Ebbene sì, sfatiamo il mito che i libri per essere letti debbano essere letti. Ne ho letti tanti di De Carlo (non è uno scherzo, ne ho letti più di tre: Treno di Panna, Due di Due, Arcodamore, Uto, Di Noi Tre) questo non aggiungerebbe niente a nessuno di loro. Mi basta navigare sul suo sito per capire di fronte a cosa sono capitato: «Mara Abbiati, scultrice di grandi gatti in pietra, e suo marito Craig Nolan, famoso antropologo inglese, hanno una piccola casa di vacanza a Canciale, paesino ligure arrampicato tra il mare e l’Appennino. Un mattino di luglio Craig sale sul tetto per controllare da dove sia entrata la pioggia di un violento temporale estivo, e ci cade attraverso, quasi spezzandosi una gamba. Alla disperata ricerca di qualcuno che gli aggiusti la casa, i due vengono in contatto con Ivo Zanovelli, un costruttore che gira su una Bonneville nera e ha molte ombre nella vita». Ecco la trama.

Il paesino ligure è arrampicato tra il mare e l’Appennino. Arrampicato. Ecco come si fa lo scrittore, si butta lì la parolina

Tutto fa cagare, i nomi per esempio: Craig Nolan, Mara Abbiati, Ivo Zanovelli. Gesù Cristo. C’è un po’ di internazionale, un po’ di nazionale, un po’ di niente, sembrano generati con un codice html. Lei fa la scultrice di gatti in pietra… (devo aggiungere altro?). Così come la trama, non riesco nemmeno a leggerla ora che ho fatto copia e incolla. Il paesino ligure è arrampicato tra il mare e l’Appennino. Arrampicato. Ecco come si fa lo scrittore, si butta lì la parolina. È mediocre anche la scelta geografica, sarà un posto dove ha una casa per le vacanze o dove ficcava una. Perché lui ha bisogno di creare il set, lo spazio narrativo in cui far muovere i personaggini. E qui c’è tanto da capire. È così stereotipato questo concetto di letteratura che non ha niente a che fare con la letteratura. Qui i luoghi e i nomi sono funzionali al personaggio e non viceversa. De Carlo in tutto il suo sforzo di cercare di mascherare la stessa storia che racconta da sempre, prova a cambiare i nomi e i luoghi ma il risultato non cambia. È un corpo zoppo che si nasconde dal plagio a se stesso e riesce ad arrancare da Milano fino al massimo alla Liguria.

L’unica cosa che mi viene in mente è Andrea De Carlo che passeggia per via Torino a Milano il giorno di una presentazione del suo libro. Aveva un giubbino verde, un sacchetto bianco con dentro un malloppo di mattoni di Villa Minchiaphora, il suo ultimo pippone. Lo guardavo dopo aver partecipato a un incontro con i fan. I libri se li portava in giro per le varie redazioni del suo tour promozionale per regalarli alle fighe. Sempre sorridente e servile come un topino thailandese di quelli che ti aprono le porte nei resort cinque stelle. Sempre così scrittore. È come se la realtà fosse Springfield, il paesino allegorico dei Simpson dove ognuno ha un ruolo: ecco lui ha il ruolo di scrittore. Quello fa. Tante pagine, tante, le accumula. Più ne scrive e più è scrittore. I presentatori tv quando ricevono in mano il suo libro dicono: è bello grosso amico, sei proprio uno scrittore. E lui fa si con la testa e il suo sorriso da topino. Ce lo scrive anche sotto al titolo di solito: romanzo. Lo specifica. Perché non è uno scrittore del cazzo alla Fabio Volo, no! Lui è un romanziere. Dostojievski, Tolstoj… lui fa il lavoro di quelli. Mica pizza e fichi.

