Archivi del mese: febbraio 2014

Burroughs gallery #4

Ed è con questi ultimi scatti che chiudiamo il nostro mese in onore a Burroughs. Scatti casuali, scelti solo per libera associazione ma alcuni sono di Avedon, altri di Ginsberg o Warhol. Pem pem. Ma prima i migliori link sul Nostro recuperati in questi giorni dedicati al Vecio. Ciao Billy, seeya!

Le bocciole di metadone di WB riempite con le sue ceneri e polvere da sparo. Saranno autentiche, ma vuoi mettere metterle accanto al giradischi?
(Andate in fondo alla pagina e le beccate nella gallery)

William è stato anche fotografo. Qui vedete le sue masterpiece. Nga Nga

E qui invece le sue pistole. Shot! Shot!

Qui invece tutte le cose che NON sapete su di lui. Oh god.

Last but not least: il suo DNA. Seeeeee.

 

La seconda gallery di Burroughs (lui e i gatti) la trovate QUI

La terza (lui e le armi) QUI

La prima (lui e i famosi) è QUI

Ray Banhoff

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L’ultima volta che sono stato al cinema

 

L’ultima volta che sono stato
Al cinema
Il mio caro amico
Orlando
Prima che iniziasse il film
Si è girato verso di me
E mi ha detto:
“C’è un pensiero che mi assilla,
Che quando morirò
I film continueranno a uscire
E io
Non potrò più vederli
I film continueranno a uscire
E io non sarò più aggiornato”
Non sono riuscito a replicare
L’ho guardato e basta

Quando sono uscito
Gli ho detto che
Nel caso fosse morto
Prima di me
Non sarei più stato capace
di andare al cinema
O che forse
Ci sarei andato
Solo per lui
E che magari gli avrei pure scritto
Le recensioni
Mandandogliele chissà dove
Fogli di carta sparati al cielo
Nella speranza
Che

A casa
Quando ho raccontato
L’episodio a Ginevra
Lei si è limitata a commentare
Che era solo un non accettare
Che la vita andasse avanti

Non ti preoccupare,
Amico mio
Siamo solo
spazzatura stravagante
Razza arrogante
E incapace di sentirci libera

Poi Ginevra mi ha detto di Valeria
Una sua amica
Astrologa
Le hanno dato un mese di vita
Oggi è andata a trovarla in ospedale
Lei dice che morirà prima
Io le ho detto di pensare
Che la morte è bellissima
Se sai che sta arrivando
E Che lei potrà permettersi
il lusso
Di sapere che lo sguardo
Che le dedicherà
Potrebbe essere l’ultimo
E quindi di pesarlo
Di piangere
Dicendole che loro
Almeno per quello che ne sanno adesso
Non si vedranno più
Ma entrambe credono
Che non tutto finisca qua
Quindi si riservano
Una speranza
Si daranno un appuntamento
E staranno entrambe meglio

Mio nipote
Invece
Ha pianto
Perché non è stato convocato
Per una partita
E io vorrei comportarmi
come vedo fare proprio
Nei film che vede Orlando
Andarlo a trovare
Portarlo in giardino
E lì inginocchiarmi
per guardarlo in faccia
E dirgli: “Non permettere
A nessuno
Di dirti che una cosa
non la sai fare
Nemmeno a tuo padre
Nemmeno a tua madre
Se vuoi una cosa
E non te la danno
Impegnati di più
Lavora di più”
Samuel Beckett ha scritto:
“Provaci ancora.
Fallisci ancora.
Fallisci meglio”.

Ma non l’ho fatto
Quante cose non si fanno, in questo mondo
E quante non succedono
Siamo solo
Stravagante spazzatura
Un errore
che non era stato
Considerato
E ci siamo saputi adattare
Meglio degli altri
Più degli altri
Razza arrogante
Incapace di essere libera

E Gió che non riesce
a dire di no
A una scopata
E Banhoff
che ha paura di restare
Solo
E Valeria
che ha smesso di dormire
Perché ha paura
di non risvegliarsi
E chi fa finta di non vedere
Chi fa incidenti per arrivare in fondo al mese
E chi si addormenta
Sperando che tutto vada
bene

E io
Che vorrei scrivere una poesia
Così potente
Da obbligarmi a non scriverne
Più

Poi ho lavato mio figlio
L’ho asciugato
Aiutato a vestirsi
Abbiamo giocato con due spade
Ginevra è tornata a casa
Piangendo
Il tramonto era rosso
Ho preso mio figlio
In braccio
Gliel’ho indicato
“È bellissimo, papà”
Ha urlato.

E io
Io c’ho creduto

@moreneria

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Inedito di Burroughs

Nel 1961 Burroughs uscì con La morbida macchina, un romanzo visionario e surreale (non ci si capisce na mazza) fatto di avanzi dal suo noto Pasto nudo (del 59) e di  cut up (quella tecnica di mischiare citazioni a caso). Fosse vissuto oggi probabilmente avrebbe chiamato così internet, oppure proprio Google Translate. Forse con GT ci avrebbe scritto un libro. Noi, in perfetto stile da Ganzo Journalism, invece abbiamo pensato di tradurci un racconto mai uscito in Italia. Questo è il risultato. Ed è corto, molto corto, così potete godervelo al volo. E ridere della sua assurdità. Per chi conosce B.: sì, sembra scritto proprio da lui…

Titolo:  Operazione di riscrittura. Tratto da: Dead Fingers Talk, 1963.

