Archivi del mese: dicembre 2014

Lo Stato della Fotografia/2

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Diciamolo pure, nella fotografia pubblicitaria vengono fatti proprio dei grandi pastrocchi. Sì, pastrocchi, proprio come i disegni dei bambini che possono fare anche tenerezza però in realtà fanno abbastanza schifo. Ho aspettato un po’ prima di scrivere questo pezzo. Ho aspettato perché, a fronte dell’ultimo pastrocchio, campagna Lavazza, a firma Mc Curry per intenderci, il web si era già talmente scatenato in insulti di vario tipo che ho preferito far sedimentare l’occhio e riguardare con calma dopo un breve periodo le immagini condannate. Fermo restando che non mi è mai piaciuto il tono del “popolino web” – sì, popolino, perché popolo ha un’accezione più elevata – e che non mi piacciono in generale gli attacchi fatti in 140 caratteri o poco più, fermo restando che in realtà molti rodevano nel non essere stati chiamati ora e forse mai per una campagna così importante, devo però ammettere che le immagini della campagna in questione proprio belle non sono. Detto ciò, ho deciso di scrivere a Mc Curry chiedendogli alcune delucidazioni. Io fossi in lui non so se risponderei (infatti al momento non l’ha fatto) ma comunque resto in attesa e nel caso lo faccia vi renderò partecipi.

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Dicevamo dunque dei pastrocchi. Ora c’è da capire come mai questi avvengano. Ben inteso che sono molti, ve ne ricordo giusto qualcuno: jeans Jacob Cohen a firma Elliot Erwitt, un recidivo Erwitt per Tod’s, Schwepps di LaChapelle, e di nuovo Lavazza con la Leibovitz. Ora, se posso anche non aspettarmi, da una piccola azienda con budget ridotti, delle campagne con grossi nomi, da aziende con disponibilità così elevate, una volta chiamati i migliori sulla piazza, be’, mi aspetto il meglio.

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Quali potrebbero essere le cause di campagne così poco riuscite dal punto di vista delle foto? Ci sono diversi responsabili in questi casi perché, purtroppo, quando si parla di campagne ci lavorano molte teste, alcune sicuramente competenti, altre discutibili. Una cosa che spesso ci si dimentica è che gli art director esistono, vengo chiamati e molto ben pagati. Ecco, forse dovremmo considerare anche questo. Gli art rientrano eccome in una campagna. E poi ci sono i vari elementi dell’agenzia adv che ha vinto la gara. Insomma, troppe teste e troppi soldi buttati. Forse sarebbe il caso che le aziende imparassero a usare poche persone ma di una certa preparazione e gusto. Sono certa che così i pastrocchi sarebbero molti meno. Non è sempre detto che chi più spende meno spende e monetizza più velocemente. Take care, se la campagna è sbagliata il prodotto non vende!

Stefania Molteni

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Considerazioni di uno Sconfitto/3

Ci sono dei momenti in cui la vita è davvero bella.

Mi sono sempre chiesto come si faccia a sopportare la morte dei propri amici e delle persone che amerai senza condizioni fino a quando tutto questo non sarà che niente più, non sarà che vuoto. La felicità è un concetto liquido. Mi sono sempre opposto a quelli che dicono: vorrei essere felice. La felicità non è un fine né un traguardo, è un momento, che poi passa come passa la notte, come passano gli anni, come passano le persone.

Pisto e Capra by Banhoff

Un momento in cui ho avvertito, forte, la felicità è stato durante un esame del sangue, almeno tre anni fa, ero in una stanza di un albergo di Salsomaggiore con Virginia, mia figlia più grande. Lei come vede un dottore o un ago piange. Ha troppi brutti ricordi legati agli ospedali; quando aveva appena qualche mese di vita, a causa della sua sindrome, fu sottoposta a diverse analisi. L’ho vista piangere e urlare quando ancora non sapevo che razza di sindrome rara avesse con precisione e lei era ancora così piccola, così indifesa che l’unico modo che aveva per ribellarsi era sbraitare e dimenarsi. Quel giorno però toccava a me fare un esame e lei era nell’angolo di quella stanza che mi guardava muovendo solo le gambe. Quando il medico estrasse l’ago per infilarmelo nel braccio sinistro Virginia scattò verso di me e mi strinse una mano, sorridendomi, come avevo fatto innumerevoli volte io con lei. Le sorrisi anch’io, come dire: stai tranquilla, ma la sua stretta di mano, il suo sorriso, mi resero felice. Felice. Un attimo. Un attimo che poi è passato.

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Quante volte ho cercato una protezione per l’amarezza, una carezza da discount pagata a prezzo altissimo, un sorriso per la mia tristezza, trovandoli e abbandonandoli fino a prova contraria, fino a una sentenza di appello che ho sempre concesso se non altro per sentirmi meno naufrago.

Leonard Cohen ha detto: È la conclusione delle cose ciò che coltivo

Ho ricominciato ad ascoltare Vasco ultimamente. Sulle sue canzoni ho scritto un libro e dopo è come se lo avessi rinnegato, non l’ho più voluto sentire, nemmeno per sbaglio. Ora invece lo metto in macchina con i miei bambini. Lo faccio ascoltare ai miei figli perché Banhoff una volta scrisse su WNR un pezzo su Venditti, bellissimo, e spiegò che lo ascoltava in macchina con sua madre. Un bambino ascolta Venditti e quando è grande ogni volta che lo ritrova pensa a lei. Questa per me si chiama potenza. Io vorrei che un giorno questo succeda ai miei figli, ascoltando Vasco, con me. Nell’ultimo album c’è una canzone che s’intitola proprio Quante volte

Quante volte
Sono arrivati i guai
Anche se ero già migliore
Ormai

Le perdite, i momenti. Ho trovato un amico di famiglia domenica, è un padre che ha appena perso un figlio in un incidente stradale. Suo figlio aveva 17 anni. Abbiamo fatto un pezzo di strada insieme dopo la messa. Io con Virginia, lui con un bastone. Mi ha raccontato che a Don Valerio, un parroco, aveva chiesto di fargli apparire suo figlio in sogno perché da quando era morto non era ancora successo e che il giorno prima aveva preso sonno sul divano, nel pomeriggio, e finalmente lo aveva visto. Aveva visto una scena vissuta a Roma, il figlio era un bambino e voleva salire sulle sue spalle ma la moglie gli consigliava di non prenderlo perché aveva mal di schiena. E quasi piangendo, stringendo il bastone, ha sussurrato: figlio mio, ti riprenderei sulle spalle anche adesso.

Virginia le è andata accanto e lo ha preso per mano, come ha fatto quella volta nella stanza d’albergo con me. Io non sono riuscito a dirgli niente, ho sorriso amaro per il gesto di Virginia e ho pensato che anche Orlando mi chiede spesso di salire sulle spalle, e che io gli dico sempre di sì anche se a volte la mia schiena implora aiuto, e che continuerò a farlo fin quando non sarò troppo storto e lui troppo grande.

La felicità non è un fine né un traguardo, è un momento, che poi passa come passa la notte, come passano gli anni, come passano le persone

Mio figlio domenica sera prima di addormentarsi ha confessato a sua madre che tre compagni di scuola lo prendono in giro e lo mandano via, io sono salito in camera sua e gli ho detto un po’ di cose, tutto e il contrario di tutto, ma una cosa mi è rimasta lì, mi è venuta in mente quando ormai dormiva già, ed è che la vita si decide sul lungo periodo. L’ho letta da qualche parte ed è vera. Gliela dirò presto. E gliela ripeterò così tante volte che mi tapperà la bocca per non sentirla più.

Eli by Banhoff

Tra poco è Natale. A me il Natale piace. Ginevra che addobba la casa, il giardino, l’albero, con le stelle e le luci; i bambini che sono felici perché la mattina trovano i cioccolatini nel calendario dell’avvento, che aspettano i regali, che ogni volta che vedono un babbo Natale ci credono e lo fissano meravigliati, a me questo basta. E questo è tantissimo. Quelli che dicono il Natale ormai è una festa consumistica, che ormai si è perso il valore del Natale, che vadano affanculo. Qualsiasi cosa diventa altro da se dal momento che viene generata. Qualsiasi. Ognuno ne prende il significato che vuole. Ognuno trova la propria interpretazione che più lo rassicura, di una canzone, di un film, di un Natale.

Alla fine della festa del mio compleanno dovevamo fare una foto di gruppo, Toni Thorimbert se n’è uscito con un frase meravigliosa: «Ci vuole la luce».

Sì, ci vuole la luce. La luce ci vuole. Laggiù in fondo, una luce bisogna sempre tenerla presente. Per questo forse mi piace il Natale: perché ci sono più luci. C’è più luce.

Leonard Cohen ha detto: «È la conclusione delle cose ciò che coltivo». Immenso, gigante. Io coltivo l’inizio. Perché soffro l’abbandono, tantissimo. Ché non compatisco le cose che non durano (L’aquilone, ancora Vasco). Ché tutto passa (Il Padrino parte II), passano i momenti, passa la felicità, passa pure il dolore, pure se il dolore rimane sempre laggiù in fondo, ma laggiù se guardi bene c’è pure una luce, sempre. Perché una luce ci vuole sempre.

Buona luce amici miei, buon Natale
Moreno

@moreneria

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Chef Rubio

Attenzione! Su un dispositivo desktop è possibile visualizzare la versione dinamica di questo post, la terza puntata dello “Storytelling di Copertina”. Se stai leggendo da un computer, clicca qui sotto:

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Chef Rubio by Mattia Zoppellaro

foto di Mattia Zoppellaro

Ti costa un po’ fatica parlare?