Figa ne leggi uno dei libri suoi li hai letti tutti. Il plot è sempre cazzo/fica. Tanta filosofia per parlare solo di cazzo/fica. E con quel tono mieloso che hanno i cinquantenni che vogliono fottersi le venticinquenni. Quel tono da maestri di vita. Sai bimba io fotto te ma è quasi più per fottere me stesso. Col cazzo! Tu vuoi solo fottere lei, di te stesso non te ne fai niente!

Tutto fa cagare, i nomi per esempio: Craig Nolan, Mara Abbiati, Ivo Zanovelli. Gesù Cristo. C’è un po’ di internazionale, un po’ di nazionale, un po’ di niente

De Carlo, cazzo hai fatto il giudice nel talent più brutto della storia in tv te e quegli altri due disperati che ti avevano affiancato a leggere quelle robacce e a insegnare quei concetti brutti a quella povera gente, hai pisciato sulla storia della letteratura mondiale, giusto li ti potevano chiamare scrittore. Ma tu fai bene a prenderli tutti per il culo e a poterti pagare vacanze, cene, donne, vestiti con i soldi di quel monte di babbioni che ti comprano. La colpa mica è tua, tu sei un genio del riposizionamento sociale. C’è posto in Italia per quattro-cinque De Carlo, forse meno. Quanti saranno mai gli scrittori che vendono quanto lui, che vanno a Che tempo che fa? Che sono venduti pure all’Esselunga? Saranno quattro cinque. Faletti è morto quindi saranno quattro. Pensate il livello di tessuti sociali perforati da De Carlo, è inimmaginabile.

Però ecco non riesco a spiegarmi IL LETTORE di De Carlo. Non me lo immagino. Esiste davvero? Come può a qualcuno fottere qualcosa di quelle storie del cazzo che scrive?

Cioè se lo comprate prima di andare al mare perché siete dei sotto acculturati e non sapete che esistono anche altre possibilità allora ok, ma ecco non riesco proprio a immaginarmi uno che aspetta l’uscita del nuovo romanzo di De Carlo. Cioè un attimo, me lo immagino ed è il classico tipo con cui non vorrei mai avere un cazzo a che fare. Frocio represso, finto intellettuale, ammorbante pesantone, uno col gusto dell’orrido, figa scialba, figa che si documenta solo su Vanity Fair, coglione.

A ciascuno il suo. Il voto al libro è libero. De Carlo comunque vince su tutto.

Per me è NO!

 

Ray Banhoff

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Vittorio Feltri, l’autobiografia per pagelle

Negli anni 90 avevo una decina d’anni, precisamente dodici nel 1994 quando è nata Forza Italia. L’idea che per essere felice dovessi essere ricco era un sentire tutto nuovo che mi veniva legittimato dall’esterno, una nuova propensione filosofica ormai non più peccaminosa. Il Milan vinceva, non c’era la crisi economica, noi avevamo il BMW, vedevo gli adulti felici per questo e mi bastava.

Ciccio Grigiotto fa lo stupidino

Mi ricordo in quegli anni la comparsa delle copie de l’Indipendente di Feltri in casa e di mio padre che andava a comprarlo il sabato mattina. Io sono un abitudinario e mio padre anche, fino a poco tempo prima lui leggeva la Repubblica e il cambio non passò inosservato. Discuteva più spesso coi suoi amici, cominciò a vestirsi diversamente e… mi piaceva. Stranamente non mi scioccava, anzi avevo voglia di andargli incontro. Più che un ricordo è una sensazione molto flebile ma avevo in mente un concetto: la Repubblica era qualcosa che veniva associato al mondo del passato, a quella che gli adulti chiamavano la sinistra, a un concetto di “buono” e “giusto” quasi spirituale e ormai già utopico per me. Avevo teorizzato una visione del mondo francescana, in cui solo i poveri e gli umili avevano diritto al paradiso, e i poveri parlavano una lingua sommessa e vivevano nel sacrificio. Repubblica parlava con quel tono di misericordia del mondo. L’Indipendente era il presente, una roba da film americano, da yankee, un tacito invito a dire la magica frase di Toni Montana in Scarface «Voglio il mondo e tutto quello che c’è dentro» in tempi in cui la suddetta frase non era abusata e ridotta a maglietta dei fan di Corona.

