Archivi del mese: marzo 2014

La strabiliante vita e discesa di Andrea Diprè

Foto di Andrea Diprè

Prologo. Forse nemmeno Dostoevskij sarebbe mai stato capace di creare un personaggio così romanzesco. Se non lo vedete guardate meglio, guardate le sfumature, i dettagli, l’anguillesca abilità di quest’uomo: Andrea Diprè. È talmente falso da diventare autentico, talmente viscido da risultare coraggioso, solido. Anche nei video che fa con i maggiori casi umani della penisola c’è ma non c’è, è dentro ed è fuori, è presente ma impassibile, con quel mezzo sorriso che sembra sempre in procinto di scoppiare in una risata e invece resta lì, appeso a un’espressione indecifrabile. La sua è stata una discesa strabiliante, partita da ambienti ecclesiali, passata dalle tv cattoliche, di partito e locali, fino a scendere giù giù alla scoperta della miserabilità, intervistando sul web solo disperati, pornostar o escort, superando ogni morale, etica e vergogna e praticando l’unica cosa di cui gli importa, il culto di se stesso. Ora il suo canale YouTube ha 125mila iscritti, la sua pagina Facebook 204mila like. Per molti è un personaggio riprovevole, schifoso. E lui? Se ne frega. «A me non me ne frega un cazzo, puoi scriverlo».

Foto di Andrea Diprè

Il 29 marzo è al Papaya, per la prima volta ospite di una discoteca di Milano 

Il mio fenomeno nasce perché viviamo in un sistema totalmente marcio. Io vendo il rifiuto della società

Si presenta con addosso la sua divisa, che lo distingue dalla feccia con cui ha a che fare nei video: abito, camicia bianca e cravatta rossa. A un certo punto si fa scappare che in vita sua non ha mai fatto un nodo di cravatta. Ma chi te li fa allora? La risposta è superlativa: «Ho un sacco di cravatte tutte uguali già col nodo fatto, io devo solo stringerle». Eccolo qui, Andre Diprè. Capite ora? Quando parla a momenti ricorda Matteo Renzi, altri il mago Otelma, traetene voi le conclusioni. In due ore abbiamo fumato due canne e a ogni tiro gli occhi di Diprè diventavano sempre più piccoli e il suo sorriso sempre più enigmatico. Sei la punta dell’iceberg: perché il male esiste, ma metterlo in mostra è la vera colpa. «Come metafora userei più quella dantesca dell’inferno, io sono l’estremità più bassa dell’imbuto. A novembre compio 40 anni, sono molto disilluso e penso di aver capito che l’assenza di significato nella vita è tremenda ed è per questo che cerco queste visioni forti perché la cultura non esiste, io non esisto, niente esiste ed è tutto troppo ingiusto. Mi sono vendicato di un’educazione cattolica e ipocrita facendo vedere a tutti fino a dove può spingersi l’ambizione personale». Come ti possiamo definire, pessimista, nichilista? «Dipreista. La visione dipreista dice di godere il più possibile su questa terra e basta». Tu sguazzi in un’Italia che è socio culturalmente degradata. «Il mio fenomeno nasce perché viviamo in un sistema totalmente marcio. Se tu fai una ricerca su di me, anche minima, ti esce un ritratto abominevole (si ferma, mi fissa e ride). Abominevole, ahahah. Io anche se fossi innocente non lo dimostrerò mai. E se tu mi dici: “Diprè, quello che fai mi fa vomitare” per me è un complimento, perché lo shock è il mio obiettivo, quello che voglio raggiungere… Io vendo il rifiuto della società e per me se scrivi che sono un deficiente, un bastardo sono più contento. L’unica cosa che non puoi scrivere è la squadra che tifo perché in Italia la fede calcistica non te la perdonano». Segui il calcio? «Molto. Ho anche cercato di comprare sei società, tra cui la Fiorentina, l’Atalanta e la Roma. Dovevo essere finanziato da uno sceicco che poi invece era un truffatore. Preziosi del Genoa quasi lo stavo incontrando».

Foto di Andrea Diprè

Il vescovo laico

Tu vai oltre il trash, sei un missionario della miseria. «Ecco, bravissimo». Io ti ho chiamato e hai finto di essere il tuo segretario. «Bravissimo. Ma il mio telefono è pubblico, suona in continuazione, spesso sono ragazzini che mi chiamano da scuola, però appena sento una voce un po’ intelligente inizio a dire che sono il segretario… Dovrei prendermi un assistente però alla fine mi dico: “Andrea ma che lo prendi a fare se il tuo è il mondo del contromondo?”». Partiamo dall’inizio? «Allora: io sono nato a Thione di Trento ma in realtà vengo da un paese piccolissimo di 300 abitanti e questo influisce molto sulla mia educazione perché se nasci in Trentino non hai molte scelte davanti, devi essere per forza cattolico se no sei escluso. Per me esisteva solo la Chiesa e quindi, ossessivamente, cercavo di salire tutti i gradini ecclesiali da laico per un mio ragionamento politico. Mi sono sorbito per anni cose vergognose, ho fatto il consiglio pastorale parrocchiale quello decanale diocesano e poi quello ecclesiale. Sono diventato addirittura vescovo laico. Fino a quando non mi sono candidato con la Margherita. Però quegli stronzi di preti hanno votato un altro. Io sono stato nominato capo di gabinetto nell’assessorato alla cultura, solo che all’unico consiglio comunale in cui sono andato ho litigato con quel cretino bastardo del sindaco e mi hanno costretto a licenziarmi». E ti sei buttato in tv. «Già la facevo, sempre grazie alla Chiesa, conducevo una trasmissione su Telepace. Ma dopo quell’episodio cominciai a fare una trasmissione su una Tv locale dove accanto a me c’era una donna nuda. Successe un casino… Lì ci fu anche il mio ingresso nella Lega Nord, l’ho scelta solo per Tele Padania, non me ne fregava un cazzo del movimento, questo puoi scriverlo, un cazzo niente, anzi mi fanno schifo tutti i partiti. Però finivo sempre su Blob». Che facevi? «Conducevo il programma Giovani padani e ne ero il responsabile federale, poi anche li è finita e mi son messo a fare il critico. Dal 2001 al 2012 ho presentato a livello sistematico pittori, posso dire di esser stato nelle case di qualcosa come 1500 pittori, c’erano quelli che facevano delle cose realmente inguardabili ma io non potevo dirgli “guarda i tuoi quadri fanno schifo” perché poteva capitare anche gente che ti metteva sul tavolo 50mila euro. Ma ho visto anche pittori straordinari, tipo Silvestro Pistolesi di Firenze, ho una sua madonna, un capolavoro incredibile, lui è il più grande allievo di Annigoni».

Tutti i pittori che ho fatto vedere nel passato erano dei miserabili che non avrei neanche avvicinato a un km di distanza

E poi? «È successo che davo fastidio alle gallerie d’arte perché dicevo che le mostre non contavano niente e che la gente ci andava solo per il rinfresco. Mi sono attirato addosso un odio sfociato nella trasmissione della Rai». Lì per l’unica volta ti ho visto perdere le staffe. «Perché mi hanno messo davanti quel mafioso schifoso ignorante di Bonito Oliva. Da quel momento lavorare è diventato molto più difficile, tutti sti pittori che io avevo presentato si sono coalizzati dicendo che li avevo truffati, così a marzo 2012 mi sono stufato di mandare i dvd ai pittori e ho detto: li carico su internet. E tra questi c’era Osvaldo Paniccia». Indimenticato. «Improvvisamente ho visto che un giorno tutti parlavano di questo Paniccia, vado a rivedere anche io il video e rido da solo. Il passo successivo è stato il video fatto con Sasha Grey, un soggetto conosciutissimo fra i giovani. Lì per la prima volta ho detto in un video la parola “catafratta”, per puro caso. Lo staff di lei mi metteva pressione e mi è venuto di dirle: you are catafratta». Ma cosa significa? «Lo avevo già usato in riferimento al Gattamelata di Donatello, quando il cavallo e il cavaliere sono uniti è la catafratta». Un’altra parola che usi spesso è “sibaritico”. «Arriva dalla città di Sibari, un luogo molto lussoso…».

