Archivi del mese: maggio 2014

La prima di Frida

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Per vedere Frida bisogna sentirsi MESSICANI e RIVOLUZIONARi.
Non guardiamo i quadri di Frida come quei  pecoroni in vacanza a Tulum o Playa del Carmen che se ne vanno il pomeriggio a visitare le rovine  Maya e la sera rientrano nel  villaggio turistico vantandosi poi di aver visto, vissuto e capito tutto del Mexico.
No, bisogna incontrare Frida e il suo mondo sentendosi  un po’ messicani rivoluzionari. Utile sarebbe anche accompagnarsi  con la musica di Chavelas Vargas, cantante che fu anche amante di Frida.
Frida è come una calamita. Quando inizi a scoprire anche per caso alcuni dei suoi disegni non puoi fare a meno di iniziare a dipendere da lei. Dà dipendenza, e come tutte le droghe prima ti porta in paradiso e poi diretto nell’inferno più caldo che ci sia.
Che emozione però vedere e vivere insieme con lei il dolore, quel dolore prima fisico e poi sentimentale. Frida, la donna dell’elefante, la donna del più grande e acclamato pittore di murales del Mexico. Elefante perché uomo gigante rispetto Frida la colomba. Quell’ elefante con i seni morbidi come quelli di una donna e che Frida tanto ha amato. La colomba con quei baffi così maschili che Diego Rivera adorava, tanto che quando Frida per una volta se li rase, Diego si risentì.
La cas Azul, Azul come il cielo messicano, quel cielo tipico del Sud America tanto basso che sembra ti cada in testa. La casa Azul, ovile della coppia e dei loro infiniti amanti. Diego e Frida, lui brutto ma amato ed amante di un numero infinito di donne. Lei bisessuale dichiarata fin da ragazzina. Quando ti accosti a un quadro di Frida puoi anche percepire fisicamente quello che lei ha provato nel momento in cui lo ha dipinto. Il dolore straziante che provato per l’ennesimo aborto, l’ira di scoprire il tradimento di Diego con la sua adorata sorella, i tanti richiami all’iconografia sacra precolombiana. Lei è stata una vera rivoluzionaria, non uno dei tanti blasonati artisti che ha prodotto il 900 che però di rivoluzionario avevano solo il conto in banca e i super critici. Frida è stata rivoluzionaria nel suo look, stupendo, di una bellezza che ancora oggi in qualche modo tendiamo a copiare, rivoluzionaria nel rapporto con la sessualità, amava le donne amava gli uomini e non aveva problema a farseli in pubblico. Noi invece che nel 2014 siamo ancora qui a chiederci se sia carino far sapere che si è lesbiche, gay o qualsiasi altra cosa. Machisenefrega di quello che sei! Fai un po’ quello che vuoi con chi vuoi. Frida lo faceva e senza vergogna.

Stefania Molteni

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Bob Dylan was here

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Non è un dipinto impressionista, ma una foto con l’iPhone scattata dal secondo anello (di Ray Banhoff)

Dodici minuti. Ne’ uno di più ne’ uno di meno voglio darmene per scrivere questo pezzo. Quello che c’entra c’entra quello che non c’èntra andrà perduto nel cosmo. Ho visto Bob Dylan al teatro degli Arcimboldi l’altra sera. Era la mia prima volta. Acustica perfetta, solo posti a sedere numerati, la gente con i giubbotti sulle gambe come al cinema, la maschera che va fuori dalla sala a sollecitare quelli che fumano «signori prego entrate tra poco si comincia». È uno di quei concerti dove non guardi quelli che hai accanto guardi solo il palco. La folla arrivava composta e sottovoce e per lo più erano signori di una certa età con le loro mogli e dei bei sorrisi soddisfatti e non nostalgici. Una voce dagli altoparlanti ha imposto lo spegnimento dei maledetti telefoni. Foto vietate (quella sopra è l’unica che ho scattato). Poi luce spenta. Precisa come un orologio alle 21 la musica è iniziata a sgorgare da una chitarra acustica che suonava un giro in maggiore e la band è entrata. Ero tipo nel secondo anello quindi vedevo tutto piccolo e confuso. L’emozione di tutti era come una nebbia e ostruiva la visuale, pareva ci fosse del fumo. Il culmine dell’esoterismo è quando Dylan entra, chiaramente per ultimo, con un completino porpora da avventore di un saloon anni 20. È un uomo che appartiene al nostro tempo ma al tempo stesso che viene da un altro.

Il culmine dell’esoterismo è quando Dylan entra per ultimo con un completino porpora da avventore di un saloon anni 20. È un uomo che appartiene al nostro tempo ma al tempo stesso che viene da un altro

Parte recensione da panzone di una volta:

Il concerto consiste in un unico minestrone di blues perpetuato e interrotto da questa voce sputacchiante e gracchiante che alla fine è la voce più familiare che conosci. È accademia ma senza essere saccenza, è solo come vanno fatte le cose se vuoi farle bene. Come dice Marcello bisogna solo onorare i nostri miti, Dylan suona per Woodye Guthrie e per tutti quelli che piacciono a lui, è con loro che si rapporta. Sapevo che ai concerti  massacrava le palle a tutti storpiando i pezzi come De Gregori, o forse è il contrario, ma questa cosa non mi irritava. Se vuoi andare a un concerto per cantare le canzoncine assieme al cantante comprati il karaoke no? Non ho mai capito i detrattori dei propri miti che si permettono di mettere bocca su come vorrebbero sentir suonate delle canzoni che non hanno scritto. I pezzi sono in effetti irriconoscibili e riconosco All along the watchtower solo dalle parole. Dylan è così meticoloso… Ha una pilina (piccola torcia) e quando finisce il pezzo si alza, la accende al buio e va a a controllare la scaletta attacacata a un Fender Rodhes dietro di lui. Ci pensa e poi torna a sedere. Non fa mai il verso a se stesso, non si ripete mai. Forse capisco adesso il titolo del film I am not there. Non c’è davvero e non ha bisogno. Potrebbe stare a casa e non andare in tour è miliardario ma lui penso adori davvero tanto quella giacchina e quei suoni e vuole far vedere a tutti come è bello il blues. L’unico momento in cui sembra rapportarsi col pubblico è alla prima pausa quando con una mano introduce a tutti con orgoglio la sua band come a dire «vedete? eh? vedete che roba siamo capaci di fare?». È preciiiiiso. Questo tizio ha 73 anni e ha creato il mondo in cui vivo e per risposta sono venuto a portargli i miei 100 euro. Come quando i messicani e i siciliani fanno l’offerta al santo. Uguale.

Il futuro sarà come il presente, saremo sempre barchette alla deriva con il timone che gira a vuoto

Il concerto ha una pausa centrale con le luci accese lunga più di 20 minuti. Li ho deciso che lo stimavo oltre ogni cosa. Non so che pezzi abbia fatto, ho beccato solo Hurricane e Blowin in the wind. Ha pure detto “grazie” una volta e addirittura in italiano come a far capire a tutti che lui sapeva dove si trovava. So che non suona una chitarra acustica in pubblico da un decennio giusto per non ripetersi però sabato ha tirato fuori dalla giacca un armonica e si è messo a suonarla la gente è uscita di testa sembrava davvero di essere a un concerto di Bob Dylan di far parte della Storia.  A volte ti scogliona un po’ al piano e ti puoi anche addormentare ma non è bello potersi addormentare a un concerto? Non è onesto? A cosa serve altrimenti la confidenza che hai con qualcuno? A che serve amare qualcosa se non puoi essere te stesso? Ogni tanto c’erano applausi fuori luogo, reazioni inconsulte, qualcuno che aspettava il silenzio per ulrare «Bravo Bob» in italiano. Erano tutti assorti dentro se stessi in solitudine col loro profeta. Tutti face to face con lui. In un certo senso eravamo tutti soli con lui.

Parte menata:
Niente da dimostrare, niente più di un silenzio, le parole non contano. La musica non conta lui si comporta ancora come a 17 anni non ha mai fatto un servizio alla comunità non è mai stato moralizzatore ha solo il suo blues le sue robe le sue storie di treni di donne di amori di vite e tutti dietro a corrergli addosso e a volerne strappare un pezzo. Alla fine anche i più duri, i più atei, i più disinteressati, i più ribelli, quando si trovano da soli vogliono sentirsi amati e tutti ma proprio tutti vogliamo sentire delle emozioni e quando non ci arriviamo da soli siamo disposti a saccheggiare un altro che lo ha detto meglio di noi. Quelli che vogliono che faccia le canzoni come sul disco non hanno capito un cazzo e quelli che pensano che sia un vecchio poverini quelli sono proprio fuori dalla grazia di Dio. Ma tanto Dio non è Bob Dylan e per fortuna c’è un attimo prima della morte in cui ti puoi pentire di tutto e aprire gli occhi e accettare te stesso. Ecco lui mi da l’idea di una lungimiranza così tenace come se avesse  già vissuto quel minuto ma in vita, magari da giovane, quando ha scelto cosa essere.