Per anni ho seguito Feltri convinto di una cosa: che fosse un’anima nera, uno della setta massonica invisibile sempre col completo scuro e l’aria scazzata, pieno di soldi e di potere, marcio, vicino ai peggiori. E per anni ho pensato dentro di me che esistessero un bene e un male e che lui fosse nella squadra del male. Per anni ho vissuto in un idealismo/realismo da Harry Potter che infatti non è un realismo è una visione del mondo coi gufi che parlano e le scope che volano come dice Guzzanti. Poi ho visto il suo account Twitter, da cui sono tratte queste immagini e sono impazzito, ho cominciato a rivalutare tutta la sua figura. Ecco che compaiono nel mio immaginario feltriano Ciccio Grigiotto e Ciccio Rosso. E lui, Feltri, capace di tagliare in due con un giudizio qualunque essere umano abbia di fronte, capace di chiedere in una puntata di Linea Gialla a Sollecito su Meredith: «Te la volevi scopare? Non è neanche un granchè!», l’ideatore di un giornalismo cinico e diretto fino ai limiti della crudezza, ecco che mostra un lato umano. Diventa il reporter delle fusa dei suoi gattini. Ciccio Grigiotto si scopre essere l’animalino più dolce del mondo. L’astio nei confronti del genere umano che il padrone dell’account sembra avere svanisce se si parla di cani e gatti. Bellissimo!

Ciccio Grigiotto

Così in questa elaborazione karmika del passato mi son detto: perché non leggere il nuovo libro di Feltri? Beh ho fatto bene perché il libro ha diritto di essere letto, tra tutti i suoi compari sugli scaffali delle librerie che invece non ce l’avrebbero. Buoni e Cattivi è una rassegna di personaggi conosciuti e raccontati da Feltri con tanto di voto finale. Parla di loro ma parla di se. La mossa di scrivere un’autobiografia parlando degli altri è magistrale, un’abilità che solo un vero prestigiatore può destreggiare. Per tutti coloro che si interessano di scrittura uno degli scogli fondamentali è quello dello stile. E qui lo stile è IL caposaldo: tagliente, ironico, istrionico, gagliardo. Questo libro è uno spasso, lo leggi quasi per come è scritto prima ancora che per quello che dice. Lascio la parola a lui.

Ciccio Rosso

Questi sono alcuni estratti da Buoni e Cattivi (Marsilio).

TRAVAGLIO 9

Mi ha anche confessato che, da quando Angelino Alfano ha tradito Berlusconi, non riesce più a parlare male del Cavaliere. «Non posso arrivare secondo dopo Alfano», mi ha spiegato.

SANTORO 6

In quell’occasione, con tono accorato, assicurò alle figlie che lo stavano guardando d’aver sempre «agito con onestà e correttezza». Peccato che, mentre lo diceva, continuasse a strofinarsi il naso con la mano. Rammento che si toccava la proboscide ogni dieci secondi. Ahi ahi. Evidente indizio di menzogna, avrebbe concluso Desmond Morris, studioso del comportamento umano e animale. Quando si raccontano bugie, aumenta la produzione di catecolamine, le mucose nasali s’ingrossano e subentra l’impellente e inconsapevole necessità di grattarsi le frogie per calmare il fastidioso prurito. Comunque per me Santoro, al netto del suo settarismo intollerabile, potrebbe anche infilarsi le dita nel naso e resterebbe comunque bravo. Mille volte meglio lui di quel cicisbeo di Giovanni Floris. Quello proprio non lo reggo, lui e il suo sorrisino da ebete.