Molta fatica (sorride)…No, non è vero,  dipende… Quando attacco e mi piace l’argomento, tiro un sospiro di sollievo. Magari sto un po’ sulla difensiva all’inizio, ma stando tanto in silenzio come un eremita poi ho bisogno di conversare. Siamo animali sociali no? Alla fine sono pieno di contraddizioni come tutti quanti, quando sto in mezzo alla gente mi piace dire la mia, ma non mi piacerà mai, e dico MAI, quanto osservare.

Dopo questi ultimi anni, tutto questo lavoro, questa esposizione, questo cambio di vita da sconosciuto a personaggio televisivo, sei cotto?

No, ancora qualche barlume di energia ce l’ho però se ho cinque minuti di svago mi annullo, vado tipo in catalessi. Faccio scorta di energia, comunque… si son cotto sfondato. Ma sai, non c’è nessun conflitto tra quello che ho fatto per arrivare fino a questo punto e la fatica che mi è costato farlo, è tutta energia convogliata nella stessa direzione. Sono convinto di aver vissuto più vite di tanti altri miei coetanei o dei miei stessi genitori. Non ti dico che potrei già morire contento però me dovesse pijà un furmine adesso mi son tolto tante soddisfazioni. Detto questo, ho parlato più di quanto abbia mai parlato in trent’anni.

Come è la tua celebrità? Tutti vogliono staccarti un pezzettino per attaccarlo al frigo con una calamita come fosse una cartolina di Venezia?

Mah. La cosa brutta è che quando si nutrono di te che fai che ne so il cantante…quella canzone se la mettono in loop, però è tutto più soft, meno invasivo, invece quando ti vedono nella loro tv, nella loro cucina, accanto alle loro cose è come se tu diventassi uno di casa. Amo i miei fan ma chiaramente questa bomba di affetto che mi torna addosso, anche se piena di bontà, alle volte è troppo da gestire. Gli amici me li sono scelti, le compagnie me le scelgo, sono un grosso selezionatore, dover accettare sempre pacche sulle spalle, strattoni dopo un po’ mi mette in crisi.

A Elvis gli aprivano apposta il cinema per una proiezione privata. Hai paura di fare quella fine.

No, speriamo de no, di non ingrassare così (ride) e di non morire di infarto sulla tazza del cesso. Speriamo di no. Vorrei morire in maniera più decorosa oppure in maniera eclatante tipo cadendo dal quarto piano di un mega supermercato colorato e esplodendo come una bomba, come un atto dimostrativo, coi bambini che urlano e io che schizzo dappertutto.

Oh mamma. Ma è catartica questa morte così metaforica?

(ridiamo entrambi) Vorrei sporcare tutti, vorrei rompere il cazzo anche nell’istante in cui muoio.

Rompere il cazzo è in contrasto con la riservatezza di cui parlavi prima.

È la firma estroversa che vorrei mettere all’opera. Tipo “scusate ma volevo dire una cosa anche io, posso? Ora posso???”. E magari quando stai mangiando il gelato alla panna o alla crema ti arriva lo schizzo di sangue in faccia.

Masterchef? L’esposizione mediatica di Cracco riduce la sua bravura di cuoco. La scelta di esporsi così a livello commerciale non l’avrei fatta. Come quell’altro che ha sponsorizzato la Coca Cola, nulla di più lontano dal cibo.

Stai dicendo che è difficile difendersi dal successo. Tu ce la fai?

Boh, non ce l’ho fatta subito, ci ho messo qualche settimana per capire cosa stesse succedendo perché è stata un’evoluzione (o involuzione) veloce. All’inizio non è che fossi sulla bocca di tutti. Le persone erano più discrete mi avvicinavamo in maniera positiva e mi faceva piacere questa nuova dimensione, poi piano piano si è arrivati a un livello che mi ha spaesato tipo TANTE attenzioni e tutte assieme. Come ho potuto ritagliare anche cinque minuti di tempo ho ripreso ad ascoltare musica notte e giorno e alle volte era un escamotage per estraniarmi o fingere concentrazione. Nei treni capita che m’infilo le cuffie anche spente sperando che nessuno mi chieda niente.

E questo ti fa sentire in colpa?

No, anche perché non mi sottraggo mai a farmi una foto con un fan, però mi toglie qualcosa. Ad esempio non posso più fissare le persone che era uno dei miei passatempi preferiti. Prima di avere una vita pubblica passavo un sacco di tempo in giro cercando di capire le persone guardandole negli occhi, adesso non posso farlo più. Questa è la mia quotidianità al momento, ed è doveroso concedersi nei confronti di chi ti permette pure di esistere.

Non mi pesa il fatto di uscire meno la sera, non uscivo neanche prima. Però essere un signor nessuno all’aeroporto mi manca. Gli aeroporti mi piacevano da morire, ci andavo a osservare le vite degli altri, ora li detesto. Una volta era tutto una gita, tutto una visione, era come andà a Tokio, a New York, metropoli dove non ti caga nessuno, dove ti mischi nella folla, adesso sono a un punto in cui non c’è un albero, un cespuglio, niente dietro cui nascondermi.

C’è una parte del tuo carattere calma, da osservatore. L’altra però è sfrontata, prepotente…

Ma la parte prepotente voleva solo mostrare a quella silente che sapeva il fatto suo però forse non aveva fatto il conto con il rovescio della medaglia. Sai io credevo che sarei stato un fenomeno più underground, non di massa. Pensavo che avrei avuto un pubblico di nicchia e non avevo ambizioni megalomani, volevo semplicemente dire la mia. Solo che quello che ho detto e come l’ho detto pare sia piaciuto fin oltre le mie aspettative. Io sono per il dare, anche la cucina è dare. Tu offri qualcosa a qualcuno, metti a disposizione la tua arte per qualcun altro. Però è un’arte funzionale, non può essere fine a se stessa un’arte, non è fine a se stessa e da li può nascere tutto quello che vuoi, tipo un libro, un quadro, un film. Il cibo è la cosa più intima che ci sia e se ne sta lì nella sua compiutezza.

Chef Rubio by Mattia Zoppellaro

foto di Mattia Zoppellaro

Ma come è nato il personaggio di Rubio, da dove esce? Sei stato scelto da Discovery dopo che avevano notato dei tuoi video amatoriali su YouTube, giusto?

Sta cosa me fa ride! Il personaggio… non esiste un personaggio cioè esiste per chi vuole ridurlo a tale ma quello che vedi in tv sono io. Gli autori mi hanno dato solo dei grossi consigli tecnici e professionali, però i contenuti, i pensieri, tutto il resto sono improvvisate mie. Sia ben chiaro, improvvisate che senza gli autori e le loro competenze non avrebbero mai funzionato.

Questo non c’entra niente con il dualismo (un tribale enorme, tipo un tao) che hai tatuato sulla schiena? 

Sì, chiaro. Sono il mio dualismo.

Il dualismo che finirà per…

No, è ciclico. Il mio io duplice è sempre all’interno dello stesso involucro quindi ‘ndo scappo? Il casino è quando uno vuole scappare. Io credo che non affrontarli amplifichi i problemi. E questo vale nei sentimenti, nei rapporti, nel lavoro. Credo anche, però, che crescendo i problemi che sembravano insormontabili spesso non lo sono più o vengono smontati. Alla fine siamo noi che comandiamo non il nostro corpo o cervello.

Come sei arrivato in cucina?

Non è un vocazione la mia, i miei fanno gli avvocati. La cucina è venuta fuori perché è riuscita a colmare una mia curiosità. Una curiosità che mi divora da dentro e che mi ha sempre accompagnato e che mi porterà a cambiare ancora. Non credo che farò il cuoco per sempre. Unti e Bisunti non è un programma di cucina, è una ricerca antropologica. L’elemento di sfida lo abbiamo usato solo come escamotage ma volevamo dare una voce ai più deboli ma anche dare un po’ fastidio, sparigliare.

Quindi la tua curiosità è solo un ponte, un mezzo per giungere ad altro. Che ne so, perché non hai aperto la tua catena di ristoranti?

Naaa, ma tu sei matto. Un ristorante non lo vorrei. Sono ponti, sì. Non esistono forse attori che fanno i cantanti o cantanti che fanno i registi? Ecco io credo di essere così.

Ecco infatti quando ho letto il tuo blog, Traslochi Funebri, sono rimasto sorpreso. Non sapevo che scrivessi.

Nemmeno io quando mi son messo a scrivere. Il blog è nato in un’estate del 2010, credo. C’era una mia amica, Luisa Rinaldi, che chiamarla amica è riduttivo. Noi ci chiamiamo Morgana e Lucifero. Come se fossimo alter ego.

Infatti i pezzi non sono firmati, come se fosse un autore unico, e l’immaginario è comune. Ed è un immaginario cupo, fatto di scambismo, divorzi, storie omosessuali, un qualcosa che non avrei mai detto.

Mi sono reso conto di quanto eravamo affini e mi è venuta voglia di raccontare tutti quegli scenari che piacciono a entrambi. Il nostro intento era quello di comunicare a tutti coloro che ci stanno attorno che in realtà sono dei morti ambulanti, ma volevamo dirglielo simpaticamente. Traslochi non è altro che un libro però incompiuto, sono tre storie che si sarebbero dovute evolvere e poi incastrare. Ci siamo fermati per lavoro. Adesso lei è in Australia e nel nostro gioco di scrittura io sono quello che scrive la pagina dopo, quindi voglio aspettare che entrambi abbiamo le condizioni necessarie per continuare. La cupezza, comunque, è in tutti noi, no? È scomodo parlarne, ma mi piace. Welsh, Palahniuk, a me piace molto quel mondo.