Questo tizio ha 73 anni e ha creato il mondo in cui vivo e per risposta sono venuto a portargli i miei 100 euro. Come quando i messicani e i siciliani fanno l’offerta al santo

Un samurai, un asceta, chi è? Questo non è un concerto, è qualcosa che sta succedendo. Sul finale della serata tuttavia il Capo ci ha dato una grande lezione, ha fatto una mossetta, si è messo le mani al busto e swishhhh… un saltello di 3 centimetri, una specie di piroetta, di balletto capisci? Tipo una cosa che se la fa Mick Jagger è teatro ma se la fa lui è “effetto sorpresa”. E godeva come uno che gode, faceva degli inchini smodati come un bambino. E finalmente li è stato terreno, tranquillo, umano come noi tutti e si voleva solo divertire e smorzare il tutto e pensare solo al blues. Ho pagato 100 euro solo per quella mossa. Per vederla e per ricordarla negli anni. Come fa uno di 73 anni ad avere così voglia di dimostrare qualcosa? Capisci che va a puttane tutto il nostro concetto di risparmio, di maturità, tutta la costruzione di un presente che serva a un futuro stabile? Perché le cose non cambieranno e il futuro sarà come il presente saremo sempre barchette alla deriva con il timone che gira a vuoto, la pioggia battente, l’equipaggio che ha mollato il ponte per salvarsi e noi li nel mezzo inzuppati dall’acqua sotto i ganci ai reni della vita e della morte. A 73 anni, cosa che io non credevo, sei ancora così. Non dobbiamo vivere pensando alla morte ok, ma dobbiamo vivere sapendo che moriremo, l’ha detto il Dalai Lama. La musica non va mai ascoltata per cercare risposte, ma solo per varcare dei mondi, il 900 è finito siamo nel nostro tempo io ho visto un uomo di un altro tempo sabato e mi diceva tutti i tempi sono uguali e così tutti gli uomini, tutte le storie, tutte le vite. Ancora e ancora e ancora.

Ray Banhoff

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Meglio Hitler

Quando non so che fare bevo
Prima fumavo o chiamavo qualcuno
oppure scrivevo
Ora bevo
E si vede

Il mio fisico sta cambiando
Il mio giro vita si allarga
E il giro della mia vita si ingrassa con lui

Mentre mi faccio la doccia
O mi lavo le ascelle la mattina
In mutande
Osservo il grasso che mi ostruisce i movimenti
Che si poggia sul freddo del lavabo
Lo soppeso
Lo schifo

Una volta avrei schifato anche me stesso
Li odiavo, i grassi
Li odio tuttora ma solo gli altri

Vorrei ingrassare eccessivamente e farmi crescere la barba e puzzare di fumo tutt’intorno
Ma non so se ne avrò il coraggio
E indossare occhiali a specchio
per guardare
Indisturbato
La repellenza che provoco nel resto
Della gente

Perché la gente si merita solo il cattivo gusto
Perché ingrassare forse adesso è l’unico gesto per esprimere una ribellione individuale e silenziosa
Per un’esclusione volontaria
e riottosa
Perché la gente è insignificante

Viviamo tutti una vita insignificante
Ho appena finito di leggere un libro il cui messaggio è:
Meglio Hitler che 59 milioni di ebrei

Bravi bravi: scandalizzatevi
Cambiate pagina, maledicetemi
Ora però tornate ai vostri lavori inutili
ai vostri comportamenti da succubi
E continuate ad aspettare il weekend
per avere l’illusione di possedere il tempo
di essere liberi
di poter giocare a bowling
E continuate pure a fabbricarvi scuse per non agire
Per raccontarvi che voi non potevate niente
Che nell’incertezza siete restati fermi perché non sapevate dove andare
cosa fare
come fare

Meglio Hitler
Meglio i pazzi gli orridi i deviati
Meglio non ridere
E ordinare di uccidere migliaia e migliaia di insetti
facoltosi ingegnosi codardi paurosi servili operosi

Meglio un tentativo di enormità
Meglio una lotta già persa contro la nullità
Meglio la disperazione di uno sconfitto
alla condanna quotidiana per qualsiasi
indaffarata
mediocrità

@moreneria

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Massimiliano Parente

Attenzione! Su un dispositivo desktop è possibile visualizzare la versione dinamica di questo post, la prima puntata dello “Storytelling di Copertina”. Se stai leggendo da un computer, clicca qui sotto:

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Mentre lo fotografiamo si sente male. Sono le 12,30, ha già bevuto due margarita, il sole gli picchia sulla testa da ore e a un certo punto sbianca. Corre in bagno, vomita, Maria Sole, la compagna che gli ha dato una figlia, e Tommaso, amico, assistente, aspirante scrittore, lo accudiscono come un bambino. E commentano: «Abbiate pazienza, Massimiliano è un po’ così».
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Massimiliano Parente è spesso considerato un genio (da se stesso in primis), oppure un pazzo odioso (da se stesso in primis), sicuramente è uno dei migliori autori contemporanei italiani. Convive sia con un uomo, sia con una donna, si definisce realista reazionario, stalker, contrario alla procreazione e favorevole alla defecazione in pubblico. Collabora con Il Giornale, dopo aver scritto su quotidiani di destra come Il Domenicale (quello di Dell’Utri), Il Foglio e Libero. Però sì, forse il modo migliore per descriverlo è proprio quello: «Un po’ così». Tuttavia la prima domanda da fargli quando ritorna dal bagno e si siede a un tavolo del Caffè delle Arti a Roma, è un’altra: ma tu, come cazzo ti vesti? Dall’alto verso il basso indossa un paio di occhiali giallo fluo dalla montatura spessa, una giacca blu, una tshirt di Superman, un paio di jeans e le Nike con la scritta Max Fontana, il nome del protagonista del suo ultimo libro, Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler (Mondadori). Lui mi fissa per qualche secondo e risponde: «Me lo chiede sempre anche Vittorio Feltri. A dire la verità lui mi domanda: chi è quel criminale che ti pettina? Che vuoi, io sono flaubertiano, l’unica cosa di cui mi importa sono le mie opere, di tutto il resto me ne frega talmente poco che posso pure vestirmi in questo modo, come un bambino. Ordino su internet una quantità industriale di magliette sempre dallo stesso fornitore, da anni, gli occhiali me li faccio fare apposta da un’ottica di Venezia, e uso solo Nike Shox».

Convivo con un uomo e una donna. Ma non ero gay, lo sono diventato per amore. Mentre Maria Sole l’ho amata a tal punto che lei mi ha chiesto un figlio e io, in cambio, le ho chiesto uno scimpanzè. Non ne ho mai visto uno pregare un essere immaginario, forse sono superiori a noi

Da dove arrivi? «Io sono di Grosseto, ho fatto il liceo artistico poi mi sono laureato in Lettere a Roma in Storia dell’arte contemporanea, tesi su Marcel Duchamp. Dall’88 al 98 ho scritto tre romanzi, mai pubblicati, perché volevo trovare esattamente il mio stile. Tutto quello che scrivevo lo mandavo ad Aldo Busi e ad Alberto Arbasino, li stimavo, conoscevo ogni loro riga, invece oggi tutti mi scrivono, ci provano, ma non hanno letto niente, è la dimensione del social network, che ci vuoi fare. Proprio Busi fu illuminante, di un romanzo di 600 pagine mi disse di tenere solo il nucleo centrale, io capii che aveva ragione e quel pezzo è diventato La macinatrice, la prima parte di una trilogia che esplora l’universo umano nella sua totalità, continuata con Contronatura e L’inumano». Come ti sei mantenuto in quei dieci anni? «Fino alla laurea mi hanno aiutato i genitori, poi ho lavorato in alcune case editrici tra cui la Castelvecchi, come ufficio stampa, dal 98 al 2000. Ma nel 98 è uscito Incantata o no che fosse con la casa editrice ES e avevo già in mente dove volevo arrivare. È stato un percorso molto lungo, che mi ha portato a mettere da parte tutto perché scrivere non è un’attività che ti permette di fare altro. L’unica cosa che mi sono concesso sono state le collaborazioni con le pagine culturali dei giornali».

Tutti di destra… «Veramente L’espresso mi aveva proposto una rubrica prima che cominciassi la mia collaborazione con Libero, però non potevo scrivere in prima persona né essere troppo polemico poi capitò un episodio che mi fece perdere del tutto le speranze». Quale? «Venni a sapere che un’equipe stava traducendo lo Zibaldone di Leopardi in inglese, cosa mai stata fatta fino ad allora, pensa un po’, e si erano fermati perché non avevano più fondi. Io proposi a L’espresso di lanciare un appello agli imprenditori italiani e loro sai cosa mi risposero? Che non era abbastanza pop. Proprio loro, che pretendono di dare lezioni sul giornalismo di qualità. Alla fine l’appello l’ho lanciato su Libero». Risultato? «Mi chiamò Gianni Letta dicendomi che il progetto lo avrebbe finanziato Berlusconi, il quale nel giro di una settimana mandò un bonifico di 100mila euro. La cosa fantastica è che questi qui si sono presi i soldi, hanno terminato la traduzione, ma hanno rinnegato Berlusconi, che non ha mai ricevuto una copia né figura fra i finanziatori. Però non pensare che io dai lettori di destra sia visto bene. Molti cattolici attaccano i miei articoli, rompono il cazzo in continuazione, però col fatto che chi occupa i posti di potere nella cultura è di sinistra, sui giornali di destra sei più libero, anche perché qui le pagine culturali non vengono reputate così importanti e puoi scrivere quello che vuoi». In effetti hai un concetto piuttosto aperto di famiglia. «Non ero gay ma lo sono diventato per amore di Mario, stiamo insieme da 20 anni. Probabilmente sono sempre stato potenzialmente bisessuale, come credo lo sia chiunque abbia abbastanza immaginazione per essere uomo e donna al tempo stesso. Però con lui sono stato subito chiaro e gli ho detto: “Guarda,  probabilmente avrò anche delle donne”. E come Mario è il mio amore omosessuale assoluto, Maria Sole è il mio amore eterosessuale assoluto, amata a tal punto che lei mi ha chiesto un figlio e io, essendo contrario alla procreazione, le ho chiesto di avere in cambio un scimpanzé e di non essere chiamato papà. Questo non vuole dire che alla bambina non voglia bene… Ora ha un anno e mezzo e mi chiama Max». Perché sei contrario alla procreazione? «Per presa di posizione biologica. Tutti sono contenti di fare figli e procreare ma in realtà fanno ciò che fa ogni animale, dalla cellula all’uomo, dal passerotto che fa il nido fino alla formica che fa il formicaio, e non mi sembra una cosa intellettivamente molto elevata, ma animalesca, appunto. Uno può replicare che questa è la natura, ma anche l’istinto alla violenza è natura, l’istinto alla guerra è natura e normalmente l’uomo è la negazione della natura. La natura stessa è una cosa devastante, è una lotta dove vince il più forte, chi si sa adattare. E io, rispetto a questa dimensione così tragica dell’esistenza, non riesco a pormi in maniera ipocrita, non accetto la finzione sociale. Sono contro la procreazione perché provo rabbia verso l’illogicità dell’esistenza». E il desiderio di avere uno scimpanzé cosa c’entra? «Gli scimpanzé sono i più vicini a noi nella scala evolutiva, si sono separati dall’uomo 5 milioni di anni fa. Ho pensato: accanto a uno scimpanzé un po’ si umanizzerebbe lui e un po’ mi scimpanzizzerei io, ci incontreremmo a metà strada. Con un bambino che mezza strada c’è? Male che vada diventa come me o ancora più stronzo di me. Già non mi sopporto io, figurati se sopporto uno più stronzo di me».