Foto di Andrea Diprè

La visione dipreista dice di godere il più possibile su questa terra e basta

Il terzo step fondamentale è stato l’incontro con Giuseppe Simone. Lui è abominevole. «Mi ha chiamato per sbaglio, una tipa per levarselo di torno gli aveva dato il mio numero spacciandolo per il proprio. I video insieme a lui hanno superato i due milioni di visualizzazioni». Dopo di lui Sara Tommasi. «Sì, gli altri top sono il rapper Bello Figo Gu e Rosario Muniz, quello che sostiene di avere una figa al posto del buco di culo, un mostro autentico, anche a me dà fastidio perché è atroce, è la dimostrazione dello schifo totale». Approfittarti di Sara Tommasi non ti ha fatto un po’ ribrezzo? «Per nulla». Sul tuo sito il nome Andrea Diprè è ripetuto 23 volte, anche nei contesti più assurdi tipo “liberté egalité Andrea Dipré” oppure “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro Dipré”. E infine: Andrea Diprè è anche avvocato. Ma è vero? «Mi hanno estromesso, quei bastardi. Io critico d’arte lo sono per meriti acquisiti perché ho introdotto concetti come opera d’arte mobile e ho fatto vedere artisti che comunque nessuno conosceva. Ma sono laureato in giurisprudenza, ho fatto un anno di pratica a Napoli e ho superato l’esame. Solo che al mio giuramento, a Trento, non si è presentato nessuno perché facevo quella trasmissione con la donna nuda. Dopo Mi manda Rai Tre mi hanno cancellato dall’albo, non radiato, significa che io potrei reiscrivermi in qualsiasi momento a un’altra corte di appello. Però, siccome per legge posso ancora firmarmi avvocato, finché vivo continuerò a farlo». Sul sito c’è scritto che hai anche un museo a New York. «È la mia collezione privata. In un video dico che si trova vicino Times Square in realtà è a casa di mio cugino…». Chi è il tuo artista preferito? «Warhol, l’unico che adoro, il primo a capire che tutto può diventare arte. Un parassita geniale». E tu in effetti offrivi a questi miserabili, come li hai definiti a MI manda Rai tre, l’opportunità di avere il proprio quarto d’ora di celebrità. «Scrivilo questo: dei MISERABILI… tutti i pittori che ho fatto vedere nel passato erano dei miserabili che non avrei neanche avvicinato a un km di distanza… Erano solo i soldi che mi interessavano. Avevo la nausea a vedere questi esseri disgustosi. Quando andavo lì per vendicarmi del tempo che mi rubavano iniziavo a dire “ma te sei un genio, ma sei stupendo, ma come 300 euro, vali molto di più». Da dove arriva questa propensione alla falsità? «Ho interiorizzato la finzione ecclesiale. Quando andavo dagli artisti mi avrebbero dato non venti mila euro ma la casa. Io gli facevo capire che meritavano tutto, facevo leva sul loro ego gigantesco. Addirittura mi ricordo a Modena uno che faceva il panettiere mi firmò assegni postdatati per 300mila euro che non pagherà mai. Il figlio urlò: “Ma papà i tuoi quadri fanno schifo!”. Lo mandò via incazzandosi». Molti pittori ti accusano di aver coperto i loro quadri con le scritte Andrea Diprè in sovraimpressione. «Falso, solo una cosa è vera: che il cameraman non faceva mai lo zoom sui quadri perché volevo essere ripreso io. E faceva bene! Perché quei pittori erano dei cani». Ora ti fai pagare per ogni video dai vari Giuseppe Simone e Rosario Muniz? «No assolutamente. Il mio business è quello delle serate, chiedo 1.500 euro ogni sera. A me non me ne frega nulla dei soldi perché non ne ho bisogno, potrei vivere benissimo senza un centesimo perché conosco tantissima gente». Ma i tuoi genitori cosa dicono? «Ho una famiglia normale, un fratello e una sorella. Sai cosa mi è piaciuto molto? Che per quanto loro non c’entrino niente con me e nonostante vivano in Trentino dove sono quasi tutti bigotti non gliene importa granché, con loro ho un rapporto bellissimo quindi voglio tenerli molto al di fuori della cosa. E poi alla fine io ho molta stima verso quello che faccio, anzi se potessi mi clonerei in miliardi di esemplari: tutti vestiti uguali a me, un’utopia meravigliosa».

Foto di Andrea Diprè

I gamberetti di Paniccia, grazie a me, ora valgono un casino

Il mio museo a New York? In realtà è casa di mio cugino

Un astrologo ti ha descritto come un uomo con un interesse morboso per il sesso e per le cose perverse. «Sì, c’entra col fatto di aver vissuto in un ambiente di facciata che ho accettato e che ha un certo punto ho rifiutato. Io con le donne non ho dialogo, si va subito a quello, capito? Al sesso. La maggior parte sono escort che mi cercano per visibilità». Pagamento in natura. «Il Diprè per Lei era nato per questo, un modo per scopare grandi fighe. La donna vuole apparire, capito? Scrivi qualsiasi cosa mi raccomando perché vorrei che fosse visto sto articolo, evita solo di dire quale squadra tifo». Sempre lo stesso astrologo ti ha predetto che dopo le ascese avrai folgoranti cadute. «Ma dove cado? Non ho mica un ruolo politico… Al massimo rischio delle condanne pesantissime, perché si sono uniti contro di me sti pittori, sti bastardi, sti miserabili, hanno fatto una class action». Ma quante possiblità ci sono che tu finisca… «Molte». Come si vive con questo assillo? «Per certi versi mi stimola ancora di più a superare i limiti, farei anche un video con un cadavere per dirti. Dove posso trovare un cadavere?». Dormi la notte? «Se non dormissi sarebbe la fine. Non potrei vivere altrimenti… Ma io ho una forza allucinante, pensa a quanta forza ho avuto. È vero che io seguivo la Chiesa solo per un discorso di ambizione ma non era facile ribellarsi come ho fatto io. Ecco, Renzi mi ricorda un po’ quando ho cercato di affermarmi politicamente». Lo voteresti? «No, io non voto nessuno. Però mi aspettavo che mi nominasse ministro della cultura». Da ministro la prima cosa che faresti? «Metterei la mia foto in tutte le le classi, poi bandirei tutti i libri di testo, ne farei concepire uno io velocemente con i miei artisti dentro. Mamma mia, avrei idee fortissime, non farmici neanche pensare». Dario Franceschini, l’attuale ministro della cultura, ha detto che il suo è un ministero economico. Ha ragione o no? «Ma che cazzo sta dicendo? Con l’arte non fai niente, le grandi potenze nascono sulla corruzione, con la guerra. La cultura non esiste, deve essere esclusivamente un fatto privato. Io sono per l’ignoranza totale, agli intellettuali rido in faccia, che cazzo me ne frega, ma vaffanculo. Adesso odio vedere film, leggere libri, anche se riconosco la poesia in alcune cose, questo sì». Tu non faresti mai un figlio in vita tua? «No, mi fan pena. Se potessi ne farei un milione, mi servirebbe un esercito… Io una volta guardavo solo la cultura umanistica, la bellezza della natura, adesso sto cercando scienziati e basta. Uno scienziato può cambiare il mondo, vedrai cosa verrà fuori». C’è qualcuno a cui vorresti dire grazie? «Gene Gnocchi, che mi ha fatto fare cinque puntate di Artù e prima ancora la Grande Notte. Qui ho conosciuto Riccardo Schicchi, io ho imparato molto da lui: mi diceva “devi sempre sorridere”. E poi Costanzo, che mi invitava al Costanzo Show». Tu vorresti essere immortale. «No, il giorno che muoio avranno tutti finito di rompermi le scatole». È questo che desideri? «Sì perché è stata dura liberarmi di qualsiasi vincolo e diventare il Diprè che sono adesso. Nelle serate riempio le discoteche di ragazzini che urlano “catafratta”, “sibaritico”, amano la trasgressione e cantano “me frego dello Stato”, ma non sanno le scelte che ho fatto, il coraggio che c’è voluto a fregarsene davvero dello Stato o della Chiesa e quello che potrei pagare io. È stata dura. Ma ci sono arrivato: a dire che non me ne frega un cazzo. E credimi, ora non me ne frega davvero un cazzo».

