Archivi del mese: aprile 2014

La festa della liberazione

Ad Appino gli chiediamo un’intervista da quando abbiamo cominciato a pensare alla nuova versione di WNR. Lui ha detto sì, poi ha smesso di rispondere, poi chissà che ha fatto, non ne ha più avuto voglia, si è perso, non si sa, ma noi lo rispettiamo un sacco lo stesso. Anche perché scrive testi come questo, di un’adolescenza di ribellione che resta tale pure se hai 34 anni. Che ognuno si liberi come può e magari come deve. Auguri… (link canzone qui)

LA FESTA DELLA LIBERAZIONE
da Il testamento, album solista di Appino, 2013

La festa della liberazione
Dà questa voglia di serenità
E da quelli ubriachi di belle parole
Da quegli sbronzi
d’autorità
Come mio nonno minatore di ferri
E congiuntivi di nessuna utilità
Di rispetto per se stessi e per gli altri
Praticamente, l’infelicità.
E questi bambini
pimpanti e codardi che hanno già perso la verginità
L’imene rotto della meraviglia
nessuna scintilla
una sega a metà.

La festa della liberazione
Ce ne son molti di cui mi libererei
A cominciare da quelli di famiglia
Dai tarli che mi han regalato i miei
Dalla voglia di cascare sempre in piedi
Dalla tua scuola, dall’università.
Che ti ha insegnato soltanto ad imparare per imparare e adesso che si fa?
E mia sorella, rizza cazzi per scelta, un piercing sull’ombelico e sei una celebrità.
In questo paesino di grandi depressi
Pochi squallidi amplessi, la mediocrità.

La festa della liberazione
Da tutti gli atei compreso il sottoscritto
Io prego molto, ma molto di più
Di chi si inginocchia e prega il soffitto.
E passo ore, giorni, mesi a pensare
Le stelle non guardarle mai
Ho paura di vederlo spuntare, sorride e dice: Appino, che cazzo fai?
E la marcia nuziale di tutti,
E l’aereo che passa e lascia una scia
Che divide il cielo da quelli buoni e da quelli che han bisogno della polizia.

La festa della liberazione
Da questo talento di perdonarmi tutto
E perdono gli altri solo s’è comodo a me.
Dio, quante balle che mi son detto e che ho detto a tutti quanti voi.
Invitati a casa mia e poi lasciati fuori
E mia sorella piange di nascosto
La sua ragazza le ha detto: Muori!
E tutti i maschi del paese sono in tiro
nell’attesa si picchiano per toccarsi un po’.
Quant’è brutta tutta questa campagna, la gente si lagna e nemmeno un falò.
Mentre al centro han rubato il senso, centrare un bersaglio è quello che vorrei
Come mio padre 34 anni fa
Una vita ad allontanarlo e diventare come lui.

WNR

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Ho visto un santo in Iggy Pop

Iggy Pop by Giorgio Serinelli

Se si fosse messo a fare dei live in teatro con le luci basse tutti avrebbero speso parole di elogio per lo splendido 67enne che è. Invece si esibisce a petto nudo, sciancato, decrepito e con le vene varicose che gli escono dal collo

Uno stereotipo che mi dà molto fastidio è: vecchi di merda perché non si ritirano? Mi ha sempre dato fastidio, applicato sia alla politica che al rock and roll. In tutte le epoche storiche e in tutte le società fino alla metà degli anni 50 i vecchi erano tenuti in grande considerazione, la loro opinione era quella che decideva le sorti della comunità. Detto questo a Iggy Pop non gli puoi dire che è vecchio, perché per farlo dovresti quantomeno essere meno vecchio dentro tu di lui. L’ho visto due volte. Ho imparato ad amare gli Stooges dopo aver letto Please Kill me, anche se concordo che non abbiamo scritto dei pezzi troppo belli. Beh, sono gli Stooges, suonano come un frullatore incazzato e distorto non possono fare roba troppo orecchiabile. Ma è grazie a loro e solo a loro che è esistito il punk, o quell’attitudine che tutti credete si chiami rock and roll e invece è il punk, è grazie a loro se sono nati i Ramones e di conseguenza TUTTO. Anzi voglio contraddirmi, gli Stooges hanno scritto dei pezzi stupendi come 1969, 1970, We Will fall, T.V. Eye, Raw Power, No Fun, I wanna be your dog e via dicendo.

Iggy Pop by Gio Serinelli

L’uccello mencio di un 67enne fa ancora scandalo pure se siamo a Milano in tre gatti a vedere un concerto che non si caga nessuno. E diobono vince sempre lui. Come la metti la metti ma lui vince

La colpa di Iggy Pop, diciamocelo, è che suona ancora a petto nudo. È questo che non gli viene concesso, è questo che fa dire alla gente che è un vecchio di merda. Perché se si fosse messo a fare dei live in teatro con le luci basse e dei reading da seduto con dei completi scuri, tutti avrebbero speso parole di elogio per lo splendido sessantasettenne che è. Invece ti tocca andarlo a vedere completamente sciancato, decrepito, smascellante e con lo sguardo vitreo, con la pelle a pezzi e le vene varicose che gli escono dal collo. Con la paura che muoia sul palco o che si spacchi qualcosa (a proposito l’anno scorso si è fratturato un piede e ha finito il concerto). E lui li fa il giovane anche per te, fa il libero anche per te. Perché tutto questo bisogno di rock and roll, di libertà, di mandare tutti affanculo ce lo abbiamo tutti ben esplicitato sulle bacheche di Facebook, sulle magliette, sulle posizioni che apparentemente prendiamo, ma diciamoci la verità, nella vita di tutti i giorni mica lo mettiamo tanto in pratica. Abbiamo tutti un capo stronzo a cui succhiare, abbiamo tutti da incassare, abbiamo tutti da subire piccole ingiustizie. E tutti diciamo sissignore. Quindi ogni anno io vado a vedere Iggy Pop ed è come per un credente andare a farsi benedire da Padre Pio. Ci pensa lui a essere quello che non sono, posso sublimare in lui quello che non potrei mai essere. Lo vedo muoversi per un ora e poi me ne torno a casa e mi dico «da domani devo avere più palle, la vita è stupenda, devo essere forte». Penso che sia utile. Quasi nessun musicista della mia generazione ha un ruolo del genere per me. Anzi forse nessuno. E quando Iggy Pop sarà morto penso che sarà morto l’ultimo rappresentante di un momento storico in cui i morti di fame se ne sono fregati in massa dei figli perbene delle amiche della mamma che guadagnano studiano sono noiosi e migliori di loro e hanno urlato leccateci le palle noi ci divertiamo. Il mio più grande desiderio per l’Italia è che prenda il sopravvento mediatico e scenda dal cielo sul suolo nazionale un messia che dice «spegnete il wifi, tagliate i ponti con le vostre radici, prendete coraggio e occupate questo paese per farci qualcosa di migliore», quindi non credo molto nel futuro del PD o del Pdl. Credo ancora molto in Iggy Pop, perché è ridicolo, fuori luogo, macchietta di se stesso, debole e illuso. E lo è in una società che ti chiede di non esserlo. E quelli che dicono che è il concerto di un vecchio di merda sono dei ragazzini con delle magliette da manichino di H&M che hanno ancora le macchie delle seghe sui pantaloni e ridono in maniera smodata sui tram e ogni volta che parlano al telefono tendono a esprimere quello che pensano a voce alta per farsi sentire da tutti. Gente di cui diffidare.

Iggy Pop by Gio Serinelli

Abbiamo tutti un capo stronzo a cui succhiare, abbiamo tutti da incassare, abbiamo tutti da subire piccole ingiustizie. E tutti diciamo sissignore. E lui li fa il giovane anche per te, fa il libero anche per te

Detto questo la sua voce è sempre la cantilena berciosa e ubriaca di una teppa di ragazzino in un vicolo di notte che fischia il suo amore a una ragazzina. È ancora una poesia ululata. E le sue mosse sono sempre stupende e armoniche. Sono andato a vederlo con i miei due amici Giorgio e Fede e Gio è stato trascinato dalla folla sul palco. Non è un caso, Gio è un fotografo esagerato e infatti era al momento giusto nel posto giusto. Quando abbiamo visto la sua testina tonda in mezzo alla calca accanto a Iggy abbiamo cominciato a urlare contenti pazzi per lui. Questo post è solo per dire che il mio amico Giò è un grande. E anche gli altri miei amici lo sono. E Iggy Pop è riuscito a finire il concerto tirando fuori l’uccello e il cameramen che mandava in onda sul grande schermo dell’Ippodromo Del Galoppo ha ripreso, ma il regista ha subito cambiato camera e si è visto solo il finale in cui Iggy usciva di spalle a culo nudo. E l’uccello mencio di un 67enne fa ancora scandalo pure se siamo a Milano in tre gatti a vedere un concerto che non si caga nessuno. E diobono vince sempre lui. Come la metti la metti ma lui vince.