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Sono contro la procreazione perché provo rabbia verso l’illogicità dell’esistenza. Tutti sono contenti di fare figli ma in realtà fanno ciò che fa ogni animale, dalla cellula all’uomo

Cambiamo tavolo perché il posto in cui siamo non è più all’ombra, Parente si asciuga il sudore con dei fazzolettini Tempo che tira fuori dalla tasca sinistra della giacca. Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler è palesemente antisemita. Come mai nessuno si è incazzato? «Mi sono stupito anch’io. Si vede che chi ha letto il libro ha capito la sua vena satirico comica. E poi, forse, i rabbini non leggono libri. Comunque, a parte gli scherzi, Max Fontana non è antisemita, è antitutto. Perché alla fine l’idea di sterminare solo qualcuno è banale. Ci sono talmente tanti motivi per sterminare tutti che non si capisce perché concentrarsi solo sugli ebrei. Scusami, i musulmani no? E i cattolici? E i cinesi? Sarebbe stato più fico». Max Fontana è un artista che diventa famoso dopo aver eiaculato su L’origine del mondo di Courbet, realizzando da lì in poi una serie di opere provocatorie da far invidia a Maurizio Cattelan. «È un artista che non retrocede, non salva nessuno, non accetta compromessi. Mica come quei furbacchioni paraculi alla Cattelan. Cattelan ha fatto Hitler che prega, come se si fosse pentito, non ha il coraggio di muoversi in una dimensione veramente estrema». Max Fontana dice: «Avvicinatevi a un passante e dite “Hitler”, poi osservate le reazioni». Tu lo hai mai fatto? «Con un africano, ma capiva Italy, e Hitler non sapeva nemmeno chi fosse. Io ero convinto che fosse conosciuto da tutti e invece… Però dovrei riprovare». Max Fontana dice: «Mangiare è anacronistico».  «Mangiare lo trovo veramente di cattivo gusto, infatti mi ha sempre affascinato Il fantasma della libertà, il film di Bunuel, dove i protagonisti siedono sui water e defecano. Bisognerebbe mangiare di nascosto e defecare pubblicamente. Tanto, inconsapevolmente, lo fanno già tutti: qualsiasi talk show italiano è una defecazione, no? Nutrirsi invece è come la procreazione: anacronistico». Sei contro il nutrirsi, contro la procreazione, sei un nichilista! Si avvicina all’iPhone: «Stiamo registrando?». Sì. Urla: «Io contesto il termine nichilismo! Perché il termine nichilismo è un termine religioso. Io sono un realista reazionario. Scusa, se vai da un medico che ti dice che hai un tumore e tre mesi di vita tu gli dai del nichilista? No, quella è la realtà. Io sono assolutamente consapevole della realtà biologica astronomica atomica in cui siamo noi esseri umani, e cioè che siamo un prodotto biologico di un processo iniziato tre miliardi e mezzo di anni fa, che siamo il frutto dell’incrocio tra la casualità dell’evoluzione genetica e la selezione naturale, che viviamo su una piccola biglia all’interno di una sistema solare con una stella che sia chiama Sole, all’interno di una galassia che si chiama via Lattea, dentro cui ci sono 200 miliardi di stelle, in un universo visibile che contiene 100 miliardi di galassie. Allora questa cosa deve o non deve condizionare la nostra visione del mondo? Perché se rispondiamo di no, ci raccontiamo delle favole. In quanto scrittore io devo essere consapevole della realtà e la realtà è questa. Sai perché odio i letterati, i critici d’arte, gli artisti?». No. «Perché sono tutte figure di un umanesimo che ormai è decrepito, morto. Sono fermi a due secoli fa, a prima della rivoluzione scientifica, prima dell’illuminismo. Io a questi idioti mi oppongo, infatti mi hanno emarginato completamente. Stanno lì e si celebrano da soli, al premio Strega, al Campiello e poi si ritrovano tutti insieme alla Sapienza… Sono morti, non esistono più. Sono ancora lì a parlare di anima… L’anima che cos’è? Ormai è scientificamente provato che basta una leggera lesione della corteccia prefrontale per cambiare personalità. E allora penso che se uno crede di poter esistere senza un cervello e senza un corpo sia un matto». È per questo che Max Fontana vorrebbe tornare bambino? «Sì. L’infanzia che cos’è se non l’inconsapevolezza della realtà? Nell’infanzia possono esistere i supereroi, tutto è possibile, il mondo non è più vero, ma più finto, e proprio per questo più bello. Questa dimensione infantile credo che sia l’unica vivibile. La maturità è agghiacciante. Come fanno le persone a dover andare in ufficio tutti i giorni in giacca e cravatta, a restarci dieci ore come uccelli in gabbia e a non potersi vestire da Batman? Non toglietemi la possibilità di essere infantile, per favore. L’infanzia andrebbe vissuta in modo consapevole, dopo aver scoperto che cos’è l’età adulta. E poi tutti quanti parlano della felicità, ma quale felicità volete? Io resto sempre basito dal fatto che nessuno di questi intellettuali prenda una posizione netta sulla religione, sono tutti leccaculi, come è possibile che tutti quanti, anche in politica, anche Beppe Grillo, non dicano mai niente contro il Vaticano, una cosa così medioevale, cosi vecchia? Per questo preferisco gli scimpanzé: non ho mai visto uno scimpanze pregare un essere immaginario, il che mi fa pensare che forse siano superiori a noi». Nel libro Max Fontana sostiene: «Siamo peggio delle pecore, che almeno non pensano». «Ogni domenica milioni di persone stanno in fila a prendere in bocca un pezzo di ostia immaginando che sia la reincarnazione del loro idolo morto 2000 anni fa. Se non è pazzia questa…».

La dimensione infantile è l’unica vivibile. Come fanno le persone a dover andare in ufficio tutti i giorni in giacca e cravatta, a restarci dieci ore come uccelli in gabbia e a non potersi vestire da Batman?

Tu che infanzia hai avuto? «Felice, con dei genitori che mi hanno voluto molto bene. Ho girato un po’ perché mio padre lavorando in banca si doveva spostare. Ho abitato a Grosseto, Lanciano, Lucca, poi di nuovo Grosseto, infine Roma. Significa che ogni volta che arrivavo in una classe nuova dovevo picchiarmi con qualcuno per farmi accettare e una volta accettato dovevo salutarli e ripartire. Questa cosa mi ha creato il terrore del distacco. Per esempio, già mi angoscia l’idea che voi fra poco andrete via. Ma tornerete presto a trovarmi, vero?» Assolutamente. «Quindi ho questa idea dell’infanzia come luogo di emarginazione dagli altri perché ero sempre in minoranza, ma in parte ero felice perché elaboravo i miei mondi in modi molto masturbatori, tutte le mie perversioni son nate nell’infanzia». Tipo? «Lo smalto rosso lo usava mia madre, per esempio, e credo di aver avuto le mie prime fantasie erotiche sullo smalto rosso intorno ai cinque anni». È per questo che ti sei fissato con Selvaggia Lucarelli? «Lei ha una manicure fantastica, non è stupida e mi intriga perché per me è il prototipo di quella che fa l’occhiolino a tutti, che dà il bacettino a tutti, io impazzirei con una cosi. Però, siccome io sono contro la privacy, le faccio uno stolkeraggio pubblico, su Twitter. Ma privatamente no. Pur avendo il suo numero non l’ho mai chiamata, tranne un giorno per la presentazione del mio libro: l’ho chiamata otto volte senza riuscirci a parlare. Su Libero le ho proposto di diventare mia amante a patto che lei non avesse altri uomini e di vederci una volta sola a settimana. Non ha mai risposto, e allora che si accontenti di Andrea Scanzi e di quelli lì».  La Lucarelli ha dichiarato che il tuo libro è un capolavoro. «Ma il suo giudizio vale un cazzo. Ah ah ah». Lo hai letto il suo, di libro? «Una parte». Ti è piaciuto? «È il romanzo di una che non ha mai letto un romanzo veramente, scritto da una persona intelligente che però non ha idea di cosa sia la letteratura». Hai stolkerato anche Isabella Santacroce, è vero? «No, noi due siamo molto amici. Nel mio ultimo libro ho dato il suo cognome a una sensitiva perché lei se ne esce spesso con frasi del tipo: “Ho visto una testa che fluttuava sul mio letto” o “È Dio che mi ha scelta”. E io le rispondo: “Isabella, ma non esistono queste cose, non esiste Dio, non capisci un cazzo». Con quante donne sei stato a letto? «Non più di 45». E con quanti uomini? «Uno, però per molto tempo». Sei bravo a letto? «Una volta ero più bravo, adesso sento che sta arrivando la crisi dei 40 e ogni tanto mi distraggo, penso ad altro». Pratica sessuale preferita? «Sesso orale e sodomia». Ti masturbi? «Prima tantissimo, arrivavo anche a 7-8 al giorno, da qualche anno un po’ meno, quattro volte a settimana, ma mi sono stufato e poi prendo degli antidepressivi che mi fanno passare la voglia. Purtroppo ancora non del tutto, spero di arrivare a 50 anni senza più desideri, in modo da poter consegnare la prostata senza rimpianti». Quali antidepressivi prendi? «Ultimamente la Fluoxetina, che sarebbe il Prozac, e a bisogno lo Xanax». Perché? «Per antideprimermi». Ma come ti regoli nella gestione della tua vita avendo sia una compagna sia un compagno? «Viviamo in due case vicine, Mariasole con la bambina e io con Mario, però io faccio un po’ da pacco, ogni tanto vado da una parte e ogni tanto dall’altra, ma non devo decidere niente: si accordano fra di loro». Hai detto: «La Play Station è meglio del porno». «È vero, ci gioco molto di mattina, dopo che ho scritto». Scrivi di notte? «Dalle 4 alle 8, tutti i giorni, anche Natale e Capodanno, sempre. Mi sveglio presto, scendo al bar e scrivo. A quell’ora ci sono solo io, ogni tanto capitano due mignotte. Il resto del giorno lo passo pensando a cosa scriverò la mattina successiva, stando con Maria Sole, la bambina, Mario, e a giocare alla Play».