di William S. Burroughs

“L’invasione venusiana era conosciuto come Operazione metà, che è una invasione parassitaria della zona sessuale approfittando, come tutti i piani di  invasione devono, di una situazione cazzuta già esistente (” Dio mio livello qualitativo a mess “) – L’organismo umano è letteralmente costituito da due metà della parola che inizia e tutto il sesso umano è antigienico accordo in base al quale due entità tentano di occupare gli stessi punti di coordinate tridimensionali che danno origine alle risse latrine sordide che hanno caratterizzato un pianeta sulla base di “The Word”, cioè di carne separata svolgente conflitto sessuale infinita – le BoyGirls Venere sotto Johnny Yen ha assunto l’altra metà, che impone un blocco sessuale sul pianeta – (sarà facilmente comprensibile che un programma di frustrazione sistematica era necessaria al fine di vendere questo coccio di acque reflue di immortalità, Il Giardino delle Delizie, e AMORE.)
Quando il Consiglio superiore di sanità è intervenuto con autorità inflessibile, Operation metà è stata sottoposta al Dipartimento Rewrite dove l’originario difetto ingegneristico ovviamente è venuto alla luce e l’invasione venusiana è stata vista come un correlato inevitabile della separazione carne gimmick-A questo punto un tremendo urlo salì dai venusiani, agitazione per mantenere la gimmick di carne in una forma-Erano tutti drogati terminali in carne, naturalmente, motivati da film tortura pornographic, e l’intera riscrittura Dipartimenti e Blue Print erano disgustati pronti a tirare l’interruttore su mano a “non è mai successo” – “Se questi burloni rimanessero fuori dalla stanza Rewrite”.

Erano tutti drogati terminali in carne, naturalmente, motivati da film tortura pornographic

L’altra metà era solo un aspetto del funzionamento tossicodipendenti Rewrite-Heavy Metal picchettato l’Ufficio Rewrite, che esplode in tossicodipendenti protesta controllo aggirava per le strade tryng per influenzare camerieri, assistenti di gabinetti, clochards, e si vedevano in ogni angolo della città ipnotizzare polli-Un paio di tossicodipendenti di controllo ricchi sono stati in grado di circondarsi di latahs e si sedettero sulle terrazze dei caffè costosi con sorrisi crudeli remoti ignari che ho scritto ultime sigarette.

“Dio mio che confusione-Just mantenere tutti questi burloni su La riscrittura in camera è tutto”.

Quindi partiamo con una media, stupido caso rappresentativo : Johnny Yen l’altra metà, Erand dal trauma della morte – Ora guardo ho intenzione di dirlo e ho intenzione di dirlo lento – La morte è l’orgasmo è la rinascita è morte in orgasmo è il loro insalubri di Venere Gimmick è l’intero ciclo di morte nascita di azione – Hai capito ? – Ora capisci che Johnny Yen è Il Boy -Girl metà striptease di Dio della frustrazione sessuale – Errand Boy dal trauma della morte – La sua immortalità dipende dalla mortalità degli altri – Lo stesso vale per tutti i tossicodipendenti – Mr. Martin, per esempio, è tossicodipendente heavy metal – La sua vita linea è il junky umana – la linea della vita dei tossicodipendenti di controllo è il controllo asta parola -Control “IL” , cioè i cosiddetti dèi possono vivere solo senza punti tridimensionali coordinate forzando organismi tridimensionali sugli altri , la loro esistenza è il vampirismo – hanno pure sono assolutamente inadatti ad essere ufficiali : o accettano un lavoro di riscrittura o sono tutti suddivisi per assistenti di gabinetti , impegnati irrevocabilmente alla toilette.

La morte è l’orgasmo è la rinascita è morte

Va bene, torniamo al caso di Johnny Yen-One di molti di questi ragazzi fattorini-verdi Boy-Girls dalle fogne terminali di Venere-So scrivere di nuovo in piazza, Johnny, torna a Ali Dio della Street Boys e Hustlers-Scrivere delle fogne di Venere a strade al neon di Saturno-alternativa Johnny Yen può essere scritto di nuovo ad un pesce verde ragazzo-Ci sono sempre alternative soluzioni Niente è vero, tutto è permesso.
“NO HASSAN I SABBAH-VOGLIAMO CARNE-VOGLIAMO JUNK-VOGLIAMO POWER”.
“Che ha fatto-Dial POLIZIA”.

 

Su WNR è già stato pubblicato un altro inedito di WB: qui

WNR

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Vittorio Rossi

Mi sono chiesto per anni a che cosa servisse per una band inviare demo e cercare etichette discografiche. Osservavo tutti quei ragazzi sbattersi per ricevere attenzione e mi veniva sempre meno voglia di ascoltare la loro musica, anzi spesso più si sbattevano e meno la loro musica mi pareva avesse senso. Musicisti che volevano suonare nei locali ma non venivano considerati, rimanevano fuori dalla porta come bambini in castigo.. A loro suggerivo sempre di comprarsi dei generatori e di piazzarsi fuori dai cancelli la sera dei concerti. Certe volte gli spazi vanno presi. Be’, Vittorio Rossi non è uno che finisce sul palco di Sanremo anche se a mio avviso quello potebbe essere il suo posto e ancora meno non finisce in copertina di Rolling Stone, però per fortuna finisce qui. Queste canzoni sono un tesoro. Un disco che è un post, un post che è un disco. Un disco registrato con il cellulare, pieno di stonature, pieno di verità. Fanculo il “progetto”, fanculo il mixaggio, le recensioni, gli endorsement, gli effetti, le collaborazioni, i generi musicali, le migliaia di euro spesi in un sound piallato e uguale a quello di tutti gli altri. Mettete una chitarra in mano a chi la sa tenere e lasciate stare tutto il resto. Facciamo parlare la musica per una volta. Ci siamo scordati di cosa è la bellezza, spostando il nostro canone del bello su quello del “riconoscibile”. Un sacco di merda viene fatta passare (specialmente sulle riviste di settore e sui siti di settore) come di qualità solo perché risponde a un canone riconosciuto come tale. Invece è solo roba vuota. Qui abbiamo svuotato tutto, le mura di una casa disabitata rimbombano.

