Archivi del mese: giugno 2014

La notte con Balotelli

Stanotte mi ha scopato Balotelli
Aveva la cresta bionda
E ci dava anche con una donna vestita di bianco
incrociata a una festa etnica a Los Angeles
Poi si concentrava su di me
Ed era sempre più nero
Sempre più bello
Più prestante
Io soffrivo e godevo
Cercavo di liberarmi e godevo
Mi disperavo e godevo

Lo vedevo muoversi tutto anche se mi prendeva da dietro
Gli addominali contratti
I pettorali tirati
Il sudore di un negro

Poi non era più lui
Era il sistema, M-L’Ano, loStato, ilGoverno,
Un grattacielo
ilConsumismo, iCinesi, iDietrologi, iComplottisti

Diventava Papa da San Pietro,
Obama da Washington DC, il mio neurologo da via Sardegna,
KAty Perry che canta a XFactor nuda, una puttana spagnola
con le tette giganti
e un vibratore a cintura

Poi sono stato aspirato
Mi sono svegliato
Sono stato meglio

@moreneria

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Sandro Piccinini

«Il mio più grande limite sono le sopracciglia more (petardone dalle tribune!). In tv sono rifuggite come la peste, perché ombreggiano lo sguardo (confusione in mezzo al campo!). Anche Fabrizio Frizzi se le schiarisce (bordate di fischi impietosi per lui!). Io sono stato tentato un paio di volte (brivido!), ma grazie al cielo ho sempre resistito (non va!)».

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Ascoltando Sandro Piccinini è impossibile non avvertire l’eco di quei commenti in levare che per un paio di generazioni sono diventati la quintessenza delle telecronaca calcistica. «Fino all’inizio degli anni 90 i commentatori erano quasi tutti scuola Rai: dizione perfetta, espressioni forbite, trionfo ipotattico. Mi resi conto che il 50% delle parole erano inutili e che bastava un nome ben scandito (Šcevčenko!) per emozionare». Non che sia un fanatico del progresso, il buon Sandro, tant’è vero che sulla scrivania del suo studio in Mediaset spicca un Nokia a mattonella verosimilmente fuori produzione da quattro o cinque anni. «C’ho provato con l’iPhone» assicura «ma i messaggi non riesco proprio a scriverli col touch screen». È però fanatico della paratassi e vittima di una specie di sindrome di Stendhal. «Durante il commento divento tutt’uno con la partita e parlo in perfetta sincronia con le azioni di gioco. Deve sentirsi il mio “rete!” prima del boato dello stadio, là dove Nando Martellini e Bruno Pizzul annunciavano il gol cinque secondi dopo che il pubblico aveva cominciato ad esultare». Le espressioni di cui sopra sono quindi nate in preda alla trans agonistica (sciabolata morbida!), anche se Piccinini non nasconde di aver replicato a oltranza quelle che incontravano il maggior seguito degli spettatori.

Fino all’inizio degli anni 90 i commentatori erano scuola Rai: dizione perfetta, espressioni forbite. Mi resi conto che molte parole erano inutili e bastava un nome ben scandito per emozionare

Il Nokia è appoggiato sulla Gazzetta dello Sport, che titola Rossi di rabbia. «La cosa non mi torna, soprattutto dal punto di vista umano» aggrotta le sue sopracciglia incomprese. «Prandelli ha corteggiato Giuseppe Rossi per mesi a telefono, poi sul più bello lo rispedisce a casa dai Mondiali. Mah?!». Va tenuto presente che Sandro ha un rapporto tutto suo con le esclusioni. Figlio di un calciatore, morto quando lui aveva appena 14 anni, militava nelle giovanili della Lazio. A 16 anni il club biancoceleste, invece di promuoverlo negli allievi nazionali, pensò bene di cederlo al Latina Calcio. «Considerai l’esilio in ciociaria un terribile affronto e decisi di tentare, per vendetta, un provino per la Roma, allora allenata da Nils Liedholm, ex compagno di squadra di papà». Il provino durò 30 minuti, durante i quali Piccinini, dotato di poca corsa ma di ottima tecnica, tirò in porta da tutte le direzioni (destro a giro!) e segnò gol pazzeschi (gran botta!). «Sandro, tu studi?» gli chiese il Barone Niedholm a fine provino. «Sì» rispose lui. «Ecco, continua» sorrise il Barone. «Calcio è difficile, studio è sicuro» (malinteso tra i due!). Piccinini ammette che quella brusca disillusione fu per lui un’autentica salvezza. «Sarei arrivato, arrancando, non più in alto della C2». Solo grazie a questa esclusione gli si sarebbero poi spalancati i territori selvaggi delle tv locali, il Far West del tubo catodico (da lui raccontato a quattro mani con Giancarlo Dotto in Mucchio Selvaggio, Mondadori 2006). Nonostante Sandro puntasse ad approdare alla carta stampata e allora nessuno considerasse quello delle tv locali un vero e proprio mestiere iniziò a lavorare (gratis, per i primi quattro anni) per TeleRoma 56, l’emittente del Partito Radicale. «L’abusata espressione fantasia al potere in quel contesto aveva davvero senso. Ti dicevano, “c’abbiamo un’ora di trasmissione da riempire e manco una lira, fa’ un po’ te…”».

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Nemmeno la Rai, sul finire degli anni 70, era però un congegno a orologeria. Le partite si potevano seguire per radio con Tutto il calcio minuto per minuto, ma inspiegabilmente solo dal secondo tempo in poi. Morale: il mercato aveva un buco di 45 minuti. «Ma per commentarle, le partite, bisognava guardarle. Noi non avevamo accesso alle tribune stampa perché in genere le emittenti locali erano considerate ricettacolo di canaglie, figuriamoci quella dei Radicali». Quindi setacciarono i dintorni degli stadi (cerca un’idea!) finché non trovarono delle terrazze adatte allo scopo. «Per esempio a Genova c’era un certo Fisco, nomen omen, la cui terrazza si affacciava sul Marassi. Ci chiedeva 100 mila lire per l’emittente e 10 per ogni persona. Con l’andare del tempo sviluppò un pacchetto premium: caffè a fine primo tempo, panni per scaldarsi le gambe, servizio taxi dalla stazione. Gli affari del povero Fisco subirono un inaspettato arresto solo quando il Marassi venne ricoperto in vista di Italia ’90 (Saluta tutti e se ne va!)». Ma, dopo qualche anno, il sistema mediatico istituzionale cominciò a evolvere come solo esso sa fare. Le idee più geniali partirono, come sempre, da Napoli. «Un giornalista partenopeo mi subaffittò la sua postazione stampa. Quando mi sono accomodato sulla poltroncina e mi sono portato all’orecchio la cornetta del telefono fisso da cui non proveniva alcun brusio, mi sono detto: “eccomi qua, sono arrivato.” (l’attesa è finita!). In quel momento comparve Carletto Juliano, addetto stampa del Napoli. Frugò nella tasca interna della giacca, estrasse un paio di forbici, tese il filo del telefono e…zac! (doccia fredda per lui!) Io lo guardai sconsolato, lui alzò le sopracciglia e fece solo “Eh”».

Durante un provino per la Roma Liedholm mi chiese: Sandro, tu studi? Risposi di sì. E lui: ecco, continua

Piccinini approdò a Rete 4 nel 1984 e imparò la prima regola delle tv commerciali. A impartirgliela fu, guarda un po’, Silvio Berlusconi (ancora lui, il più atteso!). «Una trasmissione è un’enorme vetrina. I marchi che pagano per essere esposti vogliono ritorni, altrimenti non pagano più». Questo, spiega Sandro, non va necessariamente a discapito della qualità. «La qualità, sul lungo periodo, paga più di qualsiasi altra cosa». E Sandro ne ha le prove. Controcampo, da lui lanciato nel 1998 come concorrente della vetusta Domenica Sportiva, ebbe uno straordinario successo proprio perché rappresentava uno specchio sfaccettato della società, in cui il pallone diventava pure spunto per temi più vasti. «In una tv generalista non puoi disinteressarti della polpa, che è la stretta attualità calcistica, ma puoi cucinarla in modi differenti. Immaginammo quindi un talk show in cui una serie di maschere incarnavano dei tipi umani: ogni spettatore poteva immedesimarsi con una e odiarne un’altra. La gente mi chiedeva “ma perché continui a chiamare quell’antipatico di Mughini?” e io rispondevo “così t’è più simpatico Abatantuono” (squadre schierate. Tutto pronto!)». Nonostante queste soddisfazioni non ha più voluto essere assunto da Mediaset, ormai dal lontano 1996. Già, perché mai? «Innanzitutto perché sono matto, dal momento che avevo un mutuo da pagare. Ma sono fatto così, ho l’indole del free lance, mi piace decidere cosa fare di anno in anno. Per di più in azienda c’erano stati un paio di episodi che mi avevano…stizzito». Stizzito? «Sì, stizzito. Era un termine caro a Maurizio Mosca, con cui conducevo Guida al Campionato. In apparenza folle, ma in realtà grande personaggio, tanto che come vedi la redazione è ancora impregnata di moschismo».