 FORMIGONI 5

È l’unico al mondo, credo, rimasto acculato per 18 anni, diconsi 18, sulla poltrona di governatore. È riuscito addirittura a far meglio di Kim Jong-il, Supremo Leader della Repubblica democratica popolare di Corea, che durò per 17 e fu detronizzato soltanto da un infarto.

DARIO FO 5 e mezzo

Ben presto, come mi accade sovente, mi stufai anche di Dario Fo e lo mandai affanculo. Detto con tutta franchezza, mi sembrava un po’ suonato. Il voto sulla sua persona non può che essere frutto di una media: da giovane è stato grandioso, merita un 9; da vecchio, per la sua politica cialtrona, un 2.

GIANFRANCO FINI 2

Aveva ragione Bettino Craxi, che di lui diceva: «È un vuoto incartato. Dentro, non trovi il regalo». Ho cercato per anni di capire di che pasta fosse fatto, ma alla fine mi sono dovuto arrendere al nulla. (…) Se Fini ha delle idee, del che è lecito dubitare, ha avuto il buonsenso di non esprimerle mai. (…) Sono giunto alla conclusione che Fini forse non esista nemmeno. È un ectoplasma alto, spalle larghe, petto in fuori, pancia in dentro.

FABIO FAZIO 4

Poi il sacrista dal collo torto tentò un paio di volte di farmi passare per fesso. Siccome è cresciuto a omogeneizzati di coniglio, ricorreva sempre a un complice. (poi lo chiama: il Forforina, Il sosia ligure di Bashar El Assad, Faziosino e Pifferino) Ultimamente si è specializzato come piazzista di prodotti editoriali. In pratica occupa l’intera trasmissione del servizio pubblico per reclamizzare i libri scritti da suoi amici.

ma si può avere un micio più stupido di Ciccio Grigiotto?

PIERO FASSINO 3

Stringergli la mano quando te lo presentano è una delle esperienze più sconvolgenti della vita: sembra di afferrare un sacchettino di ossa esumate da una tomba e racchiuse dentro una pelle di daino, sensazione vellutata che può trasmettere soltanto l’estremità dell’arto destro di chi non abbia mai lavorato in vita sua. La faccia da beccamorto, accentuata dalle occhiaie, viene di conseguenza.

GIANNI CUPERLO 3

A parte l’aspetto transilvanico poco rassicurante, che mi ricorda un incrocio fra Dracula e Pippi Calzelunghe senza le trecce sporgenti, questo Cuperlo fa discorsi troppo lunghi per i miei gusti, con l’aggravante che essi non riflettono mai le sue reali intenzioni. Appartiene a una classe di politici, invero molto folta, che non parlano per dire qualcosa bensì per ottenere qualcosa fingendo di non volerla.

GIORGIO BOCCA 9

Lo dico in tutta sincerità: Bocca l’ho sempre ammirato. Mi manca per la sua incoerenza, nella quale trovava conforto la mia. Poiché non ho molti amici, l’assenza di un nemico della sua levatura mi addolora e mi fa sentire più solo.

ENRICO BERLINGUER 6

Come segretario del Pci, Berlinguer riuscì a battere la Democrazia cristiana soltanto da morto, seppure con uno scarto minimo: poco più di 130.000 voti. Accadde alle elezioni europee del giugno 1984, a sei giorni dal suo decesso, grazie a una furbata dei compagni sopravvissuti, che lasciarono la salma come capolista. Va considerato il primo segretario di partito morto di fatica sul lavoro, visto che gli fu fatale un comizio a Padova. Lasciarci la pelle per superare la Dc mi sembra un sacrificio eccessivo, tuttavia meritevole di un voto indulgente.