parentestruccato

Se fossi un dittatore obbligherei Sasha Grey a dormire in camera mia. Vieterei la candidatura degli italiani alle elezioni e trasformerei San Pietro in un gigantesco McDonald, già ci vedo la M sulla cupola, bellissima…

Non fai vita da intellettuale e non perdi occasione per stroncare Antonio Scurati, Wuming, Walter Siti, Francesco Piccolo, Erri De Luca.  «Perché sono dei ruffiani e scrivono libri qualsiasi, mentre io scrivo capolavori. Essere ruffiano è la caratteristica per entrare in determinati ambienti. Hanno provato spesso ad invitarmi, io non ci sono mai andato perché è una forma di corruzione. Non mi vedrete mai in un posto letterario. Ma tutte queste sono cose che si pagano, come in tutti gli altri campi in Italia anche quello della letteratura è una massoneria di convenevoli e ruffiani. Per un periodo ho frequentato critici come Filippo La Porta e Alfonso Berardinelli, tutti che si spalleggiano l’un l’altro, La Porta dice che Berardinelli è il più grande, Berardinelli lo dice di La Porta, eccetera. Io avevo un amico, Nicola La Gioia, ma abbiamo litigato perché lui è entrato nel meccanismo di compiacimento reciproco tra critici e scrittori. Infatti è diventato velocemente editor di Minimum Fax e giurato al premio Strega». Ti sei scagliato addirittura contro l’intoccabile, Pasolini. «Io Pasolini lo detesto. Mi ha rotto le palle perché è diventato il santino della sinistra, e Carmelo Bene quello di destra. Ma più di loro odio i pasoliniani e i carmelobeniani, i seguaci… L’importante è non avere seguaci». Sei a favore o contro la candidatura di Gipi al premio Strega? «No so chi sia». Il fumettista che ha scritto una graphic novel arrivata fra i dodici finalisti. «Allora sono a favore, tanto tutti scrivono fumetti in forma di romanzi, almeno questo ha scritto un fumetto vero. Oggi vogliano essere tutti quanti “e scrittore”, giornalista e scrittore, blogger e scrittore, vogliono fregiarsi di questo titolo. Perché se non sono scrittori Beppe Severgnini vuole essere “e scrittore”, Giampiero Mughini “e scrittore”, la Gruber “e scrittrice”? Ogni volta che vado in tv mi mettono tipo scrittore e giornalista ma io non sono giornalista, scrivo sui giornali, ma è un’altra cosa. Oltretutto lo scrittore non conta niente. Quando ho fatto la carta d’identità mi hanno chiesto quale fosse il mio mestiere. Ma la professione “scrittore” non esiste, è significativo».

Mentre parliamo un signore, con aria da gufo, si avvicina al nostro tavolo, e ci interrompe dicendo: «Scusate, io sono una persona comunissima però mi appassionano gli argomenti di cui discutete». Parente: «Lei appare come un intellettuale invece, incute anche un certo timore».
Il gufo: «La sua visione, se mi permette, è un po’ estrema».
Parente: «Lei vuole intervenire per difendere la religione, lo so già».
Il gufo: «No, però non possiamo non considerare la componente di mistero».
Parente, svaccandosi sulla sedia: «No, il mistero no dai… Sembra di sentire Antonio Moresco…».
Il gufo: «Il fatto che ci sia un essere dotato di intelligenza nel contesto di un universo formato da milioni di galassie secondo lei non è misterioso? Il mistero è dare a questa vita cosi scomoda e affascinante una speranza. Noi adoriamo Dio perché in un certo modo siamo in grado di essere Dio, cioè l’uomo ha bisogno di Dio, ma Dio ha bisogno degli uomini…». Parente: «Ma no, è una versione un po’ primitiva, mi permetta lei, un tempo anche la pioggia e i fulmini erano un mistero e venivano venerati come divinità. “Mistero” è il nome di comodo che l’ingenuo dà alla propria ignoranza».
Il gufo resta perplesso ma lui e Parente si salutano dandosi la mano e promettendosi un’amicizia su facebook. Poi Parente commenta: «Adoro parlare con chiunque, riesco a farlo persino con mia madre…». Perché, persino? «Con lei ho avuto un rapporto normale fintantoché non sono diventato me, cioè molto presto. Però con la maturità ho cominciato a capirla, la capisco, essere la madre di un genio è difficile». Hai detto che 15 anni fa un noto personaggio ti offrì 300 milioni per scrivergli un romanzo. Chi è? «Non posso dirtelo, come minimo mi beccherei una querela».
Hai raccontato che Bompiani, diretta da Elisabetta Sgarbi, ritirò uno dei tuoi libri dopo che avevi rifiutato una schifosa marchetta al fratello Vittorio. Quale marchetta? «Sgarbi mi aveva chiesto di mettere la mia firma a un articolo scritto da lui, dove si diceva che secondo me, e cioè in verità secondo lui, Sgarbi stesso doveva essere nominato ministro della Cultura. Su questa vicenda c’è un’ampia documentazione su Dagospia, non racconto niente di inedito. Lui mi insultò dandomi del frocio e rotto in culo. Io risposi ok, io sono un frocio, ma tu resti uno che chiede di farsi fare le marchette».

parentehitlerfronte

Sono a favore a Gipi candidato allo Strega, tutti scrivono fumetti in forma di romanzi, almeno questo ha scritto un fumetto vero

Se tu fossi un dittatore cosa faresti? «Obbligherei Sasha Grey a dormire in camera mia. Smantellerei la chiesa. Istituirei il reato di vilipendio della scienza e della ragione. Costituirei un sistema liberale assoluto in cui ognuno possa avere quel che vuole secondo il principio che la mia libertà finisce dove comincia la tua. Vieterei la candidatura di tutti gli italiani alle elezioni politiche e la procreazione, e trasformerei San Pietro in un gigantesco McDonald’s, già ci vedo la M sulla cupola, bellissima… Sotto il colonnato ci metterei i tavoli con delle pinup che portano il bigmac». C’è qualcosa per cui ti venderesti? «Per un sacco di cose, mi sono venduto perfino alla Barbara D’Urso. Per ogni presenza a Pomeriggio 5 ho chiesto 1.500 euro. Finché me li ha dati ci sono andato. Io per ora ho resistito solo ai 300 milioni del succitato critico innominato». Quanto guadagni adesso? «Fra i 47 e i 50mila euro lordi all’anno». Cosa ti commuove? «Mi sono commosso una volta, a otto anni, guardando la scena di Bambi in cui muore sua madre. E poi mi commuove la sofferenza ingenua dell’essere umano, l’idea che tutto questo finirà per sempre. Che a un certo punto sarà come se nulla fosse mai stato. Che tutte le conoscenze che abbiamo accumulato, tutto quello che hanno sentito le persone che sono morte prima di noi, miliardi di persone, e anche lo stesso universo non ci saranno più, nel senso che finirà la stessa materia di cui è composto l’universo e non ci sarà più niente e non ci sarà una memoria che conterrà tutto questo immane dolore. Se penso che la sofferenza e tutte le emozioni e tutta l’umanità siano qualcosa a perdere mi viene da piangere». Sei così pessimista? «E ridaje. Io sono realista. Fra 4 miliardi di anni il sole avrà inglobato la terra e tutto si dissolverà. Immagina che culo, come dice Max Fontana, nascere in tempo per vedere l’ultimo giorno della Terra. Sempre Max Fontana dice: “Hitler ha ucciso degli ebrei che fra un secolo sarebbero morti lo stesso”. Vista da un secolo dopo la cosa non sembra cosi grave, la storia sedimenta tutto». Si guarda intorno. «Dai, facciamo un’altra prova». E ad alta voce comincia a ripetere: «Hitler! Hitler! Hitler!». Il cameriere macedone chiede: «Spielberg?». Il ragazzo della coppia vicino al nostro tavolo si gira e ridacchia. Una donna passa senza neanche voltarsi. Parente sospira: «Hai visto, si è già ridimensionato tutto, figurati cosa rimarrà fra 4 miliardi di anni».