Sandro Piccinini

Maurizio Mosca in apparenza era un folle, ma in realtà era grande personaggio, la redazione di Mediaset è ancora impregnata di moschismo

Tendendo le orecchie, in effetti, nella redazione di Sport Mediaset si sente ronzare qualcosa. Che sarà mai? Sarà forse il fastidioso entusiasmo dei calciofili più sofisticati verso i nuovi mentori onniscienti di Sky Sport, vedi il sacerrimo Federico Buffa? «Una pay tv, che vive anche grazie agli abbonamenti, può permettersi livelli di share che una tv generalista, che campa solo grazie agli sponsor, non potrebbe permettersi. Le trasmissioni d’approfondimento di Sky sono molto belle, ma fanno il 2% di share: il grosso del pubblico se lo accaparrano comunque le partite (arriva a rimorchio!)». Ciò non significa che la cara vecchia Mediaset non abbia le sue gatte da pelare. «Ora Rupert Murdoch può permettersi di fare su scala internazionale ciò che faceva Silvio Berlusconi in Italia negli anni ’80. “Ecco, Mike, qui c’è un assegno in bianco. Scrivi tu la cifra”. Cose così. Adesso le reti sono gestite da ragionieri, che calcolano i risultati di trimestre in trimestre (rimessa per lui, Nando Sanvito per noi!), mentre per offrire un prodotto eccellente sarebbe meglio pianificare strategie a lungo termine, che magari nell’immediato non danno frutti».

Scendendo nel dettaglio delle telecronache, mentre il suo maestro fu Enrico Ameri, «in grado di tenere il ritmo reale delle partite anche se si mangiava le parole», i suoi pupilli sono stati Fabio Caressa e Massimo Marianella già ai tempi di TeleRoma56. «Ma da certi livelli in poi, è questione di gusti» spiega. «Difficile dire chi sia più bravo tra Caressa, Marianella, Pardo, Compagnoni, Trevisani, Callegari e Foroni (mucchio selvaggio con trenino!)». Sandro Piccinini, che ha commentato decine di finali Champions League, manifesta il rimpianto di non aver mai seguito un Mondiale. «Ma due cose mi consolano. Primo: per una volta ogni quattro anni, chi se ne frega. Secondo: non riesco a essere più un vero tifoso da parecchi anni e, se con i club ti salvi aumentando di un decibel l’esultanza per il gol di una squadra italiana rispetto a una straniera, temo che non sarei abbastanza sciovinista per commentare l’Italia» scherza. Quindi, per non sapere né leggere né scrivere, già bello abbronzato, eccolo che se ne va a svernare a Londra per l’estate. «Là c’è la mia fidanzata angloportoghese. Fa l’agente immobiliare. Qualche anno fa volevo comprare una casa a Londra e… (si formano le coppie!)». Eppure Sandro non si è mai sposato e non ha figli. «Non sono contro la famiglia ideologicamente, ma per ora non è capitato». (non sbaglia mai!)

Enrico Dal Buono

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Gianfranco Zigoni

Zigoni

Gianfranco Zigoni, detto Zigo, classe 1944, nato e cresciuto a Oderzo, provincia di Treviso, ex giocatore di Juventus, Genoa, Roma, Verona e Brescia. Soprattutto Verona. Puro genio, puro spirito. Istinto sopra ogni cosa. Spavalderia e misticismo sono due ambiti in cui si muove con classe. Fortissimo, un talento naturale, però un ribelle, insofferente a qualsiasi tipo di regola e, anche per questo, discontinuo nel rendimento, poco adatto alla Nazionale. Veste la maglia azzurra unicamente in tre occasioni, tutte partite di poco conto di cui oltretutto ne gioca soltanto una. Non ha mai preso parte ad alcuna grande competizione né partecipato ai mondiali. Zigo ha una personalità bipolare. Un ruolo, il suo, interpretato con dedizione soprattutto in gioventù, e con il quale tiene tuttora banco tra tifosi e giornalisti. Un personaggio con abiti di scena ben definiti: una pelliccia bianca, indossata rigorosamente a pelle (divenuta uno dei suoi simboli, grazie a un celebre scatto che lo ritrae mentre la indossa in panchina, in occasione di un Verona-Fiorentina, in polemica con mister Valcareggi, reo di non averlo fatto giocare), un cappello a tesa larga, degli stivaletti da cowboy, una pistola sotto il braccio. Un teatrante dalle battute irresistibili, convinto di essere stato, assieme a Pelé e Maradona, l’unico autentico extra-terrestre mai esistito, «calcisticamente parlando» – come tiene a precisare. Un impareggiabile guascone. Lo stesso che intimava, ogni sera, a un giovanissimo Francesco Guidolin, di prestare la massima attenzione, il mattino seguente, nell’uscire dalla stanza che condividevano, ordinandogli, nel contempo, di presentarsi soltanto dopo le dieci per portargli la colazione. Lo stesso che sparava, con la sua Colt 45, ai lampioni di fronte alla sua stanza, in ritiro a Veronello, e che faceva strage di donne a bordo della sua Porsche, assieme agli amici storici Ferragosto e Vita. D’altro canto, una persona estremamente sensibile, con una vita segnata da tragici accadimenti (la scomparsa dei genitori, la morte di una nipotina, la malattia degenerativa del fratello), e spesso a disagio in un ambiente, quello del calcio, che non sentiva realmente suo.

Io sono come il cielo, SONO L’INFINITO. Non avrei dovuto fare soltanto i mondiali, ma giocare in un altro pianeta, nell’universo

L’ho incontrato negli studi di Telearena, dove si è recato per la registrazione della trasmissione Palla lunga e pedalare. Zigo è un po’ provato. Ha bevuto un po’ di vino durante la trasmissione ed è stanco. In mattinata ha perso il cognato. Alterna momenti di malinconia a momenti di genio. Questa dev’essere l’intervista definitiva. Dopo questa intervista la gente non dovrà leggere null’altro che ti riguardi. «Ma non esagerare. E poi io sono come il cielo, SONO L’INFINITO». Leviamoci subito dalle palle il calcio. «Tanto io del calcio me ne sbatto i coglioni». Perché non sei andato ai mondiali? «Sarò breve. Nella nostra vita c’è un destino. E il mio destino era di non fare i mondiali. Anche se io penso che non avrei dovuto fare soltanto i mondiali, ma giocare in un altro pianeta, nell’universo». Cos’è questa storia che odiavi il calcio? «Non odiavo il calcio. Mi piaceva giocare il calcio dei bambini. Quando ho dovuto iniziare a giocare il calcio che volevano gli altri mi sono disinnamorato di questo sport». A che età ti è successa questa cosa? «Penso subito, già a Torino con i giovani, anche se ho avuto la gioia di giocare in Seria A a 17 anni con la Juventus. Ma non ero realmente felice di questo modo di vivere lo sport. Mi costringevano ad andare a dormire presto, allenarmi tutti i giorni. Ero uno spirito ribelle. Non mi sentivo libero». È per questo che fosti costretto a frequentare uno psichiatra? «Avevo 22 anni. Avevamo appena vinto il campionato ma il nostro allenatore era uno stress continuo. Era un certo Heriberto Herrera, paraguaiano, una persona onesta. È morto, povero, anche lui. Anche con lui mi presi a pugni. Tutte le mattine quando entravamo nello spogliatoio dovevamo pesarci e il peso doveva essere sempre uguale. Per un lungo periodo mi è capitato di presentarmi regolarmente sotto peso. Bevevo ogni volta un litro d’acqua per rientrare nel mio peso-forma. Dopo un anno di campionato impazzii». Una rigidità nelle regole che si scontrava frontalmente con la tua personalità. «Lui era onesto. Io lo rispettavo. Ma io ero anche giovane. Venivo dal Genoa dove era un po’ l’idolo della squadra e dove potevo fare più o meno quello che volevo. Mi imbattei in una sorta di dittatura. Non riuscivo più a mangiare, così fui visitato da uno psichiatra. Mi curai. Però, poi, avevo perso le forze. A 23 anni non ero più io». Ti sentivi arrivato? «In qualche maniera sì. Avevo vinto il campionato. Avevo vinto il premio come miglior giocatore italiano. Herrera mi aveva tarpato le ali. Io ero un spirito libero. Dovevo liberare la mia fantasia, anche in campo. Quando avevo bisogno di riposarmi lo dovevo poter fare, per essere più brillante dopo. Nella mia carriera, dopo quell’anno, resi – non voglio esagerare – il 60-70% di quanto avevo fatto sino a quel momento. Mi ripresi un po’ nel corso del secondo anno alla Roma, all’età di 26 anni. Poi sono stato bene, ma non al 100%, a Verona. Verona mi ha fatto rinascere. Fisicamente e psicologicamente. In realtà, fisicamente, non sono mai stato veramente bene. Forse fumavo troppo, bevevo troppo».

Fumavo 40 Marlboro al giorno, facevo le quattro a giocare a carte. Se mi fossi davvero impegnato solo DIO avrebbe potuto fermarmi

Quante sigarette fumavi? «Eh fumavo anche quaranta Marlboro al giorno. Stavo fino alle quattro di mattino a giocare a Chemin de Fer. Anche il giorno prima della partita. Ecco, l’unica cosa che mi dispiace, visto il bene che mi hanno voluto a Verona, è di averli traditi un poco. Avrei potuto essere più serio. Però, sai, a quell’età non ci pensi e poi, forse, alla gente non importava. D’altra parte credo che se mi fossi davvero impegnato soltanto Dio avrebbe potuto fermarmi, nessun essere umano poteva farlo. Ogni tanto mi capitava a fine partita di domandarmi: “Perché oggi non sono riuscito a fare niente? Ero in forma, avrei potuto ucciderli tutti.”. Credo ci fosse una mano che mi fermava. Un qualcosa in grado di dirmi: “Oggi no, tu non fai niente”. Per contro, c’erano giornate come il famoso Verona-Milan 5-3». (Zigo si riferisce alla partita che diede i natali al mito del “fatal Verona”, per colpa della quale i rossoneri persero almeno due scudetti. Il primo dei due fu quello del 1973. Era l’ultima giornata e se il Milan avesse vinto contro un Verona senza particolari stimoli di classifica, avrebbe conquistato il campionato. Zigo entra in campo in un Bentegodi stracolmo di bandiere rossonere). «Mi guardai attorno e pensai: “Ma questi credono di avere già vinto?”. E il Milan mi stava pure simpatico. Mi rivolsi al mio amico Mazzanti e gli dissi: “Robertone, questi hanno sbagliato tutto, non sanno che oggi perdono, che vinciamo noi. Perché io oggi mi incazzo”. E non ho neanche fatto gol – anche da questo dettaglio puoi comprendere la mia grande bontà. Sul 5 a 1 i miei compagni volevano segnare ancora ma io dicevo loro: “Ma no, lasciateli stare”, anche se avrei potuto fare gol. E soffrii anche un po’ nel vederli così tristi a fine partita. Il calcio è terribile, è in grado di darti delusioni incredibili. Penso a calciatori che hanno sbagliato in momenti decisivi. Prendi Trezeguet, per esempio. Sono cose che ti segnano per tutta la vita. D’altra parte è il destino. E in realtà si tratta di cose davvero piccole se pensi a Dio, all’infinito. Cosa vuoi che sia un rigore? Però sono cose che fanno parte della vita. Se non fosse così ce ne sbatteremmo di tutto. Pensa, sono diventato un saggio. Leggere Baudelaire, Nietzsche, Hesse è servito a qualcosa. Non posso mica leggere i fotoromanzi. Dai».