Foto di Andrea Diprè

Postilla. Come volevasi dimostrare, quando usciamo in strada due zarri diciottenni lo fermano, lo abbracciano, si scattano i selfie con lui. Poi chiamano i loro amici e gridano: «Oh, ci siamo fatti la foto con Andrea Diprè!». Diprè li saluta con pacche sulle spalle poi si gira verso di me e con le guance completamente rosse mi fa: «Eh eh, hai visto?».

@moreneria

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La verità in un attimo

Il ragazzo masticava ruminando e con lo sguardo rivolto oltre la vetrata. Il sole rifletteva ogni singola sfumatura dei suoi capelli lisci e rossi, biondi, color cenere. Nella mano destra una mazzancolle azzurrognola, fritta a dovere, che sflosciava su un lato ammosciandosi come un piccolo pene stanco a riposo. «È il nostro marchio di fabbrica essere contro» disse al vecchio, e la sua voce ormai flebile aveva perso ogni forza d’ascolto, di mediazione. Era più come tirare una freccia nel vuoto e lasciarla conficcare nel muro. Il vecchio con uno sguardo placido e tranquillo si alzò dal tavolino. Arzillo/scintillante, blu elettrico, nei riflessi della sua barba potevate vedere tutte le sfumature dal grigio al blu. Era la sua cucina quella ed era in quella cucina che aveva spesso insegnato al ragazzo a fare le versioni in latino o a tradurre dal francese all’italiano. Era a quel tavolo che aveva acceso la fiamma negli occhi del ragazzo. E si diresse al lavello con in mano le tazze del caffè, svuotando la cenere di due sigarette e i relativi mozziconi nella piccola pattumiera. «Lo so» disse mentre sciacquava le tazze. «Ed è proprio questa la vostra debolezza». Un urlo da fuori riempì di silenzio la stanza. Nessuno dei due si scompose. Il giovane, bellissimo, guardava fuori dalla piccola vetrata senza cercare niente, tutto gli andava bene pur di non tagliarsi le pupille con lo sguardo frenetico, spasticamente gaudente del vecchio.

Ray Banhoff

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La più grande intervista fatta a Bukowski

Henry Charles Bukowski jr, romanziere, scrittore di racconti megalomani, lussurioso, donnaiolo, leggenda vivente, amante della musica classica, padre amorevole, catorcio umano, giocatore di cavalli emarginato, rissoso ed ex impiegato statale, è seduto nel salottino di un bungalow di tre stanze da 105 dollari al mese con tappeti consunti, mobili scassati, tendine sbrindellate, in una zona di Hollywood dove pullulano centri massaggi, cinema porno e droga. Le uniche cose degne di nota in questo posto sono due quadri appesi al muro proprio di Bukowski, e non sono niente male. Sta tracannando una lattina di birra da mezzo litro, parte di due confezioni da sei che ho portato per aiutare a rendere scorrevole l’intervista. Non si prende neanche la briga di mettere le confezioni in frigorifero, evidentemente immagina che berremo tutto prima che la serata si concluda. È scalzo, in jeans e camicia gialla a maniche corte senza bottone all’altezza dell’ombelico. Sembra a suo agio e rilassato (1). I lineamenti regolari piuttosto piacevoli della faccia sono celati da un polpettoso bucherellato ricettacolo di karma negativo, autocommiserazione e vendetta coronato dal naso più a patata mai visto (2). Bukowski è nato ad Andernach, in Germania, il 16 agosto 1920. Il suo aspetto è solido e cattivo. I suoi occhi verdi ti freddano anche quando è gentile.

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grazie e mille grazie per l’illustrazione a Tafarno

Mamma tedesca e padre soldato americano alleato, ha visto l’America per la prima volta quando aveva due anni. Henry Charles Bukowski senior ha fatto il lattaio a Los Angeles, poi il custode di un museo: «Il mio vecchio era un bastardo insensibile, eravamo agli antipodi, raramente sapeva o gli interessava se ci fossi o meno» (3). Quando aveva 16 anni tornò a casa ubriaco e vomitò sul tappeto del salotto. Suo padre lo prese per il collo e cominciò a spingergli il naso verso il basso come si fa con i cani. Lui esplose e con un cazzotto beccò il padre che crollò a terra. Dopo quella volta non ha mai più provato a toccare il figlio (4). «La mia vita non è stata granché bella» racconta. «Gli ospedali, il carcere, i lavori, il bere, i dopo sbronza, i liquori pessimi, le donne brutte, le piccole stanze. E poi l’essere accoltellato, accoltellato ripetutamente senza cadere mai a terra e cercare ancora di pensare, di sentire, di ricomporre i pezzi della farfalla. Cristo santo, quando mi guardo nello specchio del supermercato e vedo i miei occhietti come piccoli insetti perfidi, la faccia storta, piena di cicatrici e il vomito rovesciato al posto della pelle, penso che comunque sono felice di non essere quegli uomini belli che vedo in giro» (5).
Perché?
«Fingono di avere anima, di essere alla moda, ballo, stivali, barba, berretto, qualsiasi cosa, capelli lunghi, gonne corte, sandali, qualsiasi cosa, feste psichedeliche, quadri, musica, pompelmo psichedelico, fronti di guerriglia psichedelica, cicchetti, alcolici, occhiali, motociclette, yoga, luci sonore psichedeliche, discoteche, le ragazze si chiamano Richard, qualsiasi cosa, qualsiasi fottutissima cosa che possa fornire loro un’identità che dia loro la parvenza di esistere per coprire l’orrendo vuoto. Bob Dylan è la loro anima: “Sta succedendo qualcosa e non sai cosa sia, vero mister Jones?”. Mamma mia, vedo uomini assassinati intorno a me ogni giorno, attraverso stanze piene di morti, strade di morti, città di morti, uomini senza occhi, uomini senza voce, uomini con sentimenti preconfezionati e reazioni standardizzate, uomini con cervelli di giornale, anime di televisione e ideali liceali. L’essere umano può essere davvero stupido soprattutto se visto nella penombra di quasi 2000 anni di cultura semi cristiana dove ideali emozionalmente barbari sono mischiati a sistemi educativi basati su forze nazionali regionali economiche e di status. A volte ho la sensazione che la bomba atomica sia stata l’invenzione più grande dell’uomo» (6).
E tu come credi di salvarti?
«Sono troppo un tipo solitario, troppo burbero, troppo contrario alla folla, troppo vecchio, troppo fuori tempo, troppo astuto, troppo scaltro per venire risucchiato e coinvolto (7). Mi sembra di essere l’ultimo esemplare dei solitari» (8).
Come ti presenteresti? 