Vittorio Rossi è Marcello Rossi, quarantenne, toscano, chitarrista e cantante di svariate band tra cui: Los Dragos, Bongley Dead, Golden Shower e Monsieur Voltaire. Di lui potete leggere qui. Questo qua sotto è il “coso”, l’album, il post, chiamatelo come volete. È quello che è.

Ray Banhoff

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Edda

Stefano Edda Rampoldi è stato il cantante dei Ritmo Tribale, una band che andava molto forte negli anni Novanta. All’apice del successo Edda è sparito per tutti. Dopo 13 anni di silenzio di cui 6 da tossicodipendente e i successivi a disintossicarsi e lavorare come operaio addetto ai ponteggi, Edda è tornato a suonare nel 2009 con un disco chitarra e voce che si intitolava Semper Biot. Tra qualche mese uscirà il suo terzo album solista, dopo il secondo bellissimo Odio i vivi . Lo abbiamo incontrato a casa dei suoi genitori, nel centro di Milano.

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Foto di Giorgio Serinelli

 

Ray Banhoff

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Papa Leone di Lernia

«Io lo odio il pubblico, lo odio, non capisce un cazzo il pubblico, niente». Leone di Lernia sputa e parla, parla e sputacchia. Ha il fiatone, mi prende sottobraccio e dalla sede di Radio 105  in Turati, dove ogni tanto partecipa al programma dello Zoo di 105, mi porta in un ristorante fra piazza della Repubblica e la Stazione Centrale. Indossa una giacca, occhiali con lenti graduate e un foulard. Cammina, ferma i passanti, il più delle volte li insulta, oppure offre la moglie in cambio di dieci milioni di euro. E parla, parla; o meglio, urla. E gesticola. Leone di Lernia è l’icona trash per eccellenza, impersonifica l’estetica della monnezza, è il capro espiatorio e lo specchio di tutta la nostra sacrosanta volgarità. Pugliese di Trani, lo conosco da quando nei primi anni Novanta sulla base di This is the rythm of the night cantava «ti si mangiate la banana, con du salsicce, na parmigiana, e poi te sienti male…». Ha frequentato tutto l’establishment mediatico italiano, da Berlusconi a Pippo Baudo, da Mike Bongiorno a Fabio Fazio, dalla Ventura a Fabrizio Corona, dall’avvocato Agnelli a Raffaella Carrà. E da 32 anni è presenza fissa fra le strade e nel teatro Ariston di Sanremo, durante il festival. Ho tentato di fargli un’intervista seria senza parolaccia alcuna. Impresa riuscita per metà.

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Leone come il Papa, ma in vestaglia cinese, di Toni Thorimbert

Perché odi il pubblico? Perché credono a tutte le cose che diciamo alla radio e alle cose che scrivono i giornali. Ma uno oggi come fa a formarsi una cultura critica? Ma non esiste una cultura critica, sono tutte chiacchiere, la vita è fatta di chiacchiere, la gente studia, si laurea così pensa che un domani potrà fare delle cose belle, ma non è vero: se non vai in mezzo a un’associazione a delinquere tu non farai mai un cazzo nella vita! Se tu sei una persona garbata, meravigliosa, una persona educata tu farai la fame! Se tu sei un drogato, uno squilibrato senza dignità, senza un valore, allora avrai successo, capito? Stai dicendo che anche tu per avere successo ti sei dato alla criminalità? Io sono nato quando c’era la guerra, nel 1938. Allora in Italia era tutto crollato, non c’era un cazzo, da bambino andavo in mezzo alla strada a cercare i mozziconi di sigarette, per trovarne due dovevo fare 30 km, adesso la strada è piena di mozziconi, preservativi, droga… E con quei due mozziconi andavo da uno che mi dava due castagne e con quelle due castagne dovevo vivere tutta la giornata. Poi sono arrivati gli americani e i tedeschi che si ficcavano nelle case delle famiglie, fottevano le ragazzine e gli davano un pezzettino di cioccolata. Mentre loro chiavavano con queste ragazzine e con le madri io entravo da dietro, gli fregavo il portafogli e prendevo 5 o 6 dollari. La scuola non esisteva, chi aveva la quinta elementare era un profeta, poteva fare il sindaco, il presidente della Repubblica e mano a mano che crescevo ho cominciato a capire come cazzo mi dovevo muovere e mi son messo a cantare e a fare le imitazioni. Come hai scoperto questa vena artistica? La vena varicosa l’ho scoperta perché guardando gli americani ho imparato a ballare il tip tap, la gente mi buttava mezza lira, poi una lira e in un giorno riuscivo a fare 5 lire e con quelle potevo mangiare tranquillamente.