Il calcio è terribile, ti dà delusioni incredibili. Pesno a calciatori che hanno sbagliato in momenti decisivi. Sono cose che ti segnano per tutta la vita

Hai letto Open? «Mio figlio l’ha comprato, devo leggerlo. In genere quando vedo un libro di uno sportivo non ne sono molto attratto, penso sempre che non possa avere molto da dire. Mi hanno detto che Agassi assomigliava un po’ a me, hai fatto bene a ricordarmelo. A me piacciono molto Nietzsche, Hesse. Sai qual è il più grande libro che sia mai stato scritto? Siddhartha. Lo leggo due o tre volte all’anno. Ho letto tutto di Ernesto Guevara: Senza perdere la tenerezza, la storia della sua vita. Bellissimo». La bontà è un tema ricorrente negli episodi che riguardano la tua vita e nelle tue parole. Quando hai incontrato il Re d’Italia gli hai detto che il suo viso era quello di un uomo buono. Quanto è importante la bontà, nelle persone? «Sono cresciuto in una famiglia di otto fratelli, con il mito dei miei genitori: due persone buone. Saremmo stati in nove se mio fratello Gianfranco non fosse morto da bambino. Io porto il suo nome. Incontrai Umberto I in Portogallo, dove lui era in esilio. Quando pensi a un re immagini un viso austero, una personalità inavvicinabile per noi esseri umani. Gli dissi che aveva una faccia da buono ma che il vero Re d’Italia ero io». Credi di essere una persona buona? «Non lo so. Non riesco ancora a capirmi, non riesco ancora a capire me stesso, sto lottando per sapere chi sono. Non sono frasi fatte. A volte penso di essere di una bontà infinita. Altre volte sento di essere spietato, di essere un KILLER. Mi viene voglia di uccidere. Poi ascolto De André e mi chiedo chi sono io per giudicare qualcuno e per uccidere». Hai mai fatto del male a qualcuno? «Ho ricevuto del male. Fatto no. Giusto qualche pugno in faccia giocando. Anzi quando colpivo i miei avversari volevo loro ancora più bene di prima. Un anno, durante un Verona-Spal colpii con una gomitata un difensore della squadra avversaria. Si chiamava Lievore. Aveva passato tutta la partita a prendermi a gomitate. A un certo punto gli dissi: “Ma cosa fai, testa di cazzo?” e lo colpii. Sangue da tutte le parti. Non mi espulsero perché nessuno mi vide. Alla fine segnai anche il gol della vittoria. L’avevo picchiato ed avevamo vinto. La settimana dopo, mentre mi trovavo al casinò di Venezia…». Andavi spesso al casinò? «Ci andavo più che altro per mangiare il pesce. Dopo cena andavamo a buttare qualche soldo. Quella volta c’era anche il medico del Verona e un amico giornalista. Mentre ero alla roulette mi si avvicina questo tizio e mi fa: “Mi riconosci?”. Era Lievore. Ci siamo messi a ridere, è stato bellissimo. Siamo andati a bere del whisky assieme, abbiamo parlato. È morto a 52 anni per una brutta malattia. Non credo sia stato per colpa della mia gomitata. È stato un doppio dispiacere, una di quelle cose che ti fa pensare a cosa serva essere arroganti. Ma chi siamo? Chi siamo? QUIÉN SABE, dicono i messicani, chi lo sa? Vedi a me piace molto la figura di Gesù Cristo. E anche quella di Che Guevara. Io assomiglio un po’ a lui, mi immedesimo un po’ in lui». Che Guevara però è stato anche violento. «Però era onesto. Quando hai l’onestà hai tutto. Che Guevara uccideva, ma uccideva chi rompeva i coglioni. Non uccideva a caso». Ad Aldo Bet mostrasti la tua magnanimità. «Bet mi fregò. Fu mio compagno nella Roma e anche nel Verona. Era quasi un mio compaesano, abitava a dieci chilometri da casa mia. Lo incontrai per la prima volta, quando eravamo ancora avversari, durante un Inter-Juventus. Lo feci impazzire durante il primo tempo. Mentre usciva dal campo all’intervallo vidi un suo compagno che lo rincuorava, mentre lui quasi piangeva. Mi dissi: è un ragazzo giovane, perché vuoi umiliarlo? Nel secondo tempo giocai peggio. Non lo feci di proposito ma non avevo più gli stessi stimoli. Sai, se qualcuno facesse del male a mio figlio o ai miei nipotini, credo non esiterei ad uccidere. Non sarei più buono».

Zigoni

Diobono, volare è bellissimo. Adesso tu pensi che sia pazzo. Penso di sì, penso di esserlo davvero. Non riesco a capire chi sono.

Hai un senso della giustizia molto primordiale. Sei come un animale. «Oh di sicuro. E infatti io amo il mondo degli animali». Però andavi a caccia. «Andavo a caccia ma ho smesso. Un giorno, dopo aver sparato a un uccellino, lui mi guardò negli occhi. Lo uccisi subito perché non soffrisse ma mi misi a piangere. In quel momento pensai: ma cosa hai fatto? E da quel giorno ho smesso. Andavo a caccia perché già da bambino lo facevo, con la fionda. Non era soltanto un gioco, non li uccidevamo per disprezzo, mangiavamo gli uccellini che riuscivo a prendere. Vado spesso in montagna a camminare, stare in mezzo alla natura, ai boschi. Sono momenti che ti permettono di stare con te stesso e di pensare anche a ciò che hai fatto nella vita. Essere cattivi non serve a nulla». Ma le armi hanno continuato a piacerti…«Sì perché sono cresciuto con il mito dei cowboy». Tu eri un cowboy? «No! Quando i cowboy uccidevano i pellerossa io stavo male. Anche se li facevano passare per i cattivi della situazione i pellerossa erano spiriti liberi, che cacciavano, andavano a pesca, non rompevano i coglioni. Però il cowboy mi affascinava. Il cowboy buono. Ma io amavo di più i pellerossa. Ti dicevo che mi piacciono gli animali, no? Io guardo sempre Geo & Geo. Ogni volta che in un documentario fanno vedere un animale feroce che uccide la sua preda, io devo cambiare canale. Dicono sia natura anche quella ma io non ce la faccio. Ecco il sentimento dell’odio che ritorna. Perché devono uccidere? Il leone o la tigre io li ucciderei. Mi ammazzano il cerbiatto che scappa. Chissà in quel momento il cerbiatto che batticuore che ha. Anche Dio, no, ogni tanto ci penso, cazzo ha fatto una cazzata tremenda, anche lui. Perché non ha fatto in modo che tutti gli animali potessero nutrirsi di erba? Forse così ci sarebbero stati troppi animali, non ne sarebbe morto nessuno. Ma potevano morire di vecchiaia. Il cerbiatto che cazzo ti ha fatto? Sai, se fossi un animale, che animale vorrei essere?». No, dimmelo tu. «Il condor. E sai perché?». No, non lo so. «Perché il condor vola più in alto di tutti. È difficile uccidere il condor. E poi a ogni uomo piacerebbe volare. Diobono, volare è bellissimo. Adesso tu pensi che sia pazzo. Penso di sì, penso di esserlo davvero. Non riesco a capire chi sono». Hai mai fatto qualcosa di cui ti vergoni? «Onestamente non mi pare.». Hai mai tradito una donna? «Si ecco, sono un traditore. Traditore con un po’ di rimorso, dopo. Mi dispiace per i figli. Ho capito che non ne vale la pena. Ma sai, si tratta di una debolezza umana, che un po’ tutti hanno. Tutti tradiscono, anche senza necessariamente accoppiarsi con qualcuno. E può essere pure più grave. Non desiderare la donna d’altri: non è facile, eh! O sei un frate o, se no, non è facile».