«Sarei gentile, direi: “Ecco un vecchio che non sputerà mai il rospo”».
Non, chessò, uno scrittore?

«Scrivere per me è come cagare, lavarmi. Sono qui solo per scrivere la pagina successiva (9). Nella maggior parte dei casi devo dire che gli scrittori non sono brave persone, preferisco parlare con un meccanico di un’autofficina che sta mangiando un panino al salame per pranzo. Gli scrittori sono una brutta razza: o diventano politici o si convincono che devono diventare delle specie di profeti e di solito sono profeti del cazzo. Piuttosto portatemi un bambino di tre anni e allora sì che posso avere una conversazione interessante. Ma non più grande perché poi li mandi a scuola e diventano tutti uguali» (10).

Ho proprio delle palle magnifiche. Se il mio cazzo fosse proporzionato alle palle sarei uno stallone di prima categoria


Faulkner ha detto che i suoi libri sono i suoi figli. I tuoi libri sono i tuoi figli?
«Mi dispiace che Faulkner abbia detto una cosa simile. Sento dagli altri scrittori quanto sia duro scrivere e se per me fosse così maledettamente dura proverei a fare qualcos’altro» (11).
Qual è il tuo pensiero sulla letteratura?
«La letteratura è stata un grande imbroglio, un gioco scialbo, stupido, pretenzioso che mancava di umanesimo. Ci sono delle eccezioni… Ma sentivo che comunque era un imbroglio perpetuato nei secoli. Aprivo un libro e mi addormentavo: pura noia studiata a tavolino. Così ho pensato: ripuliamo il verso e stendiamolo come fosse una corda di bucato, senza ingombri, il verso semplice, fluente e al tempo stesso sfruttare questo verso semplice per appenderci tutte queste cose, le risate, le tragedie, il bus che passa con il rosso. Tutto» (12).
Cosa leggi?
«Per me è diventato molto duro leggere. Leggo le prime righe, arrivo al primo paragrafo e poi non posso più: percepisco falsità» (13).
Chi non ti fa sbadigliare?
«Nietzsche, Schopenauer – questa roba è grande, ottima – e il primo libro di Céline e  Hamsun e Dylan Thomas» (14).
Secondo te cosa dovrebbe fare un poeta durante un periodo di rivoluzione?
«Bere e scopare, mangiare e cagare, dormire, vestirsi, vivere, stare alla larga dalle pistole e da ideali di massa e dalla storia della massa e trovare qualsiasi piccola verità possa essere trovata in ogni uomo, così quando le verità di massa e ideali e idee si frantumeranno di nuovo allura lui (il poeta) e loro (i gabbati) avranno qualcosa a cui aggrapparsi, invece che alle macerie e al marciume e alle lapidi funerarie e alla slealtà e allo spreco di isteria e di Tempo».
È vero che hai cominciato a scrivere Donne dopo diversi anni di celibato?
«Diversi anni? Erano passati dieci, dodici anni dall’ultima volta che avevo fatto sesso. Bisogna ricaricare il proprio sperma. O forse credo dipenda dal fatto che le donne portano più guai di qualsiasi cosa. Credi sia stato così terribile non far sesso per dodici anni? Mi stavo preparando per la tempesta di donne che sarebbe arrivata. Le cose nella vita succedono. Ho scopato per la prima volta a 23 anni e non me ne frega granché del sesso».
Davvero? Perché?
«È come un tramezzino al burro di arachidi. Cosa credi che succeda quando la gente raggiunga una certa età e non è più possibile fare sesso? Non ami più quella persona? Cosa è questa grande menata sul sesso? Tutto ruota attorno al sesso? Non posso farmi un giro in bicicletta senza pensare al sesso? Sono una persona impura perché non penso al sesso? Non ho nulla contro una sana scopata ma credo che abbia assunto eccessiva importanza. Il sesso è una cosa grandiosa solo quando non ce l’hai».

Sono troppo burbero, troppo vecchio, troppo fuori tempo, troppo astuto, per venire risucchiato e coinvolto

Poi, sogghignando, mi informa anche che un’amica se ne era andata poco prima che arrivassi. «Me la sono scopata sul divano proprio lì dove sei seduto, era piuttosto giovane, sui 23-24 anni, non era male solo che non sapeva baciare. Con questa comunque fanno tre donne diverse nelle ultime 36 ore. Amico, ti assicuro: le donne preferiscono scomparsi poeti piuttosto di qualsiasi altra cosa. Se l’avessi scoperto prima non avrei aspettato di avere 35 anni per scrivere poesie» (15).

Ti preoccupa di come si sentono le donne quando fanno l’amore con te?
«Fai riferimento alle stronzate femministe? Be’ d’accordo, a volte ho tentato di fare del mio meglio: un sacco di preliminari; so dov’è il clitoride, so fare tutte quelle cose, le so fare. Ma tutta quella stronzata di leccare la figa può farti diventare una specie di servo».
Come sei a letto?
«Non sono uno sporcaccione, sono molto puritano in realtà. Quando faccio l’amore non sono molto aperto, odio perfino fare l’amore durante il giorno. Ho un mio motto sulle donne: tornano sempre. Ed è vero: a volte tornano insieme, due o tre per volta e lì diventa davvero grigia» (16).
Come è il tuo cazzo?
«Ho proprio delle palle magnifiche. Se il mio cazzo fosse proporzionato alle palle sarei uno stallone di prima categoria» (17).
Parliamo dell’ozio…
«Questo è molto importante… oziare. Il ritmo è l’essenza. Se non ci si ferma completamente e non si fa nulla per lunghi periodi si perde tutto. Sia che tu faccia l’attore che qualsiasi cosa, la casalinga… devono esserci delle grandi pause tra un picco e un altro dove non si fa assolutamente niente. E quanti lo fanno nella società moderna di stare seduti a guardare il soffitto? Molto pochi. Ecco perché sono completamente a pezzi, frustrati, arrabbiati, e carichi di odio. All’epoca prima di sposarmi abbassavo le tapparelle e rimanevo a letto per tre quattro giorni. Poi mi vestivo e uscito e il sole era splendente e i suoni grandiosi. Mi sentivo potente come una batteria ricaricata.. ma sai quale era la prima cosa che mi buttava giù? La prima faccia umana che incontravo lungo il marciapiede, metà della mia carica se ne andava in un istante. Ma ne rimaneva comunque la pena, me ne restava ancora metà. Quindi… sì all’ozio!».
Parliamo dell’ippodromo. Perché ci vai?
«Ci sono un sacco di cose all’ippodromo: innanzitutto c’è la massa, campioni di varia umanità, ci sono proprio tutti, hanno la guardia abbassata e se sei stato all’ippodromo quando ci sono le corse e hai visto quelle facce arrivi a una verità che non è mai stata scritta sulle cose, se registri tutto specialmente: osservo le loro facce e provo una sensazione orribile e poi vado a pisciare e mi guardo nello specchio e ho anch’io la stessa faccia».
Credi che la piccola editoria serva?
«È una stampella per privi di talento, permette loro di costruire pregiudizi, odi, sogni e di continuare a scrivere le loro brutte cose. Con “piccola editoria” io intendo le riviste minori e gli editor di pqueste riviste minori che spingono per vedere pubblicate ogni giorno queste mezze tacche sotto forma di libro, ciclostile o cose simili. Il panorama della piccola editoria è particolarmente duro per madri e mogli che devono mantenere queste mezzetacche»

La letteratura è stata un grande imbroglio, un gioco scialbo, stupido, pretenzioso che mancava di umanesimo

Noto dei manubri impilati in un angolo, gli chiedo se solleva pesi. «Sollevarli?» fa un mezzo ghigno. «Cazzo, a volte li lancio. Una volta ho fatto un buco enorme nella parete dell’appartamento… Mi sembrava migliorasse l’ambiente ma il proprietario pensava di no» (18).