Comunque si tratta di un dialogo tra te e lei, diciamo che la scrittura è la rappresentazione del vostro immaginario.

Certo, non avrei potuto farlo con nessun altro.

La lobby più potente al mondo dopo quella delle armi è quella del cibo. Un cibo che serve ad annichilire le persone, a farle ingrassare, a pompare la loro dipendenza da glicemia, grassi e zuccheri presenti in quantità tali nel cibo industrializzato da inebetire le persone. Ingozzata di veleno la gente pensa solo a magnà e rimagnà

Non avevi paura, essendo un personaggio pubblico, di scrivere certe cose? Sei cosi libero di gestire la tua immagine?

Beh, certo, ho degli obblighi contrattuali e i limiti del comune buon senso. Rispetto massimo per chi mi dà il lavoro, per i professionisti che mi circondano e so che il rispetto è reciproco. Per quanto riguarda la mia libertà di pensiero non sarà certamente un programma televisivo a fermarmi. Ho una spiccata sensibilità per i temi sociali di una certa delicatezza, come le condizioni di vita in carcere o gli abusi in divisa. Mi capita di parlarne sui miei profili social e non credo di aver mai superato i criteri di un’osservazione civile e aperta al dibattito. Lo faccio per me e per il ‘popolo’, intendo per la gente. Mi piace l’idea di svegliare menti assopite e soprattutto mi piace essere vigile sulle ingiustizie.

E questa cosa da chi l’hai presa in casa?

A me devi spararmi per non farmi parlare. Questo è il carattere di mia madre. Mio padre è più diplomatico ma credo di andare oltre loro due. Non sopporto le ingiustizie. Non è ancora capitato ma farò delle figure barbine. Se vedo uno che picchia un cane in strada io vado e lo pesto.

Quindi la roba omosessuale di cui parli non è autobiografica? Prima parlavamo di trans e necrofilia, sei mai stato con un trans o con un uomo?

(ride) Sia chiaro, a me me piace la sorca. Certo è che ho girato il mondo, non vivo col paraocchi e ti dico mai dire mai. Non mi piace il pregiudizio, mi sono capitate situazioni goliardiche con amici dove c’erano anche trans. Non mi piace il pregiudizio, sono per la massima espressione della libertà, anche sessuale, e per il rispetto. Chiaramente penso che gli omofobi siano dei gran repressi.

Anche questa, quindi, è una tua battaglia di integrazione?

Sì, ti faccio un esempio. Amo molto la fotografia, mi piacerebbe realizzare dei progetti fotografici ma non ruffianate, per esempio mi è capitato di vedere lavori su drag queen, trans, prostitute e gay rappresentati come in un circo. Vorrei andare tutti i giorni a filmare, che ne so, una prostituta seduta accanto al fuoco di un bidone che batte e stare con lei, solo, nel silenzio, cercando di capire ma non capendo per forza. Non devi per forza capire, devi trattare una persona come un essere umano. Punto. Vorrei realizzare una Pietà di Michelangelo, un uomo che è Gesù Cristo ma tenuto tra le braccia da un trans che fa la Madonna. Però immagina il trans più bello che possa esistere sulla terra perché il mio sogno è che i superficiali siano tratti in inganno e abbocchino e pensino “che fregna”. Vorrei che si innamorassero di quella Madonna senza sapere che è una trans altrimenti la giudicherebbero e basta.

Noi abbiamo parlato di Dipré, che in questo mondo ci vorrebbe bazzicare anche se spesso prende delle derive tutte sue.

Lui è una persona totalmente spregevole però uno lo adora, non puoi resistergli.

Prima mi hai citato un libro sulla necrofilia che hai purtroppo lasciato sul bus Terra Vision a Londra.

Sì, “Necrophilia Variation”, lo trovi su internet. E’ un libro in inglese che dice che lo stadio ultimo dell’erotismo è la necrofilia. Racconta la parabola di un uomo stanco di rapporti sessuali con la propria donna, prima, e con donne molto belle, dopo. La stanchezza, la ripetitività lo induce a spingersi nei meandri di se stesso, a esplorare le sue zone grigie. E allora prima c’è l’avventura col trans, poi la zoofilia e poi, come gradino più basso, la necrofilia. È obbrobrioso fare sesso con un morto, non c’è dubbio, ma il libro sposta l’asticella e sostiene che nulla impedisce di usare una parte di un cadavere come qualcosa che possa valorizzare quella persona e la sua memoria, senza metterla nel dimenticatoio per sempre. Così il protagonista decide di recuperare un femore, pulirlo per poi farne un dildo. Secondo lui un modo per evitare che quel corpo diventi cenere, così che quel cadavere continui ad avere una vita.

Chef Rubio by Mattia Zoppellaro

foto di Mattia Zoppellaro

Madonna, sei attratto da sta roba?

No, no io sono attratto dal vero, odio le menzogne. Tutto quello che è fuori dalla realtà è menzogna.

Lo sai che ragioni quasi come un francescano?

Mi stai dicendo che sotto sotto ho il cristianesimo nel sangue? Non farti fregare, il cristianesimo si è appropriato di un’ideologia, quella della condivisione. Hanno fatto gli slogan. Prendi il gesto dello spezzare il pane e moltiplicarlo, un gesto su cui hanno il copyright. Quella è una tendenza insita nell’essere umano, perché se tu vuoi stare bene nel mondo devi dare. Ed egoisticamente devi essere felice tu di dare, perché siamo degli specchi e generiamo amore o odio a seconda degli altri, che a loro volta sono pure specchi. Insomma, se si è buoni e felici gira tutto meglio, no?

Minchia, sei totalmente un francescano. Il Papa ti piace?

Papa Francesco è una persona che, per quanto buona, non avrà mai il potere di restituire all’umanità quello che la Chiesa le ha tolto per millenni.

Le paghi le tasse?

Io sì. Sappiamo tutti che l’Italia è uno dei Paesi con la maggiore pressione fiscale al mondo, la prima in Europa per tassazione sul lavoro. Ne paghiamo fin troppe e me ne sto rendendo conto ancora di più adesso che ho cominciato a lavorare con più costanza. Nonostante i miei tanti impegni professionali negli ultimi due anni mi è stato impossibile mettere da parte risparmi, il 60% evapora in tasse. Giusto pagare le tasse ma il nostro è un sistema complesso e macchinoso che deve sanare buchi creati da sperperi e ruberie precedenti e che non risolve il problema dell’evasione. Un cane che si morde la coda.

Ah, perché hai un contratto a progetto immagino.

Certo poiché do un servizio.

La gente penserà che ti sei messo a posto, che sei ricco, che tu non possa avere problemi.

Avessi lavorato all’interno di un ristorante qualunque, in una qualunque città, avrei guadagnato lo stesso, anzi forse qualcosa di più perché le tasse me le avrebbe pagate un datore di lavoro.

A me devi spararmi per non farmi parlare. Questo è il carattere di mia madre. Mio padre è più diplomatico ma credo di andare oltre a loro due. Non sopporto le ingiustizie.

Hai ricevuto offerte di lavoro da ristoranti?

Sì, collaboro nei ristoranti di alcuni colleghi che stimo. Oppure fornisco consulenze come con chi mi chiede di rifargli il menù. E non mi dispiace prendere parte ad eventi, che ne so, se mi chiamano a parlare della cucina romana o a cucinare qualcosa di street. O a cimentarmi con la cucina di qualità che amo, ad esempio quella asiatica.

Come vieni percepito nel mondo della cucina fuori dalla tv? I tuoi colleghi nella mia testa sono Cracco & Co..

Ma no, non li conosco neanche. Io per colleghi intendo i cuochi che ho conosciuto nelle cucine. In tv io non faccio il cuoco ma il comunicatore e il mio messaggio è dire: la cucina va fatta se ha un senso, se è al servizio di qualcuno. Io cucino per le persone, per altri da me, non è che faccio il piatto per il “giudice” del talent. Ho bisogno di cucinare nella realtà e ho bisogno che cucini per me una persona in carne e ossa che voglia darmi qualcosa.

Sai, io lo amo un po’ Cracco. Quell’aria da sergente maggiore di Full Metal Jacket fa si che gli voglia bene. Lui fino a tre anni fa nessuno sapeva chi fosse e lavorava come un cane come tutti noi. Poi, dopo Masterchef, è diventato un vate ma nel mondo della cucina era già apprezzato.

Spetta, Spetta. Io sto dicendo che lui è totalmente diverso da me, sia perché è molto più bravo sia perché ha più esperienza. Pur non avendoci mangiato mi basta vedere il suo lavoro per provare un gran rispetto nei suoi confronti, come cuoco. Da ogni singolo gesto che compie in cucina, nelle poche immagini che ho visto, si vede che viene da anni di alta cucina e fa delle cose che a me magari non uscirebbero nemmeno tra anni.

Ci mangeresti da lui?

Io mangerei da chiunque, ci mangerei per la sua cucina, non perché è Cracco di Masterchef. Anzi, tutto questo artificio commerciale che ha intorno, questo essere così esposto mediaticamente, forse, è anche riduttivo nei confronti del Cracco Cuoco.

E che ne pensi di quando fa bruciare le patatine col pomodoro sopra nella pubblicità?

Boh, quelle son scelte sue che io non avrei fatto. Come quell’altro che ha sponsorizzato la Coca Cola, nulla di più lontano dal cibo.