Zigoni

Quando crepo sarebbe bello mi bruciassero e facessero una pastasciutta. Potrebbero distribuirla a Verona: “Tifosi, mangiate! C’è dentro Zigo

A te poi piacevano le donne, no? «Sì mi piacevano ma mi piacciono gli esseri umani. Non mi piacevano le donne in quanto tali. Mi piace la donna se è una persona che mi piace, se è intelligente, se no mi stufo. Mi stanco subito delle cose banali. Direi che sono un avventuriero, mi piace l’avventura. Anzi, ormai non più. SONO NEL VIALE DEI CIPRESSI. È la fine. Padre nostro aiutaci». Cassano ha detto di essere stato con più di ottocento donne. «Cassano a me piace, è un grande. Non portare Cassano ai mondiali sarebbe stato come fare la Gioconda con un occhio in meno. Sai, quando questi giocatori dicono di essere stati con cinquecento, mille donne, mi scadono un po’. È una bravura? Io dico sempre di aver avuto donne come tutti, come tutti gli uomini a cui piacciono e che ne cercano, né più né meno. Non sono un fanatico della donna. Deve avere qualcosa. Non mi interessa una donna solo perché ha un bel culo o delle belle tette o una bella figa». Qual è stata la cosa più bella che ti ha detto una donna? «[ci pensa un attimo, ride] Che sono uno stronzo. Ecco, anzi, un giorno mi dissero che ho delle belle mani! Non so se è un complimento o cosa. Be’ le mani sono importanti». Cos’è importante nella vita? «Per me sono importanti gli esseri umani. Io ho giocato a calcio. Ero uno dei più bravi. Ma ogni volta che incrociavo un calciatore – anche se era più scarso di me – ero orgoglioso di conoscerlo. Ho sempre rispettato tanto gli esseri umani. Ora che ci penso, mi sono sempre sentito inferiore». Come mai? «Non lo so. Ho giocato a calcio anche per ridere, in terza categoria. Eppure ho avuto delle soddisfazioni incredibili da queste esperienze. Sai, magari capitava di incontrare delle squadre nei gironi di ritorno di cui ricordavo alcuni giocatori. Nel senso che li avevo visti all’andata e avevo fatto loro caso. Andavo a salutarli, magari complimentandomi con loro. E questi ragazzi si riempivano di orgoglio. Io ero l’ex giocatore di Serie A, a fine carriera, e loro erano spiazzati da questo mio comportamento. Ma come? Questo viene a salutare noi che non siamo nessuno? Erano felici! Queste sono le cose belle della vita, secondo me». Hai paura della morte? «Ultimamente di meno. L’unica cosa che mi rompe le balle è che non mi caccino dentro intero. Mi romperebbe i coglioni. Ai funerali non assisto mai all’inumazione. L’idea che una persona sia messa lì, rimanga da sola. Ecco, di quello avrei paura. Io ho pregato i miei cari: “Fatemi bruciare o vi maledico.”. Il terrore mio è di andare dentro lì. Voglio continuare ad essere libero. Sarebbe bello mi bruciassero e facessero una pastasciutta. Potrebbero distribuirla a Verona, dove mi vogliono bene: “Tifosi, mangiate! C’è dentro Zigo”. Bella sta cosa qui. LA GLORIA È TUTTO, IL TUTTO È NULLA. SCHIACCIATE SATANA. Spero di non avere un po’ di Satana in me». Temo che un po’ ce ne sia. «Sì, hai ragione». Bella la cintura. «L’ho presa in Sardegna, durante una vacanza. La Z è un bel simbolo e poi rappresenta soltanto tre persone: ZORRO, ZAPATA E ZIGONI».

@giovane_albert

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Libero Vai Bene

Voglio la testa di Ryan Giggs di Rodge Glass sai già che finirà male, e pazienza, dici, alla fine è andata male pure a me. Non è la biografia di Ibrahimovic, non quella di Michael Jordan, né Beckham o di Agassi. Quella di un perdente, Mike Wilson. E il calcio, lo sport, sono pieni di perdenti. Di persone che al momento giusto hanno fatto la cosa sbagliata e da lì in poi sono naufragati, come poteva capitare a chiunque, solo che è capitato a loro, è capitato a noi.

Pisto Boy

Moreno Pisto, 6 anni più o meno, campetto sotto casa dei nonni, Taranto

Pagina 11. Sarò il MIGLIORE di tutti dissi. Le diedi un grande bacio umido sulla fronte e le dissi Non preoccuparti più di niente, mamma. D’ora in poi vivrai come la REGINA. Non preoccuparti di niente, mamma, penserò io a te – facevo sul serio, sapete?

Sono rinchiuso nell’aereo che da Pisa mi porta a Tenerife, volo diretto di quattro ore, Ryan Air, sedili scomodi, poco spazio per le gambe, hostess che fanno le vasche cercando di venderti di tutto, roba da mangiare, roba da bere, pure i biglietti della lotteria. Io e mia moglie siamo diretti verso la nostra prima vacanza senza i figli dopo otto anni. Rodge Glass sa scrivere, non perché sia uno che sa dove mettere le virgole, no, sa scrivere perché ti fa sentire che questo libro non è scritto ma parlato, parlato da Mike Wilson, il protagonista, un ragazzino di Manchester che riceve la visita a casa di mister Alex Ferguson, che è come dire Dio a Manchester, perché Ferguson è il manager dello United. Che gli dice: «Di solito non faccio visite a domicilio, figliolo. È successo solo una volta, prima di oggi. Lo hai visto giocare Ryan Giggs, Mike?». Certo che lo ha visto giocare, perché se Ferguson è Dio, Giggs è Gesù Cristo da quelle parti. «Impara da lui. Vieni lunedì e vediamo se riusciamo a fare di te un calciatore». Mike si presenta al campo, alle nove di mattina, cresce, gioca nella squadra B, segna, segna una valanga di gol, Ferguson lo convoca in prima squadra, gli fa segno di scaldarsi, poi di entrare, Giggs, proprio lui, stoppa la palla, gliela passa, ma è un passaggio sbagliato, anche Gesù Cristo sbaglia, il difensore lo anticipa, lui allunga la gamba, un’entrata scomposta si dice in gergo, finisce all’ospedale lui e manda all’ospedale pure il difensore. 133 secondi. Esordio a puttane. E la mamma, quel giorno che Ferguson era a bere il té sul divano di casa, gli aveva detto: non ti AZZARDARE a mandare tutto a puttane, Michael Jonathan Wilson. Promettimelo, ok? Invece Mike lo fa, lentamente, mentre Giggs, velocemente, conquista campionati, Champions League, Coppa Intercontinentale, tutto.

Pagina 14. (il calcio) È meglio di qualsiasi cosa succeda in classe. In questo nuovo mondo c’è pure giustizia perché più ti alleni più migliori, e dopo l’allenamento tutti ti vogliono bene, la famiglia, gli amici e i compagni che adesso ti scelgono per primo quando fate le squadre invece di ignorarti o tirarti giù i pantaloni davanti alle ragazze.

Lo sport è giusto. Quasi sempre. I raccomandati ci sono ma non reggono. Come nei bordelli: o sei bella e brava oppure vai a casa, vige la meritocrazia. Mi ero appena trasferito a Brindisi, nella prima partita che facevo nel cortile del mio palazzo gli altri decisero di mettermi in porta perché ero il più piccolo, funziona così. Appena arrivò la palla, la stoppai, scartai tutti e feci gol. Sei forte allora, mi dissero, mettiti sulla fascia destra. E più segnavo più mi rispettavano. I più grandi piazzavano una palla piena di sabbia sul dischetto del rigore, uno di loro andava in porta e sfidava lo stronzo di turno: fammi vedere che sai fare. Lo stronzo di turno prendeva la rincorsa, calciava, ma la palla restava immobile e lui volava a terra di muso, e giù tutti a indicarlo e a ridere. Quello scherzo, io, non lo subii mai. Nonostante fossi il più piccolo. Perché ero il più forte.

Pis Palleggia

Con la maglietta dell’Inter 1986-89

Pagina 14. Inizi come difensore. Sei un talento naturale. Ti aspetta un grande futuro. Dopo qualche settimana, però, chiedi all’insegnante se puoi giocare in avanti, anche se hai appena otto anni l’hai capito che fare il terzino destro non è questa gran cosa.

Pure io di anni ne avevo 8, era la mia prima partita in una squadra vera, calcio a 11, settore giovanile della Civitanovese. Voglia di correre: poca. Le scelte allora erano due:  stare davanti o stare dietro. Scelsi la seconda, una scelta che ho rimpianto tutta la vita, perché feci un paio di chiusure importanti e l’allenatore mi disse: libero vai bene. Libero era un ruolo della difesa, sei l’ultimo uomo, alle tue spalle c’è solo il portiere. In allenamento, poi, ho cominciato a spingermi avanti, perché sì, giocare in difesa non è questa gran cosa, l’avevo capito anch’io ma quando un pomeriggio l’allenatore mi disse stavolta giochi in attacco la palla giusta arrivò ma io non fui pronto, e a fine primo tempo l’allenatore mi disse dovevi essere più convinto e mi sostituì. A riciclarmi attaccante ci ho provato in Inghilterra, fra le superiori e l’università, lì nessuno sapeva chi ero, cominciai a raccontare che giocavo punta, ma se hai giocato 11 anni da libero da terzino o da stopper il bluff si scopre subito. Peccato, sono sempre stato convinto che se quella volta lì a Civitanova avessi scelto la prima opzione, Pippo Inzaghi sarebbe finito in C1, in A a segnare quei gol di rapina ci sarei finito io ci sarei finito, questione di imprinting. È per questo che poi, anche a Milano, a tutti i miei amici ho raccontato la balla di essere stato un attaccante, un classico numero 9 da area, ché io fino alla Beretti della Pistoiese quando la Pistoiese giocava in C1 ci sono arrivato davvero, ma da difensore, perché in cuor mio, quel giorno a Civitanova volevo solo correre il meno possibile e rintanarmi dietro a tutti gli altri mi era sembrata la decisione più sensata. Se avessi saputo quali sarebbero state le conseguenze avrei sicuramente scelto di giocarmi quell’opportunità da attaccante, ché quando segni…

Pagina 14. Quando segni ti lasci andare. Ti senti il padrone del mondo.