Perché scrivi?
«A cosa serve l’arte se non ad aiutare gli uomini a vivere? A me ha aiutato a continuare a vivere (19). E a gettare l’occhio su per il culo della morte, forse» (20).
Le tue ultime parole?
«Siamo tutti solo in attesa, facciamo piccole cose nell’attesa di morire. Le luci non si spengono finché non si spengono. E basta non c’è altro da aggiungere» (21).

Note: 1. Glenn Esterly, Buk: The Pock-Marked Poetry of Charles Bukowski-Notes of a Dirty Old Mankind, RS, 1976 2. Don Strachnan, Ab Evening with CB: A Pulpy Receptacle of Bad Karma, Self Pity and Vengeance, Los Angeles Free Press, 1971 3. William Childress, CB, Poetry Now, 1974 4. Glenn Esterly, Buk: The Pock-Marked Poetry of Charles Bukowski-Notes of a Dirty Old Mankind, RS, 1976 5. F. A. Nettelbeck, Charles Bukowski Answers 10 Easy Questions, Throb Two, 1972 6. Michael Perkins, Charles Bukowski: The Angry Poet, New York, 1967 7. John Thomas, This Floundering Old Bastard is The Best Damn Poet in Town, Los Angeles Free Press, 1967 8. Arnold Kaye, Charles Bukowski Speaks Out, Literary Times (Chicago), marzo 1963 9. Ron Blunden, Faulkner, Hemingway, Mailer… And now Bukowski, The Paris Metro, 1978 10. William J. Robson and Josette Bryson, Looking for The Giants: An Interview with Charles Bukowski, Southern California Literary Scene, 1970 11. CB on CB as written to Gerald Locklin, Home Planet News, 1982 12. Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversation with CB, Los Angeles Free Press, 1975 13. Douglas Howard, Interview: CB, Grapevine, 1975 14. Marc Chétenier, CB, An Interview, Northwest Review, 1977 15. Glenn Esterly, Buk: The Pock-Marked Poetry of Charles Bukowski-Notes of a Dirty Old Mankind, RS, 1976 16. Douglas Howard, Interview: CB, Grapevine, 1975 17. Glenn Esterly, Buk: The Pock-Marked Poetry of Charles Bukowski-Notes of a Dirty Old Mankind, RS, 1976 18. William Childress, CB, Poetry Now, 1974 19. Michael Perkins, Charles Bukowski: The Angry Poet, New York, 1967 20. CB, Hollywood Hollywood, Feltrinelli 1990 21. Arnold Kaye, Charles Bukowski Speaks Out, Literary Times (Chicago), marzo 1963

 

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L’equivoco

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Quella mattina l’ing. Pastelli – grande esperto di indicizzazione web e delle “quattro nobili verità buddiste” – uscì dalla sua mansarda con calzini nuovi e un’eccezionale buon umore. Appena vide, proprio sotto il suo condominio, l’incustodita auto della municipale – fiammeggiante, bianca e smeraldo – si sbottonò i pantaloni e, con il gusto del caffè ancora in bocca, defecò con impegno e soddisfazione sul cofano – grazie al pattinaggio aveva un tricipite femorale molto robusto.
Fischiettando lungo il marciapiede notò un ragazzo pieno di fantasiosi tatuaggi e luccicanti orecchini per tutto il corpo, che fumava appoggiato al muro del supermercato. Si infilò allora due dita in gola, così in giù da riuscire a procurarsi un bel conato che alla fine inzuppò i pantaloni strappati del giovane – erano ancora distinguibili le fragoline di bosco dello yogurt. Questi, abbassando la testa di scatto, sicuramente per esaminare l’accaduto, per carità, prese fortuitamente contro al naso dell’ing. Pastelli che si frantumò come una zolla di terra. L’ingegnere, voltatosi subito, si allontanò per nascondere la propria smorfia di dolore a quel giovanotto sbadato, in modo da limitarne il rimorso con olimpica magnanimità.
Sarebbe stato molto irrispettoso verso l’ambiente consumare una salvietta di carta per una simile sciocchezzuola e, cammina che ti cammina, l’ingegnere – così attento al suo karma e al ciclo di reincarnazioni – pensò bene di donare fiotti di sangue ai passanti con rapide frustate del collo, di qua e di là.
Sentendosi la pressione un pelo troppo bassa, si sedette su un paracarro associando il nome del Padre Eterno a tutte le meravigliose creature terrestri che gli venivano in mente – i cani, i maiali, le vacche, i topi, le bisce. Quindi, l’anziana signora che, blaterando qualcosa di incomprensibile,  si avvicinò con un chihuahua scodinzolante al guinzaglio – agghindato di tutto punto con tanto di cappottino in velluto e collare brillantato – lui la salutò con garbo, prima di orinare quanto più poté sul suo cane.

Vorrei avere sperma, sangue, muco e feci per imbrattarvi tutti! Per imbrattare il mondo intero! Ma sono solo un piccolo uomo a cui è stata assegnata una modesta quantità di liquami!

Congedatosi dalla signora di buon passo perché lei voleva a tutti i costi restituirgli un bastone raccolto da terra e che però, l’ingegnere poteva giurarlo, non gli era mai appartenuto, raggiunse la fermata dei tram. Mentre, a gambe accavallate sulla panchina, aspettava il quarantasei barrato, spiegò con profluvio di esempi ai bambini con gli zainetti che gridavano a squarciagola accanto a lui il fantasmagorico mondo della decomposizione dei tessuti perché, disse, presto anche i loro genitori avrebbero avuto la gioia di sperimentarlo.
Circa un quarto d’ora più tardi, non essendo riuscito a produrre più di due o tre ovetti fini fini di feci sul troppo spoglio sedile del tram, prese a far colare saliva sul bel cranio calvo – ma così insolitamente opaco – del vicino che stava cerchiando quotazioni sul Sole 24 Ore e che, in preda a uno strano delirio e del tutto irriguardoso verso la scritta “Non parlare al conducente”, poi andò da quest’ultimo a bisbigliare chissà quali farneticamenti. Infine il bizzarro signore calvo, che l’ingegnere ebbe quasi la tentazione di definire “pelato”,  si lanciò fuori dal tram alla prima sosta con tale inverosimile fretta da scordarsi il giornale sul sedile.
Ma l’ing. Pastelli, eccitatosi all’idea che quel giorno l’autista palestrato – di solito non era quel che si dice una persona garbata – desse cordialmente udienza ai passeggeri, mentre questi guidava nel traffico del mattino, gli si avvicinò tutto pimpante e attaccò a masturbarsi dietro di lui con una certa elegante discrezione – teneva il Sole davanti all’inguine con l’altra mano – e in breve riuscì ad eiaculare copiosamente su quella spalla così ben modellata dai manubri.
Senza che nessuno adducesse una spiegazione plausibile, il mezzo si fermò di colpo e dei bruti privi di qualsivoglia riguardo per l’ing. Pastelli e per il suo buonumore gli bloccarono braccia e gambe, mentre con piccoli inchini egli distribuiva cremoso catarro a destra e a manca – aveva imparato in oratorio a farlo affiorare dai bronchi fin su nella gola – e lo distesero su di un letto alquanto scomodo e lo portarono altrove.
Intanto che chiudevano la portiera, lo sconcertato ing. Pastelli urlava: “Vorrei avere sperma, sangue, muco e feci per imbrattarvi tutti! Per imbrattare il mondo intero! Ma sono solo un piccolo uomo a cui è stata assegnata una modesta quantità di liquami! Ma venite a casa mia dopo il lavoro! Venite pure senza impegno, che ci accordiamo e qualche cosa per voi potrò farla!”