@moreneria

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Emiliano Ponzi

Se le pubblicazioni su cui appare regolamente (New York Times, Le Monde, The Economist, Repubblica, Penguin Books, Feltrinelli, Mondadori) ed i riconoscimenti che ha ricevuto (Gold Cube all’Art Directors Club di New York, due Medaglie d’Oro alla Society of Illustrators, ADC Youngun Award, annuari Communication Arts, American Illustration e Print magazine) potessero non bastare ad introdurre il talento di Emiliano Ponzi, ci basterebbe cominciare a fare accenno ad una ormai celebre serie di copertine per un autore abbastanza familiare ai lettori di WNR…

Emiliano Ponzi ritratto da Alberto Gottardo

…Charles Bukowski: un personaggio complesso, irriverente ed autodistruttivo. Nelle tue cover viene raccontato per simboli, un solo elegante accenno alle esplosioni delle pagine interne. Qual’è stato il tuo approccio nella creazione delle diverse illustrazioni? E’ uno scrittore che avevi già fatto tuo durante l’adolescenza?

Ho letto molto Bukowski tra i 15 e i 18 anni, è l’evoluzione del “giovane Holden” come tipo di letture seduttive per ogni adolescente in cerca di rottura con il mondo dell’infanzia, attirato da qualsiasi declinazione dell’eccesso e della contestazione. Ha un fascino simile a quello della api con il miele, presenta un immaginario fatto di sola pancia e pulsioni soddisfatte, di spostamento del limite e, in qualche modo, anche se viene prospettato un dazio da pagare per una simile condotta, vincono sempre e comunque l’istronismo e l’anarchia. La sottile indefinizione tra vicende narrate e vissute dall’autore rende il tutto ancora più reale e lo porta dal mondo dell’improbabile a quello del verosimile aumentando pruriti e voglia di sperimentare.

Il sole Bacia i belli - Illustrazione di Emiliano Ponzi

L’operazione delle copertine è stata concepita da me e dall’art director di Feltrinelli Cristiano Guerri come un’operazione seriale, l’autore messo davanti ai propri scritti, ogni cover come un palcoscenico dove Buk potesse recitare una delle sue piece, fare uno dei suoi numeri declinato in accordo di volta in volta con il diverso contenuto del libro…

Facciamo un passo indietro all’inizio della tua carriera. Su internet è possibile vedere spesso dei giovani artisti (di ogni genere) cimentarsi in degli esperimenti del tipo “una creazione al giorno”: delle serie di diversa durata, da un mese ad un anno intero, che consentono di esercitarsi e trovare il proprio stile notando e facendo notare in conclusione notevoli differenze tra l’opera iniziale e quella finale. Ti capita mai di riguardare le tue illustrazioni commissionate poco tempo dopo la fine dello IED? Sorridi dei tuoi errori, noti che avresti fatto ora le stesse scelte, riscopri dei particolari che potresti riprendere in futuro?

Nei prossimi mesi verrà pubblicata da un editore di New York la mia seconda monografia (la prima è stata 10×10 edita da Corraini nel 2011) dove abbiamo deciso di inserire sia i disegni infantili che gli esercizi scolastici degli anni IED. Il percorso è un po’ la summa di qualsiasi storia che valga la pena di essere raccontata. Ogni illustrazione è una finestra, l’incipit di una narrazione. Negli anni ho visto cambiare il mio vocabolario, ridurre e affinare i codici linguistici necessari per raccontare storie in maniera più efficace.
Quando ho iniziato lo IED non avevo mai colorato un disegno. Provenivo da un tipo di scuola molto diversa, avevo pochissima cultura dell’immagine, inoltre internet del ’97 non era certo quello di adesso. Ho dunque molta indulgenza per gli errori fatti all’epoca. Forse più che errori erano sessioni di allenamento dove cercavo di capire come il corpo avrebbe reagito aumentando i chili sul bilanciere.

Emiliano Ponzi ritratto da Alberto Gottardo

Il vecchio consiglio di un pubblicitario losangelino che non ho mai dimenticato è “Link the unrelated”. Sia che si parli di ricette culinarie, di mashup musicali o di coppie di personaggi nella letteratura, un’idea vincente può essere nascere dalla fusione perfetta tra due o più elementi molto distanti tra di loro. E’ un qualcosa che ritrovi anche nel tuo processo creativo?

Direi che è il mio mantra, la creazione di un terzo paradigma inaspettato è sempre risultato della fusione tra 2 paradigmi conosciuti. Che è poi la base del pensiero laterale e dell’abitudine a mettersi di fianco e cambiare il punto di osservazione.

Emiliano Ponzi - The Power of infographics per Repubblica
“The power of infographics” per La Repubblica

Da una decina di anni a questa parte un grande numero di disegnatori ha abbandonato carta e pennarelli per lavorare quasi esclusivamente in digitale. Tu sei uno di questi: quanto ha influito sul tuo stile e quanto senti abbia cambiato in generale il rapporto tra illustratore e cliente (ad esempio nella gestione delle modifiche richieste)? Utilizzi il metodo tradizionale in qualche parte del lavoro?

All’inizio il digitale era visto come una tecnica minore, uno scimmiottamento di quelle tradizionali. Poi negli anni ha acquisito dignità e identità, ha smesso di essere solo mimesi di acrilico e olio ed è diventata riconoscibile nei suoi tratti distintivi. Tiro una grossa linea che spesso non viene considerata tra arte e commercial illustration (intendendo con questo tutto quello che non sia arte museale o da galleria). Il digitale è lo sposo perfetto per questo tipo di mercato, di produzione numerica, di giornali, billboard pubblicitari, animazioni etc. è un mezzo che risponde ad un bisogno di un cliente di autorialità, velocità, aderenza ad un dato messaggio.

Ogni illustrazione è una finestra, l’incipit di una narrazione. Negli anni ho visto cambiare il mio vocabolario, ridurre e affinare i codici linguistici necessari per raccontare storie in maniera più efficace.

Io ho sempre e solo lavorato in digitale ma potrei dire che ha cambiato di poco il rapporto con la committenza, forse ha preteso qualche variante in più della stessa immagine, cosa che nel passato era più complessa per problemi di tempistiche.

Hai collaborato per uno spot per Amnesty International che ha vinto una medaglia d’oro della Society of Illustrators. Che effetto ti fa vedere le tue illustrazioni “prendere vita”?

Per la realizzazione del video di Amnesty ho avuto un team di animatori pazzesco, We are captive, con studio a Londra e Lisbona. Hanno fatto un lavoro che, anche a distanza di tempo, si avvicina molto ad un gioiello tecnico ed estetico. Parlando di intagli, vedere qualcosa di statico muoversi è stato stupefacente per me, come per Geppetto quando viene infusa la vita in Pinocchio.

Siti-aggregatori come Ffffound o Pinterest fanno da cartina tornasole dei trend mondiali di grafica e fotografia, con il meccanismo per cui vengono visualizzati maggiormente i contenuti più popolari – che sono divenuti popolari perchè segnalati dagli utenti più influenti. La conseguenza è che come nella vita reale le mode non hanno una spinta “dal basso” e regolarmente per chi si ispira c’è la gara all’uniformarsi nello stile al trend corrente sia perchè il proprio occhio si è ormai abituato a quelle forme e sia perchè si ha paura di sembrare troppo fuori dal coro. Un punto di vista sull’argomento è dato da un pezzo degli Uochi Toki, L’estetica, che recita ad esempio: «Sarà un caso, ma i vostri gusti combaciano con i canoni estetici che nascono e cambiano quando i canoni estetici cambiano.»
Come ti poni nei confronti delle mode? Benchè il tuo stile sia ormai ben definito, i trend che osservi ti portano ancora a delle ‘deviazioni’?

Copio e incollo la prima riga di Wikipedia: “Il termine moda indica uno o più comportamenti collettivi con criteri mutevoli”. Credo la parola chiave sia “mutevoli”, dunque passeggeri perché dell’uniformità ci si stanca. Nessuno è immune dagli accostamenti di forme e colori o inquadrature viste su Ffffound o altri siti soprattutto chi lavora con un mercato di riferimento fatto di audience trasversale. Questo è un bene perché ognuno di noi non può esimersi dall’essere figlio del proprio tempo, diversamente vivrebbe da eremita dando conto del proprio operato solo a se stesso. Il rischio è essere troppo di tendenza o sposare tout court qualcosa di estremamente popular. Mi piace molto fare un parallelismo con il fashion che rispecchia il mio obiettivo a lungo termine: creare la tela di jeans che passa attraverso le mode modificandosi in base alle decadi ma, tutto sommato, rimanendo sempre della stessa fattura. Piuttosto che creare un capo di abbigliamento capace di avere picchi di vendite solo per una stagione e poi tornare nell’oblio dal quale è venuto.
In questo senso cito una frase celebre di Munari: «Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima.» Ecco l’effetto perverso della moda che crea orizzontalmente un gusto estetico, avere cloni di cloni di cloni, perdere l’origine delle cose e dunque anche il suo senso. Manca il passo prima che è sempre personale e mai corale: “Al netto di quello che vedo in giro a me cosa piace?” perché se mi fermo a rifare quello che assorbo da magazine o pubblicità etc io non filtro e semplicemente non ci sono in questo processo perché mi limito a guardare e riproporre senza nessuna elaborazione.