E ora guardate in faccia la morte, in queste foto, e ammettete tutti che lui ha meno paura di voi ad affrontarla. Per me è un santo. Giorgio, hai fotografato un santo!

Ray Banhoff

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Mr. Robert Ward

Quest’inverno è uscito in Italia Io sono Red Baker (Barney Edizioni), un romanzo del 1985 che in America ha consacrato il suo autore, Robert Ward, come scrittore di successo. Ne escono tanti di romanzi, forse troppi e se ne parla pure troppo. Per Red Baker ci sentiamo di fare un’eccezione. Anzitutto perché parla di qualcosa che noi stiamo vivendo oggi in Italia: gli effetti della crisi economica su una piccola comunità. Ma attenti! Qui non si tratta di un pippone di autocommiserazione sulla crisi. La vita tranquilla di un gruppo di operai di Baltimora un giorno subisce un trauma radicale: i dipendenti vengono tutti licenziati. Gente che per tutta la vita ha fatto quel mestiere si ritrova a quarant’anni senza nulla. E allora chi si attacca alla bottiglia, chi va in depressione, chi sfiora la morte, chi ricomincia a farsi di anfetamine e manda all’aria un matrimonio o finisce a lavorare per due sudici spiccioli in un parcheggio. Vi ricorda forse le nostre cronache? Quindi questo è un libro che oggi, nel nostro contesto, ha più che mai significato, prima di tutto perché sul finale getta un po’ di speranza sul futuro e ci fa sentire normali, collocandoci nel tempo e nella Storia, poi perché è scritto bene, tra picchi di depressione e dolore e squarci di verità. Niente Piperno, roba sincera. Altro capitolo merita il suo autore, questo signor Ward che abbiamo incontrato durante il suo tour promozionale in Italia, quando girava di libreria in libreria con Nicola Manuppelli (il traduttore e responsabile della collana I Fuorilegge, di Barney edizioni, di cui Red Baker fa parte) e con il calice sempre colmo in mano, ruggendo nel suo slang americano, alticcio e ironico. Ward è uno spilungone allegro, settantunenne, scavato dal tempo. Ha un passato come giornalista, hippie, attore, sceneggiatore di Miami Vice e il suo amico Raymond Carver ha speso grandi parole su di lui. Lui è un tornado, apre bocca e ti dice: «Red Baker l’ho mandato a 31 editori, lo hanno rifiutato tutti. Porca puttana ero distrutto». Poi è stata la ex ragazza di Jack Kerouac a pubblicarglielo e quel libro, anzi quella storia, ha fatto la sua fortuna. La gente gli mandava lettere in cui diceva Io sono Red Baker e da qui il titolo italiano. È importante come in tanti sentano il bisogno di identificarcisi con questo ultimo degli ultimi, quest’uomo capace di tradire mogli e amici e scavare il fondo per poi risalire. Red ci dà un po’ una possibilità, a tutti noi che forse non ne abbiamo. Ward se ne fotte e giganteggia ogni volta che apre bocca, in una delle rare occasioni in cui non sta broccolando una tipa: «Gli scrittori americani hanno il complesso di inferiorità con gli europei, si sentono meno colti, allora scrivono tutto edulcorato, tutto gne gne, ci tengono a far bella figura. I don’t give a shit about it. Anche Carver ne soffriva, ma lui era un amico vero e poi era un gigante, ma questo non lo scrivere eh». L’intervista in questione è stata affidata a Marta Ciccolari Micaldi, autrice del blog La McMusa, esperta di letteratura americana e conoscitrice dell’opera di questi fuorilegge. Buona lettura. (Ray Banhoff) OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Red Baker introduce il suo autore Robert Ward con queste parole: «Ehi, questo tipo, Robert Ward, potrebbe piacerti. Per essere uno scrittore non è male. Potrei addirittura cercare di leggere uno dei suoi libri. Voglio dire, uno dei suoi altri libri. Ha fatto un discreto lavoro scrivendo della mia vita, anche se non credo di essere un così cattivo ragazzo come lui mi ha fatto sembrare. Ha detto che bevo troppo e che monto su un casino quando in realtà dovrei essere in giro con la mia famiglia, ma che cazzo… E che razza di tipo è Ward? Be’, gli piace bere anche a lui, gli piacciono le donne e siccome è stato sposato tre volte non credo proprio che sia un angelo. Mi ha detto che da giovane è stato un hippie, che ha vissuto a San Francisco negli anni Sessanta. Probabilmente non mi sarebbe piaciuto a quei tempi perché a nessuno dei ragazzi del quartiere piacevano gli hippie, anche se qualche anno più tardi finimmo per prendere le stesse droghe e fumare erba anche noi. Quindi forse abbiamo più cose in comune di quanto non voglia credere.

Non è forse questo il vero scopo della letteratura? Scrivere degli infiniti modi in cui le persone si tradiscono e ciononostante trovano in qualche modo amore e riconciliazione?

Sia conoscendoti, sia parlando con Nicola Manupelli (traduttore e responsabile della collana I Fuorilegge) più volte è venuta fuori la definizione di te come un Bruce Springsteen della letteratura. Correndo il rischio che a te Springsteen facesse schifo… Cosa ne pensi di lui? Be’, paragonarmi a Springsteen è molto lusinghiero. È un uomo di talento, serio, con il cuore al posto giusto. Scriviamo entrambi di persone che vivono vite dure e in bilico. Ma non sono stato per niente influenzato da lui. Sono stato influenzato anche e più di tutto da mia nonna Grace Ward, che era un’attivista per i diritti civili e mi ha sempre detto di avere compassione e di cercare di aiutare le persone povere. Non mi considero un performer né un intrattenitore e non ho mai avuto il desiderio di diventare ricco e famoso. Se avessi voluto diventarlo sarei rimasto nella rock band in cui suonavo e ci avrei provato in quel modo. Volevo solo scrivere i libri di cui ero ossessionato al momento. Four Kinds of Rain lo considero il mio miglior libro ed è la storia oscura di uno strizzacervelli che tradisce i suoi pazienti, è il libro su come la nostra generazione si è svenduta per i soldi…  Ovvero la cosa contro cui ci opponevamo all’inizio, quando abbiamo cominciato. Finché si parla di rock, ho amato i Rolling Stones, Otis, James Brown, The Beatles, Smokey Robinson e i Kinks; ma sono sempre stato scettico sul rock perché i cantanti volevano essere insieme rivoluzionari e miliardari. Springsteen è uguale, l’ha anche ammesso in un pezzo che ho letto recentemente: ha detto che si è sentito un ipocrita e che ha persino pensato al suicidio. Alla fine ha deciso che andava bene così perché era un artista. Vorrei riuscire a cavarmela anch’io così facilmente quando ho un dilemma. Quale è stato il momento più bello della tua vita? Io e mia moglie che abbiamo il nostro primo figlio Robbie dopo aver provato per quattro anni. Questo sta al numero uno. Passammo un brutto periodo, provando e provando a lungo. E lei era molto depressa. Stavo lavorando su Miami Vice quando lei rimase incinta ma perdemmo il bambino… davvero, non potevamo essere più giù. Poi, un anno dopo, andammo da un medico della fertilità a Long Beach e lui aveva un atteggiamento così fiducioso… praticamente ci disse che noi stavamo per avere un figlio. La fede può avere qualcosa a che fare con una cosa del genere? Sembrò proprio di sì. Perché, per quanto potessimo essere giù quando uscimmo dal suo studio, noi credevamo che sarebbe successo e nove mesi dopo… successe.  La seconda cosa più importante è stato scrivere Red Baker dopo averci combattuto per cinque anni. Ci avevo già praticamente rinunciato quando mi vennero in mente le prime frasi, così, dal niente, come se fossero sempre state lì. Di nuovo, è stato un miracolo ed ero così giù, così depresso, avevo scritto il libro sbagliato per cinque anni. Seicento pagine inutili. Poi, all’improvviso, arrivò il libro giusto, come se fosse stato sempre lì ad aspettare che io lo notassi. Ho scritto quel romanzo, Red Baker (il libro sbagliato si chiamava Baltimora) in otto mesi. Come aver avuto mio figlio anni più tardi, mi è sembrato un miracolo.