Enrico Dal Buono

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La linea gialla

Padre, tu mi hai insegnato a non oltrepassare la linea gialla
A cosa serve l ‘onestà?
A cosa serve costruire un mondo con gli onesti
Se i nemici saranno sempre di più e sempre meglio armati
Non lo so, io ti credo
Sono sempre stato convinto che tu
Di me
Non avessi mai capito niente
Ma io cosa ho mai capito di te?
Cosa ho mai saputo di te?
Padre, la mia vittoria è il pianto
La mia speranza
la lascio
Ogni sera a tavola
Per la cena
Quando rivedo i miei comportamenti
Nei miei ventotto figli
Tu dove sei? Non ci riuniremo mai
Non ci lasceremo mai
Troppi giorni non abbiamo parlato
Ho sempre preteso da te
Ho dato quel che ho dato
Io ho continuato a chiederti
Tu
Ti sei accontentato

@moreneria

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Voi non sapete cos’è l’amore

Bukowski non frequentava scrittori. Con un’eccezione, per una sola sera: Raymond Carver. Su quella sera Carver ha scritto una poesia. Hank invece ne parla in un’intervista rilasciata a Robert Gumpert, nel 1991, per il Weekend Guardian e pubblicato in Italia nella raccolta Il Sole bacia i belli (Feltrinelli 2014). Piccolo prologo: dal racconto di Charles si evince che Carver aveva il culo parato dal direttore di Esquire. Questo cambia qualcosa? Mah. Ecco l’intro: «Anche Carver in quel periodo era uno scrittore ubriacone. Ora Bukowski ricorda Carver con passione: “Già, Raymond Carver mi piaceva molto di più rispetto a qualcuno sopravvalutato come Fitzgerald” mugugna. “Cristo, quella sera che ha scritto di me, quando ero ubriaco, ovviamente, e urlavo a tutti quei professori e studenti universitari – “belli miei, mi guardo intorno in questa stanza e vedo un mucchio di dattilografi, ma neanche uno scrittore perché voi ragazzi non sapete cos’è l’amore”- oh, cazzo, stavo cantando quella sera e Carver l’ha subito colto. Ricordo che ci siamo rifugiati in un bar, io e Carver, e lui mi ha detto: Hank? E io gli ho detto: Sì, Ray? E lui ha detto: Diventerò uno scrittore famoso Hank. E io: Ma davvero Ray? Lui ha riso: Già Hank il mio amico è appena diventato editor di Esquire e dice che pubblicherà ogni mio dannatissimo racconto che gli spedito. Così ho detto: Bellissimo amico, bellissimo. Poi Ray ha smesso di bere e per me ha fatto bene perché poi ha cominciato a scrivere sul serio. Io sono diverso. Io scrivo e bevo, scrivo e bevo, e c’è un certo ritmo in questo, così con me funziona proprio bene”…».

Buko

Voi non sapete cos’è l’amore
di Raymond Carver

«Voi non sapete che cos’è l’amore» ha detto Bukowski
Io ho 51 anni guardatemi
sono innamorato di questa pollastrella
sono cotto ma anche lei si è fissata
e insomma va bene così è così che deve andare
gli entro nel sangue e non ce la fanno a sbattermi fuori
Le provano tutte per liberarsi di me
però alla fine tornano tutte indietro
Sono tornate tutte fuorché
quella che avevo piantato
Ci ho pianto per quella
però in quei giorni avevo le lacrime facili
Non datemi da bere roba forte
se no divento cattivo
Posso starmene qui a bere birra
con voi hippy tutta la notte
potrei berne dieci litri di questa birra
e niente come fosse acqua
Ma se tocchiamo la roba forte
mi metto a buttare la gente fuori dalla finestra
butto fuori tutti dalla finestra
l’ho già fatto
Ma voi non sapete che cos’è l’amore
Non lo sapete perché non siete
mai stati innamorati è chiaro
Me la faccio con questa pollastrella vedete è carina
Mi chiama Bukowski
Bukowski dice con questa vocina
e io dico Che c’è
Ma voi non sapete che cos’è l’amore
ve lo dico io che cos’è
ma voi non mi ascoltate
Non ce n’è uno di voi in questa stanza
che riconoscerebbe l’amore neanche se si alzasse
e ve lo mettesse nel culo
L’ho sempre pensato che le letture di poesia sono una buffonata
Guardatemi ho 51 anni e sono stato in giro
lo so che è una buffonata
ma mi dico Bukowski
meglio svendersi che morire di fame
Insomma eccovi qui e tutto va storto
Quel tizio come si chiama Galway Kinnell
ho visto la foto in una rivista
Ha un bel muso
ma è un professore
Cristo figuratevi
Ma in fondo pure voi siete professori
ecco, vi sto già insultando
No non ne ho sentito parlare
non ho sentito nemmeno lui
Sono tutti termiti
Sarà il mio ego ma non leggo più molto
ma certa gente che costruisce
la sua reputazione su cinque o sei libri
Sono tutti termiti
Bukowski dice lei
Perché ascolti musica classica tutto il giorno
Non vi pare di sentirla mentre lo dice
Bukowski perché ascolti musica classica tutto il giorno
È sorprendente vero
Non l’avreste mai detto che un brutto bastardo come me
potesse ascoltare musica classica tutto il giorno
Brahms Rachmaninov Bartók Telemann
Merda quassù non potrei scrivere
C’è troppo silenzio troppi alberi
Mi piace la città quello è il posto per me
metto su la mia musica classica ogni mattina
e mi siedo davanti alla macchina da scrivere
accendo un sigaro e fumo così guardate
e dico Bukowski sei un uomo fortunato
Bukowski te la sei cavata
e sei un uomo fortunato
e il fumo azzurro galleggia sopra il tavolo
e io guardo fuori dalla finestra su Delongpre Avenue
e vedo la gente che va su e giù per il marciapiede
e tiro dal sigaro così
e poi appoggio il sigaro sul portacenere così
e faccio un respiro profondo
e attacco a scrivere
Bukowski questa sì che è vita dico
va bene esser poveri va bene avere le emorroidi
va bene essere innamorati
Ma voi non lo sapete che roba è
Voi non sapete che cosa vuol dire essere innamorati
Se la vedeste capireste quello che voglio dire
Lei era convinta che venissi quassù per scopare
Proprio così
Mi ha detto che lo sapeva
Merda ho 51 anni e lei ne ha 25
e siamo innamorati e lei è gelosa
Gesù è bellissimo
ha detto che mi strappava gli occhi se venivo quassù a scopare
Ecco questo sì che è amore per voi
Ma che cosa ne sapete voi
Lasciate che vi dica una cosa
ho incontrato uomini in galera che avevano più stile
della gente che bazzica i college
e va alle letture di poesia
Sono delle sanguisughe che vengono a vedere
se i calzini del poeta sono sporchi
o se gli puzzano le ascelle
Credetemi io non li deluderò quelli lì
Ma voglio che vi ricordiate questo
c’è solo un poeta in questa stanza stasera
solo un poeta in questa città stasera
forse solo un poeta vero in questa nazione stasera
e quello sono io
Che ne sapete voi della vita
Che ne sapete voi di qualsiasi cosa
Chi fra voi l’hanno mai licenziato da un lavoro
oppure ha mai picchiato la sua donna
oppure è stato mai picchiato dalla sua donna
Io sono stato licenziato cinque volte dalla Sears and Roebuck
Mi licenziavano e poi mi riassumevano di nuovo
facevo il magazziniere da loro a 35 anni
e poi mi hanno sbattuto dentro perché rubavo dolci
So cosa significa ci sono stato
Ora ho 51 anni e sono innamorato
Questa pollastrella lei mi dice
Bukowski
e io dico Che c’è e lei dice
Penso che sei un sacco di merda
e io dico piccola tu sì che mi capisci
È l’unica al mondo
uomo o donna
che me lo può dire
Ma voi non sapete che cos’è l’amore
Tutte quante sono tornate da me alla fine
ognuna di loro è tornata
fuorché quella di cui vi ho detto
quella che avevo piantato
Siamo stati insieme sette anni
Bevevamo un sacco
Vedo un paio di dattilografi in questa stanza ma
non vedo poeti
Non mi sorprende
Bisogna essere stati innamorati per scrivere poesie
e voi non sapete che cos’è essere innamorati
ecco il vostro guaio
Datemi un po’ di quella roba
Così va bene niente ghiaccio bene
È buono è proprio lui
Allora cominciamo lo spettacolino
So cosa ho detto ma me ne faccio uno solo
Sa di buono
Okay dunque facciamola finita
dopo però nessuno stia vicino
a una finestra aperta