Andate a fare in culo e ricordate che dopo di me non c’è più nessuno

Cosa ti manca di quei tempi? La guerra! Ci vorrebbe pure adesso che c’è troppo casino e fanno tutti la bella vita, tutti sti ragazzi che sfruttano i genitori e poi dicono che non c’è lavoro. Quando ero bambino per avere un amichetto dovevi fare sesso con un uomo di 60 anni, come mi è capitato a me a 13 anni. Uno mi disse “se vieni con me ti do un panino con la mortadella”, io non lo sapevo nemmeno cosa era la mortadella. E mi dava 500 lire, auz, 500 lire mi prendo u mondo cumpa’… Io pensavo: me lo vuoi succhiare? succhiamelo e vaffanculo tu e chittemuort de fam… Questa cosa non ti ha traumatizzato? La guerra mi ha traumatizzato, vedere tanti morti per terra e tutte le donne a gambe aperte basta che gli davano un po’ di cioccolata… Poi al militare, a Treviso, che ci mettevo sei giorni a tornare a Trani, ho trovato un prete che ogni tanto mi dava 10mila lire perché facevamo il ballo del valzer, il tango, capito? Quando mia madre mi trovò 50mila lire mi ha pure denunciato. Allora 50mila lire nemmeno alla Casa bianca ce l’avevano, capito? Dopo il militare, nel 58, sono venuto a Milano e ho cominciato a lavorare a Radio One o One e con Renzo Arbore a L’altra domenica. Arbore… Era una grandissima persona, lui ha inventato la radio trash, tutto quello che facciamo noi è una copia di Renzo Arbore e Boncompagni. Poi ho cominciato a parlare sbagliando tutti i verbi e così ho inventato un genere e a fare un po’ di soldi da mandare a casa… Vedi questi (indica quattro uomini in giacca e cravatta): sono tutti culattoni, ricchiò… Ho cominciato a rifare le canzoni di Little Richard, poi caccia da be che ha venduto milioni di cassette false e a 27 anni ho sposato mia moglie che ne aveva 20, il fratello era un amico mio, sempre di Trani… Tu questo devi capire: non è una cosa facile la vita di Leone di Lernia, la vita degli altri è bella perché hanno avuto i genitori ricchi, pieni di soldi, vanno alla Bocconi e non sanno qual è la capitale d’Italia; tu chiedigli: qual è la capitale d’Italia? Loro dicono: Barletta. Nel periodo migliore quanto guadagnavi? Tanto, ma erano tutti soldi in nero. Il bel mondo è cominciato con la tv? Sì, soldi, donne… Con quante donne sei stato a letto? Una trentina.

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Il ritratto definitivo, di Toni Thorimbert

Al ristorante arriva anche un suo collega, Paperino dei Paps’n’Skar, storico duo dance degli anni Novanta. Paperino stravede per Leone, lo ama, lo chiama Il Papa, e si raccomanda di scoprire l’Uomo e non il Personaggio, «perché è una persona capace, intelligente, caparbia, uno che si è inventato un lavoro quando non c’era ed è riuscito a mantenere quattro figli. Cioè, pazzesco. Ha lavorato coi migliori, anche con Totò». Anche con Totò, Leone? Ho recitato con lui a teatro, era un artista che improvvisava, non sapeva nemmeno cos’era un copione. Qual è la cosa che ti rende più orgoglioso?  Che ce l’ho messo in culo a tutti quanti… Io sono nato come imitatore, imitavo Totò, Peppino de Filippo, Fred Buongusto… Da giovane ci assomigliavi pure. Poi ho lavorato in radio con Pippo Baudo e Cochi e Renato, ingenui e bravissimi. Assomigliavi anche a Califano. Magari. L’ho conosciuto, era un figo della madonna però non ci potevi parlare. Perché? Aveva la testa sempre sulle nuvole, capisci?

Se vedi passare Leone non puoi esimerti dal mandarlo a fare in culo o dal farti mandare in culo, è catartico