Sono stato ispirato da Grace Ward, mia nonna, attivista per i diritti civili che mi ha sempre detto di avere compassione e di aiutare le persone povere

Quando ci siamo incontrati abbiamo parlato del tradimento. Di quanto sia da disperati tradire gli amici, di quanto il lettore – che per tutto il libro sta dalla parte di Red Baker – nel momento in cui tradisce il migliore amico, mmm, un po’ gli girano, un po’ da Red Baker si allontana. Tu hai mai tradito? Te lo ricordi il perché? Certo, chi non l’ha fatto? Non è forse questo il vero scopo della letteratura? Scrivere degli infiniti modi in cui le persone si tradiscono e ciononostante trovano in qualche modo amore e riconciliazione? Se sei sposato e sei infedele nei confronti di tua moglie, l’hai tradita. Se hai promesso a qualcuno che gli avresti sempre protetto le spalle e poi invece alle spalle lo pugnali per trarne in qualche modo vantaggio, hai tradito quella persona. Credo fermamente che la maggior parte delle persone vogliano essere buone. Ma nessuno è perfetto. E per quanto riguarda il mio peggior tradimento… be’, non ho mai fatto niente di così così cattivo come uccidere qualcuno, ma tra i miei peccati c’è senz’altro quello del tradimento. In Red Baker la morte aleggia sempre e sfiora il protagonista. Tu che rapporto hai con la morte? Come ti ho detto, ho scritto quel libro come se fossi stato in un sogno. Ci arrivai dopo aver faticato per quasi sei anni su un altro libro, che era in gran parte il tentativo di scrivere un consapevole, Grande romanzo. Ma quello non è il tipo di scrittore che sono io. Io devo essere in quest’altro stato per dare il mio meglio. È quasi come uno stato sognante.. dove non penso a niente ma permetto all’opera di venire fuori. Suona stupido ma dopo tutti questi anni so che è così. Stavo lavorando su un altro libro da quattro anni e mezzo quando improvvisamente Four Kinds of Rain sbucò fuori dal mio subconscio. E poi si scrisse da solo. Cos’ha a che fare questo con la morte? Be’, quando arrivai al punto di abbandonare tutte le speranze per Red Baker e Four Kinds of Rain stavo pensando alla morte e di morire. Sentii che la mia carriera era davvero finita prima di quei due libri. Non è che stessi pensando proprio di uccidermi, ma mi sentivo morto interiormente… bevvi tanto in entrambe le occasioni e mi deprimevo. Cosa posso fare di più? Cosa diavolo mi è rimasto? Come artista sono finito. Questo fu quando – entrambe le volte – improvvisamente rinacqui e uscirono i due libri. E seppi all’istante che erano davvero buoni.. ma ero in grado di sostenerli? Finirli? Provai terrore per tutto il tempo che scrissi Red Baker e Four Kinds of Rain. Sapevo che erano belli, veramente belli. Ma sarei riuscito a terminarli? Questo stato di grazia – bilanciata dal terrore – in cui mi trovavo sarebbe durato? Non riuscivo a dormire. Non riuscivo a parlare con le persone. Persi il buon umore… tutto questo perché ero spaventato a morte, avevo paura che i sentimenti che stavo provando – sentimenti che riguardavano il mio essere sul serio un artista, il mio scrivere per davvero un grande libro – fossero soltanto transitori, e che se fosse stato così e non fossi riuscito a terminarli.. sarei morto. E così la morte arrivò dal mio stesso terrore e da una specie di stato di estasi. Fu entusiasmante e meraviglioso e terrificante tutto allo stesso tempo, e penso di essere riuscito a inserire questi sentimenti nei libri. Amore, sregolatezza e paura della morte. OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Mio padre soffriva di disturbi ossessivo-compulsivi e si lavava per sei ore al giorno, rideva di me e diceva: mister Hemingway, cosa scriverai oggi?

Sesso e alcol, due delle cose più piacevoli di questo mondo, possono rivelare la loro faccia nascosta, più distruttiva e sinistra, in molti modi. Hai mai usato sesso e alcol per distruggere invece che per creare o trovare conforto? Qual è il tuo più sincero rapporto con queste cose? Il sesso è la forza primaria della vita. La creazione è sesso, l’amore all’inizio è basato sul sesso. L’alcol aiuta a ridere, avvicina le persone. A meno che uno non diventi un pazzo ubriacone. Libera il subconscio e ti permette di stare in uno stato sognante perfetto per scrivere. Fino a un certo punto. Poi spegne la coscienza. Non ho mai distrutto nessuno, nemmeno me stesso. Io non sono Red Baker. Lui è un personaggio basato su alcune persone che ho incontrato quando andavo in giro con i lavoratori d’acciaio. Si usciva per locali, si andavano a trovare le loro ragazze. Facevano parte della vecchia cultura maschilista… Probabilmente erano molto simili ai tizi di Goodfellas. Se l’America fosse l’aldilà, cosa sarebbe il Paradiso e cosa l’Inferno? New York e Los Angeles sarebbero il Paradiso e l’Ohio l’Inferno. Ho vissuto in Ohio per due anni e l’ho odiato. Il sud è razzista e povero ma la gente è per lo più meravigliosa e calorosa. La mia esperienza in Arkansas, il secondo stato più povero degli Stati Uniti dopo il Mississippi, è stata fantastica. La gente era calorosa e leale, e divertente. Gente di grande musica. L’Ohio era il Midwest, spento e noioso oltre ogni aspettativa. Le migliori persone che conobbi lì erano tutte ribelli, infatti, e sono ancora amico con tutte loro. Ma dovevano combattere una specie di morta e compiaciuta cultura di Rotariani e membri del Kiwanis Klub. Nel sud puoi avere dei veri nemici, zoticoni conservatori che ti ucciderebbero perché sei un hippie e vai in giro con persone di colore, però lo sai… Ho visto gente cambiare laggiù. Ho invitato persone di colore a feste con gente che sapevo essere razzista e alla fine hanno stretto amicizia… ma il Midwest è così pieno di sé e formale e monotono. Era come cercare di combattere contro un sacco, il tuo braccio semplicemente scompare dentro tutta quella fiacca rispettabilità. C’erano brave persone là ma combattevano una battaglia veramente tosta.

Tutti i miei libri parlano della stessa cosa: di un uomo che cerca di essere buono e fare bene nonostante i suoi nemici e la sua stessa natura oscura

Baltimora, la tua città, è l’altra protagonista del romanzo. Scrivi per essere sentito anche da lei? Amo e odio Baltimora, e in ogni caso ne sono ossessionato. Ho trascorso un’infanzia meravigliosa in un quartiere di case a schiera chiamato Northwood. Tutti i miei migliori amici vivevano nel raggio di tre isolati. Avevamo un campo da baseball dietro l’angolo e il Morgan State College, una nota università nera, solo qualche isolato più in là. Potevamo usare il loro stadio per giocare a football. Era divertentissimo. Scorrazzavo in giro con i miei amici tutto il giorno e tutta la notte e vivevamo un sacco di piccole avventure. Era perfetto. Ma quando iniziai a crescere cominciai a vedere tutte le cose negative di quel posto, soprattutto nella mia famiglia. I miei genitori non erano più felici. Mio padre aveva una relazione sul lavoro, mia madre lo scoprì e questo la distrusse. Era instabile e, in ogni caso, lunatica. Una volta, quando ero piccolo, non volevo andare a casa perché stavo giocando ai cowboy con i miei amici… mi prese e mi trascinò via urlando lungo la strada. Credeva che non fosse divertente. Ma mi slogò il braccio. C’erano anche altre cose: mio padre soffriva di disturbi ossessivo-compulsivi e si lavava per sei ore al giorno. Era terribile, pensava di essere stato maledetto da Dio per essere diventato ateo. Inoltre, nessuno dei due era andato al college e non volevano che ci andassi nemmeno io. Si aspettavano che trovassi un lavoro e mi sistemassi vicino a loro. Non provavano alcuna simpatia per i miei sogni di diventare uno scrittore. Il mio vecchio rideva di me, diceva: «Mister Hemingway. Oh, cosa scriverà Mister Hemingway oggi? Vedrai, caro mio. Vedrai come il mondo ti accoglierà. Esattamente come ha fatto con me». Si riferiva alla sua carriera come pittore. Aveva molto talento e aveva ricevuto una borsa di studio dal Maryland Institute of Art ma il suo sogno di diventare un pittore fu spazzato via dalla mia comparsa. Mi odiò per questo. Io e lui ci scontravamo pesantemente. Nel frattempo io stavo leggendo Baldwin e Mailer e qualsiasi altro scrittore di New York su cui riuscivo a mettere le mani e sapevo che me ne sarei dovuto andar via di là. Poi arrivò a bussare alla porta l’eroina e la maggior parte dei miei amici diventarono dipendenti. Fu terribile… fui tentato io stesso, sembrava così cool. Mi prendevano in giro perché non mi facevo. E così persi tutti i miei sostegni… i miei amici, il mio vecchio. Fortunatamente andai in una piccola scuola di lì, il Towson College, e alcuni professori notarono il mio potenziale. Questo fu quello che mi salvò. Dunque Baltimora è la mia città, la amo e la odio. Qualcuno lì conosce il mio lavoro, ma non è una città per i libri. È una città di lavoratori, a cui piacciono i film, il baseball, il football.. i libri non molto. OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Persi il mio vecchio, i miei amici per l’eroina. Ma in una piccola scuola alcuni professori notarono il mio potenziale. Questo fu quello che mi salvò