 

WNR

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Bukowski gallery #1

WNR

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Bukowski il santo della letteratura

Spesso mi sento un gran groppo in gola a leggere Bukowski. Vorrei leggerlo di più ma proprio non riesco, è troppo per me. Quando leggo gli altri autori lui mi manca e mi ricordo del suo tono per come mi faceva ridere e piangere appena ho iniziato a conoscerlo.

Credo che Bukowski mi abbia messo, e metta anche molta altra gente, di fronte ai miei limiti. Credo che mi abbia terrorizzato. Impossibile rimanere distaccati, impossibile leggerlo e non farsi certe domande. Come fai ad andare a lavoro il giorno dopo? Come fai a subire i torti del tuo capo? Come fai a continuare a rigare dritto verso la fossa? Come fai ad avere la sua forza? Te lo immagini prima di una di quelle letture affollatissime in auditorium stracolmi, a San Francisco, proprio lui… abituato ai 20 perdigiorno che aveva nelle librerie di Los Angeles, terrorizzato che vomita la sbronza presa per affrontare una platea di mille (1000) studenti che lo amano. Entra e deve bere ancora per stare calmo, poi scroscia il primo applauso e tutto si risolve. Quanta forza ci vuole per sostenere quel peso? Te lo immagini inginocchiarsi a terra quando a 40 anni il postino gli porta una busta con il suo primo libriccino stampato, una raccolta di poesie, e lui che piange e bacia le copie una a una. A quarant’anni. Quanti avrebbero saputo aspettare così a lungo?

Credo che Bukowski mi abbia messo, e metta anche moltra altra gente, di fronte ai miei limiti

Bukowski è un santo che porta la pace, il San Francesco della letteratura americana. È lui gli ultimi e degli ultimi parla. Usa una lingua comune, dice scemenze, è stolto spesso, si diverte delle proprie scoregge, fa le magie con le parole stupide. Al tempo stesso le sue pagine sono un continuo di picchi altissimi, raggiungono toni di verità totale e sopra ogni giudizio. È con la verità che Bukowski azzera il linguaggio, abolisce la bugia, è con questi ganci di puro realismo che mette tutti a tappeto il più grande peso massimo letterario del 900. La sua opera è uno dei più grandi testi di tolleranza e pace che siano stati scritti negli anni in cui tutti, ma proprio tutti, erano presi male. La sua solitudine è ascetismo, il suo alienarsi nell’alcol è meditazione, il suo sistema di vita scandaloso è coerenza. Vuoi essere un cavallo pazzo? Come diceva Carmelo Bene di Nietzsche: «Lui se l’è meritata la pazzia… ma voi? Voi non avete fatto un cazzo».

Leggete Pulp, l’ultima cosa che ha scritto Hank se volete capire il concetto di fede. Poche paginette scritte a un mese dalla morte, piene di ironia, di verità, di entusiasmo, senza rimpianti. È come assistere a un santone che muore in pace eppure era il più grande dei peccatori.

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sfatto, colpito e pensieroso: è proprio lui

Ascoltare Bukowski che scrive, leggerlo, sentirlo è come osservare Alì che combatte. È uno di quelli che vince con la volontà. Non ci sono proprio cazzi nella letteratura, la letteratura è come lo sport. Il cuore e le palle sono la marcia in più. E lui in più ha un’estetica. Era un fine conoscitore della poesia, del romanzo, della musica classica. Non si sa come ci sia riuscito ma aveva tutti i requisiti dell’intellettuale. Si faceva il bagno due volte al giorno e senza un soldo andava all’ippodromo a osservare la gente e poi tornava a casa e scriveva. Non usava la penna, era troppo snob, a lui piacevano i tasti della macchina da scrivere, lo chiamava il suono della mitraglia. È stato un cantore della gente prima di tutto.

A Bukowski le cazzate non gliele posso dire. Lo sa che il mio limite sono IO, che il nostro limite siamo NOI

A Bukowski le cazzate non gliele posso dire, se lo leggo, e lui mi sente, me lo dice subito che sto cercando di prenderlo in giro. Lo sa che il mio limite sono IO, che il nostro limite siamo NOI, non la società, non i politici, non questi tempi, non il destino. È come un prete Bukowski e al silenzio del confessionale DEVI ammettere la verità. E per me quando un uomo riconosce che la sua vita quotidiana e il suo bagaglio di scuse sono solo una comoda tana per non reagire allora quella è RELIGIONE. E lui è per forza il re degli ultimi, schernito in vita, abusato, ridotto a macchietta. E noi lo sfoggiamo nelle nostre classifiche come fosse un po’ anche nostra la sua libertà ma per dio se è blasfemo anche solo pensarlo. Lo mettiamo nelle magliette, negli status, nelle stronzate. Usiamo le sue parole come amuleti ma lui lo sa che funzionano solo se le mettiamo in pratica, non se le attacchiamo alle pareti.

Johnny Rotten con la voce rotta dall’incazzatura diceva: «La prima volta che ho visto una folla di punk, con le creste come le nostre e i giubbotti come i nostri ho pensato ma che cazzo stanno facendo questi ragazzi? Il punk era essere se stessi, non addobbarsi a festa come dei coglioni. Ho pensato insomma che quei ragazzi fossero la morte del punk». Siamo tutti uguali tutti viviamo con le nostre catene, anche Bukowski ce le aveva e ora che è morto il suo fantasma le sbatte di notte quelle catene nei castelli disabitati in cui passiamo notti insonni chiusi nel nostro silenzio. Ci tormenta, ma è un fantasma buono, di quelli che vorremmo evocare in seduta spiritica. È lui che vorremmo avere avuto come maestro.