Squilla il suo iPhone, risponde, mette in viva voce e volano offese fra lui e chi lo ha chiamato. Riattacca e commenta: «Quelli dello Zoo danno il mio numero in diretta e la gente mi chiama per sfogarsi». Paperino interviene: «Se vedi passare Leone non puoi esimerti dal mandarlo a fare in culo o dal farti mandare in culo, è catartico. E comunque lui non è una persona che ti può lasciare indifferente, è incredibile, pure i sudamericani lo conoscono». Leone: «A me chi mi salutano molto sono i trans e i gay perché io sono innamorato dei trans e dei gay. I gay sono meravigliosi ma i trans sono migliori perché hanno l’albero della vita abbastanza grande, capito?». Raccontaci di Baudo. Mi ha messo sempre il bastone tra le ruote perché io volevo andare a Sanremo ma prima a Sanremo andavano sempre quei 15 lì e la mia canzone la scartavano sempre. Pensa che anni fa feci una canzone bellissima, s’intitolava Fesso  e mi disse: “Sai Leone, ho messo la Bertè perché si voleva ammazzare… Però tutte le volte che potevo mi piazzavo dietro di lui e quando lo inquadravano la gente guardava più a me che a Pippo Baudo. Hai provato con Fazio? Io ho lavorato a Quelli che il calcio dieci anni… Andavo a San Siro e mi mettevo dietro agli ospiti in collegamento, a Fazio gli chiedevo di farmi parlare e lui mi diceva: “No, ma che dici, tu m’insegni che il popolo non capisce niente…”. Ti sei pure candidato capolista per Cito sindaco a Milano… Io non volevo candidarmi, andavo in piazza del Duomo a fare il comizio con l’onorevole vicino, accanto a me mettevo due ragazze e urlavo: “Vorrei dire una cosa, se vincerò a Milano dovranno andare a fare in culo tutti quelli che lavorano… Milano deve essere sporca di merda, vogliamo tutte le prostitute qua!”. Ero meglio di Cetto La Qualunque. Tutti ridevano, i giornalisti riempivano le pagine… Hai preso 7mila voti. Sì, volevano farmi assessore o darmi un posto nel consiglio comunale. Col cazzo, io lavoravo in Rai e a Radio Montecarlo… Qual era il tuo programma? Non c’era. I politici dicono tutte cazzate, io ho votato solo candidati che mi pagavano in pasta, salame o soldi, capisci? Mario Luzzato Fegiz ha scritto: «Di Lernia viene presentato come essere laido, repellente, sessualmente perverso e insaziabile». Mi venne a vedere allo Smeraldo e sul Corriere della Sera scrisse: “Sarà trash, sarà come volete voi, ma abbiamo riso per due ore e mezzo, è stata la fine del mondo”. Lui per me è sempre stata una persona fortissima, ora quando lo incontro gli chiedo: com’è che non sei ancora morto? E lui s’incazza. Sei stato pure all’Isola dei famosi… Perché dicevo tutti i giorni allo Zoo che lì era tutto falso, che si mangiava… e un giorno mi invitano a un ristorante due autori e mi dicono : “Lunedi prossimo devi partire”. Era mercoledi e non avevo nemmeno il passaporto, ma lunedi era tutto pronto. Per arrivare in Honduras c’ho messo 44 ore. Successe un casino della madonna. È vero che la Ventura era una cocainomane? Non me ne frega un cazzo, il problema è che a farsi di cocaina è il mondo, non c’è più una persona che non si fa la coca l’eroina le pillole e la supposta in culo. Tu ti sei mai drogato? Di fica, tanta fica. Anche se dopo due ore puzza, pure se appartiene alla più bella donna del mondo. La fica si lecca fino a 25-26 anni, poi basta. La droga invece mi fa schifo soltanto a vederla, pure le sigarette. Eppure prima di consacrarti al trash, quando facevi canzoni da cabaret, hai scritto una canzone pro metadone… Ma perché prima si drogavano in 10, mo’ sono in cento miliardi. Torniamo a Sanremo. Chi è stato il più bravo presentatore? Baudo, anche se ci voleva la fucilazione. E poi Mike, avevano due caratteri di merda… Dei nuovi Bonolis, un fenomeno. Anche se il più bravo di tutti, al di là di Sanremo, era Corrado.  Lo hai conosciuto bene? Nella prima Corrida che ha fatto ho vinto 200mila lire in gettoni d’oro, 50 anni fa. (Arriva un mendicante, Leone senza guardarlo gli urla: vattinne, vattinne, vattine!). C’era il maestro Pregadio, feci l’imitazione di Louis Armstrong e Fred Buongusto e Corrado impazzì. Qual è stata la valletta più bella di Sanremo? La Claudia Kohl. C’è qualche artista che vorresti vedere sul palco?  Cocciante. L’unica persona che mi piace, gli altri possono andare a scopare il mare: si devono mettere con il culo vicino al mare con la speranza che qualche pesce entra nel culo e se lo fanno fritto. Ora i cantanti salgono sul palco, cantano e poi non sai più come cazzo si chiamano, sono tutti uguali.

A Quelli che il calcio chiedevo a Fazio di farmi parlare e lui mi diceva: Ma che dici, tu m’insegni che il popolo non capisce niente…

Basta citare Berlusconi che Leone prende il telefono, apre la gallery e comincia a mostrare le sue foto. Con Berlusconi, appunto, metà anni 80. «Io ho lavorato con lui a TV58, io, Claudio Cecchetto e Marcella Bella. Era un gran figo…». Con Vasco Rossi. «Mi faceva schifo, tutto drogato di mmerda». Con De Niro. «Per parlarci ai Telegatti abbiamo fatto a cazzotti con due gorilla». Con Gianni Agnelli. «Mi voleva un bene della madonna. Una persona squisita, un signore». Con la Carrà, Baglioni, Renato Zero, Lucio Dalla, «un uomo stupendo». Leo’, da 1 a 10 quanto stai bene? Nove. L’unica cosa che odio sulla terra è la gelosia. L’ultima volta che hai fatto l’amore? 20 giorni fa con mia moglie, poi sono andato all’ospedale… Perché a chiavare con la moglie vai a finire all’ospedale, no? L’ultima volta che hai pianto? Non lo so come si piange, mai pianto in vita mia. Come vorresti morire? Quando morirò farò un funerale che già l’ho preparato. Tipo? Tipo che mi metteranno nella cassa da morto con i due diti medi che spuntano fuori e dietro una canzone che fa: cagacciu eh eh eh, tratta da I gotcha, un pezzo di Joe Tex che ha venduto milioni e milioni di copie. E sulla tomba cosa vuoi scriverci? Andate a fare in culo tutti figli di troia e ricordate che dopo di me non c’è più nessuno.

@moreneria

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Toto Cutugno

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Toto non fa le interviste prima delle tre. perché lui si alza alle 3. va a letto la mattina alle 7 perchè la notte sta fuori in giro al casinò a vivere. quindi ci andiamo alle 17 all’hotel londra nella suite privata. gana io non ho parole per descrivere. ti dico che mi sono anche emozionato. è stato un crescendo.arriviamo e ci fanno aspettare. volete da bere? e prima che quelli a cui è stata fatta la domanda poichè sono gli inviati della tv quindi i famosi quindi quelli a cui si rivolge l’addetto stampa che non sa della mia presenza, io dico “una coca grazie”. la scolo. poi saliamo tunnel corridoio come i radiohead prima di un concetto, adrenalina alle stelle, passiamo di stanza in stamnza livrea rossa e moquette, si sale di livello si sale dalla giudecca all’empireo toto in camera con camino e premio di sanremo sul camino.