Emiliano ponzi - BEING MUSLIM UNDER NARENDRA MODI
“Being Muslim under Narendra Modi” per The New York Times

Ogni freelance ha un rapporto abbastanza conflittuale con il tempo a disposizione per la consegna dei propri lavori, talvolta con il rischio di ammalarsi di una terribile – ed assurda – malattia come la procrastinazione. In questi anni come hai imparato a gestire il tuo tempo? Metti la sveglia molto presto o trovi maggiore ispirazione nelle ore notturne?

Credo la procrastinazione sia una malattia comune un po’ a tutti, freelance e non soprattutto se le cose da fare generano stress oppure noia, qualcosa comunque bisogna rimandare perché la risorsa tempo è preziosa e tutto risponde alla legge della priorità. La disciplina e la capacità di creare sane abitudini sono la chiave per navigare in una giornata di lavoro che si sviluppa in fasi di creazione (pensare ad un’idea), operative (fare e consegnare), e di relazione (email, telefonate, Facebook, Twitter, Instagram …). A questo proposito il poeta britannico W.H. Auden scriveva due cose molto interessanti: “La routine è segno di ambizione” e “…il miglior modo per disciplinare la passione è disciplinare il tempo: decidi cosa devi fare durante il giorno e fallo esattamente nello stesso momento tutti i giorni, la passione non ti darà fastidi”.
Io mi sveglio attorno alle 7 e vado a dormire attorno alle 2, in mezzo cerco di ordinare tutte le attività, di lavoro e non confinandole in un tempo giusto perché a fine giornata si riducano i danni della procastinazione, dell’imprevisto, della stanchezza e delle scelte che non dipendono solo da me.

Emiliano Ponzi ritratto da Alberto Gottardo

Alcuni artisti affermati, come Damien Hirst, hanno smesso di produrre personalmente le proprie opere ed hanno a disposizione un gruppo di persone che fanno prendere forma alle loro idee. Nel suo documentario su Mr. Brainwash del 2010, Banksy ha raccontato come paradossalmente benchè ci sia una discutibilissima direzione creativa il pubblico recepisca bene il lavoro di bravi esecutori.
Se in un futuro ti trovassi nel tuo nuovo studio – grande 100×100 mq – con una decina di ottimi collaboratori a tua disposizione, tralasciando ogni aspetto economico, sentiresti le varie opere create ancora “tue”?

W.H. Auden scriveva: il miglior modo per disciplinare la passione è disciplinare il tempo

E’ molto complesso definire la parola “artista” soprattutto oggi, già nella storia dell’arte moderna e nella pop art troviamo diversi esempi di creativi che ponevano solamente la firma in calce alle opere realizzate da assistenti. E’ un terreno difficile perché si possa avere una risposta univoca, chi ha bisogno di altri per realizzare la produzione della sua idea diviene qualcosa di più simile ad un designer ad un progettista o rimane quello con la chiamata, con l’urgenza comunicativa di esprimere il più velocemente ed efficacemente un’emozione su una tela vergine? Un grande artista come Mozart, dopo aver scritto una sinfonia non aveva forse bisogno di un’orchestra intera per vederla realizzata?

Immaginiamo che ti vengano affidate le illustrazioni per un video musicale animato per il quale non sono state ancora decise le scene finali.
All’alba di una domenica, una ragazza esce dal portone di casa, sconvolta. Porta con il braccio destro un borsone in cui poco prima ha messo in fretta e furia i vestiti presi dall’armadio, e si dirige in fretta verso la sua macchina a pochi metri di distanza. Mentre il sole sale lentamente lei guida attraverso il suo quartiere, percorre un tratto di autostrada, prende la tangenziale che porta fino alla costa. Piange. Percorre un tratto litoranea mentre osserva il mare comparire oltre il guard rail. Intravede uno spiazzo, rallenta e lo raggiunge, prima di fermarsi. Scende dalla macchina e lentamente si avvicina ad un gruppo di massi che danno su uno strapiombo. Si arrampica facilmente su uno di questi e si siede. Osserva le onde. Respira. Pochi istanti dopo, una persona le poggia una mano sulla spalla.
Secondo te chi è quest’altra persona?

Chiunque, l’importante che le dica che tutto passa.

Delbert Grogan

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Il workshop di Thorimbert

Non avevo mai partecipato a un workshop di fotografia fino a febbraio, quando sono stato invitato al Btomic, il locale spezzino di Jacopo Benassi, per seguire il One Shot di Toni Thorimbert, noto fotografo di moda, reportagista e ritrattista. Questo è quanto.

Il sottotitolo del workshop era: La verità che ti trasforma. Che stronzata pubblicitaria. Ecco cosa pensavo nella mia testa nei giorni prima di andare al Btomic. E perché? Perché se non mi impegno sono un superficiale, come tutti. Perchè siamo invasi di messaggi che non capiamo e dopo cinque minuti anche una mela tagliata diventa nera e sei già stanco di qualsiasi verità a meno che non hai l’occasione di fermarti a pensare. Toni… Toni. Su Toni, che in questi anni ho avuto modo di conoscere, mi voglio concedere una piccola digressione (se non siete interessati saltate pure al paragrafo successivo). Per me Toni è Tonology, da quasi la prima volta che l’ho visto. Perché io do un nomignolo a tutti, è un cattivo costume ereditato da mia madre. Uno senza un soprannome per me é quasi come uno senza un nome, uno che non so inquadrare. E il soprannome non è che sia proprio per forza una cosa carina, anzi spesso è tagliente. Toni è una di quelle persone che diventano un punto di riferimento per molti, perché sa essere comprensivo e sa ascoltare e sa tirare fuori le cose dagli altri. Io però sono affascinato dal suo lato fuori controllo. La erre moscia, la gestualità da milanese anni 90 taaaaac, le ragazze di ogni età che lui chiama tutte piccola, i tatuaggi e il foularino fuori dai jeans e quella assurda moto nera pericolosissima che io spero sempre che non accenda. Toni le fie, toni le foto, Toni i libri, Toni a mio cuggino, Toni le instagrammate alle camere d’albergo, Toni la Rollei, Toni che traduce in inglese i suoi post sul suo blog e scrive english version. Ma tutto questo lato che se lo guardi con un attimo di giudizio si sputtana, tutto questo rumorino che faccio per descriverlo non fa che accrescere il personaggio. E io mi rendo conto che sto andando al corso un po’ per smontare il personaggio e dissacrare il Maestro, perché sono ancora un adolescente e ho bisogno di mettere in discussione le figure autoritarie e ora ho WNR e faremo il culo a tutti e saremo dei cowboy e anche mio padre vedrà! Oh sì, tutti vedranno. Detto questo…

La gente trema, tutti sanno di doversi mettere in discussione, tutti coi mezzi a disposizione ma forse con poche cose da dire. Il ritratto della mia generazione

Il workshop propone una sfida, che io non colgo, viene effettuato in modalità One Shot, ovvero alla fine della giornata avremmo dovuto fare un solo scatto. Mi pare un escamotage ideologico e cervellotico, una menata da fotografi ma tuttavia mi presento al Btomic assieme agli altri. La gente è intimorita e tremante, tutti sanno di essere di fronte a un grande fotografo e di doversi mettere in discussione. Siamo una quindicina, fotoamatori per lo più o persone che stanno provando a lavorare nel campo della fotografia, magari con scarsi risultati o scattando ai matrimoni o per qualche ditta locale. Ed eccoci lì tutti con le Canon al collo… C’è della bruttezza nella nostra attrezzatura e nei vincoli espressivi che ci impone. Tutti uguali, tutti coi mezzi a disposizione ma forse con poche cose da dire. Il ritratto della mia generazione.

L’atmosfera è: sudorazione elevata, gente che balbetta, forfora, improvvisa voglia di fare pipì, stomaco ritorto. Si chiama nervosismo. Il set è un fondale nero, e c’è una modella diciannovenne che dobbiamo ritrarre. La giornata è divisa in due parti, un primo incontro di cinque minuti e degli scatti con la modella e poi nel pomeriggio lo scatto definitivo. Così noi partecipanti trottorelliamo intimoriti per la stanza aspettando il nostro momento fatidico. E cinque minuti sono pochi, e il fondale nero mi mette in crisi e bla bla. Quello che io sento è imbarazzo allo stato puro. Non ho voglia di espormi così tanto di fronte agli altri e non ho voglia tantomeno di fronte a Toni che nel frattempo mi spiazza e mi chiede di fargli da assistente per cronometrare questi cinque minuti. E così sto dalla parte del professore e vedo l’esame di tutti ed è illuminante. C’era così tanta tensione che la gente riusciva solo a entrare sul set e usare la modella come un vaso, spostandola a destra e sinistra per scattare decine di foto senza peso, senza contatto. Sembrava di essere in sala d’attesa al pronto soccorso, stessa atmosfera. Ogni tanto Toni si girava e mi chiedeva «Quanto manca?» sconsolato. La Paura era palpabile, ma non solo quella di relazionarsi al grande fotografo quanto quella di relazionarsi all’Altro o a tutti gli altri. E questo succede ovunque nella vita di tutti i giorni. Le persone si sfiorano di continuo e non si  incontrano, le persone scrivono cose in cui non credono, le persone vivono vite che le limitano. Non è proprio questo il senso di diventare adulti? Non è essere se stessi? Il fotografo è un mestiere aspirazionale, pieno di fascino, uno si immagina le grandi avventure, il piacere di una vita di viaggi e persone interessanti. Beh non serve fare il fotografo per questo, serve di mettersi dentro a un’ottica diversa, accettarsi, conoscersi, scegliere solo quello che ci fa bene. A metà giornata c’era gente che stava per piangere, alcuni che dichiaravano «io smetto di fare questo mestiere» e una ragazza che è letteralmente fuggita. La fuga è il sentimento istintivo quando non riesci a farti carico di quello che vuoi essere. Conosco persone rintanate in uffici a nascondersi, rinchiuse in case con un compagno o una compagna con cui non parlano più, che escono la sera a bere come delle spugne e mettono i selfie su Facebook e poi le vedi che crollano un giorno e si mettono a piangere e non sanno perché.

