Archivi del mese: agosto 2014

Balcani

Andare nei Balcani non ha più senso.
Sono partito da Milano con una panda, io lei e Svetlana, una mezza slava con cui ho condiviso il viaggio. prima tappa Zagabria. a Zagabria sembra di stare in Svizzera, se butti una carta per terra rimane sospesa per aria e va da sola nel cesto dell’immondizia. c’è solo una via carina ma talmente tanto commerciale che mi aspetto il numerino come in macelleria per entrare, invece no, solo drink di bassissimo livello e marpioni bruttissimi che fanno gasare Svetlana che secondo me un po’ ci gode anche. la mattina seguente partiamo per i mitici laghi di Plitvice. ci sono più giapponesi che litri d’acqua. le cascate sono impallate da go-pro e Samsung, sembra una pubblicità. diluvio.

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Belgrado è fantastica, se non la vedi, se ci vai capisci che è la capitale stronza di una nazione. se non ci fosse stata la guerra nessuno sarebbe venuto a visitare questi posti

a trenta all’ora passiamo il confine e approdiamo a Bihac, in Bosnia. alla dogana il tipo si incazza che abbiamo una sigaretta e rimprovera Svetlana che ci rimane male fino al giorno dopo, anche io ci rimango un po’ male per Svetlana, lei è delicata al confine. Bihac è un posto sul fiume Una, fanno rafting e ti inculano, di base. la sera è andata bene però, dopo aver cenato in un posto vista fiume, tornando al motel, ci siamo fermati in un bar sulla provinciale per un amaro e lì abbiamo conosciuto Aldino, il direttore dell’albergo più figo di Bihac che stava bevendo birra e ci ha offerto almeno dieci giri di Jaegermaster e ci ha intortati con la storia dell’albergo top level e con il fatto che Kusturica sia andato alla ricerca della sua identità musulmana. la mattina dopo mi sono svegliato che ero truccato da donna, secondo me Svetlana ne sa qualcosa, ma siamo confusi e non abbiamo approfondito, siamo andati a fare rafting. questo si che ve lo consiglio, una bella passeggiata sul fiume che avendo la corrente ti permette di non pagaiare, quindi non fai niente per due ore e ti godi il paesaggio, di cascate nemmeno le foto e di pericolo nemmeno la p. settanta euro in due, il tipo dopo si è comprato una panda credo.

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Bihac è un posto sul fiume Una, fanno rafting e ti inculano, di base

non ci perdiamo d’animo e salpiamo per Belgrado, venticinquemilioni di ore di macchina tra montagne bellissime e code per incidenti mortali, perché in queste stradine pensano tutti di essere yeah con le golf turbo del 96 e poi fanno frontali peso e creano code e noi lì ad aspettare la safety car. Belgrado è fantastica, se non la vedi, se ci vai capisci che è la capitale stronza di una nazione che di veramente interessante ha avuto la voglia di spaccare il culo a tutti e scrivere tre righe di storia. gli edifici e le piazze non hanno personalità, si respira un’aria che sembra non appartenere a nessuno e tre buchi sui muri non possono convincere per sempre, non si può vivere pensando alle cannonate come una cosa figa. la sera però oltre al diluvio universale abbiamo mangiato in un posto ottimo, arredato come un teatro, con musica classica e piatti che a Milano Cracco te li da per un monolocale.

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la mattina dopo mi sono svegliato che ero truccato da donna, secondo me Svetlana ne sa qualcosa, ma siamo confusi e non abbiamo approfondito

adesso arriva il bello però, Guca e Sarajevo. il primo è il festival degli ottoni, il più grande festival degli ottoni d’Europa e forse del mondo, dicono quelli di lonely planet, forse l’ultimo tipo che hanno mandato ad indagare si è fermato nel paese prima però, perché di festival figo non c’erano nemmeno le locandine. nel tragitto in macchina mini estorsione dello sbirro che mi dice che stavo andando a settantaduevirgoladue e che il limite massimo era di sessanta, ho pensato che era stato bravissimo a calcolarlo a occhio e gli ho dato quindici euro cash che lui si è messo in tasca e ciao. arriviamo a Guca e un vecchio serbo cerca di fregarmi un sacco di soldi per una branda da militare e una doccia. gli ho detto che in Italia di rapine ne sappiamo e sono andato oltre. Svetlana intanto ce la mette tutta a farmi ricredere su di lei, ma per fortuna non basta. finalmente arriviamo tra le vie del paesino e avvertiamo subito che i serbi ce l’hanno una passione, quella per i soldi, col cazzo che suonano se non glieli dai. è loro tradizione credo, ma ospitarci in un posto e elemosinare per due notti mi è sembrato un po’ strano. vanno a soldi loro, se inserisci il gettone soffiano, se non sborsi un soldo sei un nemico e stronzo e tirchio e turista sfigato. allora io glieli ho dati i soldi e questi dopo quindici secondi che ti girano intorno suonando ti mollano come per dire, bravo, inserisci un altro gettone e tira la leva se vuoi l’audio personal.

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uno sbirro mi dice che stavo andando a settantaduevirgoladue e che il limite massimo era di sessanta, ho pensato che era stato bravissimo a calcolarlo a occhio e gli ho dato 15 euro cash

comunque c’è gente che si diverte, sessanta turisti tra inglesi e australiani e anche un giapponese che hanno la birra che gli esce dagli occhi. degrado. altra nota dolentissima sono i rom, questi ti chiedono soldi per niente in continuazione. sono convinto che se muoio e incontro un rom nell’aldilà mi rompe il cazzo anche li. comunque qui bisogna starci attenti che tu bevi e per loro le tue tasche diventano sempre più morbide e infilarci la mano e sfilarti il telefono è uno scherzetto. hanno la stronzagine nel cuore quelli. insomma sbronza anche noi, di vino che Svetlana con la birra ha litigato, e nanna in tenda. ciao. penultima tappa Sarajevo. la migliore per noi, anzi, la meno peggio. Sarajevo poverina ha vissuto una storiaccia coi serbi che volevano raderla al suolo e ha resistito bene. undicimila morti ed è rimasta li, capitale devastata. qui i buchi sui muri ormai non sono tantissimi ma ti fanno avvertire subito l’aria di morte e polvere e guerra. tra i palazzi rimasti in piedi e tutt’ora abitati si vivono sensazioni incredibili.

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sono convinto che se muoio e incontro un rom nell’aldilà mi rompe il cazzo anche li. hanno la stronzagine nel cuore quelli

qui Svetlana aveva paura e mi ha cazziato con la storia della dignità e della fotografia e del rispetto, vabbè io sono andato a giocare a calcio coi bambini bosniaci fortissimi. c’erano Shevchenko e Dzeko dei poveri che erano due bomber. era come giocare tra i palazzi di scampia solo che qui le pistole non sparano più dal 95 ma l’eco della loro potenza si sente ancora, nel silenzio credo, ma è assordante. abbiamo fatto pace io e Svetlana e abbiamo pensato che se non ci fosse stata la guerra nessuno sarebbe andato a visitare questi posti. a Sarajevo ci sono un sacco di cimiteri, anche nei cortili delle case, ce ne sono stati così tanti che chiunque poteva tenersi il suo caro defunto anche in giardino, peso. abbiamo lasciato una scheggia di cuore a Sarajevo e abbiamo fatto l’ultimo pezzo fino a Dubrovnik in apnea, pensando in silenzio che non può essere la guerra e l’idea di devasto che si porta dietro, l’unica attrazione di un posto.

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Giorgio Serinelli

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