Toto non fa le interviste prima delle 3. Perché lui si alza alle 3.

lui in tuta. 70’ anni. vecchio ma bello. testa gigante due occhiali dorati da sole da donna da pappone lo nascondono. sotto la felpa una tuta. anello d’oro e multifilter rosse sul tavolo. finestre chiuse e sifaretta. staza impregnata di. mi commuovo perchp mi ricorda enzo, il babbo di david, che è morto di recente. è quel tipo di meridionale d’altri tempi, un don, un padrino buono a cui tutti sono riverenti, il suo successo è l’elargizione il farti sentire parte di. gli si rivolgono tutti con sorrisi e salamelecchi, sembra di andare in pellegrinaggio dal sai baba della discografia italiama. mi dicono che ha venduto 100 milioni di dischi. sarà una cazzata ma potrebbe essere verosimile. e lui è li al centro della suite che è una stanza comunque anni 80 come se lui fosse in grado di rendere se stesso anche nello spazio che lo circonda. è esattamente il posto di toto cutugno intriso di passato di tradizione, la tradizione dell’italia della tv degli anni 80 del salotto di mia zia ma anche delle cassette in macchina di mia mamma. anche la luce è anni 80. se ci fosse Tonology lo potrebbe confermare, egli brilla di un riflesso di se, una temperatura calore più gialla, più arancio, più calda. è come se tu lo percepissi a pellicola. senza l’hisperismo del cazo della pellicola, io parlo A LIVELLO DI pellicola pellicola, quella delle foto che faceva mi pa con la YAshica in giardino. l’essenza della santità del famoso è sintetizzata nell’ìimmagine della benevolenza del toto. ha avuto un tumore alla prostata lo hanno operato è guarito cammina molto male. fuma come un ossesso. profuma di acqua di colonia e fumo. multifilter rosse ti dicevo.

Toto_Cutugno

e poi parla parla parla sa tutto sa tutte le città della calabria le elenca “roccella ionica salice mare, adriano adriatica, nturria fitasa” e diventra un mantra siamo tutti li a fluttuare di fronte agli occhiali a specchio di quest’uomo che sembra una vecchia signora che si dice che chiude lui il night la notte che al casinò gli gettano i petali di rosa quando cammina.

Ci parla cinque paroline in russo e dice che lui è amico di Putin e che ha suonato al cremlino e li capisco la differenza, il livello altissimo.

dalla suite una veduta del mare dall’altop. la stranza sa di minestrone e della casa di david io sono nella madeline proustiana sto avendo un’esperienza extrasensoriale sto viaggiando nella mia infanzia nel mio futuro nella visione di uno dei tanti me che potrei diventare è tutta energia e potenza
alla fine gli chiedo di fargli una foto accanto al premio lui dice di no perchè sennò sembra che si dia le aree. un’altra tacca a livello di santità
parla del coro russo dell’armata russa ci parla cinque paroline in russo e dice che lui è amico di Putin e che ha suonato al cremlino e li capisco la differenza, il livello altissimo. qui al festival dei discografici disperati e dei cantanti dimmerda c’è uno che quando vuole sonà l’italiano lo fa con Putin. altri livelli di potere altri livelli sociali. livelli che sono sub livelli a loro volta di sfere della realtà alte e inconcepibili per i ritmi umani di chi cerca un autografo.
e alla fine, senza che nessuno avesse avuto il coraggio di dirglielo, senza che nessuno ci avesse sperato, quando l’intervista è chiusa lui parte, guardando in faccia una telecamera incredula anche lei. lui parte e intona
LASCIATEMIIIIII CANTAAAAREEEEEEEEE
CON LA CHITARRAAAAAAA IN MAAAAANNOOOO
cazzo non fa in tempo a finire la prima strofa che io sono con le braccia al cielo, macchina in aria, sorriso fino ai denti, è un’orgasmo nazional popolare di fratellanza, è come quando gioca l’italia e vince, cantiamo tutti canto anche io, la cantavo uguale alle elementari quando mi chiamavano gianluca pagliuca e alla fine gli do la mano. sono così in gas che gliela stringo.e già lui la stringe forte e ce l’ha il doppio della mia. m,a io diocane gliela stringo per fargli capì che sono un uomo vero quanto lui. tutti microsegnali A LIVELLO DI intesa tra uomini.
caaaaaaazzo. totocutugno. immenso.

non lo rileggo neanche te lo mando così pem pem

Emilio Periferico

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Lezione su Burroughs #2

Quando si pensa a William Burroughs si tende a vederlo come il padre della beat generation, l’ispiratore di correnti artistiche e letterarie, il simbolo di un’avanguardia culturale. Certo non si può dire che sia un autore postumo perché l’underground lo aveva incoronato come suo profeta fin dai primi momenti però il vero riconoscimento come intellettuale e visionario lo ha avuto tardi. Come tardi ha avuto l’occasione di diventare uno scrittore. Gay, tossicodipendente, allucinato, raccapricciante e incomprensibile, tutte caratteristiche che negli anni cinquanta e sessanta negli Usa erano considerate al pari della stregoneria nel medioevo. E su tutte la cosa più grave: aveva ucciso sua moglie a Città del Messico, per sbaglio, giocando a un tiro a segno con i sensi alterati in una stanza con due alcolizzati. “Facciamogli vedere il nostro Guglielmo Tell” sono state le ultime parole di Joan, seconda moglie di Burroughs e madre del figlio Bill. O così narra la leggenda.

Andiamo indietro.

Nel 1949 Burroughs è un trentacinquenne appena fuggito dagli USA in seguito a svariate condanne tra cui una per falsificazione di una ricetta e una per possesso di eroina. Gli serve un posto dove correre libero: ovvero drogarsi e non lavorare e il Messico è la terra del possibile. La polizia è corrotta, chiunque può trovare un’arma, la droga gira in grosse quantità e gli ubriachi dormano in terra senza che nessuno intervenga… oh yeaaaah, finalmente può respirare. Saranno tre lunghi anni quelli di Ciudad de Mexico.
Burroughs è gay ma il suo legame con Joan è fondamentale. Lei è per lui una compagna-sorella, l’unica donna che abbia (a suo modo) veramente amato, una donna con cui comunque passa molti anni della sua vita e da cui avrà il figlio Billy. Vivevano in quattro, assieme anche alla figlia piccola di Joan, in una catapecchia gusto tacos.