Quali sono le città americane che ami di più e perché? Oltre a Baltimora… New York. Che era l’esatto opposto di Baltimora. “Vuoi fare lo scrittore?” “Cool, ecco qua.. chiama questo tizio e lui ti aiuterà a iniziare a scrivere per qualche rivista.” “Vuoi scrivere un film?” “Cool! Una mia amica è un’agente e suo marito è un produttore e adoreranno la tua sceneggiatura.” Sì, ogni tanto erano tutte stronzate e non funzionava, ma spesso invece sì. Los Angeles. Per le stesse ragioni di New York. Qui tutto può succedere. San Francisco. Per la sua bellezza e la sua natura bohèmienne nonostante la maggior parte di quest’ultima sia una cosa che riguarda il passato. Ma nonostante questo io la amo ancora. Se Joyce Johnson, l’ex di Jack Kerouac, ti avesse proposto sì di pubblicare il tuo libro ma ti avesse anche detto che a Jack il libro non sarebbe piaciuto per niente, tu come ti saresti sentito? Come e cosa avresti scritto alla luce di quel commento negativo? Mi sembra impossibile poter rispondere a questa domanda. Joyce non me l’avrebbe mai detto. Se mai avesse pensato una cosa del genere se la sarebbe tenuta per sé. L’ho sentito da gente che pensavo avesse apprezzato il mio libro e poi invece ho scoperto il contrario. Mi ha fatto male. Ma ho anche realizzato che erano gelosi. Gli scrittori possono essere una categoria molto maligna e competitiva. Quando ero piccolo pensavo che gli scrittori fossero tutti in qualche modo amici.. ma molti di loro sono come pavoni che si atteggiano per le loro cose.. e possono essere dei gran bastardi. Ho imparato a non avvicinarmi mai troppo a nessuno di loro. Per quanto riguarda l’effetto della malignità autoriale, alcune volte fa male ma se ti lasci fermare da quello allora non dovresti essere uno scrittore. Le avversità sono sempre e comunque dietro l’angolo ma tu continui a fare il soldato e andare avanti. Impari a dire “Fottetevi” ma lo dici a te stesso. Non offri a loro neanche più un proiettile per ferirti. Cosa vorresti lasciare di te ai posteri? Per cosa vorresti essere ricordato? Voglio essere ricordato come uno che ha scritto dei grandi libri. Tra questi, direi che Shedding Skin è la tipica prima opera ed è l’unico romanzo serio che sia mai uscito dall’esperienza hippie. The King of Cards è una specie di suo sequel ed è un libro incantevole pieno d’amore per i miei amici degli anni Sessanta. Il migliore di tutti, però, è Red Baker, che non è soltanto una storia su un lavoratore d’acciaio ma anche sulla sua famiglia e sull’intero vicinato. Sotto tutto quanto c’è una canzone d’amore per Baltimora. Un’ultima cosa: nonostante io abbia frequentato diversi generi tutti i miei libri parlano della stessa cosa: di un uomo che cerca di essere buono e fare bene nonostante i suoi nemici e la sua stessa natura oscura. E della ricerca dell’amore e dell’amicizia e di un senso di comunità con la gente che sia significativo, un senso che spesso deraglia a causa del desiderio di fama, gloria, e il bisogno e la smania di soldi e potere.    

Marta Ciccolari Micaldi

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In fondo al bicchiere

Stavo per farlo. Ero lì. ho sentito quella leva dentro che avrebbe innescato il fiume di alcool da ingerire per proseguire in quella strada. sarei stato dinuovo dalla parte del banale. un’altra sconfitta della mattina dopo. ho provato a nascondermi come facevo ieri dietro all’idea di giovane, veloce, agile. ho provato a schivare l’amore che provo per le cose. Mi sono sentito piccolo piccolo, come quando dici una cazzata nel momento meno opportuno. Fai finta di niente e pensi che tra tre secondi nel mondo si saranno dette così tante cazzate che la tua è passata ormai e nessuno se la ricorda più. Io me la ricordo. che infinita tristezza. la leva a ogni modo si era mossa. Mi ritrovai al banco che davo gli auguri di buone feste all’oste con i soldi in mano. quando la leva si muove è un secondo, tutto viene meno.. bello o brutto che sia, sta succedendo. ho sostenuto di odiare i soldi e di non averne poi così bisogno. li avevo in mano ancora prima di sapere cio che volevo bere. Mi sentivo ammirato, lei era lì che le brillavano gli occhi.. forse provava quello che provavo io, il tepore prima dell’azione.

Oh ciao. Ci vediamo domani. Te che fai? Ma un cazzo, sono stanco. Bon dai.

Beviamo. odio il silenzio imbarazzante ma allo stesso tempo so che non sono assolutamente in grado di affrontarlo. non so dire cose a caso interessanti. non ne ho voglia. sento che le parole che ci stiamo dicendo sono vuote e prive di quel sano disinteresse alla base dei buoni rapporti. il punto è scopare, lo sappiamo entrambi. il punto è fare un’altra puntata, un altro spot un’altra foto. incomincio a chiedermi se continuare. l’alcol mi rassicura e i grandi pesi di coscienza sembrano essersene andati con i miei amici poc’anzi. il giallo del bar mi restituisce il vigore e la parlantina che tenevo nascosta nella vescica. Sono pronto a stare al gioco, a fottermene, ad apparire quello che non sono.
Bevo ancora.
torno fuori.

penso a quante cose vorrei fare, le stampanti 3d, l’impegno politico.. il nuoto. appoggiato alla macchina mi rendo conto che non ho idea di come realizzare anche una sola di quelle cose. non mi do per vinto e continuo a broccolare. quei 5 minuti al bar da solo mi avevano fatto l’effetto di una pisciata lunga nei campi. volevo essere amico di tutti. non ero ubriaco, anzi mai così lucido. il tipo di fronte ha fatto un mega viaggio con la macchina balcani-turchia. che ficata. il viaggio della sua vita, l’ha cambiato. è una persona migliore dice, anche io penso che l’abbia cambiato il viaggio. adesso anche lui può dire di essere una persona migliore.

in un secondo mi sono reso conto di quante volte ho detto cazzate simili io. che peso. ora dentro di me altezzosamente sminuisco il racconto del tipo, lo metto tra quelli che fanno i viaggi avventurosi e poi tornano cambiati e io sono peggio di lui, lo avverto come un nemico in realtà, un concorrente.. lo considero anche più brutto.. ma il punto vero è che di lui alla fine non me ne frega neanche un cazzo. nel mentre siamo quasi diventati amici. bevono grappe.
lei mi ingaggia con domande su perché  e percome del passato. ne voleva.  schivo quell’aggressione sessuale volando un po’ più in alto delle sue parole, realizzo che ho bisogno di volere davvero parlare per parlare. un fulmine di operatività. il suono di una tromba moldava ha riempito la strada in quel momento.
mi congedai.
mi sentii felice per la prima volta nella giornata
In fondo siamo legati da piccoli eventi senza cuore

Fede Perro

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Poetry botta e risposta

Uno scrive una cosa l’altro ne scrive un’altra. Poi le due cose vengono messe assieme e si guarda quello che succede. Stesso weekend, a trecento chilometri di distanza, senza telefonarsi, abbiamo sporcato il bagno con queste parole. Se lo fanno i rapper lo possiamo fare anche noi.

Acthung Banhoff

(Pisto, n.8) 

Le luci dei nostri cellulari illuminano solo le nostre rughe
Tutti si lamentano della merda che hanno intorno
E Tutti di questa merda
Ne siamo una parte

Il mondo
non è un posto giusto, Banhoff
Ed è arrivato quel momento
In cui sei troppo solo
Anche per scrivere
Ed è arrivato quel momento
In cui della libertà
Non sai che fartene

Scava
lavora
Affonda la lama
guarda l’abisso
affondala ancora
non ti distrarre.