Ecco questo è un punto importante, me ne rendo conto al supermercato. Ti faccio un esempio: ogni volta che sono di fronte a una bufala campana la vorrei comprare ma poi penso ad Acerra, all’inceneritore, ai luoghi dove vengono prodotte e la rimetto giù. Quante delle cose che sono sugli scaffali di un supermercato ci avvelenano? Quante delle robe che ci stanno qua dentro mi fanno male? E il biologico? Se stai a Milano è già tanto se vai alla Sma sotto casa, come fai a mangiare decentemente? Gente che fa la liposuzione a 34 anni, panze, panini…

Non è vivere è sopravvivere.

Se uno come me volesse seguire un regime alimentare sano e non avvelenarsi, cosa dovrebbe fare?

Non è tutto un incubo, basta studiare, leggere e informarsi. Per esempio: la popolare dieta proteica, mollatela! Non c’è niente di più deleterio di quella. Vuoi del buon cibo? È raro che sia pubblicizzato. Al supermercato è tutto al ribasso, hai presente tutti quei prodotti belli e lucidi, quei pomodori giganti che non sanno di niente? Quelli sono deleteri. Fai conto che l’insalata delle buste, quella già lavata per intenderci, non ha mai visto la terra. Ha proprietà nutritive pari a mangiare della carta, carta bagnata. Ecco tu le compri perché sono pratiche ma pensaci a quando la vai a infilare dentro al tuo organismo. Cristiano Tomei è un mio collega di Lucca, un cuoco eccezionale, che stimo tantissimo, con lui ne parlo spesso. Ogni volta conveniamo sul fatto che la lobby più potente al mondo (dopo quella delle armi) è quella del cibo. Un cibo che serve ad annichilire le persone, a farle ingrassare, a pompare la loro dipendenza da glicemia. I grassi e gli zuccheri sono presenti in quantità tali, nel cibo industrializzato, da inebetire le persone. Ingozzata di veleno la gente pensa solo a magnà e rimagnà. Per mangiare bene devi andare spesso, sempre più spesso, in quei posti a cui non daresti una lira. O nelle bettole o nell’eccellenza totale, quella penta stellata. Perché, per un diabolico effetto boomerang, pure i ristoranti di alta cucina sono vittime di ignoranza e pregiudizi. Il ristorante di alta cucina viene ancora concepito come quel posto dove tu spendi una cifra da capogiro, mangi una cosa sola e ti danno una cacatina, ma non è così. Vai in un ristorante serio, ti arrivano otto/dodici portate, lo sai? E guarda sfido anche il più magnone di tutti che alla decima portata è pieno! Io magno da morì ma quando ho fatto degustazioni di alta cucina il dolce non ce l’ho fatta a mangiarlo.

Ma noi non siamo il Paese dove si mangia meglio al mondo?

Ci siamo autoproclamati come detentori della salubrità ma siamo all’ottavo-decimo posto in Europa per l’alimentazione e nei primissimi posti per obesità infantile.

Dov’è che si mangia bene?

Nord Europa, Francia, Spagna, ovunque tu possa mangiare un pezzo di pane e formaggio e ti sporchi ancora le mani di terra. Anche in Italia si mangia benissimo però nelle piccole realtà. L’idea di gestire il cibo locale in grosse quantità è pericolosa, è una catena che paradossalmente diventa criminale.

Diobono addirittura criminale?

Mi spiego: prendi ad esempio un imprenditore proprietario di una grossa cantena di punti vendita alimentari che va dal piccolo produttore e gli dice ‘mi piace la tua burrata, la vuoi mettere dentro il mio prestigioso negozio presente in tutta Italia e anche all’estero?’ E quello dice ok. L’imprenditore si prende l’80% di quel che guadagna con la burrata e il produttore si tiene il misero resto. Poi dopo un anno trova un’altra azienda produttrice di burrata e gli fa ‘ciao ciao’ con la manina. E intanto il piccolo produttore si è preso solo il 20% di quello che poteva guadagnare e si trova totalmente fuori dal mercato, costretto a chiudere o a svendersi. Dietro questa logica vedo solo il profitto del singolo imprenditore e non dell’intera filiera. L’americano se la burrata se la vole magnà se se ne va in Puglia come è giusto che sia. Così ogni giorno la burrata non dovrà decollare con degli aerei, inquinare, e percorrere migliaia di chilometri. Non è non che tutti i cibi debbano essere per forza reperibili in ogni momento della vita dell’anno e ovunque, anche in Alaska!

La politica, diciamo, tu non…

Non mi sento rappresentato da nessuno. Abbiamo ancora in piedi una legge elettorale giudicata incostituzionale e non vedo alcuna riforma all’orizzonte ma solo chiacchiericcio politico e tattiche. Il nostro sistema politico andava rivoluzionato tanto tempo fa.

Dualismo tra una parte di te che vuole dare e un’altra che vuole far giustizia anche a costo di rompere i coglioni.

Il popolo è numericamente più potente delle forze di stato. Le cose si possono cambiare se lo si vuole.

Pur lavorando 24 h al giorno hai girato l’Italia, che paese hai visto?

Ho visto tanto ma forse tutto era anche in parte filtrato dal fatto che stessi lavorando, che fossi sempre di passaggio. Io vedevo la mia lotta personale per le piccole cose. Volevo far emergere gli Unti e Bisunti dell’Italia, che non sono i piatti ma le persone. Ad ogni modo, ho visto un popolo frustrato che sa che ci potrebbe essere una cosa migliore e lotta purtroppo con gli scarsi mezzi che ha al momento.

Che diresti a un ragazzino che ti vede in tv e che vuole fare quello che fai tu?

Sicuramente non esistono miti né eroi ma persone comuni che combattono per quello in cui credono. Se vogliono prendere spunto da qualcosa di buono che han visto in me che lo prendano ma che rimangano loro stessi e che facciano il loro percorso, non emulando quello che ho fatto io. Basta aver chiaro cosa li renderà felici, una situazione interiore che li farà sentire soddisfatti. Non è che se ti metti a studiare cucina poi finisci in tv cioè… ora è passato il concetto che la tv sia il punto di arrivo. Per me è quello di partenza. A me serviva un canale più largo per comunicare.

Quali saranno i tuoi progetti futuri?

Io da solo non posso fa niente, spero di trovare altre persone al mio fianco in tutti i campi possibili che credano in qualcosa, anche una sola, ma che sia la più giusta, ed andare avanti perché poi insieme ci si dà una mano. Spero che qualche altro cuoco gastronomo, storico, musicista venga stimolato dalla fortuna e dal merito che mi son preso e formi una squadra.

Qual è il ricordo più bello della tua vita?

Ogni viaggio in cui sono stato in un posto per più di tot tempo. Quando viaggi hai sempre il trauma del tempo, te devi abituà alle cose. Poi una volta che prendi confidenza c’è sempre quel momento in cui, improvvisamente, ti senti come uno del luogo, presente? Quelle sono le emozioni più belle. Per esempio, in nuova Zelanda, a un certo punto ho smesso di sentirmi un turista e mi sono fermato a guardare le colline che finiscono in acqua con l’erba. Due secondi, una sigaretta. Quelli sono i momenti più belli.

Hai paura della morte?

La morte non dovrebbe essere vista come la falce e il teschio ma come la cosa più naturale del mondo, a meno che non sia molto violenta. Può essere anche una figata pazzesca. Per me dopo la morte l’energia continua a circolare, quindi non sappiamo in che maniera interagiremo con il mondo dei vivi. Secondo me se esiste una percezione di incompiutezza della tua vita fisica e metafisica, esiste anche la possibilità di comunicare con quelli alle quali non hai detto le ultime due cose. A me è successo con mia nonna. Dormivo e ho visto mia nonna che mi diceva ‘Gabriele tutto apposto?’. Mi è apparsa che aveva trent’anni, come la vedevo nelle foto di famiglia. Mi sveglio con una telefonata di mio padre che mi dice che nonna è morta….è troppo potente come cosa per non essere calcolata, una cosa fattibile. C’è troppa energia in giro per non essere veicolata…e poi se l’amore non è per sempre, perché la morte dovrebbe essere per sempre?

La mia paura più grande è che sia per sempre.

Perché la morte deve essere per sempre? Nessuno lo hai mai detto né provato.

Mi hai aperto una finestra mi sa…

Me la sono aperta con te perché non lo avevo mai pensato neanche io. Dovremmo parlare più spesso.

 

E ORA CLICCATE QUI PER LEGGERE IL RACCONTO INEDITO DI RUBIO PER WNR

 

 

Ray Banhoff

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Ride & Roll

Premessa: Tutti noi conosciamo la faccia mediatica di Chef Rubio, ma quasi nessuno può dire di conoscere Gabriele Rubini. Ci siamo incrociati per una serie di coincidenze e poi ci siamo fiutati, c’era qualcosa dietro quel suo sguardo da bambino che scalpitava per uscire, qualcosa che valeva la pena raccontare. Abbiamo scoperto Traslochi Funebri, il blog letterario che portava avanti con la sua amica Luisa Rinaldi e da li ci siamo incuriositi. Che ci facevano sesso, amore, morte, deliri nella testa di uno della tv? Non sono tutti dei pupazzi quelli in tv? Beh è stato facile capire che (come spesso accade) fuori dal personaggio televisivo (guai a nominarglielo) c’è un ragazzo curioso, onnivoro, ironico. Il suo mondo sono mille mondi, il cibo un tramite, le parole un tramite, la scrittura, la fotografia, il cinema e l’amore altri tramiti per i viaggi roboanti e realistici. Questo testo inedito che ci ha dato è un biglietto per un giro gratis nell’inconscio di Gabriele Rubini, chi si ferma al pregiudizio è perduto. Prima di leggerlo però perdetevi qui, proprio tra le sue parole.