Joan è una tossica con il debole per la benzedrina, un vizio che ha passato al marito con facilità visto che lui era il primo a cercare stimoli in ogni tipo di alterazione. Vuole bene a Bill che con lei è dolce e mansueto, ma la tossicodipendenza altera tutto e lei è sempre più fragile dal punto di vista psicologico. Joan si ammala e invece di curarsi passa le ore a osservare dei piccoli vermi che le infettano la ferita, cose così.  Lei sa di William, della sua omosessualità, i due non dormono assieme ma al tempo stesso portano avanti un concetto di famiglia astruso e decadente, coi due bambini (una è la figlia di Joan dal precedente compagno) che girano per casa scalzi e si lavano solo quando ne hanno voglia giocando con le bottiglie di whisky vuote. I primi tempi in Messico vanno anche parecchio bene, però Burroughs anche se è ben lungi dal pensare di diventare uno scrittore è comunque alla ricerca di qualcosa.  L’unico stimolo è continuare a sperimentare con le droghe, uscire dal reale per approdare in un reale più totale, un’allucinazione messa in scena. Parte così alla ricerca dello yage, l’allucinogeno degli sciamani e dei curatori, verso la foresta con Allerton, un compagno di viaggio etero e in crisi che è affascinato da lui ma non si concederà. E parte lasciando Joan coi vermi, le bottiglie vuote e i figli a farsi di pasticche in ogni momento.

L’attrazzione morbosa di B. verso Allerton non è corrisposta e lo scudiero non vuole avere rapporti sessuali con il suo mito. Burroughs si sentiva disincarnato, più che avere rapporti sessuali cercava un corpo estraneo da abitare e questo credo che si percepisse e allontanasse chiunque. Allen Ginsberg non lo stava corrispondendo e lo evitava in tutti i modi, confidandosi in lunghe telefonate con l’amico comune Kerouac. I due però in questo periodo hanno un grande rapporto epistolare che potete leggere in Le lettere dello Yage. Mentre Burroughs è via per mesi sperso nelle montagne messicane alla ricerca di una droga perfetta arrivano a casa sua Lucien Carr e Allen Ginsberg. Trovano una Joan ormai disfatta, ricoperta di escoriazioni alle braccia, che sta perdendo capelli, ormai prossima al disastro. Joan si innamora di Lucien, Allen se ne accorge e rimane tristemente intenerito. Joan è debole, prossima alla follia, con la scritta morte invisibile e indelebile in fronte. Diventa un presagio di se stessa a breve. Ah, ps Burroughs trova lo yage e ne rimane deluso e deve farsi operare di emorroidi in un ospedale locale e se ne torna a casa un mese dopo e a mani vuote.

Burroughs nella giungla alla ricerca dello Yage

 

Ecco ci siamo, stiamo arrivando al dunque.

Dopo il fallimento della ricerca dello yage William gira per città del Messico senza sentirne più la magia. È a corto di soldi, a corto di fiato, a corto di tutto, la sua vita se ci pensa bene è davvero uno schifo. E poi ha un brutto presentimento, sente la presenza di qualcosa che sta per avvicinarsi e distruggerlo. Tanto per tirar su qualche dollaro decide di vendere una pistola, la sua 380 automatica che tanto non gli piaceva e “sparava basso”. Per non dare nell’occhio il luogo dello scambio fu a casa di Gene Allerton ed Eddy Woods, due alcolisti. Nonostante i brutti presentimenti Burroughs si alzò dal letto e andò con Joan a casa sei due amici trovandogli in attesa circondati da bottiglie di Oso Negro. Il compratore non c’era e si misero a sbevazzare per ingannare il tempo.Ed è incredibile di come a volte il destino si compia. Joan in presa a risatine isteriche più del solito teneva conversazione mentre Eddie Woods guardava storto Billy. Non gli piaceva, pensava che avesse un brutto ascendente sul suo amico Gene e non vedeva l’ora che si levasse dalle palle. Joan: “Dai Billy facciamogli vedere il nostro numero del Guglielmo Tell” e si piazza un bicchiere di whiskey sulla testa mettendosi a sedere di fronte a lui, a due metri e mezzo di distanza. È tutto talmente assurdo che non può succedere pensa Eddie Woods. Eddie è seduto accanto a William, tutti sanno che è un buon tiratore, tutti loro hanno le pistole, non c’è niente di strano in quello che succede solo che nessuno pensava che avrebbe sparato. Eddie si preoccupa, per un istante, che i vetri andranno sparsi ovunque che ci sarà un buco nel muro e che Juanita si incazzerà tantissimo, ma tu guarda questo stronzo di William Burroughs sempre a tirarti nei casini pensa in silenzio. Si sospende tutto per un attimo, tutti trattengono il respiro, quello che succede non è reale, sembra una pagina di uno dei futuri libri di Burroughs. Burroughs preme il grilletto, la stanza è piccola, il rombo della 380 assorda tutti, nessuno ci capisce niente, si sente solo la puzza di polvere da sparo. Eddie vede cascare il bicchiere in terra vuoto, agitato e roteante, non gli torna. La 380 ha sparato basso, Joan cade riversa su se stessa. Il primo a scattare in piedi è William che urla solo “No! No!” e piange.