C’era chi piangeva, alcuni volevano smettere, una ragazza è fuggita. La fuga è il sentimento istintivo quando non riesci a farti carico di ciò che vuoi essere

Improvvisamente capisco che non siamo a un workshop di fotografia, ma che siamo a un vero esame. Mi è toccato, sono lì e me la devo cavare. La verità non ci sta trasformando ma ci sta ammutolendo e noi continuiamo a fare resistenza. Succede qualcosa dentro di me, come se prendesse il comando un me più profondo che di solito sta dietro, rintanato e timoroso e invece a un certo punto sale in superfice e parla. Non voglio fare il fotografo nella vita, non sono qui per fare una foto, mi son trovato di fronte a questo esame quasi senza averlo chiesto. Poche ciance, la modella è una giovane donna e la sua forza è tutta nel suo corpo. A quell’età si ha un coraggio scellerato, si è se stessi quasi senza capire i rischi che si corrono. Un pittore del Rinascimento l’avrebbe ritratta nuda per esaltarne la sacralità. Noi tutti la vediamo in qualche modo nuda. Lei è nuda forse perché cerca qualcosa ancora ed è persa nella selva, perché è appena nata, o perché è il suo modo di esprimersi, chi sono io per saperlo? Una ragazza che partecipa al corso col suo ragazzo è costretta ad ammettere una sorta di attrazione fatale (corrisposta) per quel corpo rischiando di mettere a repentaglio l’intimità col partner, invece riesce a fotografarla con una spalla scoperta e alla fine si abbracciano piangendo. Io faccio ancora meno, confesso la mia visione, chiedo alla modella di farsi ritrarre e la metto al mio servizio, la comando come se il set fosse davvero un set e lei una modella e io uno che cerca di dire qualcosa e gioco al fotografo per farlo. Mi sembra così giovane, così vitale, e la vita ha una carica erotica. Non c’è alcun trasporto erotico dentro di me ma può esserci fuori da me, in come la vedo. Devo dire la verità: la mente viaggia, l’ispirazione è un concetto che non può conoscere il giudizio. Toni ce lo dice: «Fottetevene del giudizio». Mi ricordo un mio collega un giorno che mi raccontava che la sua fidanzata lo aveva scoperto su YouPorn e c’era rimasta malissimo, si era arrabbiata e lui fingeva di esserci finito per sbaglio. Mi dispiacque molto per lui. La persona che si ama è la prima che non si vuole ferire, peccato che dirgli una bugia equivalga a farlo.

Toni ce lo dice: «Fottetevene del giudizio». E mentre scattavo tremava tutto perché io cercavo di essere io

Entro per primo sul set, chiedo alla modella di essere se stessa, di lasciar andare quello che vuole far passare. Sono solo un cronista, ci metto solo un vezzo mio convincendola ad abbassare un po’ il vestito, non troppo, solo quanto basta, perché sono un esteta e oggi voglio fare il compito per bene. È come fare un patto: lei dice la sua e io dico la mia. Sto ammettendo di fronte a quindici sconosciuti che la vorrei fotografare in modo provocante e sembra una cosa da poco ma non credo che lo sia. Sono tutti seri, tesissimi, c’è un silenzio palpabile, una parola di troppo e tutto si sputtana. E poi tiro fuori il cellulare, perché la macchina fotografica è un attrezzone difficile da usare e io ho sempre il telefono in mano ci faccio le foto ai vecchi, ai cani e ci scrivo dentro. E poi dopo cinque secondi di silenzio guardo lei attraverso il display. E lì capisco come mai il corso si chiama One Shot. La foto la faccio giusto per il ricordo, Toni non l’ha nemmno vista, la foto non contava niente. Dovevo portare a casa la pelle e l’ho fatto. La mano mi tremava, tutto tremava e non era certo per un mezzo capezzolo, nemmeno per la ragazza. Tremava tutto il mondo perché io cercavo di essere io. Sono orgoglioso della foto, la considero il mio unico capitolo delle foto a una modella, la prima e l’ultima che ho fatto, per me perfetta, utile. Di altre non ne ho bisogno. Eccola.

 

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Ray Banhoff

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Contro il concerto del Primo Maggio

Non ho visto tutto il concerto del primo maggio, non lo vedo mai tutto ormai dal 2000. È sempre la stessa cosa però ogni anno un po’ peggio, a cominciare da quegli strazianti appelli degli improvvisati presentatori all’oceanica e distratta folla: «San Giovanniiiiii, alzate le maniiiii, siete tantissimiiiiiii, siete stupendiiiii» e loro lì, mezzi girati di spalle, mezzi a fare una canna, mezzi a fare robe a caso. Quel richiamo all’adunata, un po’ da Braveheart o Signore degli Anelli ma rivolto a una platea zombesca, capace al massimo di una risposta flebile e distratta, mi fa provare un senso di imbarazzo da brividi. Da una parte ci sono migliaia di ragazzini in cerca di un pomeriggio diverso, o semplicemente in libera uscita, dall’altra una generazione di musicisti e addetti del settore culturale-televisivo, sono due insiemi che in comune non dovrebbero avere niente.

I ragazzini fanno gli impegnati all’insegna dei valori politici e culturali ereditati dai genitori o nonni. Quelli sul palco fanno quelli che ci credono, ma è solo semplice lavoro e promozione

Quell’urlo di incitazione, così forzato, così banale, non fa breccia da nessuna parte. Le due parti (pubblico-palco) dovrebbero essere in ampio disaccordo e magari intavolare un dialogo, ma quel niente se lo dicono lo stesso, recitando ambedue le parti una recita. I ragazzini fanno i ragazzini impegnati per un giorno all’insegna dei valori politici e culturali che sono quelli ereditati dai genitori, o dai nonni. Quelli sul palco fanno quelli in grado di rappresentare certi valori con la loro musica ma è solo semplice lavoro e promozione. Quelli sul palco li capisco, poverini, devono VENDERE. I ragazzini invece mi uccidono, li vedo inebetiti, fuori contesto. Che cazzo ci fanno alla festa dei genitori, se poi i genitori in primis sono quelli che li mettono in catene? Come quando uno si sposa in chiesa perché è più romantico ma non è cattolico e si rompe le palle a sentire l’omelia del prete. Cioè puoi sposarti in comune no?

Andare al concerto del primo maggio vuol dire anzitutto fare la comparsa per la Rai e già qui potrebbero aprirsi dei dibattiti. Perché? Chi me lo fa fare? La Rai degli ultimi 25 anni, quella delle epurazioni, de la Vita in Diretta e delle fiction imbarazzanti, quella per cui nessuno che va a vivere da solo di quelli che conosco paga il canone. E poi come dice il mio amico MR, questo veterocomunismo ha rotto i coglioni. Non se ne può più. Ma l’indignazione principale non è quella che mi desta il pubblico, lo spettacolo peggiore è sul palco. Levante che salta male, il comico che non fa ridere, Vergassola che fa imbarazzo, quel tipo romano che presenta con quel suo marcato accento romano altezzoso e menefreghista e il cambio d’abito per ogni pezzo, il palco girevole, i tempi morti, l’audio sempre inutile, i gruppi col flautino, la musica popolare, l’agghiacciante monologo di Gaber che io penso forse alle medie un ragazzino lo interpreterebbe meglio. Odio criticare la gente, odio fare quello che scrive commenti a presa di culo, ma non posso non provare fastidio per il primo maggio di Rai 1. Mi rompo proprio le palle, mi pare un teatrino svilente per tutti. Perchè ci sarà tra il pubblico chi ha veramente bisogno di messaggi e ci sarà sul palco chi vorrebbe lanciarne, ma c’è tutto un contesto intorno che rende qualsiasi tentativo impossibile. Ci troviamo davanti al focolare degli ideali, nel giorno della festa del lavoro, parliamo degli abusi, del passato, evochiamo in una seduta spiritica collettiva i fasti di un’epoca indeterminata, forse gli anni 70 (che era un’epoca di terrore) senza saperne niente, come se fosse meglio a prescindere perché c’erano tutti i miti del mondo vivi. Terrorismo, inflazione, il dilagare dell’eroina, gli anni Settanta in Italia me li immagino come un incubo totale.