Per ovviare al rimpianto, arrivato al capolinea della mia carriera, in terza categoria, sono diventato rigorista. A calciare i rigori mi ha insegnato mio zio Salvo, un passato da punta vera, mica come me, prendi la rincorsa mi faceva vedere, fingi di tirare di collo pieno a incrociare invece all’ultimo momento allarghi il piede e piazzi la palla nell’angolo basso alla tua destra mentre il portiere si tuffa a sinistra. Quando li ho tirati così non ne ho mai sbagliato uno. Una delle volte in cui mi sono sentito veramente felice è stato dopo un rigore. Giocavo nel Montecatini Alto e prima delle partite in trasferta ci trovavamo nel parcheggio del cimitero. Il venerdì sera lo avevo passato in un locale di Monsummano, il Bonaventura, a bere e a ballare le cover di un gruppo. Il cantante era un tipo ricciolino che per il ritornello di una canzone restava in mutande e saltava con le ginocchia al petto, urlando: «Il bagnino fa l’amore e non vuol esser disturbato!». La mattina, arrivato al parcheggio, alcuni compagni che avevano passato la serata con me mi accolsero con un sorrisino di sfida perché fino a qualche ora prima mi avevano visto piuttosto alticcio. Li tranquillizai così: «Oggi faccio gol». Tutti risero, ma io me lo sentivo, e aggiunsi: «Se lo faccio andiamo alla bandierina e saltiamo come il cantante di ieri sera». Prendemmo gol subito e per tutta la partita rincorremmo il pareggio. All’ultimo minuto, rigore. Tutti mi guardarono. Michele, il più vicino, mi chiese: «Te la senti?». Me lo chiese perché la domenica precedente avevo sbagliato il rigore del 2 a 2 contro la prima in classifica, il Cireglio. L’arbitro lo aveva fischiato nel recupero, noi eravamo quartultimi e avevamo tenuto testa alla capolista. Quella volta ero troppo stanco per essere lucido. Presi la rincorsa per tirare in basso a destra ma all’ultimo momento cambiai idea, cambiai angolo e ne uscì fuori un tiro centrale che il portiere parò di piede. Na merda. A distanza di una settimana, altro rigore, altro ultimo minuto, altra occasione per pareggiare. Te la senti? Feci segno di sì con la testa. Il fratello di Brigo, Renato, mi posizionò la palla sul dischetto. Fermo un metro fuori dall’area, mani sui fianchi, guardai il portiere, guardai la palla, presi la rincorsa, finsi di tirare di collo, aprii il piede all’ultimo momento e via, rasoterra nell’angolino giusto, palla da una parte, portiere dall’altra. Corsi d’istinto verso la panchina e con la coda dell’occhio vidi Renello (soprannominato da me così per la Renault 4 che guidava), che si sbracciava per attirare la mia attenzione. Lui era già alla bandierina, lo raggiunsi, facemmo un cerchio io lui e altri disperati e tenendoci per mano cominciammo a saltare e a cantare: «Il bagnino fa l’amore e non vuol esser disturbato, il bagnino fa l’amore e non vuol esser disturbato!». Veramente felici. Senza un prima, un dopo, lì e solo lì, tutti solo lì. Poteva succedere la qualunque che saremmo rimasti in quella dimensione lì. Ogni volta che guardo quel campo, e ogni volta che vedo un campo da calcio vuoto ai lati dell’autostrada penso a come era bello giocare anche se per anni ho provato un sacco di sofferenze, paranoie, paure di non essere all’altezza della situazione e delle aspettative di mio padre, che ci teneva più di me.

Pagina 18. Ora quando papà ti accompagna in macchina alle partite e agli allenamenti passa quasi tutto il tempo a darti istruzioni. Punta il dito, dà ordini, torna sui tuoi errori. Dice che ne hai fatti parecchi.

Una domenica, avrò avuto 12 anni, non avevo proprio voglia di giocare. Fra il primo e il secondo tempo dissi al mister che mi faceva male un ginocchio. Era una balla per essere sostituito. Mio padre mi urlò contro in auto e poi in casa, che ero un vigliacco. Lo faceva per spronarmi. Io piansi. Volevo trovare il coraggio di dirgli che a me in fondo non me ne fregava niente, che volevo giocare per divertirmi, non per finire nelle giovanili dell’Atalanta. Ma deluderlo no, non ce la facevo. Un’altra volta, mentre mi portava agli allenamenti, per spronarmi a lavorare duro, mi disse: «Tu sei come me, come tutti i Pisto devi dimostrare il doppio degli altri per ottenere gli stessi riconoscimenti». Io lo ascoltavo in silenzio. C’ho messo anni per scendere da quell’auto.

nino non aver paura

Pagina 38. A volte tu e il tuo vecchio siete indistruttibili.

Quello che vuoi da un genitore alla fine è un complice. Questa è la mia idea. Venitemela pure a menare con la storia dell’autorità, che un padre deve farsi rispettare, bah, per me questa teoria appartiene a un modello educativo superato, che ha creato traumi, problemi, silenzi, distacco. Mike Wilson dice al suo, di figlio, quando tutto è ormai andato a PUTTANE, dopo aver perso la prospettiva di diventare forte come Giggs, dopo essere stato lasciato dalla compagna, quando ormai è solo e scrive lettere ai giocatori del Man United chiedendo prestiti senza mai ricevere risposta: «Ascolta, non voglio mai che tu faccia una cosa per me». Lo dice inginocchiandosi per guardarlo bene negli occhi. Ecco. Fallo per te, ché io troppe volte ho fatto qualcosa per gli altri. C’ho messo anni per scendere da quell’auto. Tu, figlio mio, prova a non salirci mai.

Pagina 27. Il risultato di quella giornata non era importante, bisognava pensare in grande. Come faceva il Mister. Bisognava tenere a mente che la vita non era solo quello che succedeva un certo pomeriggio. La vita si decideva nel lungo periodo.
Pagina 51. Lavora duro, figliolo, punta in alto, spera.

Lavora duro, punta in alto, spera. A Los Angeles, alla fermata di un autobus in West Hollywood, fotografai un adesivo. C’era scritto: «Dream big or go home».

Pagina 45. Ragazzi con un classico cognome inglese, il padre alcolizzato e la bocca larga. Todd Drinkwater. Davey Fairweather. Jay Gibbons.

I nomi, i nomi, i nomi. Ti restano appiccicati a qualche neurone e alcuni non te li scordi manco se ti riprogrammano. E quando agli amici racconti delle tue partite passate li citi per nome e cognome, come se facessi un appello. Massimiliano Pierini, il secondo portiere, bassino, che una volta gli pisciarono nei guanti e pianse negli spogliatoi. Marco Longo, un toro, Marco Dal Cima, il difensore che mi rubò il posto da titolare a Ponte del Giglio, con il quale non ci riuscivo a non esserci amico, solo perché vedendo passare un cane mi aveva detto, «guarda lui, gli basta una carezza per essere felice», una frase che mi fece capire quanto fossimo uguali, fratello di sensibilità. E poi il Viviani, Giannelli, Giulio Sbrana, Alex Ciervo, Claudio Campioni, Gualtiero Bracali, Calvori, lo Stucco, Luca Di Monte, un portiere che in allenamento, se cantava la sigla della pubblicità della Gatorade, quella col tennista Ivan Lindl protagonista (I-van-Len-del, I-van-Len-del!), parava ogni rigore che gli tiravamo, tanto che I-van-Len-del diventò il nostro grido di battaglia prima di entrare in campo. E poi gli allenatori, Osvaldo Romani detto Pacchino (per le pacche che ci tirava fra il primo e il secondo tempo), il Gerli della Pistoiese, il Mariani, il primo italiano a segnare a Wembley, che ci faceva palleggiare con un piede solo e mi sgridava così: «Lo sai perché sono arrivato in serie A? perché non mi sono mai fatto ripetere le cose due volte». E poi Vito Graziani, cugino del campione del Mondo dell’82 Ciccio, che ricordava sempre di una partita in cui aveva marcato Maradona, precisando: «Il giorno dopo, in pagella, Maradona 6, Vito Graziani 7». Mi chiamava Mori. Credette in me per quasi un anno, poi, a credere in me, smisi prima io e poco dopo pure lui.

Pagina 76. La notte prima non avevo dormito. Non dormivo da giorni.  

Prima dei derby ero tesissimo. In uno di questi, in terza categoria, Pieve a Nievole contro Montecatini, tirai una ginocchiata da fermo al Bonciolini. Si girò con gli occhi sgranati, ebbe così paura che mi feci paura da solo. Un’altra volta rincorsi Alessio Berti solo perché si era tuffato in area per rubare un calcio di rigore, e scatenammo una rissa. L’arbitro buttò fuori lui, poi me, poi arrivò uno dei loro dalla difesa, tirò un cazzotto a uno dei nostri e l’arbitrò lo espulse. Negli spogliatoi l’allenatore mi disse che ero una testa di cazzo, il mitico Miccio venne da me prima di rientrare in campo e mi sussurrò: «Tu sei stato espulso, ma col tuo gesto ne hai fatto espellere due di loro. Per come la vedo io sei un grande». Ora fa il calzolaio in centro a Pescia, tutte le volte che ci vediamo ci abbracciamo e ridiamo anche se non ci diciamo un cazzo.

Pagina 103. «Devi aver voglia di alzarti e andare ad allenarti. Quando questa voglia ti passa, allora è meglio smettere».