Ray Banhoff

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Vittorio Rossi poeta lercio

Non è quasi mai opportuno parlare delle canzoni. La cosa migliore è sempre far parlare le canzoni. E noi su queste canzoni ci abbiamo puntato tanto. Il silenzio della stampa nazionale all’uscita del disco online di Vittorio è un vessillo da issare, una medaglia da appendere al petto e fa suonare ancora più potentemente queste note sprecate, lasciate qui per essere saccheggiate. Era proprio quello che volevamo ottenere: trovare un tesoro e dissotterrarlo in questo sito. Voi raminghi dispersi della notte che passate i vostri giorni a digitare sui tasti e arrivate qui privi di volontà come le onde eterne che si sfrangono sugli scogli, voi siete gli unici beneficiari.

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Il sesso e/ bottiglie a marca solitudine da tirar giù/ però la carne costa poco e/ aumenterà solo il listino della mente/ luglio agosto e settembre… é semplice/ quando finiscono le pillole l’amore va/ a divorare altri stupidi e io me ne andrò/ a chieder sconti alle femmine che pagherò (da L’estate)

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In ginocchio nelle chiese/ a barattare l’infinito col niente/ e la salvezza me la devi dare figlio di puttana/ Italia in te mi addormento/ e faccio la pipì nel letto/ per bagnare i miei sogni/ tengo banconote di cielo nel portafoglio/ e un sole prêt-à-porter fa splendere le messe in piega e la Storia/ piangi sulla tomba dei tuoi cari/ per scoparti quella vedova a cui leccherai i piedi per due sputi/ Italia in te mi addormento e faccio la pipì nel letto per scaldare i miei sogni (da Italia-Vittorio 1-0)

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E se verrai con me/ non ti voltare/ tutto muore/ nelle parole (da Buenos Aires 1899)

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Giorni che sotterrano giorni/ Vite che sotterrano vite/ e io che annuso un campo di stelle/ come un cane che cerca il suo osso/ e tu non andare rimani a mangiarmi/ è carne che chiama la carne e labbra fuochi di seta/ mani che separano mani e occhi che separano occhi/ e tu che mi guardi nel sogno/ come un fiore che taglia le dita/ e io devo dirti non riesco a annientarmi/ è vita che chiama la vita/ sono cani che abbaino ai cani (da Il Califfo)

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Stiamo qui a grattare i giorni/ sopra cumuli di pezza/ per non trovare nient’altro che fili su fili su fili/ stiamo qui a telefonare a Dio/ per una sola risposta/ per poi pagare troppo alte bollette di vita (da Vasco de Gama)

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A me mi garbano le puttane/ il loro fare il loro toccare/ e mi piace soprattuto non tradirle mai/ e mi piacciono quelle grasse col sudore tra le cosce/ e un profumo che mi porta vicino al mare/e adesso sono qua/ con mio padre che non sa/ perché la pensione non arriva che al dieci del mese/ e mia madre piangerà/ come ogni giorno sul sofà/ e andrà a innaffiare sul balcone fiori di plastica/ No, no dottore/ sono loro la mia cura/ e il silenzio che c’è dopo l’amore/ Le mie puttane sono tante/ guarda le stelle riesci a contarle?/ milioni di cuori che battono solo per me (da Le puttane)

WNR

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Inedito Bukowski

Nel 1985, a seguito della denuncia di un lettore, il personale della Biblioteca Comunale di Nijmegen decise di rimuovere il libro di Charles Bukowski Storie di ordinaria follia dai loro scaffali perché considerato «sadico, a volte fascista e discriminatorio nei confronti di alcuni gruppi (tra cui gli omosessuali)». Nelle settimane seguenti un giornalista locale, Hans van den Broek, scrisse a Bukowski chiedendogli la sua opinione. La risposta di Bukowski non tardò ad arrivare.

Gian Paolo Serino
(per la pubblicazione ringraziamo Satisfiction)

Sono stato denunciato per razzismo e sadismo contro omosessuali e neri
di Charles Bukowski

Caro Hans van den Broek,

Ti ringrazio per la tua lettera che mi informa che uno dei miei libri è stato rimosso dalla Nijmegen Library. È accusato di discriminazione contro i neri, gli omosessuali e le donne. E che io tratterei di “sadismo” per il semplice gusto di essere sadici. La cosa che io temo di discriminare sono l’umorismo e la verità. Se scrivo male di neri, omosessuali e donne è  dovuto a com’erano quelli che ho incontrato. Ci sono molti “pessimi esempi” in giro – cani cattivi, censura cattiva, anche “cattivi” maschi bianchi. Solo che quando si scrive di “cattivi” maschi bianchi nessuno si lamenta. Devo forse scrivere che ci sono neri “buoni”, omosessuali “buoni” e donne “buone”? Nel mio lavoro di scrittore mi limito a fotografare a parole ciò che vedo. Se scrivo di “sadismo” è perché esiste, non l’ho inventato io, e se parlo di qualche azione terribile è perché queste cose succedono realmente. Non significa che sono dalla parte del male, se una cosa come il male esiste. Quando scrivo non sempre sono d’accordo con ciò che accade, e non mi vado a ficcare nel fango solo per il gusto di farlo. Inoltre, è curioso che le persone che inveiscono contro il mio lavoro sembrino trascurare quelle parti che parlano di gioia e amore e speranza. E  tali parti esistono. Le mie giornate, i miei anni, la mia vita hanno visto alti e bassi, luci e tenebre. Se scrivessi solo e continuamente di “luce” e non menzionassi mai il resto, come artista sarei  un bugiardo.

La mia vita ha visto luci e tenebre. Se scrivessi solo e continuamente di luce e non menzionassi mai il resto, come artista sarei  un bugiardo

La censura è lo strumento di coloro che hanno la necessità di nascondere la realtà a se stessi e agli altri. La loro paura è solo l’incapacità che hanno di affrontare ciò che è reale, e non riesco ad arrabbiarmi con loro. Sento solo questa tristezza spaventosa. Da qualche parte, nella loro educazione, sono stati schermati contro la totalità dei fatti della nostra esistenza. È stato loro insegnato a guardare in un solo modo quando ne esistono molti altri.

Non mi stupisce che uno dei miei libri sia stato preso e rimosso dagli scaffali di una biblioteca locale. In un certo senso, sono onorato di aver scritto qualcosa che ha risvegliato questa gente dalla sua imponderabile profondità. Ma sto male quando il libro di qualcun altro viene censurato, perché quel libro, di solito è un gran libro, di quelli che ne esistono pochi, e nel corso dei secoli è questo il tipo di libro che è spesso diventato un classico, e ciò che si pensava scioccante e immorale è diventato una lettura obbligatoria in molte delle nostre università.

Non sto dicendo che il mio libro appartenga a quest’ultima categoria, ma sto dicendo che di questi tempi, in questo momento in cui ogni momento potrebbe essere l’ultimo per molti di noi, è dannatamente irritante e incredibilmente triste che abbiamo ancora tra noi gente tanto mediocre e amareggiata, cacciatori di streghe e persone che declamano contro la realtà. Eppure, anche questi fanno parte di noi, sono parte del tutto, e se non ho scritto cose su di loro, dovrei forse farlo. Magari qui. E ora basta.

Un augurio che le cose migliorino, tuo

Charles Bukowski

(traduzione di Nicola Manuppelli)

WNR

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