 

Nera
Lucente
Scorrevole
Impalpabile
Letale
Da’ la vita
Così dicono
Da’ la morte
Così tacciono
Non sta bene parlare di certe cose
Inspiro a pieni polmoni
Cerco di specchiarmici in queste tenebre ma non ci riesco
Forse sono troppo distante
Forse non mi sto sporgendo a sufficienza
Forse andiamo troppo veloci e la mia immagine è troppo lenta per riflettersi
Troppo stanca
O forse pigra
Sbuffo fumo bianco
L’aria è calda
Dentro di me il gelo
Una coltre bianca per qualche istante copre l’abisso
Il mare di ossidiana sgomita per un posto in prima fila
Bellissimo
Un canto silenzioso m’invita a guardare più da vicino

Fermo immagine
Voglia di togliermi le scarpe
Di camminare su quelle curve sinuose
Morbide e calde nel loro freddo distacco
Lucenti come se ci fossero 10 lune
Infiniti specchi lasciati cadere dal cielo
Un caos ordinato voluto da qualche essere dispettoso
Benedette imperfezioni
Rendono infinita qualsiasi cosa
Tutto in un attimo
Il nulla nell’infinito
Ho cercato imperfezioni in ogni cosa
Da sempre
Da piccolo cercavo imperfezioni ovunque
Anche negli specchi più pregiati
Anche loro le hanno
Basta saper cercare
Basta saper aspettare
Come una murena
Bocca semi aperta
Non un movimento di palpebre
Non un respiro
E’ un attimo e sei nella tana
Tana libera tutti
L’imperfezione dietro l angolo
Pazienza
Pazienza
E di li la conquista dell’infinito
Passavo le ore in un bar vicino casa
Un bar pieno di specchi bislacchi
Il bar degli specchi
Ogni singolo specchio presente in quel bar era grottescamente imperfetto
Non ci andavo per i cornetti
Non per Street-fighter
E neanche anni dopo per Tekken
I tramezzini erano secchi
Il caffè ancora non lo bevevo
Ma sicuramente faceva cagare
Erano gli specchi ad aver dato un anima a quel bar
Io andavo per loro
Ogni specchio aveva una curva diversa
Una forma unica
C’era quello che ti guardava con l’invidia del ciccione
Quello che ti odiava con gli occhi pungenti del magro
Poi c’era quello che ti faceva l’occhio complice di chi vede il mondo molleggiato sotto botta

Lui non la smetteva mai di molleggiare
Ecco ora mi sta salendo
No non è vero
Ancora no
Cazzo ma quando sale
Ci hanno fottuti amici
Ci hanno dato la merda
Proviamo senza, forse è meglio
No aspetta ora mi sta salendo

Ti prego sali cazzo
Su su
Ecco sì

Così va meglio
Più o meno
In ogni specchio una vita
Un futuro
Un fallimento
Ci passavo le ore in quel dannato posto
O forse erano istanti ma la velocità dei pensieri nella testa di un bambino è tale da far sembrare infiniti gli attimi
Magari i grandi mi vedevano entrare ed uscire
Tempo di una sbirciata
Sbirciata un cazzo
Io ci andavo dentro
In ogni curva
In ogni bolla
Ad ogni menomazione corrispondeva una vita
Un futuro
Un fallimento
Ecco
Camminare sopra un immobile mare di ossidiana amplificherebbe il tutto con il rischio concreto di far impazzire qualsiasi sventurato esploratore a capo chino
Ogni passo un centimetro in più verso l’inferno
Meglio chiudere gli occhi
Ogni torsione una sbirciata nell’oblio della mente
Della memoria
Meglio chiuderli davvero
Inspiro di nuovo
Il crepitio della sigaretta mi ridesta da questi pensieri contorti
Non provo piacere
Perché?
Eppure ho sempre amato fumare
Il solenne rituale dell’ars fumandi
Ma scherziamo?
Rollare svogliatamente una sigaretta con quel poco di tabacco rimasto raggiungendo una perfezione sempre nuova
Altra targa d’oro al miglior rollatore del mondo
Massimo rispetto all’artigianato che sta scomparendo
Bisogna dar fuoco ai desideri
Al futuro
Al fallimento
Quanto mi piaceva
Labbra su carta
Prima boccata
Inspiro
Trattengo
Ancora un po’
Ora fuori
Sbuffo
Cazzo
Re del mondo
Che poi c’è quella del giorno
“La sigaretta del giorno”

Sì, a volte ci si dovrebbe fermare a quella,quando la si trova

Senza rischiare di beccare quella sbagliata
Non ridete è così
Nell’arco della giornata ce n’è e ce ne sarà sempre una da dieci ed una che vorrete buttare al primo tiro
E quella da dieci non è da dieci perché in quel momento siete su una scogliera ad ammirare un cazzo di tramonto mozzafiato spacca culo
No
Quella da dieci è da dieci perché è da dieci
Nasce da dieci
E ci muore da dieci
Se state cagando la sigaretta da dieci non diventa automaticamente da 6 e 1/2 perché vi guardate tra le gambe mentre ciccate, ammirando una strisciata caffè su avorio

Rimane da dieci sempre e comunque
Certo se vi capita la sigaretta da dieci dopo un bacio da paura, dopo una scureggia asciutta da applausi o dopo la notizia che vede il ragazzo della tua storica ex, che non avete mai smesso di amare, avercelo piccolo e storto

Beh quello è signor dieci
Da bacio accademico
Sissignori
No
No scordatevelo, se state cagando nessuno vi darà un bacio accademico

Ecco
Di tutto quest’orgasmo variopinto non sembra esser rimasta che una nuvola impalpabile
Veloce quanto lo sbuffo di un capodoglio con l’asma
Che poi secoli fa, solo i capodogli venivano considerati balene perché solo loro quando morivano venivano a galla

Che stronzi
Butto quel che resta dell’arcobaleno giù dal ponte
Piroette nel vento come fosse un dente di carta
Troppo piccolo per essere altro
Troppo grande per andarsene lontano a braccetto con Zefiro verso miglior sorte
Non si vede nulla
Solo il buio
L’acqua nera
Non un suono
Non un riflesso
Nessun senso di colpa
Bella cazzata il senso di colpa
Quei buontemponi pensavano di poter render più mansueto il lupo con un trucchetto da prestigiatore
Poveri illusi
Tentato controllo
Il tutto avvolto da un caldo e soffice manto di ipocrisia
Su, dormi da bravo
Conta le pecore mio bel lupetto
Che tanto le farai fuori una ad una
Solo questione di tempo
Ham
Homo homini lupus
Chomp
Cave canem
Inutile che abbai
Sì lo so

Lo so che non si fa
Guarda che sono per l’ambiente
Sono iscritto a Paceverde
Anzi lo ero
E’ che non mi hanno rinnovato la busta verde di auguri a Natale con tanti verdi sorrisi
Se non offri qualcosa, nulla ti viene dato in cambio

Bastasse un ideale a muover il mondo allora la fatina dei dentini avrebbe imbracciato un M16 pur di avere la sua giusta ricompensa
Statene certi
Mmmmmmm
Latte freddo e biscotti al burro
Fottetevi tutti bambini
Sono intollerante al glutine e ai latticini
Mi cago sotto ad ogni sorso
Ma non lo sapete che mangio solo Bio?
Mi gonfio ad ogni morso
Ma non sapete che mangio solo se a chilometro zero ?
Ogni sorso bianco è uno spruzzo giallo dalla porta di servizio
Ad ogni morso un piccolo imprenditore grasso e tozzo col vizio degli affari ghigna e mi serra la gola
Piccoli bastardi
Non mi avrete mai
Povera fatina
Anche lei iscritta a Paceverde
Anzi
Era iscritta
Non ha più pagato le quote neanche lei
Però insieme abbiamo salvato le foche

Tante
Giuro
Così dicono
Con queste mani
Così si dice
Abbiamo firmato
Pagato
Ricevuto
Sorriso
Salvato
Salvato
Che belle le foche
Che bei musetti
Ma che occhioni
Come non si può promettere un paradiso di zucchero filato a quegli occhioni
Una foto in prima pagina
Ogni mese un’illusione
Verde intasca verde
Verde si accorda per il verde
Verde copre verde
Col verde si inganna il verde
Ma che strana cosa
Verde su verde
Scopa
Anche se strizzano l’occhio complice però la foca muore
Com’è sta storia Paceverde?
Eh ma scusa
Mica posso bloccare tutti
Posso impedire a popoli di cibarsi di voi
Questo sì

Maledetti barbari
Ma mangiate maiali
Ce ne sono tanti
Sono brutti e puzzano
Ah non ci sono a quelle temperature
Amen
Io posso solo periodicamente promettere che non vi succederà nulla a voi piccoli esseri pelosi
Dei maiali chissenefrega
I loro occhi sono solo delle fessure e non piacciono a nessuno
Forse a qualche muso giallo
E poi mia zia faceva un guanciale che ti dico fermati
Voi siete salve
Periodicamente
Verde ai verdi
Il bianco è per voi
I verdi sono con voi
Non temete
Agli uomini con l’arpione ci pensiamo noi
Anche a quelli col fucile
Scompariranno prima loro
Non temete
Loro i loro i figli e quei maledettissimi cani da slitta
Nessuno vi farà male
Oddio
Nessuno nessuno no
Qualcuno può scappare alla vista del nostro verde occhio vigile
Su da brave però ora rimanete immobili che se muovete la testa ci metto il doppio e il pelo me lo pagano la metà se lo rovino
Ecco su da brave
Ultimo sforzo
Sorridete
Mica state andando al patibolo
Un sorriso
Vestirete una piccola platea
brava gente
Su da brave
Ecco però non guardate qui che poi mi emoziono
Ecco
Tump
Flash
Dovrei smettere di fumare
Non provo più niente
Mmmm
Comincia a fare fresco
Meglio rientrare