A un certo punto, metà anni Novanta, venne fuori che il difensore doveva costruire l’azione, e io invece ero stato programmato per picchiare, picchiare e basta, e rinviare la palla più lontano possibile dalla nostra porta. Nelle giovanili del Camaiore, Juniores Nazionali, non me lo perdonarono. Colpa di Arrigo Sacchi. Il mio mito era Riccardo Ferri, non Franco Baresi. Però per farmi notare continuavo a picchiare. Caviglie e palla, palla e ginocchio. In allenamento contro la prima squadra marcavo una punta che avrebbe potuto giocare in serie C1, tale Bonuccelli, un idolo da quelle parti. Dopo la terza entrata si rialzò, mi puntò e mi disse: «Ora basta». Capii che dovevo smetterla sul serio. E la smisi. Qualche settimana dopo tornai agli Juniores regionali del Ponte del Giglio, mi ruppi la caviglia destra una seconda volta, poi andai in Prima categoria a Chiesina, non giocavo mai e non mi confermarono per l’anno successivo. Allora dissi basta col calcio più o meno serio. E andai in terza categoria. Finalmente a divertirmi. Magari diventando il rigorista della squadra.

Numero 8

Pagina 182. Beh, più che altro pensi che è uno schifo il modo in cui questi ciccioni bastardi, queste pigre teste di cazzo che non danno un calcio a una palla da vent’anni parlano di atleti di livello mondiale come se fossero mucche.

Così ti trasferisci in una grande città, che senti tua perché sei sempre stato interista e questa è proprio la città dell’Inter. Così vai allo stadio pure da solo, in curva, impari a memoria i cori, i tuoi preferiti sono quelli che prendono per il culo i giocatori avversari.

E la Blasi letterina, la mettiamo a pecorina!

O quelli che prendono per il culo i nemici rossoneripezzidimerda

Perché! perché! perché!
tu sei un carabiniere
tua madre
è la troia del quartiere!

Però tu con quei coglioni da curva non hai un cazzo da condividere, tu hai giocato, sai che puoi sbagliare anche a un metro dalla porta, con la porta vuota, perché una zolla ti fa inciampare e quei trogloditi pieni di birra in curva non lo vedono. Si sente dire spesso: con tutto quello che guadagna come fa a sbagliare quel gol? E invece si sbaglia, ché quando sei lì che lo stai per tirare magari hai paura, magari la palla cambiare traiettoria prima che tu la tocchi ma te ne accorgi solo tu, non chi sta a casa, non chi sta in tribuna o in panchina. E ti viene in mente la scena di un film di Moretti dove lui è in macchina con degli amici e s’incazza perché i suoi amici criticano i giocatori della Roma, sbraitando: «Io non parlo di cose che non conosco!». Non lo so, voi parlate di neuroscienza? Voi parlate di ingegneria navale? E allora perché parlate di calcio se non avete la minima idea di cosa si provi a  tirare un calcio di rigore con un’intera curva che offende tua madre? Per questo tifo per i Balottelli, i Cantona, i Nicola Berti, i Walter Zenga. I Marco Materazzi.

Pagina 259-260. La gente parla di tifosi veri, ma siamo solo dei pecoroni, tutti noi, per come li seguiamo.

Il calcio è scienza, è calcolo, è fatto di dati e statistiche e il fattore umano è funzionale a questi dati. Puoi essere un fenomeno ma oramai si sa che se tiri da una posizione è probabile che tu faccia gol una volta ogni dieci tiri, mentre se tiri da un’altra posizione le possibilità che tu segni si alzano a dismisura. Il calcio è matematica. Nè più né meno. Vi do una dritta: mai nessuna squadra non sudamericana ha vinto un Mondiale giocato in Sud America. Quindi? Puntate sul Brasile, sull’Argentina o sull’Uruguay. Quest’ultima la pagano bene, ha vinto un solo Mondiale nella sua storia. E sapete dove si giocava? Andate a vedere.

Pagina 277. «Chi ha paura di tirare i dadi non farà mai sei», Eric Cantona.

Ogni fallimento è una tappa, ogni errore una spinta. Il contrario del giusto non è l’errore, lo è la noncuranza, la rassegnazione. La vita si decide nel lungo periodo.

Pagina 285. Ci riesci tu, Ryan? Riesci a immaginare come sarebbe stato essere me?
Pagina 289-290. Vedi, dal 1992 la mia vita è stata un vero disastro. Mio padre se l’è data a gambe poco prima del mio debutto. Subito dopo è morto lo zio Si, e io sono rimasto non solo senza padre, ma anche senza sostituto del padre. Mamma è andata in depressione e Guy si è buttato nel lavoro, mandando avanti la ditta dello zio Si, e in tutto questo io dove sono eh? Per anni sono impazzito cercando di capire, perché io? E qualche volta ho perfino creduto di sapere la risposta. Alla fine però ho capito: io non c’entro. Poteva succedere a chiunque. Quando finisce a terra, beh, una persona comune non sempre riesce a rialzarsi.

In uno dei derby di terza categoria vado nell’area avversaria. Calcio d’angolo per noi, la difesa avversaria respinge, la palla torna sulla fascia, un mio compagno crossa di prima, io sbuco fra due uomini e colpisco di testa prendendo in controtempo il portiere. La palla ci mette anni ad andare verso la porta, rimbalza male ed esce di un fottutissimo millimetro, sfiorando il palo esterno. Il quasi dentro non esiste. Il quasi dentro non vale.

Young Pis and Zio Bergomi

Con lo Zio Beppe Bergomi, durante una visita ad Appiano Gentile

Pagina 308. Poi, davanti al bancone, pensi che in realtà tu e Ryan siete come gemelli. Quelli che nascono attaccati insieme, con un solo cuore o una testa. Perché il gemello più sano possa sopravvivere l’altro deve morire, o vivere come uno storpio, mentre l’altro cresce e diventa la più grande leggenda dello United. Guardi l’ultimo bicchierino e dici Devo pagare il prezzo della sua immortalità. Poi lo butti giù e vai a pisciare.

Inizia la discesa, la voce dice: allacciatevi la cintura e richiudete i pianali. Guardo le due bambine che giocavano nel corridoio stretto dell’aereo. Sto per atterrare a Tenerife. Penso a mia figlia che avrà più o meno l’età di queste bambine. Penso a mia figlia e a come sarebbe stata se fosse stata come loro, senza una sindrome fra lei e i movimenti, fra lei e le parole. Poi smetto di pensarci, e mi allaccio la cintura.

Pagina 319. «Nel calcio finisce male per tutti. L’unica differenza è quanto tempo impiega ciascuno di noi ad arrivare alla fine. E, se quando ci arriva, riesce a trasformarla in un nuovo inizio», dichiarazione di Mike Wilson dopo il suo arresto a Mosca nel maggio 2008 per aver aggredito Ryan Giggs.

È andata male.
È andata benissimo così.
È andata così.

@moreneria

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Pippo Russo incontra Gianni Mura

Una chiacchierata durata un tempo: 45 minuti più qualcosa di recupero. Passati a parlare del mondiale che sta per cominciare e del calcio che è. Al tavolo due giganti, per la prima volta ospitati da WNR. Da una parte Pippo Russo, che scrive per l’Unità, la Repubblica e stronca libri e scrittori per Panorama. Uno dei più interessanti commentatori calcistici, che non scade mai in discorsi da bar Sport. Dall’altra Gianni Mura, il migliore, un giornalista vecchia maniera, un cronista cresciuto alla scuola di quel genio di Brera. Chi legge di calcio è cresciuto con loro, e soprattutto leggendo due loro rubriche: Pallonate di Russo, su Il Manifesto, e Sette giorni di cattivi pensieri di Mura, ogni domenica su Repubblica. Questo è quello che si sono detti a uno dei bar della Stazione Centrale di Milano consumando un chinotto (Pippo Russo, scelta inusuale) e un caffé accompagnato da tre MS (Gianni Mura, come d’abitudine).

MURAVSRUSSO

Il popolo brasiliano, come quello messicano nel mondiale 86, ha capito che il calcio è sempre meno suo e sempre più delle multinazionali, degli sponsor, della Fifa, dei governi

Pippo Russo – Partiamo da un assunto: ogni mondiale, giungendo a capo di un ciclo quadriennale che non è soltanto calcistico ma attraversa l’intera società globale, segna un punto di passaggio nella naturale evoluzione delle cose. Ma ci sono dei mondiali in particolare che tracciano delle linee di confine fra epoche. Brasile 2014 è uno di questi. Ci apprestiamo a vivere una manifestazione che in primo luogo si presenta come un evento globale segnato da problemi di ordine pubblico. Risulta che tra giugno del 2013 e aprile scorso i corpi di polizia statali abbiano fatto incetta di armi antisommossa: 270mila tra granate e proiettili di gas lacrimogeno o urticante, e 263mila proiettili di gomma. Se non è un assetto da guerra civile prossima ventura, poco ci manca. Si ha l’impressione insomma che questo sia un mondiale contro il popolo brasiliano. I costi dell’organizzazione sono esorbitanti e graveranno per anni su un’economia che ha da tempo terminato la fase espansiva. Pagherà il popolo brasiliano, che non può permettersi il costo dei biglietti. E se nel paese del futebol bailado il mondiale passa come una cosa aliena, ciò significa che un segno è stato oltrepassato in negativo.