Burroughs interrogato dalla polizia dopo l’omicidio di Joan a Città del Messico

 

Allen Ginsberg legge la notizia sul giornale a New York, era stato lui a presentarli. Si sente triste e pensa che Bill non ce la farà senza Joan, lei lo elevava a potenza lei gli faceva superare i confini del rapporto carnale. Lei era meglio di lui.

Tutta la vita Burroughs espierà questo gesto. Tutta la vita si sveglierà pensando a quello che ha fatto. Non solo l’omicidio ma la distruzione dei rapporti coi suoi familiari. Burroughs venne rinchiuso a Lucumbere, la prigione conosciuta come il Palazzo Nero. Il suo avvocato Jurado disse a Eddy e Gene di starsene chiusi in un albergo e mostrò a William come il sistema giuridico messicano fosse basato sulla corruzione e sullo spergiuro. Burroughs uscì da Lecumbere tredici giorni dopo con una cauzione di 2312 dollari. Andò a prenderlo il fratello maggiore Mort e fu un momento importante per i due. Sarà l’unica volta che da fratelli vivranno il loro legame profondo dormendo nello stesso letto, abbracciati. Sarà la notte in cui Bill si sentirà per la prima volta solo, vedendo nel gesto così emotivo del fratello la perdita della sua infanzia, di una famiglia che lo protegge. Ormai è adulto e dopo questo crimine orrendo saranno tagliati anche i rapporti di William Burroughs con il concetto di morale e di civiltà. Mort tornato a casa dirà a sua moglie che il fratello è completamente impazzito. I bambini verranno allontanati, mandati a vivere coi nonni. Cosa era successo quel pomeriggio? Non era riuscito a redimere sua moglie, non era riuscito a salvarla, lei tossica ormai allo stremo condannata a una morte certa e lui peggio ancora frocio e tossico perso pieno di condanne. Come potrebbe farle la morale? Inoltre dovete sempre tenere presente che Burroughs crede nella magia nera, nelle forze avverse, ha una concezione medievale e mistica del destino. Niente è nel caso. Aveva avuto dei presagi di quello che succedeva ma non si era fidato. Se solo fosse rimasto a letto quel pomeriggio niente sarebbe accaduto. Quello della morte di Joan sarà un evento sacrificale di cui lui si sentirà forse più vittima che carnefice. Ha ucciso Joan o l’ha liberata? L’ha condannata o l’ha salvata? ha ucciso lei o ha ucciso se stesso? Sta di fatto che questo evento scopre la vocazione della scrittura che prima non sapeva di avere. Sarà l’esempio di scrittore che nasce per rielaborare il trauma dell’evento negativo che si trova ad espiare i demoni che ha dentro grazie alla scrittura. Di certo ci sono solo le parole che ha scritto anni dopo “Ci sono errori troppo mostruosi, che il rimorso non può temperare”. Senza la morte di Joan, non avremmo avuto William Burroughs.

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Ray Banhoff

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Burroughs Gallery #3

Ray Banhoff

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Il Ministro del Tesoro e Verso il Niente

 

I. Il Ministro del Tesoro

N. mi dice che devo parlare con la sua agente
Diffida da chi ti dice così

La sua agente
Ha il riso pubblico e i denti bianchi
Pulizia orale appena fatta
Io la vedo mettersi a pecora
Darmi la gonna
E penso che vorrei scoparmi l’agente
Togliamo pure l’apostrofo
E vorrei scoparmi
la
Gente

Rosario si quieta e squirta
Squirta e si quieta
Guarda i presenti e squirta
La chiama arte
Porno guerriglia
Medea ride
Toni è pervaso
Dall’imbarazzo
Banhoff si disgusta
Sentieri arriva
E io bevo
Americani
Americani
Americani fino a svenire

Americani come Ward
Che sa come pronunciare Baltimora
È l’ultima ora
Per cambiare le cose
Renzi si presenterà
Con una pattuglia di trans
cinesi
E di gente a modo
Voglio diventare
Il ministro del Tesoro
Perché so
Cosa
Un tesoro è
e cosa
Non lo è

Amore

 

II. Verso il Niente

Non conviene lottare per
un posto a sedere
Arrivare prima del tuo prossimo
E fare finta di niente
Importa invece
Godere
Della visuale privilegiata
Da cui
Guardare
Il resto
Il mondo
Un solo angolo
O un semplice paio di cosce
Di gambe accavallate
In metro
Dentro calzamaglie a pois
Importa essere
Felici
Godere del tempo
Meravigliarsi
Dimenticare

Io ho dimenticato
Quasi tutto
Qual è il mio lavoro
Quanto sia importante per gli altri
Ho dimenticato i cattivi
Perché impotenti
O solo matti

Se un giorno dovessi cadere
Mi rifarò col silenzio
Col disgusto
Che mi preoccupa già ora
E con tutto
Quello
Di cui non mi sono accorto
Mai
Della tristezza
Della miseria
Che vedrò ancora meglio
Ancora più dilatata
Ancora più a fuoco

Sono giorni di casting, questi
E se hai fortuna puoi incontrare
Molte aspiranti modelle
Sulle strade
In gonna
Calze
Stivali e sciarpe

Per un po’ le seguo
Spero che mi portino
Laddove qualcuno
Sia capace di farmi ridere
Purtroppo, quando si girano
Scopro che hanno sguardi più svagati del mio

E allora continuo
da solo
solo per la mia strada
Non mi giro nemmeno
Per guardare un’ultima volta
Le stesse gonne
Le stesse calze
Le stesse sciarpe
Le stesse gambe
In equilibrio
Verso il niente

@moreneria

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