Che ore saranno
Si starà ancora mangiando ?
Ma che domanda
Certo
Qui sopra ad ogni ora si beve e si mangia
Per diamine siamo su una nave crociera
Le navi da crociera regnano su tutto
Ecco
Magari non al ghiaccio e agli inchini
Però per il resto sono invincibili
Ogni cosa è lecita qui sopra

Tutto è consentito
Apparire
Scomparire
Basta pagare
In migliaia pagano
In migliaia scompaiono
Solo negli ultimi anni centinaia sono i casi di persone scomparse su questi colossi
C’è chi ha deciso di togliersi la vita
Altri casi classificati come incidenti
Abuso di alcolici durante le feste serali
Altri ancora omicidi
Ma poco importa ai pesci
I primi che partono sono gli occhi
Poi il resto
Tutto buono
Si paga anche quel che è gratis sulle navi da crociera
Anche l’aria che mette appetito
Quella che mette sete
Che dolce trappola
Ma cosa credi ?
Qui tutto ha un prezzo
Anche i sorrisi
Forse sarà per questo che sorrido di rado
Costa caro
Eppure dicono che quando lo faccio si illumina il mondo
Interessante
Ma perché illuminarlo ?
È notte
Riposate
Fidatevi
Con tutte ste luci non vi sarà facile dormire
Io ne so qualcosa
Sono ovunque
Alternate
Colorate
Sparate
Soffuse
Potete farle come volete ma ricordatevi che la notte e’ sempre la notte
Qualunque sia la luce
Con o senza sorrisi la storia è la stessa
Certo
Sorrido
E si squarcia il buio
Ma il nero è tanto
Troppo
E’ ovunque
E’ un attimo e lo squarcio si richiude
Non puoi distrarti un istante
Puoi esser di guardia
Puoi aver ingerito tutte  le sostanze possibili
Puoi inciderti la pelle o pizzicarti
Prima o poi l’omino del sonno a cavallo del suo ciuchino ti trova e
Plin
Basta un attimo
Un professionista
Di quelli che non se ne trovan più
Mira infallibile
Pulito e silenzioso
Due colpi
I granelli centrano gli occhi
Palpebre pesanti
Prima il crepuscolo
Poi la notte
Il buio
Inutile quindi sprecare sorrisi
Costano signori della corte
Sono dei lampi
Fanno bene
Tanto
Ma sono inversamente proporzionali
Più ti piacciono
Più lunga ti sembrerà la notte lontana da essi
Per questo van dosati con cura
Per questo li uso col contagocce
Anzi
Se proprio devo esser onesto da quando sto su questa città galleggiante li ho tolti dal calendario
Li lascio a loro
Anche se sciatti
Anche se effimeri
Però sono belli
Bianchi
Luccicanti
Freddo
Sento freddo
Devo decidermi una volta per tutte a dare retta al medico di mia sorella
Non ho più il fisico
E’ vero
Quella caduta m’e’ costata cara
Devo cominciare a coprirmi
Meglio muoversi
Mi avvio verso l’entrata del ristorante
Fuori c’è solo quella coppia che si bacia con gusto
Belli sono
Belli sarebbero
Se solo non fossero amanti
Il di lei e’ davanti ad un video poker convinto di vincere
La di lui in cabina a pancia giù, con la schiena a pezzi dal sole affrontato senza protezioni convinta che il Madagascar sia sotto Lampedusa

Magari si buttano giù
Tenendosi per mano
Come sono belli gli amanti
Bravo Magritte
Stendi un velo
Vado dentro

Cambio temperatura
Ho ancora freddo
Quanti piedi questa moquette
Bella
Da linciaggio
Controllo non ci sia nessuno in giro Silenzio
Destra
Sinistra
Via libera
Non sopporto chi urla
Giro la maniglia
Cede sotto il mio peso
Perché farsi pregare
Buio
Saggio la parete
Interruttore
Click
Luce che per qualche secondo flirta con le tenebre
Il solito nascondino
Tana per la luce
Esci

Prima bassa e calda
Poi forte e algida
Illumina lo spazio senza grazia
Farò una richiesta personale al comandante
Non dico tanto
Ma almeno un filtro colorato
Poi c’è altro
O è una mia impressione
Oppure ogni volta che esco a fare due passi e rientro mi sembra sempre più piccola questa dannata stanza
Entro

Cauto come per non far rumore
Cretino che sono
Ci sono solo io qui dentro
Mi avvicino alla parete in fondo alla stanza
Faccio scorrere le dita fino alla maniglia
Clack
Il cassettone si apre
Infilo il braccio
Freddo
Tiro dolcemente a me
Ormai conosco i meccanismi come fossero il prolungamento dei miei arti
La prima volta ho tirato troppo forte e me la sono data sul naso
Fortunatamente non è uscito sangue
Un sibilo
La tavola scorre impercettibilmente sotto le mie dita
Si blocca
Guardo nel riflesso dell’acciaio
Che brutta cera
Il dottore di mia sorella mi ha consigliato più volte i multivitaminici
L’ho assecondato dicendogli che l’avrei presi
Ma poi non l’ho mai fatto
Tutte stronzate
In più aumentano i radicali liberi
Invecchiamento precoce della pelle
E ci tengo alla mia
Ma guarda te che cera
Per esser quella di un morto però non posso lamentarmi
Ah non si era capito?
Sì sono morto

Non mi ricordo quando
Non mi ricordo perché
Non mi ricordo tante cose
Posso solo dirvi però che ogni nave da crociera, al giorno d’oggi, è dotata di un obitorio, poiché il passeggero medio ha un età di 40-50 anni e, secondo alcune analisi, più dura la crociera e più si alza l’età media dei passeggeri
Ed io sono al momento l’unico occupante di questa
Non mi ricordo più quanti hanni ho
Ma non credo sia importante
La tratta che faccio ?
Non ricordo
Fosse sempre la stessa poco cambierebbe
Esco  sempre sul tardi
Quando tutti sono all interno
Quando mangiano
Bevono
Ridono
Amano o si illudono di farlo
Esco per quell’ora per non disturbare
Son discreto
I miei mi hanno educato alla vecchia maniera
Quando esco per fumare e prender un boccata, il mare e’ sempre nero
Percorressimo il Baltico o l’Oceano Indiano per me sarebbe la stessa cosa

Oddio
Proprio la stessa no
Nell’Oceano Indiano una volta ci hanno assaltato pirati

Anche in quell’occasione sono stato molto discreto
Nei corridoi ho sempre ceduto il passo
Sul ponte ho raccolto e consegnato portafogli collane orologi e ogni cosa preziosa cadeva di mano a questi chiassosi uomini d’affari
Neanche un grazie mi son beccato
Pazienza
Andavan di fretta
Una cosa però la devo dire
Nonostante il parapiglia si son comportati da gran signori
Hanno evitato di lasciar dei morti
Quindi come potete immaginare  la stanza anche in quell’occasione l’ho tenuta tutta per me
E se mi fosse toccato un compagno di stanza con problemi alle vie respiratorie ?
Per carità
Odio poi quelli che russano
Peggio quelli che parlano nel sonno
Proprio dei gran signori
Hop
Un salto e sono su
Una spinta e son dentro
Riposo gli occhi
Giusto un attimo
Bella l’acqua
Nera
Lucente
Scorrevole
Impalpabile
Letale
Da’ la vita
Così dicono
Da’ la morte
Così tacciono
Un momento
Ma l’ho spenta la luce ?

Gabriele Rubini

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Cosa è Write and Roll?

Con allegria
far finta che in fondo in tutto il mondo
c’è gente con gli stessi tuoi problemi
e poi fondare un circolo serale
per pazzi sprassolati e un poco scemi
facendo finta che la gara sia
arrivare in salute al gran finale.

(Quale Allegria, Lucio Dalla)

Questo pezzo doveva chiamarsi Lettera aperta a Carlo Freccero o Che cosa è Write and Roll. Al momento in cui lo scrivo non so da che parte andrà, so solo da dove arriva.

L’altro giorno ho iniziato a scrivere un pezzo sulla nostra intervista saltata a Selvaggia Lucarelli. É roba di mesi fa, di noi che cercando un’identità andiamo a Torino a intervistarla e lei ci pacca male, di noi che spendiamo 300 euro (che non abbiamo) di materiali per niente, del nostro gancio/finto-amico che l’aveva invitata dicendo che era per noi invece era perché se la voleva bombare. É un bene che non l’abbiamo fatta, non c’entra niente con noi, stavamo sbagliando strada. Anzi forse era un bene farla proprio perché era ai nostri antipodi, ma sarebbe stato inutile perché lei non si sarebbe mai aperta. Inutile andare a dare se uno non sa prendere, no? L’ho cancellato quel post, per sbaglio. Non succede niente per caso.

E quante cose non scriviamo, non facciamo, mandiamo all’aria. Siamo incompleti, ci completiamo solo tra di noi in quei rari momenti in cui ci incontriamo in queste vite in cui siamo intenti a scappare ai ripari. E quante cose anche voi lasciate li a metà sconfitti da questo strano silenzio che vi accompagna sulle scale.