Mi hai consigliato di avere fede
Io la ho, amico Banhoff
Nell’amore che ho in casa
E credimi, è enorme
Mi rende così pieno
che posso solo piangere
perché non sono capace
di trattenerlo

Eppure a volte
neppure questo
Mi basta
Neppure questo
Serve a non farmi sentire
solo

Banhoff,
Ho fede in tutto ciò
In cui non credo
Che se un giorno
Succederà qualcosa per cui
Non avrò sconti
Non avrò rimorsi
Né perdono
Penserò a mia figlia
Che mi stringe la mano
Come ha fatto l’ultima volta
che mi sono sentito
davvero
felice
E saprò ancora una volta di più
Una cosa per tutte

Che la pace è uno spillo
Che ti buca le costole
Non fai in tempo a riaprire
gli occhi
Che tutto è come prima
Solo leggermente più a fuoco

E la strada per vederla svanire
È solo un altro attimo di pace
In più
O in meno
Che sta per arrivare

Scava
lavora
guarda l’abisso
Affonda la lama
Fammi una promessa:
credi in te stesso
affondala ancora
non ti distrarre.

Cadelliscio di Ray Banhoff

Senza titolo

(Banhoff)

I pensieri pesano 100 chili
ce li ho tutti sugli occhi
un incudine di piombo tiene fermo il corpo al centro del petto
nei secoli dei secoli dei secoli
Anche questi cazzo di bambini nel parco sono felici
Anche le margherite sono felici
Un imbianchino nelle mie retine asfalta tutto di bianco disastro
il colore liceale della sala d’attesa
i pomeriggi passati ad aspettare il dottore
a Montecatini i lampioni mi intimavano di scappare
i cavi elettrici sospesi sulla strada trasmettevamo telefonate tra cuori infranti
come formichine elettriche le pene d’amore viaggiavano nei cavi
e le signore aprivano il negozio mezz’ora più tardi tanto non c’era nessuno
e il vigile prendeva il caffè nel bar ormai dei cinesi
e andava a fare le multe alle macchine in via Marruota
si beccava le urla ma strappava la nota impassibile
e la sera le puttane dovevano far gran casino per scacciare il freddo e i fetenti
mentre passando col finestrino abbassato sentivi l’odore della porchetta che friggeva da Giotto
La Gioventù è stata questo, un presagio, un avviso di sfratto
ed è assurdo quanto ora che non ci sei i tuoi occhi mi paiono l’unica luce nella notte

WNR

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Bukowski was here

DeLongpre Ave, East Hollywood. Uno dice Hollywood e pensa al cinema, ai luccichii, alle star. Cazzate. C’è la scritta sulla collina, ma gli studios sono sempre stati solo una parte di Hollywood. Le vie interne di Hollywood sono da disperati. DeLongpre Ave è una via interna. Il civico 5124 è una fila di quattro piccole case: la Bukowski Court. La prima era quella di Bukowski, l’unica quando ci abitava lui. Ci ha vissuto otto anni, qui ci ha cagato i libri migliori, le poesie migliori e quel capolavoro che è Storie di ordinaria follia.

Unseen Bukowski's house by Luca Locatelli

L’ingresso di casa Bukowski oggi, foto di Luca Locatelli

Ora ci abitano due salvadoregne. Non sanno niente di Bukowski, raccontano solo che ogni tanto  qualcuno suona, loro lo fanno entrare e lo assistono mentre gira per la casa con gli occhi meravigliati, cercando di memorizzare ogni singolo centimetro. Una delle due salvadoregne dice: «Mia figlia ha fatto delle ricerche. Probabilmente scriveva qui»: e indica un angolo, fra la porta d’ingresso e la finestra, dove adesso c’è un televisore piatto da  50 pollici, gigantesco in proporzione al salotto. Poi c’è una cucina stretta e lunga, una camera e un piccolo bagno. Dalla cucina si può andare in un cortile, stretto e lungo anch’esso, ci si passa a malapena di profilo. Nel complesso sta casa è una gabbia, la recinzione del cortile per esempio è proprio metallica. Chissà che schifo che era quando ci viveva Bukowski.

Unseen Bukowski's house by Luca Locatelli

Il salone di casa Bukowski

Questo sarebbe il momento in cui scrivere:  qui tornava a casa sfatto, qui si ubriacava dopo aver perso ai cavalli. Sarebbe stupido. Retorica inutile. Questa è stata la casa di Charles Hank Bukowski. Punto, finito. Ogni casa racconta una vita. Ogni vita ha le sue mura. Punto, finito, fine della storia.

Unseen Bukowski's house by Luca Locatelli

Camera da letto con vista cucina

Il fotografo Settimio Benedusi ha scritto: se nessuno ti ha mai detto che hai una bella casa probabilmente le tue foto fanno cagare. Per gli scrittori vale esattamente il contrario: se qualcuno ti dice che hai una bella casa probabilmente ciò che scrivi fa cagare.

Nell’ultima raccolta di interviste fatte a Bukowski c’era questo:

«Per otto anni (Bukowski) ha vissuto in un posto dove i suoi lavori sbocciavano copiosi, nonostante l’appartamento – secondo quelli che erano stati lì – fosse la topaia più sporca che avessero mai visto. Poi si è trasferito in un appartamento molto più costoso ma si sentiva fuori posto e la sua macchina da scrivere diventava sempre più silenziosa, così si è trasferito in un altro bungalow». La topaia in questione era questa che vedete in queste foto. CB was here. Good luck.

English version

DeLongpre Ave, East Hollywood. One says Hollywood and thinks movies, glittering, stars. Bullshit. Ok, there is the inscription on the hill, but the studios have always been just a part of Hollywood. The inner streets of Hollywood are for desperate. DeLongpre Ave is a inner street. The 5124 Civic is a row of four small houses: the Bukowski Court. The first was the Bukowski one, the one when he lived there. He spent eight years there: here wrote the best books, the best poems. Now in that bungalow live two Salvadorans. They know nothing about Bukowski, only tell that every time someone goes there, they do come in and assist him while turning for home with wondering eyes, trying to memorize every inch. One of the Salvadoran says: «My daughter did her research. Probably wrote here» and indicates an angle between the door and the window of the living room, where there is now a 50-inch flat TV. Then there is a long, narrow kitchen, a bedroom and a small bathroom. From the kitchen you can go to a yard, long and narrow as the kitchen. Who knows what crap that was when Bukowski lived here.

This would be the time to write: here he came home tired, and here he got drunk after losing to the horses. It would be stupid. Useless rhetoric. This was the home of Charles Bukowski Hank. Every house tells a life. Every life has its walls. End of story.

A journalist said: «For eight years ( Bukowski ) lived in a place where his works were blooming abundant, although the apartment – according to those who were there – it was the dump dirtiest they had ever seen. Then he moved into an apartment a lot more expensive but it felt out of place and his typewriter became more and more silent, so he moved to another bungalow». The dump in question is this that you see in these photos. CB was here . Good luck.

 

WNR

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Cosa rappresenta per me Kurt Cobain