Andare al concerto vuol dire fare la comparsa per la Rai, quella delle epurazioni, de la Vita in diretta e delle fiction inguardabili

E poi mandiamo sul palco Clementino… Clementino che per carità è bravo sa fare rima velocemente, ha il cappellino, è bellino, ma non serve a niente. La sua musica non dice niente, lui non ha idea di quello che dice, le sue rime sono tutte stereotipi e luoghi comuni, ha le stesse idee che può avere mia nonna ottantenne dopo 20 anni a informarsi solo con Studio Aperto. Gli manca solo la deriva paranormale/complottista sulle scie chimiche poi le ha tutte. E gli affiancano anche Rocco Hunt. Non l’ho nemmeno vista l’esisbizione di Rocco Hunt. Da quando ha fatto Sanremo lo hanno vestito bene e fatto dimagrire, lui quando lo sento parlare mi pare che non sappia dire una frase in più rispetto a “ringrazio il mister, la squadra e questo grande pubblico che è fantastico”. Io davvero non ce l’ho nemmeno con lui, ce l’ho solo col fatto che tutta questa sciatteria venga ambientata in diretta, nelle televisioni di mezza Italia, nei salotti di tutta Italia e che le persone che osservano, magari perché sono stanche o distratte o hanno abbassato un minimo la guardia quel giorno, si sentono anche minimamente divertite o vivono una sorta di inebrante euforia, si sentono nel giusto come fossero andati a messa o avessero fatto la marcia per la pace. Il tutto sintonizzandosi su Rai 1 e delegando a una caterva di addetti al settore il compito di celebrare il rito dell’impegno politico e civile per loro. Be’, non sono più gli anni Settanta, non ci sono più Gaber, De Gregori, Guccini, Jannacci, non ci sono più in Italia musicisti che possono essere minimante credibili come portatori di un messaggio culturale.

Vado a braccio e dico che il 98 per cento della musica italiana attuale è solo intrattenimento ed è oggettivamente brutto. Brutti gli arrangiamenti, brutti i ritornelli, brutti i testi, brutti gli artisti. Chi cazzo sono io per dirlo? Nessuno. Ma lo dico. E non lo so perché è tutto così scadente, forse è colpa dell’industria discografica che punta sull’intrattenimento, forse è per un vuoto culturale per cui è facile dire la tua senza però sapere niente su alcun argomento, forse è colpa dei social network, forse è una fase storica di incertezza. Al primo maggio dovevano stare tutti zitti, con gli amplificatori accesi e nessuno che suonava, senza ridere che non c’è un cazzo da ridere, senza quei balli brutti da vedere, senza quella musicaccia brutta da sentire, senza celebrare il rito collettivo del rock. Avete rotto il cazzo con il rock, con le corna, con il rap. È tutto sciommiottamento di altri. Quando a New York hanno cominciato a suonare tipi come gli Stooges, i Ramones, i Television, la città era un deserto. Il CBGB era un buco in un quartiere che non piaceva a nessuno, in tutta la grande NY suonavano solo cover band e gruppi jazz o country e il punk faceva schifo a tutti. Fu un caso che il proprietario del CBGB era un matto e dette le chiavi del locale alle band. New York l’hanno fatta Iggy Pop, Lou Reed, Warhol, Janis Joplin, Patti Smith, Dee Dee Ramone. E anche se la maggior parte di loro erano dei cazzoni l’hanno fatta contro il volere di tutti, nessuno voleva quei coglioni con i capelli rasati o il chiodo di pelle per strada perché facevano schifo, davano noia, irritavano tutti. Non compiacevano i genitori ex PCI o attuali PD, andando al concerto del primo maggio. Come i beat.  William Burroughs è stato più di vent’anni esule dagli Stati Uniti, non ce lo volevano perché era tossicodipendente. Lui racconta di un America chiusa, piena di pregiudizio, odio sociale e razziale. Lui ha vissuto esule tra tre continenti per decenni lontano da un Paese in cui se ci metteva piede lo arrestavano per aver spacciato piccole dosi. Questa gente ha spianato la strada a successive generazioni di ribelli che erano ribelli come un brufolo. Era tutto già liberato, tutto già partito, c’era solo da vestirsi da ribelle e atteggiarsi. Per questo i punk con la cresta hanno ammazzato il punk. Il punk erano solo dei ragazzini disadattati, come i Ramones che vivevano in casa coi genitori.

Nel giorno della festa del lavoro evochiamo i fasti degli anni 70 senza saperne niente. Terrorismo, inflazione, il dilagare dell’eroina, in Italia me li immagino come un incubo totale

E chi va al concerto del primo maggio e rompe i coglioni mascherando un pomeriggio passato a bere e cercare una tipa o fumare canne, come un gesto di impegno sociale collettivo, mi dà ai nervi. E ancora di più mi danno ai nervi i giornalisti che parlano del gesto politico di Piero Pelù. Ma leccatemi la fava. Piero Pelù lo sanno tutti che è fuori di testa… Ci avete mai parlato con Piero Pelù? È come parlare col cugino picchiatello. A me sta simpatico, piace. Ha detto quelle cose perché anche lui che cazzo vuoi che ne sappia, è li sul palco con MILIONI di persone ed avrà un’erezione che gli va dritta nel cervello, lì uno sragiona, chissà che potrei dire io se fossi Piero Pelù. Un giornalista che riprende la notizia come se fosse un caso diplomatico vuol dire che proprio non ha niente da scrivere, anzi peggio, che non sa nemmeno leggere la realtà per quello che è, che ha bisogno di creare questo stupore bigotto di fronte alla frase più reazionaria del mondo: quella dei luoghi comuni. E anche lì, giù paginate di editoriali contro Pelù o a favore di Pelù, pro Renzi o contro Renzi. A me mi (come si dice a casa mia) sembrate tutti fuori di testa. E lo spettacolo è brutto e la musica è brutta e questo ancora di più mi uccide e nessuno lo dice. Si fanno tutti i complimenti sul palco, sei un grande, sei il numero uno. Beh signori, il prodotto come lo chiama chi lavora nel settore… è proprio scadente. Non penso che sia un profeta e non vivo nel suo mito, ma penso che Manuel Agnelli abbia scritto una cosa giusta quando dice: «La mia generazione ha un trucco buono, critica tutti per non criticar nessuno e fa rivoluzioni che non fanno male così che poi non cambi mai, essere innocui insomma che sennò è volgare».

Il fatto è che l’anno prossimo ci sarà di nuovo il primo maggio e sarà sempre uguale e questo noi NON LO CAMBIEREMO. Ricordatevi che non cambierà nemmeno con la nostra indignazione. L’unica cosa che potrebbe dare un segno sarebbe fare il concerto senza audio, con dei muri di tre metri disseminati a caso tra il pubblico, dove uno non può entrare in contatto con quello accanto. Ecco se ci mettessero dei muri forse la gente vedrebbe l’invisibile. Quei muri già ci sono ma non li vedete. Non ci servono questi cantanti che fanno le faccette, che fanno le rimette, gli accordi in tonalità maggiore e i loro salti. Sembrate degli imitatori di altri imitatori su quel palco. E giù a ballare anche peggio. Se leggete questo sito non è per trovarci l’hipsterata da condividere sulle vostre bacheche né per sentirvi dire le frasette acide da blogger, se leggete questo sito è perché state cercando di dar voce a qualcosa di vero, ai dubbi, alla realtà. Il primo maggio lasciamoglielo fare a loro in quel modo, lasciamo che tutti vadano lì e si divertano. Trovate qualcuno di interessante accanto a voi e scopritelo, aprite le porte a tutti, lasciate entrare tutti, eliminate ciò che è fasullo, se volete recitare fate teatro. Cominciamo a vivere nella realtà.

Ray Banhoff

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Gli Stronzi

Siamo oberati di stronzate
Nuotiamo nelle stronzate
Affoghiamo nelle stronzate
Le stronzate ci arrivano alla bocca
e riusciamo a malapena
a respirare, ridicoli
E stanchi

Gli stronzi hipster che mi fanno pena parlano di lavori quali
couple couching
Food blogger
come lavori fighi – così ne parlano
E le cose sono due:
o si raccontano stronzate
o raccontano stronzate cercando di far capire agli altri che non sono stronzate
Nel primo caso sono idioti
Nel secondo sono idioti

Si vestono con jeans a sigaretta
E usano termini che capiscono solo loro
e hanno ciuffi in testa
e hanno cani che chiamano
tipo Helmut
E la cosa più assurda è che
a questi cani parlano
fanno i versi
li trattano come bambini stupidi
e ancora più assurdo è ascoltare
i dialoghi sui cani che si fanno
fra di loro

Deve essere per questo che ormai odio i cani
e tutti gli animali
in generale

Ma non sono solo sti stronzi
a riempire di stronzate
le nostre vasche
I medici ci riempiono di stronzate
Gli oroscopari sparano stronzate
I giornali riempiono le loro pagine
per tre quarti di stronzate
E poi ci sono i rapper.
Così coglioni da non capire che fra loro
e la stampa peggiore
non c’è alcuna differenza
Che fra loro e quelli del Grande Fratello
non c’è alcuna differenza
Diventano famosi per due settimane sparando stronzate superficiali e qualunquiste
poi lentamente tornano nell’anonimato come perfetti coglioni quali sono

Mia zia ha avuto un’idea per diventare ricca
Vendere bare colorate
di diversa forma
e di materiale eco sostenibile
Con un sito web dove puoi fare
le prove col morto virtuale
dentro
Diceva che era strano che nessuno c’aveva mai pensato
Che lei era un genio e che avremmo fatto un sacco di soldi
e che suo fratello sarebbe crepato d’invidia
Suo figlio le ha chiesto: chi è il tuo mentore Mamma?
E lei: Dio.
Non mi sembrava messa male.

Poi ho controllato su internet
e ho scoperto che le hanno già inventate
queste bare
Esattamente così: colorate
A forma di pesce o altro
Eco sostenibili
I siti web non erano granché
ma ho pensato che
quindi
il suo mentore non era proprio messo bene
E comunque anche questa stronzata era stata inventata

Cosa ci vuoi fare? Ognuno
si salva come può
Chi scrivendo uno status
Su Facebook
Chi andando a trans
Chi addirittura lavorando
Qualcuno
Perfino
Leggendo le poesie di
Guido Catalano

E cosa ci vuoi fare
dovunque mi giri
c’è sempre qualche stronzo

@moreneria

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