Gianni Mura – Io credo che il popolo brasiliano, come era già accaduto al popolo messicano in occasione del mondiale 1986, abbia capito una cosa: che il calcio è sempre meno suo, e sempre più delle multinazionali, degli sponsor, della Fifa, e anche dei governi. Se torno indietro a tutte le edizioni dei mondiali che ho vissuto da inviato, dico che l’ultima edizione a misura d’uomo e di pubblico è stata quella di Spagna 1982. Già quattro anni dopo in Messico era tutto diverso: ritiri blindati, campi d’allenamento inaccessibili e in alcuni casi circondati dal filo spinato. Cose mai viste. Quel mondiale fu anche il primo mondiale in cui la televisione dettò i tempi dell’organizzazione, imponendo che la finale venisse disputata a mezzogiorno. I biglietti più popolari costavano quasi la metà del salario di un operaio messicano. E dunque i più esclusi dalla festa erano coloro che avrebbero voluto parteciparvi perché erano i più vicini. Poi magari, per chi ha visto quei mondiali in mondovisione è rimasto negli occhi lo spettacolo della ola, e dunque l’impressione che ci fosse un’atmosfera di festa. Invece per chi era lì l’atmosfera era tutta un’altra cosa. Si avvertiva una sensazione molto forte di disagio, e anche di esclusione sociale. Fu proprio in Messico che, per mantenere presentabile l’immagine di un mondiale, cominciarono a fare le retate preventive di mendicanti, mangiafuoco, prostitute.

PR – Sì, è proprio così.

GM –  Questo andazzo è peggiorato coi mondiali del 1994 negli Usa. Lì le procedure di sicurezza e controllo erano talmente accentuate da diventare in qualche caso ridicole: era vietato introdurre gli ombrelli negli impianti e i panini dovevano rispettare degli standard precisi nel formato e nel condimento, come se rischiassero di trasformarsi in armi improprie. In realtà i soli panini autorizzati erano quelli confezionati dagli sponsor, ma vabbe’. Anche i mondiali 2010 del Sud Africa sono stati un esempio di estrema distanza dalla popolazione locale. Quelli furono mondiali veramente brutti, al di là della cattiva qualità del gioco e della pessima figura rimediata dall’Italia.

Un pronostico realistico è che l’Italia arrivi ai quarti

PR – Ecco, veniamo al calcio italiano e alla nazionale azzurra. Il calcio italiano arriva al mondiale in condizioni malconce, da ogni punto di vista. È un calcio che ha perso fascino, che continua a perdere competitività sia sul piano tecnico che su quello economico, che non perde occasione per proiettare all’estero un’immagine pessima a causa degli scandali sulle scommesse e per gli episodi di violenza da parte dei teppisti. E gli stadi si svuotano. In queste condizioni, cosa è lecito aspettarsi? E soprattutto, il calcio italiano si è davvero così impoverito oppure si tratta soltanto di una crisi contingente?

GM – Il calcio italiano si è indiscutibilmente impoverito. E secondo me si è impoverito soprattutto da un punto di vista etico, al di là del Codice che Prandelli vorrebbe far rispettare. E questo impoverimento etico colpisce tutti: calciatori, allenatori, dirigenti, pubblico. Quanto alla nazionale, non mi sembra una grandissima squadra. Vero è che si diceva lo stesso a proposito di quella che poi nel 2006 vinse il mondiale in Germania. Ma obiettivamente quella nazionale aveva dei calciatori di grande personalità, ciò che questa non mi pare possegga. Per esempio, quella era una squadra che vinse grazie a una difesa fortissima: in tutto il torneo subì soltanto due gol, che in realtà furono un autogol e un rigore. Se guardo alla nazionale che va in Brasile, non vedo proprio una difesa di quel livello. Nel gruppo che sta preparando i Mondiali vedo convocati dei difensori che quattro anni fa non sarebbero rientrati nella lista dei quaranta.

PR – Uno dei temi che emergono quando si parla di rappresentative nazionali è quello riguardante la corsa alle naturalizzazioni, e mi pare che su questo versante Cesare Prandelli e la federazione stiano eccedendo, regalando la maglia azzurra a calciatori stranieri di levatura appena discreta. Intendo dire: un conto è se la Spagna naturalizza il brasiliano Diego Costa, uno dei principali cannonieri della Liga. Si tratta di un calciatore che fa fare alla squadra il salto di qualità, e per quanto la manovra possa essere giudicata negativamente in termini morali ha un suo senso sul piano strumentale. In Italia invece vengono naturalizzati i Paletta e i Romulo. E questo è francamente desolante, perché se la scuola calcistica italiana è ridotta al punto da dover reclutare due calciatori di questo calibro, e se davvero non ci sono due italiani di valore almeno pari a Paletta e Romulo, vuol dire che siamo in situazione pre-fallimentare. Arrivo a domandarmi se non ci sia anche della pigrizia da parte del CT. Nel senso che anziché provare l’azzardo su un calciatore italiano preferisce la soluzione comoda ripiegando su calciatori stranieri naturalizzabili e capaci di garantire un rendimento medio ma assicurato.

GM – Io non credo che Prandelli sia pigro. Credo piuttosto che la mossa di chiamare Paletta e Romulo sia dettata dalla disperazione. Del resto, se si pensa che uno dei naturalizzati è Thiago Motta, ci si fa un’idea. Qualche mese fa parlai con Luisito Suarez, che mi disse: “Dicevano di noi che eravamo lenti. Ma se al giorno d’oggi gioca nella vostra nazionale Thiago Motta, allora datela a me una maglia che alla mia bella età posso ancora fare una buona figura”. Purtroppo la situazione è questa. Non riusciamo a avere un centrocampista italiano di quelle caratteristiche. Purtroppo Prandelli deve fare i conti con quello che il campionato gli offre. Per dire: una delle due squadre di Milano mette in campo un solo italiano, quando lo fa, e parlo di Ranocchia. Nell’altra squadra di Milano, di italiani, giocano Balotelli, Abate, Di Sciglio, Montolivo, e il Ct li ha chiamati praticamente tutti. E poi c’è il deserto. Adesso la nazionale deve attingere a club seconda fascia come il Torino, il Parma, o il Verona.

PR – Ma questo significa che la scuola italiana è in crisi profonda. Abbiamo perso i difensori, che un tempo erano il punto più forte della nostra tradizione calcistica. Importiamo addirittura portieri dal Brasile, ciò che una ventina di anni fa sarebbe stata vista come un’eresia…

Nel gruppo che sta preparando i Mondiali vedo convocati dei difensori che quattro anni fa non sarebbero rientrati nella lista dei 40

GM – Basta guardare ai ruoli della difesa. E si fa l’eccezione della Juventus, che ha una difesa tutta italiana e infatti Prandelli li ha presi tutti con sé, tutte le altre squadre di prima fascia schierano difensori stranieri. La Roma, rivelazione del campionato, allinea quattro stranieri. Il Napoli schiera in difesa tre stranieri. La Fiorentina ha tutta una difesa straniera tranne Pasqual, che per di più non è un difensore puro. Vai ancora più giù e scopri che l’Udinese, tranne Domizzi, ha una difesa tutta straniera.

PR – Un tema che torna di moda alla vigilia di ogni mondiale è quello che riguarda il calcio africano e la sua definitiva esplosione. C’era un momento in cui pareva che fosse molto vicino il momento in cui una nazionale africana potesse arrivare fino in fondo, e che il “mondiale prossimo” dovesse essere quello del salto di qualità definitivo, e invece quel momento non è mai arrivato. Anzi, le ultime edizioni parlano di una crescita che si è arrestata e dei quarti di finale come linea di confine estrema oltre la quale le rappresentative africane non riescono proprio a andare.

GM – Sì, il momento più alto rimane purtroppo quello del Camerun che sfiora la semifinale di Italia 90 nella partita contro l’Inghilterra. E io temo che il momento del salto di qualità definitivo non arriverà mai perché ogni nazionale africana, anche la più competitiva, ha alle spalle delle situazioni di inefficienza e illegalità spaventose. Ricordo che ai tempi in cui George Weah giocava per la Liberia era lui a pagare le spese per le trasferte della nazionale, perché nelle casse della federazione non c’era un soldo. E questo caso non è isolato. Inoltre per i paesi organizzatori sono le tifoserie dei paesi ricchi a costituire un affare. E in questo senso le nazionali africane, per gli organizzatori, continuano a essere poco appetibili. Per esempio, ricordo durante i mondiali di Italia 90 le lamentele degli organizzatori locali a Bari perché a loro era toccato ospitare le partite di tre nazionali che non facevano cassetta. Era il girone dell’Argentina, che essendo testa di serie giocava le proprie partite a Napoli; a Bari invece erano ospitate le altre partite del girone, quelle in cui si incontravano Camerun, Romania e Russia. Tre tifoserie poco numerose e non granché disposte a spendere, al contrario degli spagnoli, degli irlandesi e dei tedeschi che invece erano molto ambìti perché spendevano parecchio. È stato per evitare il ripetersi di situazioni come questa che adesso i mondiali sono delle manifestazioni itineranti, nel senso che non vengono date delle sedi fisse alle nazionali e si fa in modo che ruotino fra le città più disparate. Così a ciascuna tocca almeno una volta una nazionale con un seguito di tifosi economicamente rilevante. Questo cambiamento è dovuto a ragioni economiche, ma per le squadre è stato un danno dal punto di vista logistico. Un conto è fermarsi 15 giorni in una sede e poter programmare la preparazione in condizioni di stabilità: stesso albergo, stesso clima, stesso campo d’allenamento, Altra cosa è doversi spostare continuamente, e fare il giro del Brasile per raggiungere le sedi più disparate in cui giocare. E tutto questo alle squadre è imposto, non è che lo si possa star a discutere.

PR – Il calcio africano, però, ha un altro limite, oltre a quello economico, ed è di carattere culturale. Per come la vedo io, in nessun altro campo come in quello calcistico si può vedere quanto l’Africa stenti a liberarsi della tara colonialista. E questo lo si nota dal fatto che le nazionali africane continuino  affidarsi quasi esclusivamente a commissari tecnici europei o sudamericani. Per questo dico che fino a quando l’Africa non si sarà dotata di un’ampia e solida scuola di tencici africani non oltrepasserà mai la soglia decisiva. Contunierà a produrre ottimi calciatori ma non nazionali vincenti.