L’adolescenza non è un periodo migliore, è solo un periodo lontano. Come tutto ciò che è ricordo non puoi che buttare giù un amo e tirarne fuori impressioni. Peschi nella rete della memoria tra i cocci tuoi e delle tue vite precendenti. Io ci trovo il mio sguardo basso che fissava gli schizzi delle pozzanghere e le scarpe che solcavano i marciapiedi, l’odore della pioggia a novembre e dell’erba bagnata, il profumo del lucidalabbra alla frutta delle ragazze e i miei sguardi trionfali nello specchio. Avrei voluto un gran funerale in cui tutti ascoltavano una lista di canzoni scelte da me e pensandomi dicevano quanto gli mancavo, e poi avrei voluto premere il tasto Pause e tornare in mezzo a tutti ripremendo Play a patto che loro avessero perso la memoria di quell’evento e gli fosse rimasto soltanto la voglia di stare con me. Jenny era una ragazza molto diversa dalle altre, sembrava sempre nel suo mondo ed era stramba, come se le battute non la facessero ridere o ridere non le interessasse, ma era serena, felice. Non avevo una cotta per lei ma intuivo che ne sapeva molto più di me su tutto e così cominciai a parlarle a ricreazione. Poco dopo mi incise una cassetta con la copertina rosa fluo e una foto di Cobain con gli occhialoni rossi ritagliata da una rivista. Era la prima volta che lo vedevo e tornando da scuola la ascoltavo in motorino. Era roba strana, mi piacevano solo i pezzi acustici e tutto quello che c’era prima che partisse il casino della batteria. Non mi piaceva la distorsione e mi faceva paura la voce di quello che cantava. Gracchiava. Fui il primo ad avere la ragazza, fui quello che disse “facciamo una band” e per colpa mia scartarono Nicola che era nel gruppo da mesi prima di me e sapeva suonare, ma aveva dei vestiti ridicoli e un atteggiamento da gattino spaventato. Io arrivavo con uno sguardo sicuro e mia madre mi aveva comprato una Stratocaster messicana e nessuno ce l’aveva e questo bastava. Mi sentii in colpa e mi ci sento ancora se penso a lui che se ne va dal garage e Antonello che dice «andiamo avanti». Quanta sciocca supponenza che dovevo mettere in pratica per sentirmi sicuro. Non sapevamo suonare e non sapevamo niente di niente, facevamo troppo rumore per farci notare da tutti ed eravamo stupidi come tutti gli adolescenti. Io ero il più stupido. I Nirvana mi facevano paura e mi deprimevano ma li suonavamo perché c’erano meno accordi, i batteristi si divertivano e per i bassisti i giri armonici erano semplici. Solo in rari momenti da solo e quasi in segreto riuscivo a godermi la compagnia di quella voce gracchiante nelle cuffie. Non sapevo niente dei testi e quando leggevo delle traduzioni ne sapevo ancora meno. Dumb e All Apologies mi colpivano. Maybe I’m just happy diceva una. Maybe. I think I’m just happy. Il mio cuore è spezzato ma ho della colla e robe così e mi pareva abbastanza.

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Montecatini Terme capivo che era un posto senza niente dentro, solo case e strade che continuavano fino a quando non c’era un cartello che ti diceva Margine Coperta, oppure Pieve a Nievole. Ed erano un po’ più brutte di Montecatini ma erano pur sempre la stessa cosa. Era difficile a quel tempo capire chi fossero le persone con cui ridere o parlare seriamente e un punto di svolta nei rapporti era sempre quello in cui qualcuno premeva play e ascoltavamo la musica. E se trovavo anche uno solo che apprezzava quei pezzi allora significava che c’era qualcosa da dirsi e si andava avanti. Ancora oggi, che è passata l’altra metà della mia vita, se mi metto in macchina con Maurizio e parte un pezzo di Nevermind siamo subito tutti e due rilassati. Non c’è un perché ma è come tornare in un territorio consono, comune. Hey wait I got a new complain, cosa accomuna me e i miei amici a riconoscersi in un frase del genere? Non ne ho la più pallida idea, ma quelle atmosfere con le urla e la voce disperata erano l’unico suono che avevamo per spiegare a tutti quanto ci facesse schifo la nostra città di puttanieri e negozianti, dove c’era un solo negozio di dischi e 106 farmacie per davvero e nella sezione A del liceo c’erano i ricchi e nella F i figli del muratore come se da A ad F si dessero dei cartellini per la vita che poi non ti potevi più togliere. E quelli della A erano tronfi di soddisfazione a sapere che avrebbero avuto belle ragazze e soldi da spendere in bei vestiti e soddisfazioni mentre noi ci copiavamo le cassette così tanto fino che non si smagnetizzavano e ci vestivamo male. Però andavamo a suonare alle feste nei circoli arci o a situazioni assurde e quando ascoltavamo Nevermind in camera o guardavamo la vhs del Live Tonight! Sold Out! Ci sentivamo come una piccola cerchia ristretta, come un enclave, una setta potentissima e aspettavamo i giorni della rivalsa.

Kurt Cobain (1)

Primo e unico concerto serio in un pub per turisti: noi che portiamo gli strumenti al secondo piano, attacchiamo Aneurysm e a metà ci interrompono. Troppo casino. Concerto finito, noi con gli strumenti in strada poco dopo a trattenere le risa e a galvanizzarci «ci hanno cacciati, vi rendete conto?». Avevamo rotto i coglioni per una volta a quella città di morti viventi. Eravamo noi contro di loro e perdendo avevamo vinto e vincere allora era tutto e stavamo vincendo giocando tutto su un gran perdernte. Io non sapevo nemmeno di cosa parlasse il pezzo, ma faceva lo stesso. Eppure per tutta l’altra musica che ascoltavo il testo era importante lo andavo sempre a tradurre. Con i testi dei Nirvana anche se traducevo non capivo allora tanto valeva non farlo proprio. Non serviva quasi il testo per capire che quelle atmosfere erano un coltello. Allora cominciammo ad ascoltare quella musica al pomeriggio mentre ci allenavamo a fumare sigarette e a suonare la chitarra. Non volevo essere una rockstar, volevo essere a capo di un esercito, volevo sfondare il muro invisibile che proteggeva Montecatini e non faceva entrare niente dal mondo esterno. E volevo farlo con sotto il ritmo incessante di Territorial Pissing. Mi ricordo lucidamente che prima di entrare in classe e appena suonava l’ultima campanella volevo sentire la musica. Ci pensavo anche durante le lezioni quando le lavagne si riempivano di segni numerici incomprensibili e alcuni professori annoiati ci trascinavano nel loro piattume senza passione. Sentire la musica era ritornare in quel territorio consono. Oggi è passata davvero metà della mia vita e so molte più cose su Kurt Cobain e i suoi 27 anni ma questo non cambia niente. Ogni volta che ho bisogno di ascoltare questa roba è sempre per gli stessi motivi: appartenenza e bisogno di allontanarmi dalla mediocrità, anzi di trovare i miei amici, nella mia testa. È un richiamo all’ordine e al tempo stesso il corno dell’adunata di tutti i fedelissimi, la musica che unisce me e le persone per cui metterei a rischio la mia vita in un’unica grande foto di gruppo.

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Quando Cobain è andato in coma a Roma nel 1994, pochi mesi prima della sua morte si era ingoiato 60 pasticche di Roipnol. Stava rompendo con Courtney Love che lo trovò riverso a terra col sangue che gli usciva dal naso. Accanto al corpo un biglietto in cui Cobain diceva a sua moglie “Non ce la faccio a passare per un altro divorzio” alludendo alla pessima piega che stava prendendo il loro matrimonio. I genitori di Cobain si erano separati quando lui era un bambino e da quel momento la sua infanzia felice aveva preso un’altra piega. Il ragazzino amato da tutti, entusiasta, infervorato, illuminato che era si trasformò presto in un problema da gestire. La sua vita divenne un’odissea tra i nonni, la madre, il padre, per un breve periodo anche la casa di un pastore di Aberdeen la sua città natale. Rileggendo questi fatti mi sono ricordato di una notte in cui ho camminato da casa mia al centro di Montecatini per arrivare prima dell’alba nella piazza vuota. Facevo ancora le medie credo e mi ero fatto sei chilometri a piedi da solo. Ero nella piazza che la sera era piena di gente ed ero arrivato prima degli spazzini, in un’atmosfera surreale e di scoperta, di fronte a un futuro silenzioso e pieno di presagi da adulto, come di fronte a un grande evento cerimoniale insomma, così mi misi su una panchina. Da quel giorno capii che ero solo al mondo. Avevo un blocchetto e una penna e disegnai quello che vedevo e ne venne fuori un piccolo schizzo impressionista, neppure malaccio, i lampioni la piazza vuota il Caffè Biondi. Forse scrissi anche qualcosa. Ero fuggito da casa dove vivevo solo con mia madre con cui avevo litigato fino a tarda notte perché bussava alla mia porta fuori di se e continuava a non farmi dormire e a volere informazioni sulla nuova donna di mio padre. Ora lo ricordo con distacco e perdono ma al tempo era dura da capire. Qualche ora dopo mio padre andò a fare un prelievo in banca prima di colazione e passò davanti alla mia panchina sulla quale ormai dormivo. Mi ricordo i suoi occhi sconvolti, che ci fai qui? E poi andammo a fare colazione. Quando ho saputo che il ponte di Something in the way esisteva davvero è tornata alla memoria quella fuga, perché avevo letto che per qualche giorno Kurt bambino dopo esser stato buttato fuori dalla casa del pastore bivaccò sotto a quel ponte. È un episodio oscuro di cui non si sa troppo ma di certo il nomadismo divenne la sua situazione principale. A vent’anni, dopo aver scoperto che non avendo i soldi per l’affitto stava dormendo in un cartone del frigorifero, Novoselic lo fece dormire sul suo divano. I figli dei divorziati hanno tutti gli stessi problemi, roba da manuale. Non ho più ascoltato seriamente i Nirvana fino ai 28 anni perché pensavo a tutto questo e soprattutto perché Cobain era un suicida e avevo paura a farmelo entrare troppo nella testa. Così come non ho mai il coraggio di leggere i diari di Pavese. Da grande, forse invecchiando, provo sempre più commozione per quanto riguarda l’argomento, forse perché a un certo punto ognuno di noi ha bisogno di votarsi a una forma d’amore superiore. Penso alle sue collezioni sterminate di oggetti, alla sua allegria, alla sua bellezza, a lui che arriva alle feste dove nessuno lo conosce e dice here we are now, entertain us e tutti che ridono. E più leggo i suoi diari, più osservo le opere d’arte che disegnava o creava assemblando le migliaia di cianfrusaglie che comprava ai mercatini di città e più mi rendo conto della vastità della sua sensibilità. Non me ne frega un cazzo di parlare del suo genio, di quello non c’è nemmeno bisogno. Non voglio essere blasfemo né ironico, ma per me la figura di Cobain è quella di un martire. Per carità è morto miliardario e all’apice del successo e riconosciuto dai suoi stessi miti e maestri già in vita come il più grande, ma ciò non toglie quello che appunto gli deve essere costato lasciare tutto questo. Lasciare la speranza di cambiare e soprattutto la sua piccola figlia. «No ve lo giuro non ce l’ho una pistola» canta in Come as you are già  anni prima di spararsi nel capanno degli attrezzi. Tutti sapevano che sarebbe successo, il suicidio era il suo tema principale sin dall’infanzia e solo l’ultimo anno credo fosse andato in overdose quasi dieci volte. Quindi non è un martire per tutti noi, anzi per voi, diciamo piuttosto il mio martire personale e a volte ho quel pensiero peccaminoso, quel senso di colpa che mi fa pensare che con la sua morte e la paura che mi ha fatto forse mi son salvato io. Quando è morto mio nonno ho pianto ma quando rifletto alla morte di questo ragazzo di ventisette anni la sento come qualcosa di molto vicino alla mia vita, alla mia storia, la sento davvero come un lutto. I’m worse at what I do best and for this gift I feel blessed. Ovvero: sono il peggiore in ciò in cui eccelgo/ ed è un dono questo per cui mi sento benedetto (da Smells like teen spirit).