Ray Banhoff

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Jacopo Tondelli

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Jacopo Tondelli, nessuna parentela con Pier Vittorio, mi aspetta in un bar di Porta Venezia, Milano. È altissimo. Indossa occhiali da vista, una  sciarpa simil-kefiah, fuma tabacco Virginia, beve prosecco. Ha fondato e diretto Linkiesta, da cui si è dimesso con polemica annessa. Adesso collabora con Wired e ha creato Gli Stati Generali, online da fine ottobre, una delle novità più interessanti del 2014 per quanto riguarda i siti di informazione. Con lui c’è Lorenzo Dilena, il socio che però, poco dopo, se ne va dal bar. Noi invece andiamo avanti a sorseggiare bicchieri di vino, a fumare, a parlare di un giornalismo arrivato a un punto morto o a un punto – come tutti i punti morti – più vivo che mai.
Perché Gli Stati Generali?
«Abbiamo voluto richiamare un riferimento storico, impegnativo, se vuoi altisonante, ma secondo noi indispensabile, imprescindibile. Gli stati generali sono quelli che han dato la stura alla rivoluzione francese nel 1789. Di fronte alla proteste avanzanti vengono convocati e cercano di proporre riforme. Al di là delle analogie, lo spirito con cui noi lanciamo questa iniziativa culturale, editoriale e imprenditoriale è quello di trovare uno spazio davvero nuovo che segni una rottura pacifica, una forza tranquilla come dice uno degli slogan politici più brillanti del 900. Non siamo ovviamente un’agenzia politica, ma di informazione, di cultura: vogliamo segnare una nuova era in cui i saperi veri abbiano un luogo in cui mettere in circolo quello che sanno fare».
Questo carattere di novità come lo state rendendo evidente?
«Una prima novità filosofica e pratica riguarda il fatto che noi accettiamo il superamento del monopolio da parte dei giornalisti nel rapporto con la platea e con le domande della società. Perché un giornalista, anche se dotato di una preparazione scientifica, dovrebbe saperne di più e meglio di un medico bravo a divulgare?».
In pratica?
«Abbiamo una piattaforma partecipativa e selettiva, un social media di qualità lo chiamiamo noi, dove contribuiscono per ora un centinaio di soggetti che sono persone con ampi campi di specializzazione, dal fisico all’ingegnere, dall’esperto di rinnovabili all’economista al politologo all’analista finanziario al biologo, tutti saranno messi nelle possibilità di scrivere contenuti che riguardano direttamente il loro settore specifico oppure che riguardano la vita di tutti noi e rispetto ai quali il loro sapere è una lente interpretativa rilevante. Quindi hanno dei profili che non sono dei blog che stanno in una colonna, ma sono il motore di un dibattito continuo».

Lo spirito con cui lanciamo questa iniziativa è quello di segnare una nuova era in cui i saperi abbiano un luogo in cui mettere in circolo quello che sanno fare