GM – Vero, anche se va detto che negli ultimi tempi le cose stanno cambiando. Ricordo che fino agli anni Novanta si verificavano delle situazioni assurde, con allenatori provenienti dalla DDR o dall’Unione Sovietica che adottavano preparazioni atletiche e metodi da caserma con giocatori che per mentalità erano lontanissimi dal recepirli. Qualche buon tecnico africano c’è stato. Penso a Stephen Keshi della Nigeria o Sabri Lamouchi che pur tra mille difficoltà sta guidando bene la Costa D’Avorio. Ma al di là delle eccezioni sono d’accordo su questo aspetto della colonizzazione persistente, anche perché esso si trasforma in una colonizzazione tecnica. Perché a una squadra africana non puoi chiedere di “giocare troppo” o di scimmiottare lo stile di gioco di una squadra europea. E poi può darsi che ci sia anche un discorso di sazietà, nel senso che quando una squadra africana supera il primo turno dei mondiali si sente già abbastanza appagata.

Secondo me la migliore carta che ha a disposizione la nazionale italiana è quella di esordire contro una squadra allenata da Roy Hogdson. Raramente ne azzecca una

PR – Spostiamo l’ottica sul Sud America. In tempi recenti le due nazionali leader del calcio sudamericano, Argentina e Brasile, hanno mancato la prova. E non soltanto ai mondiali, ma persino in Coppa America. Negli ultimi due mondiali Argentina e Brasile non sono riuscite a approdare alle semifinali, a Sudafrica 2010 approdò in semifinale l’Uruguay per poi chiudere al quarto posto.  Non mi pare che il dato possa essere sottovalutato. Penso che il Sud America continui a produrre ottimi calciatori. Aggiungo che molti di questi giocatori considerati ottimi sono anche parecchio sopravvalutati. Penso soprattutto a Neymar, che mi pare soprattutto un’incona da marketing e comunicazione pubblicitaria e soltanto in via secondaria un calciatore. E non è un caso che, di recente, lo stesso Neymar abbia voluto porsi a paragone con David Beckham per dire che lui, al contrario dell’inglese, non è un calciatore metrosexual. Come se fosse questo l’elemento essenziale della sua figura pubblica, anziché le sue capacità agonistiche.

GM – Sono perfettamente d’accordo su Neymar. È uno di quelli che io definisco “calciattori”, un fenomeno tenuto su dai mass media. E non mi piace non soltanto per questo motivo, ma anche perché è uno dei più grandi simulatori in circolazione. In genere i falli brutti li fa lui, non li subisce. Per quanto riguarda Brasile e Argentina, non li metto tra i favoriti. In particolar modo il Brasile, che ha i favori del pronostico perché gioca in casa oltre a essere una nazionale forte, non lo vedo vincente. Penso che possa esserci una sorpresa e che a vincere sia un’europea. Semmai, c’è un elemento che sfugge al mio pronostico e che non sono in grado di valutare perché non sono mai stato in Brasile. Ci sono delle rilevanti differenze di clima e di temperatura fra una zona e l’altra, e da questo punto di vista le diverse condizioni ambientali che ciascuna squadra affronterà nel corso del suo cammino potrebbero essere decisive. Peraltro, immagino delle condizioni in cui si debba giocare in condizioni d’elevata umidità; e a quel punto non saprei se siano favorite le squadre dotate di maggiori risorse atletiche e dunque capaci di resistere alle condizioni atmosferiche, o se si trovino più a proprio agio le squadre tecniche capaci di far sfiancare l’avversario attraverso la circolazione della palla. Tornando al Brasile, per la prima volta nella sua storia è più raccomandabile per la difesa che per il centrocampo e l’attacco. Anche perché mancano gli attaccanti con caratteristiche tipicamente brasiliane. Guardo a Fred e a Hulk, e penso che avrebbero potuto essere due attaccanti sovietici. Non sono giocolieri ma pompieroni. E se poi guardo all’Argentina, constato che come punto di forza dovrebbe avere Messi. Su cui qualche dubbio è lecito, anche dando per buono che la sua ultima ragione sia stata grigia perché lui abbia voluto risparmiarsi in vista del mondiale. In nazionale non ha mai fatto le prestazioni che ha fatto al Barcellona. Magari questo è dovuto al fatto che il tipo di gioco fra le due squadre è diverso, ma resta un dato di fatto. Siamo portati a dare automaticamente come favoriti il Brasile e l’Argentina, ma ci sono altre squadre di cui si parla meno e che invece potrebbero fare la loro parte. Penso al Belgio, che è una squadra ricca di talenti. Primo fra tutti quel Mertens del Napoli che è arrivato in Italia e non ha avuto bisogno d’ambientamento. Si parla poco della Francia. C’è sempre la Spagna, e sono curioso di vedere cosa riuscirà a tirar fuori Capello dalla Russia. Anche l’Uruguay è una squadra temibile.

PR – E poi c’è l’Inghilterra, eterna incompiuta…

GM – Secondo me la migliore carta che ha a disposizione la nazionale italiana è quella di esordire contro una squadra allenata da Roy Hogdson. Raramente ne azzecca una. E siccome in una competizione breve come il mondiale vincere la prima è fondamentale, ecco che vincere la prima significherebbe compiere un passo deciso.

PR – Sai che uno degli aspetti del calcio globale attuale che mi stanno particolarmente a cuore è quello dell’economia parallela. Cioè l’invasione dei fondi d’investimento nel calcio, la diffusione della “proprietà di terze parti” sui giocatori, e in generale una finanziarizzazione che inietta soldi nel calcio non per far sviluppare il movimento ma per far fruttare i soldi stessi e riportarli fuori. Il colonnello Blatter si approssima a essere rieletto presidente della Fifa, nonostante fino a qualche tempo fa avesse assicurato che quello in corso fosse il suo ultimo mandato. Solo che stavolta il gioco è davvero pericoloso perché lui è favorevole ad attori che influenzeranno il calcio sul piano finanziario e finiranno per impossessarsene.

Nel calcio mondiale Blatter è l’equivalente di Andreotti nella politica italiana

GM – Paradossalmente, andando avanti di questo passo sarà molto più conveniente essere un fondo d’investimento che un club. Al club rimarrebbero soltanto gli oneri. Perché anche se sei un grosso club, in una situazione del genere finisci comunque per essere spossessato. Sia della propria autonomia come azienda, sia della possibilità di lucrare su ciò che produci.

PR – Su questo tema si registra in Italia un’assenza di dibattito, con gravi omissioni da parte della stampa sportiva. Specie quella che si occupa di calciomercato.

GM – Su temi come questo si misura quanto sia cambiato il mestiere del giornalista sportivo oggi. Per occuparsene bisogna essere degli esperti di economia e finanza, cioè qualcosa che al giornalista sportivo di un tempo non era richiesta. In teoria, e lo dico sorridendo da giornalista pensionato, un giornalista dovrebbe avere una laurea in economia, o anche una seconda in Scienze Motorie, e non sarebbe male nemmeno qualche spruzzatina di conoscenza di chimica, vista la frequenza con cui si deve maneggiare l’argomento doping. È difficile trovare colleghi che abbiano questi requisiti. Io non li ho di sicuro. Sono riuscito a capire qualcosa di banche, e quel poco che ci ho capito non mi piace per niente.

PR – C’è anche un problema di equilibrio di poteri nel calcio mondiale. Un equilibrio che vede sempre più in difficoltà l’Uefa guidata da Michel Platini, che dal canto suo ha messo in campo delle idee e delle azioni condivisibili ma per realizzare tutto questo si è messo contro i soggetti più potenti del calcio globale. Che ora trovano in Blatter una sponda.

GM – Nel calcio mondiale Blatter è l’equivalente che Andreotti è stato nella politica italiana. E comunque, al di là di Blatter o non Blatter, temo il problema sia quello di un sistema di potere. Intendo dire che alla presidenza della Fifa non eleggeranno mai Platini o uno come Platini. Perché lui sta cercando di salvare quel poco che ancora si può salvare. E invece il sistema è sbilanciato verso il rapporto privilegiato coi poteri economici. Per questo sono convinto che, quando all’età di 118 anni Blatter deciderà di ritirarsi, alla presidenza della Fifa eleggeranno un simil-Blatter.

Molti dei giocatori sudamericani considerati ottimi sono sopravvalutati. Penso a Neymar, un’icona di marketing e soltanto in via secondaria un calciatore

PR – A questo punto dobbiamo giocarci la camicia con i pronistici. Proviamo a ipotizzare come andrà l’Italia e chi vincerà il mondiale.

GM – Per quanto riguarda l’Italia, un pronostico realistico è che arrivi ai quarti.

PR – Sono parzialmente d’accordo. Nel senso che non vedo l’Italia oltre i quarti, e che per quanto mi riguarda potrebbe fermarsi anche prima.

GM – Spesso l’Italia ha delle partenze stentate e poi cresce. E magari succede anche stavolta, ma in questo caso non vedo una squadra. Soprattutto non vedo l’attacco. Mi risulta difficile vedere Balotelli calato dentro un gioco di squadra. Per quanto riguarda la favorita, mi piacerebbe dire Belgio ma credo siano troppo inesperti. Dico Spagna, che farà il canto del cigno. Non vedo il Brasile, anche se pare che bisogni pronosticarlo d’ufficio.

PR – Dovessi limitarmi all’aspetto tecnico, direi Germania. Ma un Brasile che si gioca il mondiale in casa è in una condizione molto agevolata. Potrebbe farcela.

Pippo Russo

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