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Ray Banhoff

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Jacopo Benassi

Di fronte a Jacopo Benassi la domanda che ti fai è sempre la stessa: lo amo o lo odio? Ed è una domanda retorica che dovrebbe contenere a prescindere entrambe le risposte. Perché tutti i rapporti igienicamente fondati sul rispetto artistico devono contenere un contraddittorio.

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Benassi by Thorimbert, La Spezia 2012

Jacopo Benassi è un fotografo di La Spezia, collaboratore di numerose riviste (Rolling Stone, Riders, GQ). Oltre alle campagne pubblicitarie ha lavorato a progetti propri come talkinass.tumblr.com o The Ecology of Image. Uno dovrebbe sempre far distinzione tra l’uomo e l’artista, anzi tra la sua opera e il suo esecutore, ma è proprio per la fascinazione che ha il suo lavoro che l’ho avvicinato negli anni. Benassi che scava nei bassifondi, che ritrae l’amore e la solitudine, o la disperazione e i disperati, Benassi e gli autoritratti, Benassi contro i fotografi e la fotografia su Facebook, Benassi che lo invitano a fare una mostra in una galleria e lui invece che appendere le foto al muro ci scrive l’indirizzo del Tumblr con lo spray. Di questo fotografo incazzato e punk in tanti si sono infatuati. Io in primis e volevo usarlo come megafono a tutti i costi visto che lo vedevo come una specie di ribelle anche nella vita quotidiana, volevo tirargli fuori un sacco di veleno da sputare sull’editoria e i direttori dei magazine ma non ci sono riuscito e ho capito che forse non era nemmeno giusto che lo facesse al posto mio. E mi sono innamorato più che di lui, del suo lavoro. Conoscere l’uomo può essere spaesante, certe figure è quasi meglio lasciarle nella teca, non andarle a scomodare. É come scoprire, che ne so, che anche Jim Morrison aveva le emorroidi ed era umano. Benassi che pubblichiamo quasi in chiusura del mese che dedichiamo a Bukowski, come lo scrittore americano è un continuo di alti e bassi, una calamita extra sensibile in grado di vedere cose dove gli altri non le vedono, no anzi, uno in grado di forzare quella visione e tirarci sempre fuori quello che vuole lui. E come per Bukowski lui stesso è il soggetto della sua ricerca artistica. Gli autoscatti, le ciabatte, l’omosessualità. Intervistarlo non è come sfogliare le sue foto, è un inseguimento. Lui è sfuggevole, mutevole, spesso poco incline a scoprirsi, un po’ paraculo, tende a seminarti, a non dirti niente, si distrae al computer, naviga su internet, ride e smangiucchia qualcosa, si annoia, a volte è pure eccessivamente cauto, altre con una disarmante lucidità dice delle cose enormi. É riservato direi, a dispetto di quanto è aperto nel suo lavoro o negli status di Facebook che pubblica. Ci siamo trovati al Btomic (il locale che ha aperto e gestisce a La Spezia) prima di un workshop di Toni Thorimbert.
Questo è quanto.

Ho incontrato persone e fatto sesso sul treno. M’ha fermato la polizia, pensavano fossi un ladro. Ho dovuto dichiarare che ero gay e che ero in cerca di incontri, è stata dura, ho pianto

Tutta la vita passata a dire che sei ignorante e tutti che ti danno del genio. Come la vivi? È una paraculata per difenderti?

Ma no. Facebook mi ha dichiarato ignorante. Lì sei più visibile e la gente si accorge quando scrivi con gli errori. Luca Basile, assessore alla cultura di La Spezia, mi dice sempre che sono ignorante. E giù schiaffi!

Beh, te lo dice l’assessore, mica l’usciere.

(borbotta) Mi mette a disagio il microfono, me lo levi… (sospiro) Sono ignorante perché non leggo. Ho sempre paura che qualcuno mi possa ispirare  e allora preferisco non leggere  nulla. In più faccio molta fatica, però leggo quei pochi libri di fotografia, Sontag, Barthes, Gilardi, Nadar e molti altri…

Però guardi.

Sì, sono un guardone (ride).

Ah, tu hai smesso la scuola? Perché?

Mi hanno sospeso dalla scuola. Ehhhh (pausa di dieci secondi) mi hanno bocciato in prima media e poi dopo e poi mia madre mi ha mandato alla privata ma non abbiamo finito di pagare le rate quindi ho mollato anche quella.

E che hai fatto?

Il meccanico d’auto!

In casa era un problema?

No, portavo anche i soldi in casa, perciò…

Alla fotografia quando ti sei avvicinato?

Ehhhh… (pausa) avvicinandomi ai centri sociali. Benzo, il cantante dei Fall Out, mi ha incoraggiato a fare arte, dicendomi che anche io che ero un operaio potevo farlo e allora mi sono messo a disegnare, poi ho trovato Sergio Fregoso, un grande fotografo di Spezia che ora è morto e mi ha insegnato a leggere le immagini, a essere umile, a osservare il lavoro degli altri ed abbandonare subito il discorso di tempi e diaframmi e lavorare sull’immagine. Odiavo Diane Arbus all’inizio.

Che rapporto hai con Milano e con l’editoria di Milano? Sei spesso critico. Tipo la cosa con GQ che è successa, che hai fatto delle foto a Ronaldo e poi te l’hanno messe in pagina con un velo colorato sopra…

Milano è l’unica realtà importante per la fotografia in Italia. Anche se non hanno un festival interessante. Tante realtà piccoline, fanno cose belle. Io piaccio a un sacco di persone ma alla fine pochi mi chiamano per lavorare, per far le mie cose. La Molteni di Riders mi chiama e mi dà libertà.

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Benassi by Thorimbert, Btomic, La Spezia 2014

Perdo un sacco di dati, le foto si autodistruggono. Non mi dispiace. Chi se ne frega, io non sono attaccato alle cose

Per alcuni reportage di GQ hai lavorato con Paolo Sorrentino. Che rapporto hai con lui?

(Farfuglia) Persona per bene, mi ci  sono trovato bene, siamo del 1970 entrambi, solo che lui è molto più maturo di me, ci siamo fatti un sacco di risate!

Leggevi cosa scriveva di te nei pezzi di Tony Pagoda su GQ? Romanzava?

Ehhh, sì. La prima volta gli ho parlato della mia vita delle pantofole e poi gli ho detto che non ho mai visto un suo film e lui s’è un po’ vendicato. Nel libro Tonino Paziente si prende uno schiaffo perché dice a Pagoda che non ha mai ascoltato un suo disco. Penso fosse per me quello schiaffo. Io non ho visto manco la Grande Bellezza. Ma perché io non vado mai al cinema.