I giornalisti sono superati, quindi.
«No, i giornalisti che trovano le notizie, raccontano storie con linguaggi precisi, fanno reportage, scrivono analisi accurate, restano indispensabili. Graficamente sono nella parte superiore del giornale e sono pagati piuttosto bene rispetto a quanto vengono pagati oggi non solo online, perché se tu il lavoro lo paghi zero come fai a chiamarlo lavoro? Mentre se sei un professore universitario che ha piacere di confrontarsi col pubblico è molto sensato che tu lo faccia a zero, perché l’utilità sta nel confronto stesso».
E qui si entra nel capitolo modello di business. Dove reperite i fondi per pagare i giornalisti e tenere in piedi il sito?
«Gli Stati Generali sono un laboratorio anche in questo e abbiamo ritenuto di puntare su un nuovo protagonismo delle aziende non fondato sulla pubblicità tradizionale, sui banner e sulla tabellare. In questo senso per noi il native advertising è l’orizzonte costitutivo. Per noi le aziende sono a tutti gli effetti intelligenze tra le intelligenze… Su Gli Stati Generali hanno, se lo desiderano, un proprio canale esattamente come può avercelo chiunque. E qui si possono relazionare coi lettori in modo analogo rispetto a come si può relazionare chiunque, quindi avranno dei profili aziendali sponsorizzati, esplicitamente, e dialogheranno con tutta la piattaforma secondo regole analoghe. Se i contenuti saranno interessanti o meno questo dipenderà da loro e da chi li produce per loro».
Avete anche dei finanziatori?
«Abbiamo un piccolo numero di soci di capitale puro che hanno contribuito per circa 100mila euro, una quota di esigua minoranza. Sono dichiarati per definizione, siamo una srl, c’è tutto in Camera di Commercio. Sono 15, alcuni un po’ conosciuti altri meno, penso a Carlo Masseroli, l’ex assessore all’urbanistica di Milano, o al professor Giulio Sapelli. Però nessuno può detenere più dell’1,5% di capitale, mentre io e Lorenzo a oggi ne deteniamo l’80%. Vogliamo avere noi il controllo, non per principio ma per garanzia d’indipendenza».
La tua formazione?
«Sono di Milano, 1978, laureato in giurisprudenza a Pavia, dottorato in diritto penale comparato. Ho iniziato a scrivere quasi per caso su un piccolo giornale che si chiama Una Città, una rivista culturale molto attenta alle culture politiche, nel 2003. Poi sempre per caso ho cominciato a scrivere su Il Riformista, nella redazione milanese con Marco Alfieri, su un inserto settimanale che si chiamava Ambrogio. Poi al Sole24Ore, la direzione economica del Corriere, Corriere economia, infine ho fondato Linkiesta all’inizio del 2011, dove sono rimasto fino a febbraio del 2013».
Perché Linkiesta dal punto di vista economico non ha funzionato?
«Non amo rispondere alle domande quando non posso essere sincero. Con Gli Stati Generali usciamo dalla partita della mera quantità e dei click – che tanto vince sempre Google… – e alle aziende diciamo: guardate che c’è un posto dove voi potete dialogare con intelligenze che a loro volta contribuiscono a migliorare il dibattito e che sono la classe dirigente dormiente di questo Paese. Che poi sono persone che hanno tanto da dire ma non lo fanno perché in Italia parlano sempre gli stessi. Da noi le rottamazioni non riguardano mai l’opinion class, son cambiate tre Repubbliche ma quelli son rimasti quelli. I direttori son quelli, gli opinionisti pure, gente che scriveva quando siamo nati io e te sulla prima pagina del Corriere e ci scrive tuttora».

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Da noi le rottamazioni non riguardano mai l’opinion class, son cambiate tre Repubbliche ma i direttori son quelli, gli opinionisti pure


Qual è la tua rassegna stampa mattutina?
«Leggo i giornali internazionali, a cominciare dal Financial Times. Poi guardo il sito di Repubblica e dopo guardo un po’ di rassegne stampa già fatte del mondo economico politico italiano.
 Osservo con attenzione un po’ di soggetti che ritengo interessanti su twitter e anche su facebook. Osservo con attenzione il mondo dell’innovazione culturale. Mi piace la contemporaneità. Mi interessano molto i saperi scientifici, mi interessa e mi affascina chi sa capire e far capire che la fisica e l’ingegneria la medicina l’informatica sono scienze umanissime perché sono quelle che cambiano e cambieranno la vita. Sull’economia mi piace confrontarmi con il punto di vista di persone come Bernardo Bertolotti».
Andiamo di giudizi. Repubblica.it?
«Lo considero, e per questo lo utilizzo, l’hub informativo più affidabile sull’attualità».
Il Manifesto dovrebbe essere soltanto online?
«Sì».
IlPost lo guardi?
«Lo guardo.
 Rende intellegibile quello che succede, ha sposato la filosofia dello spiegato bene. È una funzione fondativa dell’informazione».
Vice?
«Sono uno di quelli a cui Vice piace».
Ho visto li per la prima volta il documentario sull’IS, ha parlato del problema dello Stato Islamico molto tempo prima della stampa ordinaria.
«Va tenuto presente che 
Vice nasce come un progetto che ha un cuore una testa occhi e mezzi economici e finanziari anglosassoni. Vice esplicita in modo netto la fine di una serie di dogmi del giornalismo. Non ha paura di essere opinionated, non ha paura di essere esplicitamente furbo. E poi chiariamoci, sul fare il furbo. Per avere qualche click in più è meglio il documentario sui tossici gallesi o la gallery dei gattini? Secondo me il primo, no?».
Tra pochi mesi De Bortoli dovrebbe lasciare la direzione del Corriere, chi dovrebbe prendere il suo posto?
«C’è un punto a monte: davvero c’è il direttore giusto per fare questo? Ti sto dicendo che un direttore che arriva oggi al Corriere della Sera o in qualunque altro grande giornale italiano può stare un po’ più a destra o a sinistra, può fare perfino una bella operazione di innovazione e pensionare quelli che scrviono da 45 anni e chiamare a scrivere di certe cose un giovane editorialista brillante e valorizzare meglio 3 o 4 risorse interne, ma cambierebbe il corso di una cosa che sta dentro al destino di un’industria? Credo di no, se non ci fosse un mandato preciso da parte dell’editore».