Abbiamo messo in piedi un sito per fare la Rivoluzione, che di per se è già tanto una cosa così sbagliata da non farci nemmeno affidamento. Siamo gente che paga le bollette solo con la minaccia di chi viene a staccare i fili, uomini che fanno incazzare le fidanzate e le mogli, eterni donnaioli squattrinati che si presentano in cassa e ti fanno «Hai mica il contante?», alla fine ci piace stare di più al telefono a fantasticare su che tipo di rapporti sessuali avrà Landini che rispondere su Twitter alle polemiche. Ma questo non vuol dire che non studiamo, non osserviamo la realtà, non leggiamo ogni angolo remoto dei quotidiani e degli sguardi di chi allontana i venditori di rose in cerca di un filo conduttore. Ma forse è questa la nostra rivoluzione. In un video dell’altro giorno, una parodia di Interstellar, quello che dovrebbe essere McCounaghey si vede dare il corredo genetico degli italiani in mano prima di partire per lo spazio. Siete solo i postini, gli dice il mittente e lui povero ci rimane male.

Il Guru

(Jim, Padule 2014)

Siete solo i postini. Ci ho pensato due giorni.

Non c’è niente di male a essere dei postini, credo che anche gli apostoli si sentissero così. Forse noi dobbiamo scontrarci ogni giorno col fatto che siamo dei postini e non avremo un ruolo in prima linea nella cultura, nel progresso, nella Storia dell’umanità. C’è Mafia Capitale, il Jobs Act, si deve scrivere ci sono, ma già non ho più tempo non me ne frega un cazzo io mi ricordo solo di un paio di cosce che camminavano nel sole ed ero vivo. Forse noi a differenza degli apostoli abbiamo difficoltà a portare le parole di un messia, perché non riusciamo a fidarci più di un mese di fila di un messia. L’esempio lampante è Saviano, uno dei più presi per il culo dal “popolo del web”, ovvero da voi, perché accusato di essere pesante, di non saper scrivere, di fare la vittima. Tutte caratteristiche che lui ha in potenza, ma che non sono l’unica cosa che ha. Vive nelle caserme e comunque Gomorra l’ha scritto lui e non tu, non mi pare proprio che sia una merda. E chi lavora nel settore ti dice che l’ha riscritto il suo editor perché lui non parla manco italiano. Si vabbè. E l’editor in questione? Chi è? Dai… Siamo cresciuti davanti alla televisione, in fondo è normale che pensiamo certe cose, è normale che ci sentiamo destinati a essere NOI i protagonisti. Recalcati, che non conosco personalmente e di cui non so niente, ha detto da Fazio che ha scritto un libro per gli insegnanti. Dice che questa generazione è la prima che si trova i genitori alleati contro il corpo docenti quando questi prendono una decisione contro gli studenti. Quando andavo a scuola mia madre si faceva dare manforte per cazziarmi. Ora l’atteggiamento mi pare invertito. Non credo di parlare da nostalgico, lo dico sulla base dei racconti dei miei cugini più piccoli e dei loro amici, dei fratelli minori dei miei amici, della lettura dei pezzi di cronaca locale.

La mia generazione ha un trucco buono, critica tutti per non criticar nessuno. Lo diceva Manuel Agnelli anni fa. Non sto mitizzando Manuel Agnelli, sto solo citando un suo pezzo. La verità è che siamo tutti annoiati. Così annoiati da parlarci addosso.

tecla

(Tecla, loculo Ausonio, Inverno 2013)

Questo sito a volte mi chiedo come fa ad andare avanti, come fanno ad esserci persone che ci continuano a leggere. Anzi aumentate, ci mandate i vostri racconti, ci scrivete in privato e noi che facciamo sempre meno (anche se ora stiamo ripartendo) perché caschiamo giù nella spirale del quotidiano e ci perdiamo in mille cose contingenti.

E mi rispondo così: WNR non è il sito di informazioni che vi cambierà la vita, non è il sito di news che vi dirà cosa seguire, non è il sito dei meme che potrete condividere sui social, non è il sito degli haters che vogliono sfottere i più deboli. WNR è un posto in cui ci si prende cura di un vuoto, che nessuno sta curando, un vuoto così vuoto che lo riempite voi con quello che vi pare. Siamo il sito del vuoto e di chi fiuta il vuoto. Non è per forza un male.

Gana

(Gana, vicino al Covo Amalfi 2013)

Siamo qui per le nostre/vostre debolezze

per il vostro amico che al telefono è giù ma vuole chiudere buttandola sul mal di schiena

siamo quello a cui finalmente ammetti che stai sbagliando tutto, che è ora di correggerti.

Noi siamo gente piena di speranza, il mondo ci piace e la vita pure, vorremmo portarla a termine piena di gioia e non doverci trovare a pentirci di tutto solo negli ultimi giorni quando ci cagheremo addosso, perché tutti sai si cagano addosso e piangono alla fine? Siamo una confraternita di sfollati, che in fin dei conti sono solo i primi a venir via dalla festa. Ma siamo anche casa vostra.

Se cercate un posto per l’adunata ecco che siete arrivati alla meta.

Tanti dei nostri profeti sono morti, quelli vivi non sanno nemmeno che esistiamo, ma ci sono. Per il resto i nostri fratelli sono la nostra casa. Si doveva chiamare Carlo Freccero perché Carlo Freccero mi garba e lo vorrei sempre la sera dopo cena quando ho voglia di ragionare ma sono già in tuta e ormai non esco perché è freddo. Vorrei un adulto così colto e intelligente con cui parlare del mio futuro. Non me ne frega poi tanto della crisi, dell’economia, dei dati, voglio sentire parlare di vita. Edda ha detto una sera: Gente come Capovilla riesce a parlare della Cambogia, dell’Africa, io riesco solo a dire di chi conosco. E io ringrazio lui e le migliaia come lui di raccontare la storia di chi non ha storia. Noi siamo l’organo di stampa dei senza storia, l’ufficio delle cause perse. Ma non i loro detrattori, non i loro sfruttatori, noi siamo i loro cazzo di trampolini. Non siamo gli intellettuali che si parlano nell’orecchio con parole criptiche e seghe a vicenda, noi siamo quelli che vi traducono Burroughs per farvelo portare sotto il braccio. Stamani leggevo un pezzo di Genna su Internazionale che parlava di Milano. Ho provato una vera irritazione, l’idea iniziale si sbriciolava in mille supercazzole supercolte, il pezzo era brutto, inutile, autocelebrativo. Ci sarebbe bisogno di gente come Genna che scrive per tutti noi, non c’è bisogno di gente che si scrive addosso. Troppi intellettuali parlano una lingua segreta che comprendono solo tra di loro. Freccero, vorrei che parlassero come Freccero.

 

Gana 2(Gana, Stazione Montecatini Terme 2013)

Ray Banhoff

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Umberto Smaila

smaila-wnr

È nato in provincia, è cresciuto a Milano, è diventato un’icona degli anni ’80, si è trasformato nell’emblema del divertimento commerciale, Umberto Smaila ha fatto tutto questo nei suoi primi sessantaquattro anni di vita. Dovrebbe raccontare per mestiere quello che ha visto, i locali in cui è stato, chi usciva con chi, chi frequentava chi, perché fra i suoi ricordi ci sono i Berlusconi e le Veroniche Lario, i Munari e i Dario Fo, i Francis Turatello e le ragazze Cin Cin.

Tutte le sere, alle sette in punto, arrivava a casa nostra Diego Abatantuono. Entrava e pronunciava la rituale frase: cosa facciamo stasera?