Secondo me a te non piace, ma è bellissimo. Perché fotografi le ciabatte?

Non è che le fotografo, io le ho collezionate per anni. Le ho fotografate tutte perché fanno parte della mia vita personale. Le ho fatte in bianco e nero per dare a tutte la stessa importanza e ora sono un libro!

Con tua madre che rapporto hai?

Non intimista. Normale, buono.

Sei figlio unico?

No, ho un gemello. Con mia madre c’è rispetto non abbiamo mai parlato in confidenza perché non c’è mai stato questo rapporto… quando non c’è non c’è. Son contento che… diocane (riferito alla sincronizzazione dell’ipod che non funziona)

Cos’è il Btomic?

È nato dopo che ho vissuto a Milano. L’ho aperto coi miei migliori amici miei!

Quali sono i fotografi che ti piacciono e influenzano?

Nino Migliori, Patellani, Secchiaroli. Lui era un paparazzo, in parte il suo lavoro mi piace. Weegee, Diane Arbus, Jurgen Teller, Tillmans. The Ecology of image è stata l’occasione della mia vita. Un libro che capivo mentre lo impaginavo che non mi sarebbe mai più ricapitato. Un libro costosissimo. Quando lo rifai? Soldi che l’agenzia ha pagato senza guadagnarci una lira. Grandi Pino Rozzi e Roberto Battaglia. Quello è stato il mio punto di partenza, il mio inizio a cominciare a capire. Ho capito che non ero un fotografo, che era una cosa più grossa di me. Arrivato a un certo punto della costruzione del libro io non sapevo più scegliere e ho scelto la parte affettiva. Ho messo foto di persone come se fossero dentro a un monumento. Come se fosse una tomba di famiglia, volevo far felici delle persone mettendole nel mio libro pur di escludere delle foto. Questo non è da fotografo. Il libro che invece voglio far uscire sulla Cina è il lavoro di un fotografo.

Cazzo, non lo hai mai detto. È la prima volta che ti definisci fotografo.

Beh, grazie a Cendron ho fatto una campagna per Oxydo e con quei soldi mi sono pagato il viaggio in Cina. La sera impaginavo il libro. Quando son venuto via lo avevo già finito. È stato un lavoro da vero serial killer ! il 17 maggio espongo tutte le foto della Cina a Livorno in uno spazio che si chiama Carico Massimo!

Ma perché sei andato in Cina?

Ho conosciuto uno scrittore, Francesco Terzago, che mi ha dato delle dritte. Infatti nel libro c’è anche un testo suo, lui vive là.

Come sono i gay cinesi?

Incredibili. Ho avuto rapporti molto soft per il rischio di malattie, nel libro ce ne sono molte. Il libro è un intervallo tra viaggi in taxi, città e uomini con cui avevo delle specie di rapporti.

Ma vi hanno dato dei premi per il Btomic? È bellissimo.

Ma che cazzo. Che premi vuoi che ci danno. Non ci caga nessuno. È vuoto anche stasera. Ma va benissimo non c’è gente non c’è rompicoglioni. È un locale di tendenza-no, per noi. Però ci viene gente grossa, quella là è Lori Goldston ha suonato con i Nirvana in Unplugged. Lui è Arbeit il chitarrista degli Einzurstende Neubaten. (indicando foto al muro).

Voi gay scopate tantissimo, più degli etero. Te usavi molto l’app di incontri Grindr.

In Cina usavo solo quello. Ma perché ti sconvolge? (cambiamo discorso) ma secondo te è meglio Google?

Meglio di che?

Di Safari.

Mi piace l’odore del legno. Odio la precisione e la perfezione. Come gli obiettivi perfetti, mi piace la macchina incisiva col flash, odio le foto sfocate, mi piace il fuoco

Ma dici Chrome?

Sì.

Sei innamorato?

Sì lui ha 26 anni. È magico. Fantastico.

Secondo te come mai a Milano comandano i gay?

Mmmm (mastica). Non lo so come mai ma comandano in tutto il mondo

A me se non mi dicevi che eri gay non lo capivo

Ihih e che gay che sono. Te sei frocio!

No. A che ora ti svegli la mattina?

(niente non va il mac) Alle 9-10.

Secondo te chi va coi trans è ghei?

Cazzi loro!

Essere riconosciuti conta?

La riconoscibilità è bella nel lavoro. Non essere famoso così per caso ma perché la gente capisce che le foto son tue.

Se non facevi il fotografo cosa facevi?

Il mago! cazzo ne so.

Parliamo delle donne fotografe?

No. Sono misogino, me l’ha detto una ferroviera in Francia su un treno. Torno in cabina letto e c’era un uomo al piano di sopra e due donne sotto e io sono andato dal capotreno e gli ho detto che avevo prenotato un treno con solo uomini e porcodio queste donne si segnano col nome da uomo per stare coi mariti. E questa zoccola mi ha detto che ero un po’ misogino. Lady Tarin mi piace quando fa le sue foto alle donne. Il resto del suo lavoro lo conosco poco. È coerente. Guarda che escludere qualcosa è tanta roba. Ci son dei fotografi di alto livello che fanno scelte ben precise e invece fotografi che fanno un po’ di tutto e non scelgono.

Chi ti sta sul cazzo?

Nessuno.

Eh dai, diobono…

Ma sì, mi sta sul cazzo un pacco di gente ma cerco di non dare importanza alla cosa. La prima cosa che ho fatto nel Btomic è stato il retro bagno. Ci ho lavorato 3 mesi ed era la cosa ultima da fare invece io ho iniziato da lì. Come i bambini che vogliono giocare. Mi piace riutilizzare i mobili. Fare le sedie.

Parlami dei treni.

I treni sono un percorso della mia vita. Io vivo nei treni mi muovo coi treni. Amo il treno perché mi porta in giro e mi ha fatto relazionare. Ho incontrato persone e fatto sesso sul treno. È anche pericoloso,  adesso non potrei più farla. Non ho mai fatto violenza su nessuno. Però in treno ci sono anche i ladri, a me hanno rubato il giubbotto. Mai le macchine fotografiche. A Napoli mi son svegliato nel deposito dove puliscono i vetri. Ho fatto viaggi di notte assurdi. Quando ho dichiarato l’omosessualità non c’era internet e andavo a cercare storie così e mi ricordo che ricordavo persone nei posti. Era un’era pasoliniana ancora fino al 96-97 era così. Andavi in cessi giardini e parchi e incontravi. A volte prendevo il treno senza meta andavo a Roma o Napoli così montavo e partivo. M’ha fermato una volta la polizia in borghese che pensavano fossi un ladro, mi son trovato la pistola alla gola. Un vecchio ha detto che gli ho sfioriato il marsupio ma non era vero niente era anche lontano era un vecchio a me non me ne fregava un cazzo. Gli avevano rubato un paio di volte il portafoglio era un pendolare traumatizzato e la polizia è arrivata subito e mi hanno torchiato. È stato brutto dover dichiarare che ero gay e che ero lì in cerca di incontri ed è stata dura.

Ma prima del coming out scattavi foto?

Sì tante. Tanto lavoro che non ho mai mostrato e che non ho nemmeno più. Studi legati alla diagonale. Il mio sogno era la foto perfetta, avere l’Hasselblad e un bel giorno ho fatto le foto col flash e ho detto le mie foto sono queste e tutto è andato di pari passo col mio coming out. Io mi sono tolto le emorroidi e da lì ho cominciato a cagare.

Per questo Talkinass?

Noooo quello è nato molto dopo perché il mio amico Lorenzo era solito dire: quello li c’ha le chiappe chiacchierate per dare del gay a qualcuno. Allora culoparlante. Talkinass è nato per gioco. Ma ci continuo a mettere roba.

Una volta eri sempre incazzato. Un paio di anni fa eri un burbero.

Ehhh lavoravo anche di più. Boh è che adesso SONO fotografo. Son legato alle foto vecchie, tutti mi chiedono Moira Orfei, a me non me ne frega un cazzo.

E quando vivevi in chiesa?

Era una chiesa protestante creata da un inglese, una volta era una scuola. Poi l’han fatta diventare appartamenti. Facevamo le mostre in casa, era bellissimo. Vivevo con la mia amica Micol e sua zia Upa.

Che rapporto hai con la morte?

Non c’è stata e se ne è andata!

Il ricordo più felice della tua vita?

Quando ho saputo che questa era l’ultima domanda! Fanculo!

Ray Banhoff

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