Rolling Stone? La nuova gestione mi sembra non avere le idee chiare: cose che capitano quando ci si scopre editori all’improvviso.

Il Fatto?
«
Il Fatto è un modello che ha una sua logica, contro il potere. Ma non sono un fattista».
Ti manca L’Unità?
«
No».
La Zanzara su Radio24?
«
La Zanzara ha il merito di aver decodificato cosa era diventato il potere italiano da un certo punto in poi, ha mostrato l’inadeguatezza culturale e umana di chi frequentava il Parlamento».
Periodici. 
Rolling Stone?
«La nuova gestione mi sembra non avere le idee chiare: cose che capitano quando ci si scopre editori all’improvviso. Non è la prima volta, non sarà l’ultima… ».
Gli hot topics del giornalismo italiano, dimmene tre.
«Il calcio, ma non il calcio trattato in modo intellettuale. No. Quello piace a noi. Trovo di assoluto valore  e interesse l’esperimento de Il Napolista, questo giornale di cultura calcistica incentrato sul Napoli Calcio con una una narrazione continua, analitica, fortemente tagliata del calcio napoletano e di quello che succede attorno allo stadio, alla città e in una società calciocentrica. Poi il cibo e il lifestyle».
Credi ancora nell’home page? O il lettore de Gli Stati Generali arriverà dai social?
«Il lettore è il lettore, ed è per questo che noi abbiamo tra i nostri soci fondatori una società, SocialGraph, fortemente orientata al lavoro sugli aspetti seo di linguaggi social».
Quanti utenti unici volete raggiungere?
«Tutti quelli che hanno voglia di capire davvero cos
a succede e di approfondire una comprensione della realtà attraverso voci autorevoli ma autentiche».

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I tre trend del giornalismo? Il calcio in stile Il Napolista, il cibo e il lifestyle

Un numero.
«Sarei molto contento se arrivassimo ad avere 60, 70 mila utenti unici al giorno conoscendoli molto bene».
Tempo speso per pagina?
«Alto. Sopra i tre minuti a utente».
Tu invece che ambizioni hai?
«Ho 36 anni e sono una persona a cui basta poco per definirsi tranquillo economicamente. Mi piacerebbe molto dedicare la seconda parte dei mie 40 a osservare il tempo in cui viviamo, il tempo delle future generazioni con un po’ di distanza ma non con meno partecipazione e scrivere libri
».
Quando hai iniziato a fare il giornalista il tuo sogno quale era? Scrivere per?
«Non avevo questo tipo di sogni, era di scrivere di realtà e scrivere cose che non piacevano al potere».
E secondo te ci stai riuscendo?
«Ci sono riuscito. Anzi, ci siamo riusciti, e vogliamo continuare a farlo».

@moreneria

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