Verona è dove è nato e dove ha frequentato il liceo, dove ha conosciuto quelli che sarebbero divenuti i suoi compagni d’avventure: Jerry Calà, Nini Salerno e Franco Oppini. Con loro, nel 1970, ha dato vita a I Gatti di Vicolo Miracoli, collettivo in attività sino al 1985, di cui hanno fatto parte, per un breve periodo, anche Gianni Gazzola, Spray Mallaby e Benedetto Casillo. Un gruppo dalla comicità surreale, stralunata, stravagante. Un modo di far ridere del tutto innovativo, simile a quanto proposto, prima di tutti, da Cochi e Renato, non a caso anch’essi parte di quella incredibile esperienza che fu il Derby Club di Milano. Verona è dove Smaila mi ha dato appuntamento, nel suo nuovo locale. Con lui, il suo manager, il figlio Rudy e l’anziana madre. Mi presento e prendo accordi per l’intervista, prima di dirigermi al bancone del bar. La pista da ballo è circondata da tavoli, tutti sono in attesa che la musica inizi. Nel giro di qualche minuto Umberto sale sul palco. Il repertorio è quello che ti aspetti: grandi classici, evergreen. «Questa forma di spettacolo l’ho inventata io» mi confessa, in seguito, «Dopo 800 puntate di Colpo Grosso avevo un repertorio di centinaia di pezzi di cui non sapevo che fare. Ho cominciato a suonarle, una volta alla settimana, in una discoteca della provincia. Quando ho iniziato la gente mi guardava come un marziano. Oggi lo fanno tutti. Sono arrivati ventiquattro anni dopo». L’audience è abbastanza omogenea (credo di essere l’unico under 35): la osservo tenendomi in disparte, ammirando la disinvoltura con cui in molti si lanciano in balli di gruppo che prendono spontaneamente forma. Sulle prime note di Stasera mi butto, un uomo si fa largo tra la gente, guadagna i piedi del palco, si genuflette. Verona Beat ha aperto lo show. È la canzone con cui ha inizio Arrivano i gatti, film del 1980 di Carlo Vanzina, parzialmente ispirato all’ascesa del gruppo di cui Umberto è stato parte. Verona Beat sta a Verona come Grazie Roma sta alla capitale (credo). Una di quelle canzoni in cui c’è dentro tutto, di un periodo, di un mondo, di una città. Riferimenti chiari a chi da queste parti ci è cresciuto – come me – ma che in pochi possono comprendere, al di fuori delle mura. Quando finalmente riusciamo a parlare, cerco di farmi descrivere quella atmosfera. Umberto, cos’era la Verona beat? «Era la Verona degli anni ’60, la Verona dei grandi cambiamenti, della rivoluzione nei rapporti padri-figli, professori-studenti. Era la Verona dei Beatles, dei Rolling Stones. Era la Verona che era riuscita a meritare il soprannome di Liverpool d’Italia. Era la città che, assieme a Modena, in quel periodo, vedeva il più grande fermento dal punto di vista musicale, soprattutto per quelli che all’epoca venivano chiamati “complessini”. Tutti suonavano, anche chi non era capace» Come fu arrivare a Milano da Verona? Come eravate visti? «Eravamo visti benissimo ma eravamo noi quelli che si sentivano provinciali. Per prima cosa ci accorgemmo di avere un accento clamoroso, noi che eravamo convinti di avere una dizione perfetta: ”Come ti chiami?” “Umberto” “Ah, sei veneto?”, ma come, cazzo!? Eravamo molto giovani, i più piccoli della scuderia del Derby. Eravamo le mascotte del locale, c’era molto affetto nei nostri confronti. Tutti ci davano dei gran consigli. Un giorno il proprietario ci disse: “Voi avete bisogno di un regista e ho pensato per voi ad Arturo Corso”, l’aiuto di Dario Fo. Grazie a lui imparammo tutte le movenze della commedia dell’arte. Naturalmente andavamo a vedere Fo ed eravamo un po’ storditi da quell’esperienza che era la sua comune a Milano. Quelli, poi, erano gli anni di piombo e il Derby era frequentato da gente come Munari, dai più grandi pittori, da artisti e cantanti, ma anche da ogni tipo di gangster» Tipo? «Di notte usciva quella gente lì, o gli artisti o i delinquenti. Mi ricordo, ad esempio,

Una sera Jerry mi disse che Franco Califano gli aveva chiesto se volevamo fare delle foto assieme a Francis Turatello. Dopo tre o quattro anni il suo compagno di cella gli mangiò le intestina nel carcere di Badu ‘e Carros

che una sera Jerry mi disse che Franco Califano gli aveva chiesto se volevamo fare delle foto assieme a Francis Turatello, suo grande amico (tanto che in un suo LP, in copertina c’era proprio lui – giusto per farti capire il tipo di rapporto). Facemmo la foto. Dopo tre o quattro anni il suo compagno di cella gli mangiò le intestina nel carcere di Badu ‘e Carros» Dev’essere passato chiunque, da lì, in quegli anni. «Una sera, mentre guardavo lo spettacolo, venne a cenare proprio dietro di me Enrico Maria Salerno accompagnato da una certa Veronica Lario, all’epoca sua partner in uno spettacolo che facevano al Manzoni. Quella sera c’era un cabarettista, si chiamava Enzo Robutti, un bolognese. Continuava a gridare una parola, una cosa del tipo “spumon! spumon!”. Veronica Lario chiese a Salerno “Ma che cos’è questo spumon, questo spumone?”. Lo sentii distintamente rispondere “POMPINO”» Genio. «C’erano praticamente tutti, anche quelli che non lavoravano al Derby lo prendevano come una specie di ufficio di rappresentanza e alla sera finivano per riversarsi lì» Quanto durò questo periodo? «Fino a al ’76-’77. Noi vivemmo lì dal ’71 al ’75» Ma non vivevate fisicamente lì, no? «Anche, all’inizio. Vivevamo nell’albergo che c’era sopra al locale. Si chiamava Derby Hotel. Sotto c’era il Derby Club. Poi ci trovammo una casa» Tutti insieme? «Sì, demmo vita a una specie di comune anche noi, molto bohémien. Ognuno aveva la sua stanza. Io la mia, Gazzola e la Spray erano fidanzati, quindi dormivano insieme, il Nini e Jerry avevano la loro. Oppini viveva dalla zia» Fu un’esperienza positiva? «Assolutamente. Quel periodo coincideva con i nostri vent’anni. Fu un’esperienza fantastica, sia da un punto di vista artistico che personale, e comunque ci era indispensabile economicamente: ci stavamo appena dentro coi soldi. Avevamo la nostra trattoria di fiducia. Si chiamava Tri Basei ed era praticamente la nostra mensa ufficiale. Tutte le sere, alle sette in punto, arrivava a casa nostra Diego Abatantuono, con Panorama – all’epoca di gran moda – e il Corriere Informazione. Diego era il nostro tecnico delle luci al Derby, eravamo amici. Prendeva due tram per venire da noi: Lorenteggio-Duomo, Duomo-casa nostra. Entrava in casa e pronunciava la rituale frase: “Cosa facciamo stasera?”. Andavamo a mangiare e, quasi sempre, al cinema. Poi andavamo al Derby a lavorare e poi a divertirci in giro»

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Come arrivò il successo presso il grande pubblico? «Nel 1977 partecipammo al primo importante programma della televisione a colori. Si chiamava Non Stop. Era il primo senza presentatore e era diretto da un geniale regista che si chiamava Enzo Trapani. Ci trovammo a prendere parte a questa esperienza molto importante assieme a Carlo Verdone, a La Smorfia, a Zuzzurro e Gaspare, a I Giancattivi. C’erano i più forti dell’epoca. Dopo la prima puntata cambiò completamente la nostra vita» Anche la vostra vita privata? «Quella non particolarmente. Qualcuno si era già sposato. Io, ad esempio, e anche Nini. In realtà io mi ero pure separato – un attimo prima del grande successo. Chissà mia moglie come si è incazzata! Dopo che ci siamo lasciati ho cominciato ad andare in televisione e a diventare famoso» 

Mi è capitato di passare da 500 puntate l’anno a neanche una, nel giro di tre mesi. Ho preso la mia Mercedes, sono andato in un autosalone e sono tornato con una Toyota usata

 C’è mai stato un momento in cui le cose non sono andate bene, in cui ti sei domandato cosa stessi facendo, come saresti andato avanti? «Ci sono stati dei momenti di grande preoccupazione e alcuni in cui ho dovuto rivedere in maniera importante il mio stile di vita. Mi è capitato di passare da 500 puntate l’anno a neanche una, nel giro di tre mesi. Ho preso la mia Mercedes, sono andato in un autosalone e sono tornato con una Toyota usata» Jerry lasciò I Gatti nel 1982. Era nell’aria? «Assolutamente no, non ce lo aspettavamo, ci prese in contropiede. Dovemmo sbarcare il lunario per un po’, poi riprendemmo in tre. Facemmo un periodo ad Antenna 3, all’epoca molto seguita nel nord Italia. Berlusconi ci notò e ci offrì di fare Quo Vadis, con la regia di Nichetti, e poi Drive In. In seguito, cominciai a condurre programmi da solo: prima Help, poi C’est la vie, diversi anni di quiz pomeridiani, fino a quando, nel 1987, cominciai Colpo Grosso» Una trasmissione difficile da proporre in quel momento, no? «Sì, molto. All’epoca i commenti furono vari. C’erano grandi estimatori e grandi detrattori. La verità è che la guardavano tutti. Per parlarne bene o per parlarne male ma la guardavano. Ebbe un successo straordinario, di fatti durò per ben quattro anni, fino al ’91» Cosa pensasti quando te lo proposero? In fondo era una cosa nuova, non si sapeva come sarebbe andata. «Quando mi parlarono del programma seppero lusingarmi e fare leva sul mio ego di artista. Mi dissero che ero l’unico che avrebbe potuto condurre quella trasmissione. In più ero

Il lavoro è sempre stato un mezzo per interpretare la vita come volevo, poter viaggiare, farmi i cavoli miei, bere del Tignanello, andare nei ristoranti Michelin

riuscito a ottenere, come contropartita, di avere sempre e comunque un altro programma sulle reti Finivest. Al pomeriggio ero l’idolo delle massaie, mentre alla sera ero l’idolo di non so neppure io chi» Com’era la vita con le ragazze Cin Cin? «Sai quello che si dice dei pasticceri? Dopo qualche abbuffata passa la voglia. Bene, i dolci dopo un po’ danno la nausea, le donne no» Hai mai fatto delle scelte di cui ti sei pentito? «Ho sempre scelto in base alle mie esigenze e in base al mio modo di vedere le cose. Avrei potuto bussare a una porta in più, fare una telefonata, rinunciare alla mia famiglia ma la visibilità, il successo, non sono mai stati tutto per me. Il lavoro è sempre stato un mezzo per interpretare la vita come volevo, poter viaggiare, farmi i cavoli miei, bere del Tignanello, andare nei ristoranti Michelin» Nei ristoranti ti sono sempre successe un sacco di cose assurde. «Un giorno ero in un ristorante a Parigi e nella stessa sala in cui mi trovavo incontrai i Rolling Stones. Mentre me ne stavo andando mi avvicinai al loro tavolo: “Can I tell you one word?” “Ok, one word” “Thanks”. Scoppiarono a ridere e finì in baldoria».

@giovane_albert

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